Gennaio 2018: American Music Club – CALIFORNIA (1988)

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Data di pubblicazione: Ottobre 1988
Registrato a: Los Angeles
Produttore: Tom Mallon
Formazione: Mark Eitzel (voce, chitarre), Dan Pearson (basso), Vudi (chitarre, organo), Tom Mallon (batteria), Bruce Kaphan (pedal steel), Lisa Davis (basso)

 

Tracklist

 

Firefly
Somewhere
Laughinstock
Lonely
Pale skinny girl
Blue and grey shirt
Bad liquor
Now you’re defeated
Jenny
Western sky
Highway 5
Last harbor

 

La grandezza degli American Music Club sta nell’essere molto più profondi di ciò che sembrano al primo ascolto. Mark Eitzel, personalità timida ma coraggiosa, sembra sempre sul punto di scoppiare a piangere e interpreta i suoi testi, sempre molto poetici e pessimisti, con una partecipazione emotiva che spesso lo ha portato alle lacrime durante i concerti. I loro dischi, e in particolare California, trasudano poesia da tutte le parti. E così ci si può trovare davanti a storie semplici, di ragazze che soffrono di mal di vivere, che non si possono consolare, uccise dal sogno opprimente della felicità. Il vuoto con cui prima o poi tutti fanno i conti è uno dei temi portanti, quel vuoto che ti attanaglia e nemmeno ubriacarsi sembra risolvere niente, che lascia soli anche quando si è in compagnia. E la solitudine ricorre spesso nei testi Mark, che non manca però di ricordare che “When you wake up in the morning/You won’t remember that anyone was here/And that life is so rewarding/And I guess that you’re the grand prize my dear”. Solitudine data dalla mancanza di persone che sono andate via per sempre (“There’s nothing in the world outside/Just some things that i see from the side/I’m just a shy boy sitting in a house/When everyone is gone from now on”). Ancora, i sogni nelle canzoni di Eitzel sono qualcosa di irrealizzabile, qualcosa che rende tristi perchè la realtà si pone brutalmente in contrasto col mondo ideale, e questa situazione porta ad alienarsi, a non combattere più, a lasciarsi sconfiggere dal mondo (“I thought there was more life than finishing a dream/I thought gravity helped you to dance/But it just makes you sink/I stand in the way of people who stopped caring”). L’alienazione e l’incapacità di essere se stessi derivano anche dall’incapacità, dalla mancanza della forza e del coraggio di inseguire i propri desideri, e accontentarsi quindi solo del bagliore di un sogno (“So please be happy baby/And please don’t cry/Even though the parade has passed us by/Well you can still see it shining in the western sky/So why won’t you stop crying/You can still see it shining”). Così quando tutto sembra inutile non resta che mentire a se stessi, unico mezzo che si ha per andare avanti (“Another futile expression of bitterness/Another overwhelming sensation of uselessness/Make pretend that the landscape ain’t so dry/Do anything to maintain a lie”). Mark però non si rassegna, e quando tutto sembra così buio una persona amata può diventare una speranza, l’ultima spiaggia per continuare a vivere, una persona che ti faccia sentire te stesso e che ti accetta senza domande (“Falling/Hey, i don’t see the bottom/Are you gonna be my last harbour/She’ll soon find a way to make you feel fine/She’s laughing and she’s clapping her hands/As she walks across your cup of wine/She’ll make it real easy for you/All you have to do is remember her name/She’s almost your passport to the world/She’s almost your ticket out again”). La genialità degli American Music Club sta nel fatto che la loro musica non ha tempo, questo è un album che potrebbe essere stato scritto ieri come 30 anni fa. E questo perché sono perfettamente in grado di utilizzare tutti gli stili della musica americana, dal country al blues, dal rock alla psichedelica, sfiorandoli tutti, mettendoli al servizio delle storie di Mark, utilizzando ciò che di volta in volta si adatta meglio, pur non essendo nessuno di quegli stili. Da questo punto di vista è un album molto variegato, si passa dalle energiche “Somewhere” e “Bad liquor” alle delicate e impalpabili “Jenny” e “Highway 5”, suonate sempre con un’eleganza e originalità che li contraddistingue. Non ci sono cadute di tono nell’album, ogni canzone è degna di essere citata, e ognuna completa il puzzle di una storia che ti segna almeno un poco.

Gennaio 2018: American Music Club – CALIFORNIA (1988)ultima modifica: 2018-01-22T11:26:47+01:00da pierrovox

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