Settembre 2019: Deep Purple – MACHINE HEAD (1972)

Machine head

 

Data di pubblicazione: 25 marzo 1972
Registrato a: Grand Hotel (Montreux)
Produttore: Deep Purple
Formazione: Ian Gillan (voce, armonica), Ritchie Blackmore (chitarra), Jon Lord (piano, organo, tastiere, cori), Roger Glover (basso, cori), Ian Paice (batteria)

 

 

Lato A

 

                        Highway star
                        Maybe I’m a Leo
                        Pictures of home
                        Never before

 

Lato B

 

                        Smoke on the water
                        Lazy
                        Space truckin’

 

 

Quando ascoltammo per la prima volta i Led Zeppelin
decidemmo che quella doveva essere la musica
che avremmo suonato anche noi
(Ritchie Blackmore)

 

C’è una cosa che chi mastica il rock’n’roll incontra nella sua vita, e di punto in bianco non può che sconvolgerla: il riff micidiale che apre le danze in Smoke on the water. Non credo esista appassionato di rock che si diletta con la chitarra, che almeno una volta nella sua vita non abbia provato a ripeterlo, e non credo esista chitarrista al mondo che in segreto non abbia invidiato Ritchie Blackmore per aver trovato quell’efficacissima sequenza di accordi, tanto semplici, quanto fottutamente straordinari. Il rock per certi aspetti può essere riassunto in quella sequenza lì, come una sorta di bignami di tutto ciò che è la chitarra, e di come questa sa coglierti di sorpresa, e sa devastarti.
E i Deep Purple sono stati appunto una delle band cardine del movimento hard che si innescò soprattutto nei primi anni ’70. La loro formula, tanto semplice eppur tanto affascinata dalla complessità, era fatta di accordi semplici, melodie tiratissime e un impatto sonoro granitico, devastante, metallico, in una parola: “pesante”. Prendendo spunto dai Led Zeppelin e dai Black Sabbath, i Deep Purple hanno saputo quindi coniugare una grammatica rock che prendesse spunto dal blues, ma che sapesse poi spaziare attraverso diversi generi, e poi inventarne uno del tutto nuovo, non disdegnando aperture progressive tanto care a certo rock anni ’70.
La loro formazione risale alla fine degli anni ’60, unendo elementi di diverse altre band, e cercando una proposta musicale che risultasse originale e non scontata. I loro primi passi su album in senso maturo giungono nel 1970, quando pubblicano l’esordio Deep Purple in rock, da molti considerato una sorta di pietra miliare dell’hard rock, album seminale e di fortissimo impatto. Questo disco accenderà un fuoco impressionante attorno alla band inglese, che da lì in poi vedrà crescere la sua popolarità e affermarsi la sua importanza nel nuovo rock dei primi anni ’70. I Deep Purple sono più di un fenomeno di contorno: sono una delle band chiave del nuovo genere che si stava sempre più affermando. Da loro si può solo imparare la lezione. E veniamo quindi alla citata Smoke on the water…
Questa fu ispirata da un episodio cui assistette personalmente Roger Glover: una sera al Casinò di Ginevra stavano suonando i Mothers of Invention, la band di Frank Zappa, quando durante lo spettacolo scoppiò un incendio. Glover fu particolarmente attratto dal fumo che si rifletteva nell’acqua del lago sottostante. Questa fu la scintilla che brillò nella sua mente, e che si tramuterà in uno dei pezzi rock più celebri di sempre, oltre che punta di diamante vera della carriera dei Deep Purple.
Ma i Deep Purple erano in Svizzera proprio per registrare il loro nuovo album, usando il camion-studio dei Rolling Stones proprio all’interno del Grand Hotel per cercare un suono decisamente diverso da quello dei dischi precedenti. Ed è da qui che prende piede appunto Machine head.
L’album si apre con la tiratissima scarica elettrica di Highway star, con un Ian Gillan in versione Robert Plant, cercando appunto di emulare l’impatto devastante dei Led Zeppelin, dotata di assoli, tastiere impazzite e urla devastanti. Si procede col blues malandato di Mayble I’m a Leo, e con quello corale di Pictures of home, che in qualche modo fa ricordare molto il suono dei Big Brother & The Holding Company. Il primo lato si chiude con un altro brano hard dotato di ottime venature blues come Never before.
Della Smoke on the water che apre il secondo disco si è già detto. Si procede con la fantasmagorica Lazy, aperta da un lungo intro d’organo, che si fonde con una chitarra effettata e stralunata. Il pezzo cresce su una struttura blues, ma non nasconde alcuni ammiccamenti progressive e alcune costruzioni sonore complesse. Si chiude con la serrata jam blues-psichedelica di Space truckin’.
Questo disco (o gran parte di esso) potrà poi trovare migliore interpretazione nel maestoso live Made in Japan, che vedeva la band più libera di sciogliersi in altre costruzioni sonore, improvvisare delle suite e cavalcare il rock con ferocia e istinto.
C’è anche da dire che Machine head resterà l’ultimo vero grande disco dei Deep Purple, anche perché il peso del successo e dell’etichetta che ne deriveranno li schiaccerà con i suoi stereotipi, e come spesso accade in casi come questi, la creatività ne resta soffocata, stendendo peraltro un velo pietoso su alcuni tentativi di mescolare hard rock e orchestra. Il resto sarà quindi un protrarsi di reunion e tentativi di ripetere i fasti di un passato che non torna più.

 

Finché i Deep Purple suoneranno follemente rock’n’roll li amerò
(Lester Bangs)

 

Settembre 2019: Deep Purple – MACHINE HEAD (1972)ultima modifica: 2019-09-19T11:08:28+02:00da pierrovox

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