Georgia O’Keefe, ribelle vera

Il caso di Georgia O'Keeffe

Georgia O’Keefe, americana del Wisconsin, morta a 98 anni in New Mexico (ora in mostra al Centro Pompidou di Parigi), è nota al grande pubblico per la preferenza accordata ai fiori giganteschi, restituiti con precisione botanica. (Non sono in pochi a ravvisare negli stessi chiari rimandi sessuali, peraltro mai confermati dalla pittrice). Irriducibilmente americana, si ribellò all’educazione accademica che pretendeva l’imitazione dei grandi modelli europei, e si lasciò ritrarre dal compagno, il fotografo Alfred Stieglitz, completamente nuda, ma senza ammiccamenti. Sapeva che l’eros passa anche attraverso il rigore di una posa.

Georgia O'Keeffe by Alfred Stieglitz, 1918 | James Buddenhagen | Flickr

Georgia O’Keefe fotografata da Alfred Stieglitz

Le artiste afghane

L'arte che resiste. La street artist di Kabul che dà voce alla solitudine delle donne afghane - ArtsLife

In Afghanistan sono le donne a rischiare di più, e in particolare quelle che negli ultimi vent’anni hanno manifestato il proprio pensiero attraverso l’arte giacché, stando ai precetti della sharia, non si può dar forma né agli dei né agli esseri umani. Tra le artiste afghane più conosciute figura Shamsia Hassani, street artist dai “sognanti graffiti” (come da sua definizione), i cui soggetti vertono su una ragazza con uno strumento musicale sottobraccio (con buona pace dei talebani che vietano di fare o ascoltare musica) oppure su giovani donne minacciate da uomini armati di kalashnikov. Le ragazze di Hassani non hanno bocca, ma dialogano con le bambine di Banksy e la banana di Cattelan, come a voler ribadire che esiste una connessione tra il loro mondo e l’Occidente. Per questo non possiamo dimenticarle, hanno la nostra stessa sensibilità e intelligenza. Sono donne come noi.

In alto: Shamsia Hassani, Nightmare

Rada Akbar: Making the Invisible Visible | by OF NOTE Magazine | OF NOTE Magazine | Medium

Rada Akbar, The Veil

Kubra Khademi — Galerie Eric Mouchet — Point de vue — Slash Paris

Kubra Khademi, The Great Accord

Perché il capezzolo è avversato dai bigotti?

 

Miley Cyrus Rolling Stone Cover: New Album, Rock Sound, Sobriety - Rolling Stone

Quanto può essere fuorviante un titolo che recita: Il 29 agosto si celebra il Go Topless Day? Tanto, soprattutto in relazione all’utente medio che, cliccando, è certo di bearsi di una carrellata di capezzoli e invece si imbatte nella foto di una bellissima modella che, purtroppo, si copre le aureole incriminanti, e fa da cornice a un post serio riepilogante, a grandi linee, la storia di una manifestazione, il Go Topless Day del titolo, tenuta a battesimo nel 1971 negli Stati Uniti, e da lì defluita in altre parti del mondo.

Tuttavia qualcosa non torna. Benché l’anatomia femminile – persino quella che dovrebbe essere prerogativa degli ambulatori ginecologici – sia alla mercé di tutti, basta la parola topless e la foto di una bella ragazza per attirare l’attenzione di centinaia di persone. In fondo il capezzolo è naturale tanto quanto un orecchio, un dito, un ombelico. Eppure. Ancora non ci si libera da questa mentalità bigotta che insiste con la censura, supportata da leggi sessiste a baluardo dell’inconfutabile esistenza dell’ignoranza che gode sempre di ottima salute.

foto: Miley Cyrus che su Instagram non esita a sfidare i benpensanti

Al Chelsea Hotel le notti erano altro

Stories from the Rooms", la mostra-evento | Billboard Italia

Al Chelsea Hotel di Manhattan, gli artisti, veri o presunti tali, ci arrivavano con la certezza di trovare un ambiente stimolante, e soprattutto in grado di tollerare ogni eccesso. Tra questi, Patti Smith e Robert Mapplethorpe vi soggiornarono per anni, Andy Warhol lo scelse come location di alcuni film, Arthur Miller trovò ispirazione per i suoi romanzi, e Janis Joplin visse una breve storia d’amore con Leonard Cohen, da quest’ultimo tramutata in canzone. Il poeta Dylan Thomas ci morì pure dopo aver bevuto 18 bicchieri di whiskey nella stanza 205,  durante un poetry-reading tour.

Ora la mostra Stories from the Rooms ricorda quella splendida irripetibile stagione del Chelsea. Per chi nel miracolo dell’arte che sopperisce alla pochezza della realtà ci crede ancora.

Anita! Soon this Chelsea Hotel
Will vanish before the city’s merchant greed,
Wreckers will wreck it, and in its stead
More lofty walls will swell

This old street’s populace. Then who will know
About its ancient grandeur, marble stairs,
Its paintings, onyx-mantels, courts, the heirs
Of a time now long ago? 

 Edgar Lee Masters, The Hotel Chelsea

PATTI SMITH by NORMAN SEEFF patti Smith & Robert Mapplethorpe, New York, 1969 - Wall of Sound Gallery - Fine Art Music Photography

Norman Seeff, Patti Smith e Robert Mapplethorpe

Chelsea hotel, New York

Getty Images, Veduta del Chelsea Hotel

Una stanza del Chelsea Hotel di New York

Getty Images, una stanza del Chelsea Hotel

Trevi, che Dio ti abbia in gloria

Premio Strega 2021, c'è il primo titolo in gara: «Due vite» di Emanuele Trevi- Corriere.it

Su la Lettura dell’8 agosto, Emanuele Trevi spiega perché non è possibile fare a meno della buona letteratura. Secondo me, se almeno un bipede con un minimo di testa pensante comprerà un libro dopo aver letto l’excursus di Trevi, il Nostro avrà reso un buon servizio all’umanità.

L’ultima cosa da esigere dai profeti, dai futurologi, dagli analisti delle tecnologie e delle tendenze, è che azzecchino le loro previsioni, fauste o infauste che siano. Sarebbe sleale: come pretendere dalla cartomante di ridarci indietro i soldi perché non abbiamo trovato l’anima gemella. Che doveva dirci, che saremmo marciti nella solitudine e nella tristezza? Il fatto è che speculare sul futuro è un’arte, come la danza o la ceramica, e come tutte le arti non serve a nulla di concreto. E poi, la fede è contagiosa. Crea delle certezze che si ergono come fari sulle pericolose scogliere della vita. Qualunque cosa dicano, bisogna onorare gli indovini. Ognuno, poi, ha le sue profezie preferite. Dipende dalle cose con cui si ha a che fare nella vita, dagli interessi che si nutrono.

La mia gioventù di aspirante scrittore è stata profondamente suggestionata dalla “morte dei libri”, annunciata come imminente fin dalla fine degli anni Ottanta. Niente a che vedere con temi opinabili e accademici come “la morte dell’arte” o “la morte del romanzo”, che nella loro astrattezza possono scivolarti addosso per tutta la vita senza consumarti un solo neurone. Ma quella della morte dei libri, intesi come oggetti concreti appartenenti alla nobile razza dei parallelepipedi, si affacciò alla coscienza collettiva come un fatto concreto, e quasi sembrò possibile segnarne la data sul calendario, come si fa con la prossima Pasqua.

Certo, la storia avrebbe invitato a usare una certa prudenza, visti tutti gli episodi di roghi di migliaia di volumi e intere biblioteche che si erano succeduti nel corso dei secoli, dall’antica Cina alla Germania nazista, lasciando sempre ai libri la maniera di sopravvivere in un modo o nell’altro. Ma i tiranni sono stupidi, la tecnologia molto meno. E le sentenze tecnologiche sono inesorabili, confinano innumerevoli oggetti nel regno dei ricordi e dei negozi di antiquariato. Conoscevo gente pronta a giurarci, con gli occhi spiritati: entro il 2020 – se non prima! – non si sarebbe più stampato un libro. Si stampavano addirittura libri per dimostrare, con tutti i convincenti argomenti della moderna futurologia, che non si sarebbero più stampati i libri. E già fioccavano, in tutto il mondo civile, i necrologi.

Interrompo la scrittura di questo articolo per fare un po’ il giornalista. Vale a dire, senza nemmeno scomodare il nobile concetto di “empirismo”, che mi guardo intorno. È il pomeriggio di sabato 31 luglio 2021, e sono salito sul Frecciargento che va da Genova a Roma alla stazione di Campiglia. C’è poca gente nella mia carrozza, diciamo una ventina di persone: tutti comodi e al fresco, sfrecciamo (si spera fino all’arrivo) in una campagna torrida e arsa, gialla come un Van Gogh. Una parte abbastanza consistente di queste persone ha un libro in mano: diciamo sei su venti, calcolando anche me. Fingendo di andare alla toilette, sbircio i titoli: c’è una signora che legge l’ultimo Manzini, un’altra Yoga di Carrère, mentre quello che ha l’aria di essere suo marito è immerso in una monografia di Alessandro Barbero su Carlo Magno. Che una monaca legga la Bibbia non fa notizia, immagino, ma si tratta pur sempre del primo libro che Gutenberg stampò; un tipo dall’aria britannica ha in mano un’edizione Penguin delle Pietre di Venezia di John Ruskin e stupidamente mi chiedo se non abbia sbagliato treno. Qualcuno potrebbe obiettare che siamo in prima classe, tipico mezzo di trasporto delle élite plutocratiche e della sinistra al caviale mentre il popolo (dalla carrozza quattro alla dieci) sta attaccato allo smartphone aggiornando i profili social e consultando siti no vax e cospirazionisti. Ma non è affatto così. Dove c’è più gente, nelle nostre società occidentali, ci sono in proporzione più libri. Non troppi, ma nemmeno nessuno. Non ci saranno mai insomma, né in prima né in seconda classe, dodici o quindici lettori su venti, ma ce ne sono abbastanza da far sì che i libri siano ancora un buon affare, o che la morte di un uomo come Roberto Calasso sia considerata degna della prima pagina dei giornali“.

Emanuele Trevi

Sesso amore e partecipazione

Nan Goldin: The Ballad of Sexual Dependency – LoosenArt

Nan Goldin: non solo artista acclamata ma anche guerriera tanto coraggiosa da sfidare la famiglia Sackler, principale produttrice dell’OxyContin, il farmaco oppioide che ha causato dipendenza su larga scala in tutta l’America. Del resto, chi se non lei? Dopo essersi interessata alla New York underground degli anni ’70 e ’80, ha spostato l’attenzione sulle vittime dell’Aids e ha inserito quegli scatti nell’installazione The ballad of Sexual Dependency, accanto a foto di amore, sesso e violenze domestiche. Più di recente, nella mostra Memory Lost, ha ripercorso scene di vita quotidiana in correlazione alla dipendenza da droghe, aggiungendo fotografie scattate alla scrittrice trans Thora Siemsen (ultima foto in basso), ripresa seminuda in momenti di intimità durante la pandemia.

Ma tornando alla Goldin engagée, se i ritratti di drag queen e altri membri della community LGBTQIA possono non piacere, ciò non toglie che sarebbe il caso di augurarsi che il gruppo P.A.I.N. (Prescription Addiction Intervetion Now) da lei creato per boicottare musei e fondazioni che ricevono fondi da compagnie farmaceutiche discutibili come quella succitata, riesca ad  arginare le incongruenze di una parte del mondo artistico che invece di vendere solo suggestioni, indirettamente vende pure la morte.

Sesso, HIV e morte: Nan Goldin fotografa la vita senza filtri | Pagina 2 di 2 | Darlin Magazine

6 Nan Goldin - Gotscho kissing Gilles (1993)

Nan Goldin | Mudam

Nan Goldin | TheGuide.Art

Una foto per abbattere i tabù

 

Miron Zownir | Tales from the Other Side | 04-28 Oct 2017 | Rome Art Week

Il fotografo tedesco Miron Zownir (suoi tutti gli scatti del post) è in libreria con Tenebre su Kreuzberg, un noir ambientato a Berlino. Nick, il protagonista, s’aggira di notte nell’ex zona Ovest alla ricerca di scatti suggestivi; odia tutto e tutti e beve senza ritegno. Una sera, nel bagno del suo pub preferito, guardandosi allo specchio si scopre ferito dalle schegge di un bicchiere scagliato contro il muro. Gesto autolesionista o tentato omicidio? Quando si risveglia, in un ospedale psichiatrico, cerca l’aiuto del padre, il detective Berger, che però è anaffettivo e perso dietro le sue perversioni sessuali.

In qualità di fotografo, Zownir ha sempre avuto una predilezione per la realtà underground che ha riportato in superficie attraverso scatti in bianco e nero che non temono di scioccare l’osservatore. Dunque via libera ai punk di Berlino e di Londra, ai gay, alle prostitute, ai tossicodipendenti, senza dimenticare homeless e moribondi.

Ora, benché Tenebre su Kreuzberg non manchi di poesia, indulge in dettagli crudi e spirali di degrado che possono risultare disturbanti; tuttavia, sarebbe importante che le persone che si percepiscono normali, trovassero il coraggio di guardare in faccia i freak di Zownir. Per affrancarsi dal ruolo di emuli di don Abbondio, e capire che la realtà non è un lavoro da impiegato e un geranio sul davanzale.

Il teatro di Miron Zownir (Foto) - Internazionale

NYC RIP - Interview with Miron Zownir | LensCulture

Photos of Berlin's freaks and fringe outsiders over 30 years | Dazed

Valérie Perrin: 6,5 per Tre

Amicizia, amore e ricerca della propria identità in “Tre”, nuovo libro di Valérie Perrin – ilLibraio.it

A inizio articolo neppure il temibile Antonio D’Orrico sapeva risolversi ma poi, nella sua pagella, ha contrassegnato Tre di Valérie Perrin con un sei e mezzo che, leggendo tra le righe, suona più che altro come un omaggio a una scrittrice che per converso l’ha molto entusiasmato col libro precedente, quel Cambiare l’acqua ai fiori di cui, grazie a un inesausto passaparola, si continua a parlare nonostante sia uscito a luglio del 2019. Ora, a meno che D’Orrico non sia rimasto vittima di un colpo di sole, come può giustificare la piena sufficienza, portando all’attenzione dei suoi lettori un periodo come questo?

Lui si era riportato all’altezza della sua faccia, la sua bocca sapeva di sesso umido. Nina aveva desiderato scappare di corsa, tornare a essere una bambina di sette anni non più alta di una staccionata“.

E come se non bastasse, ha ritenuto degna di nota una frase che a me non sembra inedita: “La verità è volgare“; ma anche ammesso che lo sia, sarà di certo materiale di risulta perché della verità si è già detto tutto e il contrario di tutto e definire volgare la verità non mi sembra un concetto particolarmente illuminato. Per fortuna D’Orrico conclude l’articolo con un voltafaccia che lo riabilita: “Voto sei e mezzo di circostanza (lo so che suona come “Sentite condoglianze”, infatti ho il cuore scuro scuro).

***

Per dimenticare tanta pochezza a cui arride però un immenso successo commerciale (questa settimana Tre è al primo posto dei libri più venduti, mentre Cambiare l’acqua ai fiori è al settimo), una pagina di Pia Pera che merita d’essere letta e riletta.

Non sono più la stessa persona. Alla diversa andatura, alla lentezza nel camminare, la circospezione con cui procedo di passo in passo, la cautela con cui considero se valga davvero la pena di muoversi o no, corrisponde una percezione nuova del mondo. Credo che adesso non proverei più lo stesso stupore misto a diffidenza di fronte alle opere di un’artista scandinava che, anni fa, venne a trovarmi nel mio podere. Mentre passeggiavamo, non faceva che chinarsi per raccattare frutti rinsecchiti, foglie appassite, baccelli anneriti dalle intemperie. Bah! avevo pensato tra me, al giorno d’oggi qualsiasi gesto passa per arte. L’avevo lasciata fare, per nulla convinta in cuor mio della qualità o anche solo del senso del suo lavoro. E del tutto indifferente alle sue «ruberie»; dopotutto, quello che raccattava era spazzatura: frutti marci, fiori sfatti, qualsiasi cosa non avesse più corso, uso di mondo.

C’è voluto tempo per cominciare a capire. Non immaginavo tuttavia che, ben presto, mi sarei percepita anch’io come quelle povere cose raccattate, al punto d’incontro tra due energie: conservazione e distruzione. Organismi in decadenza, in bilico tra essere e non essere. Chissà che un momento prima di venir meno non si manifestino, con intensità forse acuita, se non vera e propria bellezza, un pathos, un’espressività insospettati. Quasi che, rendendo l’anima a Dio, le cose sprigionassero, per un attimo e quell’attimo soltanto, una qualità che passa inosservata quando il corpo, godendo perfetta salute, è troppo turgido, troppo opaco, troppo spesso. Troppo materiale.

Adesso che mi sento come uno di quegli scarti, provo una serenità diversa, una serenità per la prima volta vera e profonda. Sprigiona adesso che il corpo ha perso un poco del suo spessore.

La leggerezza interiore nasce forse dal sentirmi libera dalla zavorra terribile del futuro, indifferente al cruccio del passato. Immersa nell’attimo presente, come prima mai era accaduto, faccio finalmente parte del giardino, di quel mondo fluttuante di trasformazioni continue“.

Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto

Brooke: 34 anni beautiful

Katherine Kelly Lang: I trent'anni di Beautiful e di Brooke Logan | TvZoom

4 giugno 1990: in Italia si dà il via a una delle serie più longeve della tv, Beautiful. Sono passati 34 anni e l’attrice Katherine Kelly Lang, che ne ha appena compiuti 60, non ha alcuna intenzione di rinunciare al ruolo che le ha dato fama e ricchezza, quello di Brooke Logan. A conti fatti ha trascorso più della metà della sua vita sul set. Qualcuno sospetta che la bella Katherine non riesca più a scindersi dal personaggio che le è toccato in sorte, una donna sopra le righe che non ha mai colpa di ciò che le accade, incline a non andare tanto per il sottile in fatto di amanti: prima un fratello, poi l’altro, e poi ancora il padre di quelli senza disdegnare il marito della figlia, giusto per annoverare coloro, che del vasto carnet, hanno maggiormente scandalizzato il pubblico. Non a caso la sua acerrima nemica Stephanie Forrester, matriarca del clan omonimo, l’apostrofava senza pietà “slut from the valley”, salvo poi perdonarle tutto in punto di morte.

In Beautiful è tutto così eccessivo da diventare inverosimile (non mancano morti e resurrezioni), ma si tratta di finzione e va bene così. Diverso il discorso per la sacerdotessa delle performance, Marina Abramović della quale il MAXXI ripropone Rhythm 0, realizzata a Napoli nel ’74 e considerata il suo evento più pericoloso. Indicative in tal senso le istruzioni per il pubblico: “Ci sono 72 oggetti sul tavolo che possono essere usati su di me nel modo in cui desiderate, io sono l’oggetto, mi assumo la responsabilità di quello che faccio, durata sei ore”. Come ha ricordato la stessa  Abramović in un’intervista a Vanity Fair, sul tavolo c’erano delle lamette e una pistola che qualcuno non esitò a puntarle contro, e anche se inizialmente tutto filò liscio, man mano il pubblico si fece prendere la mano, tagliandole vestiti e lembi di pelle fino a ridurla a “un pupazzo coperto di sangue”. Per dire che la realtà supera sempre la fantasia.

Marina Abramović

Marina Abramović

Anche la peggiore letteratura erotica merita un premio

Un'insperata pubblicità". Erri De Luca vince il "Bad Sex in Fiction Award"

Ogni anno vengono assegnati dalla Literary Review i Bad Sex in Fiction Award, riconoscimenti volti a dileggiare la peggiore scena di sesso in un libro. Ora, scrivere una pagina che possa fregiarsi dell’aggettivo erotica è difficile almeno quanto scrivere una poesia, e se le cinquanta sfumature rosse, grigie e nere hanno avuto tanto successo è solo perché la gente non capisce ciò che legge, e trova stimolanti scene che in realtà sono sciatte e noiose. Spiace sottolinearlo, ma riconoscere la magnificenza in un qualsivoglia ambito artistico resta prerogativa di una ristretta cerchia di eletti.

A seguire una pagina che potrebbe fare scuola perché combina felicemente l’eccesso di erotismo all’eleganza narrativa, e nulla condivide con la compiaciuta scabrosità di un Philip Roth o con le insistite brutalità di un Henry Miller. Chiude il post una pagina di Erri De Luca (sì, proprio lui) che nel 2016 si aggiudicò il tutt’altro che ambito riconoscimento.

Il sogno che ha appena fatto, e che avrebbe dovuto colmarlo di disgusto, di odio, gli provoca un’eccitazione inaspettata, intensa, al punto che si afferra il sesso con la mano, lo stringe e si gira, appoggiato contro la testiera, a guardare Gina che ora, in carne e ossa, si è spogliata davanti allo specchio per lavarsi. Gina sente il suo sguardo e, assonnata, attraverso lo specchio proprio come nel sogno, gli sorride. Bianco fa ancora in tempo a distinguere dentro di sé come due corsi d’acqua che stanno per unirsi e confondersi, le ondate d’odio e di desiderio che lo travolgono impetuose, e cerca di continuare a fissare Gina con uno sguardo neutro, lungo, senza preminenze né interrogativi, ma Gina capisce e, posando sul lavabo la brocca che ha cominciato a inclinare sulla bacinella, raggiunge il letto e si distende sul ventre.

Le natiche si gonfiano, scure ed elastiche, lisce, mentre la peluria finissima, sulla parte posteriore delle cosce, si rizza lenta e minuta. Con la faccia schiacciata contro le righe bianche e verdi del copriletto, Gina alza lo sguardo e vede che Bianco tiene gli occhi fissi sulle sue natiche. Un sorriso grave, che comincia beffardo ma finisce per mescolarsi a reminiscenze sognanti e dolorose, le spunta negli occhi più che sulle labbra. “Il mio culo” dice Gina, calcando ogni sillaba in un tono di stupore seccato, di rimprovero, considerando impensabile che quella parte del suo corpo per lei remota, indifferente, quasi straniera, possa esercitare su Bianco un tale fascino, ma subito, quasi suo malgrado, socchiude gli occhi e comincia a respirare affannosa e a muovere la lingua, frenetica, dentro la bocca, sì che la punta rosata, che a volte fa capolino, fugace, all’esterno, le gonfia e le sgonfia le guance, mentre il ventre, schiacciato contro le righe bianche e verdi del copriletto, comincia a compiere un movimento circolare che si propaga al resto del corpo e soprattutto alle natiche tonde e lustre.

Bianco scende dal letto e si spoglia. All’odio, al desiderio si aggiunge ora il terrore, la convinzione che il desiderio di Gina sia indipendente, autonomo dal suo, come un’ondulazione che viene più da lontano di tutti i propositi, tutti i sentimenti e tutte le determinazioni. La prende per le spalle e la fa voltare sulla schiena. Una striscia di peluria, verticale, parte dall’ombelico di Gina e le attraversa il ventre formando con il triangolo del pube una freccia nera che sembra indicare, inequivocabile, la strada per l’abisso rosato. Bianco entra dentro di lei. Atterrito, si lascia cadere sul corpo che si agita, forma palpitante e casuale, obbedendo alle sole leggi delle sue trasformazioni, dei suoi appetiti chimici, dei suoi tessuti avidi e dei suoi umori, materia accalcata in gangli, nervi, pelle, sangue fumante, e di nuovo si sente vinto, senza alcuna voglia di essere vivo né di ricominciare, soffio imprigionato nelle grinfie escrementizie del secondario, finché, cancellando anche il disgusto e le esitazioni, trascinandolo per un tempo incalcolabile lungo un corridoio buio, sopraggiunge l’orgasmo, l’improvvisa pioggia di sperma che libera, feconda e perpetua”.

Juan José Saer, L’occasione

“Premette sui miei fianchi, un ordine che mi spingeva dentro. Entrai. Non solo il sesso, io entrai dentro di lei, nelle sue viscere, nel suo buio a occhi spalancati senza vedere niente. Tutto il corpo era sceso nel sesso. Entrai con la sua spinta e restai fermo. Mentre mi abituavo alla quiete, al battito del sangue tra le orecchie e il naso, mi spinse un poco fuori e poi di nuovo dentro. Lo fece e lo rifece, mi teneva con forza e mi spostava a ritmo di risacca. Agitò i seni sotto le mie mani, aumentò le spinte. Entravo fino all’inguine e uscivo quasi tutto, il mio corpo era un suo ingranaggio”.

Erri De Luca, Il giorno prima della felicità

in foto Erri De Luca