Berlusconi rinuncia al Quirinale

Quirinale, ex spin doctor di Berlusconi: "Silvio non farti umiliare in Aula, rinuncia"

Scampato pericolo.

Sono davvero grato, dal profondo del cuore, alle molte migliaia di italiane e italiani che, in questi giorni, mi hanno manifestato affetto, sostegno e incoraggiamento da quando il mio nome è stato indicato per la Presidenza della Repubblica. Sono grato in particolare alle forze politiche del centro-destra che hanno voluto formulare la mia candidatura, ai tanti parlamentari di tutti gli schieramenti che hanno espresso il loro appoggio e il loro consenso, agli importanti esponenti politici stranieri, in particolare ai vertici del Partito Popolare Europeo, che si sono pronunciati a favore di questa proposta. Dopo innumerevoli incontri con parlamentari e delegati regionali, anche e soprattutto appartenenti a schieramenti diversi della coalizione di centro-destra, ho verificato l’esistenza di numeri sufficienti per l’elezione. È  un’indicazione che mi ha onorato e commosso: la presidenza della Repubblica è la più Alta carica delle nostre istituzioni, rappresenta l’Unità della Nazione, del Paese che amo e al servizio del quale mi sono posto da trent’anni, con tutte le mie energie, le mie capacità, le mie competenze“. Silvio Berlusconi

Nude look, paillettes e mini per dire addio alla pandemia

La Storia di Yves Saint-Laurent | Wordrobe

Cambio di rotta nel settore della moda: dopo mesi e mesi (ormai chi li conta più) di smart working e restrizioni d’ogni sorta, è arrivato il momento di cestinare abiti casual e minimalisti e vestirsi di capi dai colori accesi, con o senza paillettes e, per chi non teme di osare, abiti nude look. A ispirare gli stilisti sono soprattutto le tonalità del verde, del giallo, del rosa e del viola, quest’ultimo declinato nella nuance Very Peri (restiamo in attesa di traduzione), colore Pantone 2022. Proprio perché i mesi che ci stiamo lasciando alla spalle sono stati pessimi, c’è tanta voglia di body positivity che, lontana dalle regole del buon gusto, si esprime attraverso vestiti che coprono pochissimo il corpo. Infine, grande rispolvero della mini con ombelico in vista. Oops, they did it again!

P.S. Derubati di una sezione di tempo che ci era stata data in sorte, e potendo vivere solo del presente, che male fa un pizzico di follia? I miei armadi, però, sono già in rivolta, anche se sostanzialmente mi guardano con commiserazione. Sanno che con la moda non riesco a essere funambolica. E del Very Peri non sono gelosi.

Paris Fashion Week PE 2022: i look più belli dalle sfilate | Vogue Italia

Moda primavera estate 2022: tendenze dalle sfilate Foto 9 | Amica

I figli che non voglio

l'intemerata di simonetta sciandivasci: 'posso permettermi di fare un figlio, ma non lo faccio' - Cronache

I figli che non voglio è un pezzo di Simonetta Sciandivasci pubblicato su lo Specchio de La Stampa domenica scorsa. Ovviamente il titolo, che da solo è una dichiarazione di guerra ai bigotti nostrani e a quelli che “il Papa ha detto che avere un figlio è sempre un rischio, ma lo è di più negare la paternità e la maternità“, ha suscitato delle levate di scudi, ma neanche tante. (Che i bigotti siano in via di estinzione?)

Intervistata da Daria Bignardi, l’autrice ha dichiarato:

Devo dire che, diversamente da quello che mi aspettavo, i commenti aggressivi sono stati pochi. C’è stato piuttosto un coro di grazie. Alcune donne invece si sono sentite mal rappresentate e i maschi che magari condividevano anche ciò che avevo scritto, criticavano il mio modo di scrivere perché avrei dovuto avere un tono sommesso. Non siamo incattivite, è semplicemente un altro modo di stare al mondo. Mia madre solo adesso si permette di dirmi che se non mi avesse avuto, avrebbe avuto comunque una vita felice. Non veniamo più educate in quel modo e lo puoi anche raccontare con un sorriso ma dà fastidio. Però se il mio paese mi permettesse di adottare un bambino bisognoso, da single, sicuramente lo adotterei“. Fate tutti un gran parlare di libero arbitrio, ma dovete convenire che certi retaggi culturali sono dei veri e propri cappi al collo, e dunque ascoltatele queste voci fuori dal coro perché stanno raccontando la verità. Per imbarazzante e riprovevole che sia.

L’incipit dell’articolo di Sciandivasci:

Caro Istat, ti scrivo perché non rientro nei tuoi grandi numeri. Precisamente, da quanto mi risulta ti risulti, sto in un misero cinque per cento. Una florida e talvolta felice minoranza di donne che non fanno figli perché non vogliono. E non perché non possono permetterselo, o perché sono sfiduciate, spente, nichiliste, sole, ciniche. Pensavo fossimo di più, ma non sottovaluterei il 5“.

Foto: Simonetta Sciandivasci

Le streghe di Scozia hanno avuto giustizia

Over 3,000 witches executed three centuries ago in Scotland to be pardoned - Fresno 24 English

Riconsiderare la storia con occhio critico è sempre una mossa apprezzabile, soprattutto quando a farlo sono i discendenti di coloro che, per ignoranza e superstizione, hanno compiuti atti esecrabili.

In Scozia la caccia alle streghe iniziò nel 1590, e portò alla condanna di 3800 persone, delle quali l’84 per cento donne: accusate di praticare stregoneria e occultismo, le streghe subivano torture e processi sommari prima di finire sul rogo. Era quanto prevedeva il Witchcraft Act che ora la Scozia riconosce come crudele e ingiustificabile, e per questo motivo ha portato in Parlamento un disegno di legge che possa riabilitare le vittime, con il sostegno del premier Nicola Sturgeon. Di quelle donne poverissime ed emarginate si sarebbero persi per sempre i nomi se le Witches of Scotland, un gruppo formato da storiche e da femministe, non li avesse ripescati dagli archivi, verrebbe da dire dall’oblìo. Il fine è quello di risarcire moralmente le vittime, loro malgrado protagoniste di una sceneggiatura horror che non prese mai in considerazione la presunzione di innocenza. Nutro un profondo scetticismo riguardo agli esseri umani. Spesso lo dico a chiare lettere. In questo caso a denti stretti.

“Che cosa indossavi?” (Le ragazze in piazza Duomo banali piumini)

Gallery: Eagle photographer Laura McKenzie's favorite photos of 2019 | Gallery | theeagle.com

Amanda Nguyen, 25 anni, nominata per il Premio Nobel per la Pace nel 2019, è stata la promotrice della legge sui diritti delle vittime di violenze sessuali, legge che tiene conto di molti elementi chiave tra i quali la conservazione delle prove del crimine. (La stessa Nguyen fu violentata quando studiava ad Harvard, ma il suo kit antistupro andò distrutto). Ora a New York l’attivista ha dato vita alla mostra What Were You Wearing (“Che cosa indossavi?”) in cui sono esposti i suoi abiti e quelli di altre donne al momento della violenza.

Solo in caso di violenza sono le vittime a doversi difendere rispondendo a domande come quella che dà il titolo alla mostra – spiega Amanda Nguyen. “La cultura in cui nasce lo stupro, che sposta sulle vittime la responsabilità di ciò che accade loro, è molto pervasiva. Far ricadere la colpa sulle vittime serve anche a sminuire il fenomeno così da non doverlo affrontare davvero. L’arte aiuta a costruire empatia”.

Secondo i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 35 per cento delle donne, ovvero un miliardo e mezzo di persone all’incirca, ha subito violenze sessuali. Quello che è accaduto in piazza Duomo la notte di Capodanno dovrebbe indurre chi di dovere a considerare seriamente l’inasprimento delle pene. Anche per i minori.

Prof da 20 anni ma senza laurea. Comunque brava

La vicenda della professoressa cinquantenne originaria del varesotto – ora oggetto di indagini preliminari perché non laureata – non dovrebbe sorprendere più di tanto, giacché si può essere ottimi insegnanti senza aver conseguito il titolo accademico. È un luogo comune quello che vede nel laureato una persona sicuramente preparata: se è vero che l’esperienza aiuta, e dunque anche il più asino tra i professori col tempo migliora, è anche vero che chi la laurea la ottiene grazie alle raccomandazioni o accumulando esami col minimo sindacale, tutto quello che avrà da offrire è l’abc della materia che pretende di insegnare. Ora, la signora in questione dovrà pagare per il reato di truffa e atto falso, ma non meravigliamoci se gli studenti la rimpiangeranno, perché come dicono i suoi stessi colleghi “era brava e in gamba”. Comunque, al riparo da speculazioni temerarie in un senso o nell’altro, l’augurio migliore che possiamo fare a uno studente è che un giorno possa convenire con queste parole:

Ho voluto bene ad alcuni miei maestri, mi sono stati cari quei rapporti stranamente intimi e stranamente evasivi che si stabiliscono tra insegnante e alunno, e le Sirene che cantano in fondo a una voce chioccia quando vi rivela per la prima volta un capolavoro o vi palesa un’idea nuova: il più grande seduttore, in fin dei conti, non è Alcibiade, è Socrate“.

Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano

MENICURE: fuori le unghie, uomini!

Achille Lauro smalto

Achille Lauro

Se è vero che la lotta agli stereotipi è anche una questione di unghie laccate, allora lasciamo che i maschi – tutti i maschi -, compresi quelli che su un palco non ci salgono, si concedano la menicure che più desiderano. Solo non consideriamoli dei rivoluzionari giacché David Bowie e altri, già negli anni Settanta, e poi i dark un decennio dopo, sono stati gli antesignani nell’uso dello smalto e del trucco come forma di decostruzione degli stereotipi di genere, già allora recepiti come soffocanti. Tuttavia furono i Novanta a sdoganare definitivamente lo smalto da uomo, grazie a un uso diffusivo tra rockstar e personaggi metrosexual come David Beckham. Quindi i maschi contemporanei, più che innovatori, sono solo persone che vogliono sentirsi libere di rivendicare per sé quel tocco glam da sempre prerogativa delle donne.

David Bowie smalto

David Bowie

A$AP Rocky smalto

A$AP Rocky

Manicure uomo, tendenze e smalto per gli uomini | GQ Italia

Damiano dei Maneskin

Lo smalto per uomini diventa punk e ribelle. E non è più un tabù - Style

E chi più ne ha più ne metta…

Emily In Paris, la commedia degli stereotipi

Emily in Paris ministro ucraino critica la serie

Premettendo che Darren Star – proprio quello che ha firmato una serie gloriosa come Sex and The City – con Emily in Paris ha fatto un bel pasticcio, ora si è guadagnato pure le note di biasimo del ministro della Cultura ucraino Oleksandr Tkachenko che ha ravvisato nel personaggio di Petra, originaria di Kiev, uno stereotipo “offensivo e inaccettabile”. In particolare non gli è andata giù la scena in cui Petra, facendo spese in un negozio, mostra di non avere gusto estetico, ruba dei vestiti e scappa. A quel punto la protagonista, Emily Cooper, americana di 28 anni che da Chicago si è trasferita nella capitale francese per un’opportunità di lavoro, la rimprovera e porta indietro i vestiti per pagarli. In realtà non è la prima volta che la serie riceve delle critiche in tal senso, dal momento che non risparmia i parigini, restituiti come cattivi, pigri, ritardatari e sporchi e neppure gli inglesi che, manco a dirlo, bevono birra. (Il gelataio, invece, è italiano). Personalmente non me la sento di condannare Darren Star, giacché anche i primi della classe possono fare uno scivolone; piuttosto condivido la posizione della produttrice cinematografica ucraina Natalka Yakymovych che ha criticato Tkachenko dicendo: “Quindi in una serie tv i personaggi negativi possono essere tutto tranne che ucraini? Ovviamente tutti noi vorremmo che fossero russi, ma non sempre si ottiene ciò che si vuole”. A ognuno i suoi cliché, bisogna convenirne. Però a me la Parigi da cartolina, che fa da sfondo alle avventure di Emily, piace tanto.

Emily in Paris tutti i luoghi di Parigi dove hanno girato la serie

La Maison Rose, in Rue de l’Abreuvoir, una delle strade più instagrammate di Parigi.

Le Grand Vefour Parigi

Le Grand Vefour, ristorante stellato inaugurato nel 1784, famoso per i bellissimi specchi, e amato da Napoleone I, Victor Hugo, Colette e Jean Cocteau.

Emily in Paris tutti i luoghi di Parigi dove hanno girato la serie

Hotel Plaza Athénée, con vista sulla Torre Eiffel. Qui ha soggiornato anche Carrie di Sex and The City.

Emily in Paris tutti i luoghi di Parigi dove hanno girato la serie

Café de Flor,  sulla rive gauche, famoso per i clienti celebri del passato – Picasso, André Derain, León-Paul Farge, Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir.

Quanto vale una sposa bambina afghana? 2000 dollari

Una sposa di 8 anni - Il blog di Sabino Paciolla

In Afghanistan il prezzo medio di una bambina data in sposa è di duemila dollari. Prassi consolidata in un paese in cui la metà della popolazione è povera, le figlie diventano merce di scambio anche se hanno l’età in cui dovrebbero frequentare le elementari. Gli uomini non si fermano neppure davanti alla circostanza, fattuale, che le bambine non potrebbero avere rapporti sessuali né, appena adolescenti, diventare madri. Non è difficile immaginare l’orrore a cui vengono sottoposte.

Le nozze forzate non sono tutte uguali; ad esempio, nella cultura pashtun, il baad prevede che una ragazza venga data a un’altra famiglia per riparare a un torto subito; sarebbe vietato per legge, ma in una società visceralmente maschilista come quella afghana, una cosa sono le leggi, un’altra i retaggi culturali, per cui l’applicazione della norma viene puntualmente disattesa senza che nessuno alzi un dito.

A dicembre i talebani hanno emesso un decreto che vieta i matrimoni precoci giacché “nessuno può costringere una donna a sposarsi con la coercizione o la pressione”. Credibili? neanche un po’. Continueranno a essere i soliti implacabili aguzzini, ma ora che mirano alla sblocco dei fondi, amano mostrarsi moderati per ottenere il riconoscimento internazionale.

Pillon: “Non si potrebbe avere tra i co-presentatori un normale papà?”

Drusilla Foer a Sanremo 2022, Pillon: «Non si potrebbe chiamare sul palco un papà?»- Corriere.it

La scelta “inclusiva” di Sanremo non è piaciuta al senatore leghista Simone Pillon che, dopo l’annuncio delle cinque co-conduttrici del Festival, ha inveito contro Amadeus per la presenza di Drusilla Foer, esprimendo il suo livore in questi termini: “Com’era ampiamente prevedibile, al festival di Sanremo sempre più LGBT è stata assegnata la quota gender-inclusive già nella fase di scelta dei conduttori“. E ancora: “Una domanda: ma sempre in rispetto delle quote, non si potrebbe avere tra i co-presentatori un normale papà (uno eh, non due), e magari di ispirazione conservatrice? Sarebbe un bel segnale, se non altro a tutela delle specie a rischio estinzione televisiva“.

Questa sì che è una polemica sterile. Sanremo è un carrozzone che pensa solo a far cassa e, se può rifarsi il look, perché dovrebbe perdere l’occasione di apparire politicamente corretto grazie alla “quota gender-inclusive”? Piuttosto, è irritante da parte della Rai la scelta insistita di Amadeus che nelle due precedenti edizioni ha dato spazio a personaggi che non avrebbero meritato neppure la ribalta della sagra della polpetta, per tacere di certi superospiti, ignoti persino a Google, che intervallavano i 36 cantanti in gara, col risultato di allontanare un milione di spettatori a puntata, stremati dalle lungaggini dello spettacolo.

Sbaglia Pillon a stigmatizzare la scelta poco ortodossa di Amadeus, ma sbagliano anche gli italiani che non riescono a fare a meno della kermesse sanremese da più di 70 anni. Siamo un paese di vecchi, diciamocelo.