Edgar Morin: non c’è un vero dibattito sui vaccini

Edgar Morin

Siamo arrivati all’impossibilità di instaurare un dialogo, perché il vaccino si mostra come una specie di dogma; è accaduto nel momento in cui ci siamo resi conto che due dosi non sono riuscite a immunizzarci completamente, e allora c’è chi si chiede il perché della terza dose, ora che sappiamo che anche se siamo vaccinati possiamo contagiare gli altri. È una domanda, ma anziché discuterne, si ingaggiano lotte a base di statistiche contraddittorie, ognuna delle quali, tuttavia, è ben orientata; di conseguenza prende piede la radicalizzazione, perché non c’è stato un vero dibattito democratico sulla questione dei vaccini. Penso che anche in questo caso ci sia un problema: esiste una minoranza di biologi e di medici che contesta il vaccino, e li si considera dei complottisti“.

Così Edgar Morin, cento anni, nell’intervista di Maurizio Molinari in cui non ha mancato di sottolineare, tra le altre cose, la necessità di insegnare ai giovani il senso critico, indispensabile per fermare l’avanzata dei populismi e le politiche di consumo.

Ma per insegnare ai giovani il senso critico, dovremmo trovare dei maestri, nel senso più prezioso dell’espressione. Questo lo dico io, ma presumo che Morin concorderebbe.

Sul malgoverno della pandemia

Il 2020 l'anno della pandemia,da Wuhan al vaccino - Biotech - ANSA.it

La notte delle ninfee, l’ultimo libro di Luca Ricolfi, uscito all’inizio di quest’anno, quando il governo Conte era ancora in carica, ha per oggetto il malgoverno della pandemia ed elenca, descrivendoli, i danni causati dalla superficialità di chi doveva salvaguardare la salute pubblica e l’economia nazionale. Dati alla mano, e avendo ben presente l’incapacità della classe dirigente, l’autore conclude che “nessuno sarà chiamato a rispondere delle sue azioni, né ora né mai“, e lo fa con l’amarezza tipica di chi ama il proprio Paese.

Ricolfi affida all’introduzione del libro una breve ricapitolazione dei fatti, e scrive:

Poi, verso metà novembre, è successo qualcosa. Qualcosa che mi ha fatto cambiare idea. Erano i giorni in cui le regioni ballavano la danza dei tre colori, quei giallo/arancione/rosso che corrispondono ai livelli di allerta della Protezione civile. Tutti avevamo capito che la seconda ondata era arrivata, e ci stava travolgendoIo non ne ero stupito. Del rischio di una ripresa dell’epidemia avevo parlato fin da maggio, durante il periodo delle riaperture, quando con Andrea Crisanti lanciammo l’appello (inascoltato) per aumentare al più presto il numero di tamponi. (…)

Che le cose si stessero mettendo per il verso sbagliato, a giugno poteva non essere chiaro a chi non fa lo statistico di professione, tanto più se è un politico. Ma da agosto in poi le cose erano diventate chiarissime, perché tutti gli indicatori ricavabili dai dati della Protezione civile segnalavano un sensibile rialzo della temperatura dell’epidemia. E chiunque avesse occhi per vedere poteva accorgersi che il governo nulla stava facendo per far rispettare le regole, a partire da quelle su discoteche, movida, assembramenti, e soprattutto nulla aveva fatto di ciò che sarebbe stato essenziale per garantire un rientro sicuro a scuola: saturazione al 50 per cento dei mezzi pubblici, nuovi spazi, assunzione di personale, orari di ingresso scaglionati, termoscanner e dispositivi di regolazione dell’umidità nelle scuole, protocolli efficienti per gli studenti sospetti positivi e i loro familiari. (…)

Dunque, quando a ottobre la seconda ondata arrivò, non ne ero affatto sorpreso. Come non ero sorpreso dal tracollo del sistema sanitario nazionale, un fatto che chiunque avrebbe potuto facilmente prevedere solo che avesse messo in fila tre dati: la mancata riorganizzazione della medicina di base, il mancato raddoppio dei posti effettivi di terapia intensiva, lo spettacolare aumento del numero di persone contagiosePuò sembrare strano, ma nella prima metà di ottobre, con una semplice calcolatrice da tavola, persino un bambino di quinta elementare si sarebbe potuto rendere conto che il rischio di contagio era dieci-quindici volte più alto che a luglio. In breve, per me non vi era il minimo dubbio che la seconda ondata era il frutto inevitabile delle omissioni dei nostri governanti. Il che significa: agendo diversamente, la seconda ondata si poteva evitare, o quantomeno trasformare in una modesta fluttuazione, risparmiando migliaia di morti, mesi di chiusure, perdite ingenti per l’economia“. (…)

È allora che faccio due più due. Quel che a me pare evidente, e cioè che la seconda ondata era evitabile, non lo è a molte persone che stimo. E soprattutto non lo è agli occhi della maggior parte degli italiani. A quanto pare la credenza che il virus sia una sorta di maledizione divina, o di catastrofe naturale, cui non ci si può sottrarre, e di cui si può tutt’al più sperare di mitigare gli effetti, è diffusa sia nell’opinione pubblica sia nella mente di molti studiosiÈ difficile sottovalutare le conseguenze di questa visione. Se si pensa che poco o niente si può fare contro il virus, l’unica via di uscita resta il vaccino o, se il vaccino non funzionerà (o non ci sarà per tutti), il mero trascorrere del tempo: prima o poi le epidemie finisconoE infatti è precisamente su questo registro che, dalla metà di novembre, si sono sintonizzati i media. Anziché pungolare il governo a fare ora quel che non ha fatto nella lunga estate delle “riaperture”, tutto il sistema dei media si sta spostando sulle mille problematiche del vaccino. L’attesa messianica del salvatore, si chiami Pfizer o Moderna, AstraZeneca o Sputnik, attenua la vigilanza dell’opinione pubblica sul da farsi, e così rischia di agevolare la terza ondata*“.

*(che infatti c’è stata)

A questo punto, riportare integralmente l’introduzione de La notte delle ninfee sarebbe un copiaincolla inutile perché ciò che sta accadendo è sotto gli occhi di tutti; ma a Ricolfi va riconosciuto il merito di aver offerto un resoconto veritiero dell’Italia durante il primo anno di pandemia. Che molti sottoscriverebbero senza esitazioni.