Quando l’eros è una questione di sfumature linguistiche

– Dove si va? – chiese lui, una volta partiti. Poi, come se pensasse di essere stato troppo brusco, aggiunse: – Dove le piacerebbe andare? – Pareva che parlasse a una bambina,  o a zia Muriel, qualcuno da intrattenere per un pomeriggio. E Meriel rispose: – Non so, – come se non avesse altra scelta che assumere il ruolo di quella bambina esigente. Stava trattenendo un gemito di delusione, un impeto di desiderio. Desiderio che era sembrato tanto schivo e isolato quanto inevitabile, ma che ora tutt’a un tratto veniva dichiarato sconveniente, unilaterale. Le mani di lui sul volante erano tornate solo sue, come se non l’avessero mai sfiorata”.

A Meriel tremarono le gambe, non ce la faceva più.

 – Portami da un’altra parte, – disse.

Lui la guardò dritta negli occhi. Disse: – Sì.

Sul marciapiede, davanti a tutti. A baciarsi come matti.

Portami, aveva detto così. Portami da un’altra parte, e non Andiamo da un’altra parte. Questo è importante per lei. Il rischio, il trasferimento di potere. Andiamo avrebbe contenuto il rischio ma non l’abdicazione che per lei – ogni volta che riviveva quel momento – coincideva con l’inizio della fase erotica. E se lui avesse abdicato a sua volta? Un’altra parte, dove? Non avrebbe funzionato nemmeno così. Lui deve dire esattamente quello che ha detto. Lui deve dire, . La portò nell’appartamento in cui viveva, a Kitsilano”.

Non ci saranno altri incontri per Meriel e Asher.

La risolutezza di Meriel non attiene alla saggezza, questo è ovvio, ma del resto nelle storie d’amore che posto occupa il buon senso? nessuno, è materia per vermi, per individui invisi agli dèi. Piuttosto è da sottolineare che quel Portami da un’altra parte, in cui è implicita la resa, è la risposta vitale di una passionalità improvvisa e bruciante che cerca nella compiutezza del momento ogni possibile gratificazione, fisica e mentale. Asher, dal canto suo, si mostra all’altezza della situazione: un solo monosillabo, , è sufficiente a penetrare nella pelle di lei, un’obbedienza foriera di ore prive di inganno perché senza futuro. E tuttavia indimenticabili.

(Il virgolettato è tratto da un racconto di Alice Munro, Quello che si ricorda)

Lily, che si appropriava di un cielo non suo

Lily ha una personalità particolare, anacronistica. Scrive saggi e legge tutto ciò che le capita a tiro speranzosa di scorgere il non detto tra principali e  subordinate e nelle commessure tra significante e significato; ogni tanto, per dovere, va a una festa ovvero partecipa come personaggio marginale a uno di quegli eventi che gli altri chiamano party, ma in quei contesti si sente sempre un pesce fuor d’acqua e, pur facendo del suo meglio per gestire le idiosincrasie privandole delle manifestazioni di noia con aplomb di maniera, appena può si congeda e fugge all’ultimo piano di un grattacielo che esiste solo nella sua mente. Lassù in alto, così in alto che le sembra di accarezzare il cielo, Lily torna a respirare e giura a se stessa che quella è stata l’ultima volta, che mai più cederà alle pressioni del suo editore.

Quello che Lily ancora non sa, perché la giovane età non glielo consente, è che la legittimazione di sé passa attraverso stadi a cui bisogna prostrarsi per potersene un giorno affrancare; e  solo allora potrà svuotare la vita del suo pesante mobilio e il terrazzo, da cui ora fissa un orizzonte tragicomico, diverrà l’appartamento all’ultimo piano del grattacielo.

P.S. La vera Lily Everit appartiene a Virginia Woolf; la mia Lily è l’altra me stessa, ragazza dall’identità incerta, poco versata nell’arte di negoziare col mondo. Acqua passata.

“Lily Everit saw Mrs Dalloway bearing down on her from the other side of the room, and could have prayed her not to come and disturb her; and yet, as Mrs Dalloway approached with her right hand raised and a smile which Lily knew (though this was her first party) meant: ‘But you’ve got to come out of your corner and talk,’ a smile at once benevolent and drastic. She felt the strangest mixture of excitement and fear, of desire to be left alone and of longing to be taken out and thrown into the boiling depths.”

Virginia Woolf, The Introduction

Sono una radical chic, molto radical poco chic

Cosa se ne fa del tempo libero una radical chic di provincia? Semplice, pota siepi e coltiva rose e si assicura che la cupola del geranio sia geometricamente ineccepibile. Ora, se è vero che ogni individuo è il risultato dei valori in cui crede e degli dèi che ospita, io intorno ai quarant’anni ero il risultato dei gerani rossi preferiti ai bianchi perché di maggiore impatto visivo ed ero altresì nevroticamente malinconica a causa di Emily Dickinson. Per completare il quadro avevo un uomo che detestava le rose perché le amava la madre, un povero cristo totalmente innocuo ma afflitto dal complesso di Edipo che tirava in ballo, con evidenti incongruenze narrative quando gli faceva comodo, alla maniera di chi è avvezzo a secernere il proprio fiele affinché qualcuno lo trasformi in miele. Il ruolo di ape operaia che mi ero ritagliata con fini nobili – io ti salverò – si esaurì nel giro di due anni: non era giusto sfiorire dietro un uomo che corteggiava la vita per farle torto.

Oggi è il 24 luglio, un giorno provvisorio come provvisori saranno quelli a venire. Scrivo ancora pagine di diario per risalire all’evento che ha cambiato il corso della mia vita. Sono sempre una radical chic, i gerani godono di ottima salute, le rose un po’ meno.

Mrs Ramsay e quel cuneo di tenebra ristoratore

La signora Ramsay sapeva bene come creare armonia tra i suoi ospiti, persino tra quelli che si sarebbero detti inconciliabilmente dissonanti. Quando li invitava per cena, si adoperava affinché ciascuno si sentisse a proprio agio, meglio ancora considerato; era solita avviare la conversazione partendo dallo stile mondano per poi cedere via via a una maggiore spontaneità del colloquio e delle risate.

Nessuno immaginava che la signora Ramsay, subito prima che la cena avesse inizio, avvertiva il bisogno di rifugiarsi nel “cuneo di tenebra” in cerca di quiete; quel turbamento, in tutto simile a una malinconia ristoratrice, copriva lo stesso spazio temporale di un petalo di rosa che precipita al suolo: presto si riscuoteva e tutto finiva per srotolarsi come da lei auspicato. Una volta, muta ormai la sala, accadde che:

Col piede sulla soglia sostò un altro momento in quella scena, che mentre la guardava già svaniva e, appena si mosse (…), cambiò, prese un’altra forma: era già diventata, lo capì dandosi un ultimo sguardo alle spalle, il passato“.

La signora Ramsay è la stessa che un giorno andò in gita Al faro. Parola di Virginia Woolf

 

Gli ospiti dell’Albergo a Zero Stelle ringraziano

Swann non aveva torto dunque nel credere che la frase della sonata esistesse realmente. Senza dubbio, umana sotto questo punto di vista, essa apparteneva tuttavia ad un ordine di creature soprannaturali e da noi non vedute mai, ma ciò malgrado ravvisate con rapimento quando un esploratore dell’invisibile giunga ad adescarne una, e dal mondo divino a lui accessibile la porti a brillare per qualche attimo al di sopra del nostro.

Marcel Proust, La strada di Swann

Gli ospiti dell’Albergo a Zero Stelle sono grati agli esploratori dell’invisibile perché ogni lampo divino è un sollievo per lo stato di apnea cui sono costretti. E benché funamboli su un vangelo rimasticato nell’ottica di un oltraggio di cui non hanno colpa e che li ha resi reverenti all’indifferenza, un cielo misericordioso che pur si dissolve in fantasmagorie è sempre il benvenuto.

Relax’ said the night man,
‘We are programmed to receive.
You can check out any time you like,
But you can never leave!’

Amalia e Guido, un amore impossibile e malato

Mio buon Amico,

io vorrei ora sapere una cosa da Voi. Vorrei vedere me stessa chiaramente nel vostro intimo, conoscere con certezza quale immagine nuova s’è foggiato di me il vostro pensiero, sapere quello che io sono in questo momento per Voi.

Io temo di non apparirvi che come una creatura degna di pietà, di compassione, e non voglio, capite, non voglio il vostro compianto. Ditemi quanto più potete sinceramente ciò che pensate di me e di tutto quello che sapete di me. Io credo che vi stanca questo “avido cuore”, questo cuore che ha dato sempre tanto ed ha ricevuto sempre tanto poco…

A.

No, no, no. È meglio non vederci più. (…) Ci siamo salvati dalla sorte comune dei piccoli amanti e dobbiamo uscire da questa ribellione più sereni e più franchi. Io sono felice di non dovervi più rivedere. E non soffrirò. Voi soffrirete anche meno. Forse presto vi coglierà una passione forte per un uomo forte. Ve l’auguro – beato il cuore vostro che sa ammalarsi di questi mali! – io mi sento irrevocabilmente sano, fasciato di analisi e di malinconia. Addio, mia buona, buona e cara Amalia, io fuggo un’altra volta da Voi: e non so perché rido a questo pensiero.!

Guido

Amalia Guglielmetti – per D’annunzio “l’unica poetessa che abbia oggi l’Italia” -, aveva occhi magnetici e fascino incantatore, qualità che il bel mondo della Torino di inizio Novecento invidiava e ammirava. Femminista ante litteram, scelse fino alla fine di restare sola, ovvero di sottrarsi a ogni legame per tutelare il bisogno innato di indipendenza. Guido Gozzano, nevroticamente infermo oltre che malato di tisi, aveva in grande considerazione la produzione poetica di Amalia, molto meno il  côté femminile della stessa e non già per l’incapacità di scorgervi il confluire di tante qualità, ma per l’impossibilità genetica di amare. E infatti le scrisse:

“Perdonami. Ragiono perché non amo: questa è la grande verità. Io non t’ho amata mai. (…) Già altre volte t’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai”.

Sarebbe dunque un errore marchiano bollare Gozzano come un bastardo tra i tanti perché nel suo caso l’impossibilità di amare era conclamata e benché Amalia si ostinò, a livello epistolare, a cercare spiegazioni per dinamiche passionali arenatesi dopo un unico incontro, Gozzano restò fermo sulla decisione di allontanarsi. Ora, con buona pace del bisogno squisitamente umano di credere che non è così, vi sono ragioni ineffabili che decretano l’univocità dell’amore. Con qualche eccezione che tiene viva la speranza.

Anne e Frederick, omnia vincit amor et nos cedamus amori

Lontano dagli occhi lontano dal cuore, ovvero lacerazione sorella del sollievo? Probabilmente sì ma solo per coloro che possono brindare al raziocinio. Non così per Anne che volontariamente si allontana dall’uomo che ama e lascia che il destino la irrigidisca su quella posizione per ben otto anni. Ma quando Frederick riappare ogni cosa torna al suo posto ed è come se entrambi avessero fatto otto passi in direzioni opposte e infine convergenti.

È così che va quando le leggi dell’amore intersecano la fortuità asimmetrica della vita: la sospensione temporale corteggia la gioia futura lambendo l’inutilità dei giorni e infine, sfinita, scuce i punti di sospensione.

«Mezzo minuto più tardi i due camminano faccia a faccia, scambiando le parole necessarie a dirigere i loro passi verso il tranquillo e appartato vialetto di ghiaia, dove la conversazione avrebbe reso benedetta quell’ora, e degna di quell’eternità che, in futuro, il ricordo dei loro momenti più felici avrebbe loro concesso. Qui allora si scambiano di nuovo quei sentimenti e quelle promesse che un tempo erano parsi definitivi e che invece erano stati seguiti da tanti e tanti anni di separazione e di estraneità. Si immergono di nuovo nel passato, forse ancora più squisitamente felici in questo ritrovarsi di quanto vi si erano sentiti la prima volta: più teneri, più provati dalla vita, più consapevoli di conoscersi da vicino, più sicuri della sincerità e dell’affetto, più pronti all’azione, più giustificati nel comportamento».

Jane Austen, Persuasione

Raccoglievo parole (conoscendo il loro potere di suggestione)

Raccoglievo parole per farne dono a coloro che portavo nel cuore; erano funzionali a raccontare il mio stato d’animo che altrimenti sarebbe rimasto muto, puntualmente avversato dalla timidezza. Poche righe per comunicare gioia riconoscenza delusione amarezza, talvolta solo l’essenzialità dei giorni. I destinatari, fatte salve pochissime eccezioni, consegnavano  all’oblìo le mie sillabe e tuttavia mi chiedevo se il loro potere taumaturgico avesse sortito un qualche effetto almeno per la durata della lettura delle stesse. Mi era di conforto sapere che è così che deve andare. Gli istanti sono gemme liquefatte, la consuetudine attiene all’eternità.

Heathcliff e Catherine

“Puoi torturarmi a morte, tu, per tuo divertimento e sarai sempre la benvenuta…tu dici che io ti ho ucciso: tormentami, allora. Le vittime perseguitano i loro assassini”.

Heathcliff

“Se tutto fosse perito e lui solo rimasto, io continuerei a esistere; e se tutto rimanesse e lui fosse annientato, l’universo si trasformerebbe in un possente estraneo, non me ne sentirei parte”.

Catherine

Non è facile definire l’amore che lega Heathcliff e Catherine a meno che non si ricorra a una dose generosa di aggettivi come fa Emily Bronte per descrivere Heathcliff. Tuttavia, chiunque abbia avuto la fortuna di leggere la loro storia una cosa l’ha bene in mente: benché tragico il loro amore è invidiabile.

Heathcliff, demoniaco selvaggio maledetto, venera Catherine al punto di trovare ogni altra donna ripugnante; lei, “un costante sorriso di sole”, quando già sposa di Edgar confesserà:

“Heathcliff è più me di me stessa. Di qualunque cosa siano fatte le anime, certo la sua e la mia sono simili, e quella di Linton è invece tanto differente dalle nostre quanto è la luna da un lampo o il ghiaccio dal fuoco”.

Quando lessi Cime tempestose per la prima volta la vita mi sorrideva e se talvolta si tramutava in tormento era solo per far sì che apprezzassi il bene e in esso riconoscermi. Ora le cose sono complesse ma trovo ancora dialettico il silenzio ed Emily Bronte sorella d’elezione.

Di veniali nefandezze virtuali

Lei non gli manda un link. Gli manda parole. Scrive magari. Ma non possiamo. Lui le manda il link a un vecchio clip (…) Lei non ha intenzione di rispondere, che senso avrebbe ma dopo qualche giorno cede e gli manda il link a una poesia che ha pubblicato in Rete, sul web, diversi anni prima con uno pseudonimo. Lui attraverso la poesia vede che anima bella è lei. E glielo scrive. Lei trema dentro e risponde, grazie. Poi chiede che sia lui a mandarle qualcosa di suo. Se c’è. Lui manda un link a un racconto che ha pubblicato in Rete di recente con uno pseudonimo. (continua)

Eshkol Nevo

Persino il disincanto più radicato è soggetto a crepe se sottoposto a scossoni emotivi: la sorgente del danno è individuabile all’interno di percorsi esistenziali troppo rigidi che all’improvviso fanno spazio a suggestioni dozzinali in cui il guizzo di stupidità ha la meglio sull’intelligenza. Qualora si sia destinatari di link poesie e prose, benché inopportuno un riserbo superbo, è consigliabile accogliere quel materiale con bonaria sufficienza. E mettere in chiaro che l’intimità intellettuale dice della nostalgia di un’Assenza.

(Nessuna nefandezza nel racconto di Nevo, ma solo in quello a cui alludo).