Creato da viscontina17 il 30/06/2012

Bisbigli d'onde

dolci richiami d'essenze

 

SCOPERTA UNA NUOVA SPECIE DI CORALLO

Post n°277 pubblicato il 20 Gennaio 2015 da viscontina17

Un team internazionale di ricercatori guidato dalla biologa Francesca Benzoni, del dipartimento di biotecnologie e bioscienze dell’università di Milano-Bicocca, ha scoperto nelle isole Gambier (nella Polinesia Francese) una “nuova” specie di corallo delle acque poco profonde.

Il nuovo corallo viene descritto dalla Benzoni nella ricerca “Echinophyllia tarae sp. n. (Cnidaria, Anthozoa, Scleractinia), a new reef coral species from the Gambier Islands, French Polynesia”, pubblicata su ZooKeys, dopo aver partecipato ad una spedizione a bordo della nave di ricerca Tara nelle remote e poco studiate isole Gambier, esplorate nel 2011dalla spedizione internazionale Tara Oceans. Gli Scleractinia, chiamati anche coralli duri, sono animali marini antichi e strutturalmente semplici, che hanno la capacità di formare scheletri duri e sono essenziali per la formazione delle barriere coralline.

La nuova specie prende il nome proprio dalla nave Tara, che ha permesso di esplorare le barriere coralline delle Gambier. Inoltre, “tara” in polinesiano significa anche oggetto appuntito, spinoso, un nome che si applica bene alla nuove specie dotata di strutture scheletriche appuntite. Tara è anche il nome di una dea del mare polinesiana.

Francesca Benzoni, una biologa marina specializzata in barriere coralline, ha spiegato in un’intervista all’Intergovernmental Oceanographic Commission dell’Unesco, L’Echinophyllia tarae, la nuova specie di coralli di recente pubblicazione, sono uno dei costruttori del reef. Quindi, si unisce alle altre circa 600 specie di corallo conosciute che contribuiscono alla formazione e alla crescita dell’ecosistema della barriera corallina. E’ stato scoperto nelle isole Gambier, nella Polinesia Francese, un gruppo remoto di isole circondate da diverse barriere coralline, ma poco studiati. La scoperta e la descrizione di una nuova specie di organismi marini non è, di per sé, un evento raro. Tuttavia, da un lato, gli specialisti in tassonomia sono in un gruppo di scienziati via di estinzione nel mondo. E, d’altra parte, alcuni gruppi di invertebrati marini rappresentano ancora miniere di biodiversità parzialmente esplorate. Ciò che colpisce nella scoperta di questa specie è che i coralli sono stati intensamente studiati da un gran numero di scienziati negli ultimi decenni a causa delle minacce globali e locali alle quali sono attualmente, e sempre più, esposti. Inoltre, l’Echinophyllia tarae non è né piccolo né raro nel Gambier ed i suoi colori vivaci lo rendono facilmente rilevabile sott’acqua. Così, la sua descrizione ci ricorda che la diversità dei coralli non è ancora del tutto scoperta e che le spedizioni scientifiche come Tara Oceans, portando specialisti per località remote, sono ancora di grande valore per la scienza marina». (WEB)

                           

 
 
 

SCOPERTO IL DELFINO BLU,MA E' GIA'A RISCHIO ESTINZIONE

Post n°276 pubblicato il 14 Gennaio 2015 da viscontina17

Un compatto gruppo di ricercatori ha fatto una scoperta eccezionale: una nuova specie di delfino fluviale è stata individuata in Sudamerica, nel Brasile Orientale e al di fuori del bacino del Rio delle Amazzoni. Il team brasiliano-britannico è composto da Tomas Hrbek, Nicole Dutra, Waleska Gravena, Izeni Pires Farias dell’universidade Federal do Amazonas (Unfa), Vera Maria Ferreira da Silva dell’Instituto Nacional de Pesquisas da Amazônia (Ipa) e il britannico Anthony R. Martin dell’University of Dundee. Insieme, descrivono il magnifico animale scoperto nello studio “A New Species of River Dolphin from Brazil or: How Little Do We Know Our Biodiversity”, pubblicato su PlosOne.
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I ricercatori scrivono che esiste «una forte evidenza che gli individui di Inia del fiume Araguaia rappresentano un gruppo biologico distinto da I. geoffrensis e I. boliviensis . Essi formano anche un lignaggio con una traiettoria evolutiva indipendente da I. geoffrensis e I. bolivensis fin dal primo Pleistocene. Inoltre, esistono differenze morfologiche, seppur sottili, tra gli esemplari di Inia del fiume Araguaia e individui di I. geoffrensis e I. boliviensis . Perciò riconosciamo e designiamo la popolazione di Inia che vive nel fiume Araguaia come una nuova specie». Rispetto agli altri delfini di fiume, quello dell’Araguaia ha meno denti, una scatola cranica più ampia ed è un po’ più piccolo ed una colorazione bluastra che lo fa chiamare anche Boto Blu. Ma per distinguere veramente la specie, i ricercatori hanno dovuto ricorrere ad un’analisi genetica mitocondriale.

Il team di ricerca, dopo averlo battezzato questo delfino blu con il nome scientifico di Inia araguaiaensis, propone anche due nomi comuni: “Boto dell’Araguaia” e “Boto Araguaiano”, boto è il nome comune regionale e internazionale delle specie di Inia e Araguaia è il nome del fiume e del bacino fluviale che sono l’areale della “nuova” questa specie. Il principale autore dello studio, Tomas Hrbek dell’Unfa, da detto che la “nuova specie «E’ molto simile alle altre. E’ è un grande mammifero ed è stato qualcosa di molto inaspettato, è una zona dove la gente li vede sempre. Il fatto è che nessuno sapeva cosa erano davvero. È molto emozionante». (web)

                            

 
 
 

CRINOIDE

Post n°275 pubblicato il 08 Gennaio 2015 da viscontina17


I crinoidei sono noti comunemente come gigli di mare. Il loro corpo è organizzato in peduncolo e corona (isocrinidi) oppure soltanto la corona (comatulidi). Il peduncolo, usato per ancorarsi al fondale, porta i cirri, utilizzati nel movimento; tali forme sono di acque profonde. Nei comatulidi i cirri si attaccano direttamente alla corona. Questa porta lateralmente le braccia; queste sono molto ramificate fino al punto che, in alcune specie tropicali, se ne contano 200. Sono animali sospensivori, si nutrono cioè di materiale organico presente lungo la colonna d’acqua. Il cibo è catturato tramite una rete di muco portata dalle braccia che, quando questa è satura, viene mangiata. Sono animali a sessi separati. Se ne conoscono circa 600 specie di cui solo quattro specie sono presenti nei mari italiani (tutti comatulidi); la più comune è Antedon mediterranea.(WEB) 

 
 
 

LO SQUALO BIANCO VIVE FINO A 70 ANNI

Post n°274 pubblicato il 01 Gennaio 2015 da viscontina17

Rivoluzionario sistema di datazione che utilizza il carbonio radioattivo dei test atomici degli anni Cinquanta-Sessanta.
Il terrore dei mari, il grande squalo bianco, ai vertici della classifica tra i predatori degli oceani del mondo, vive tre volte di più di quanto si pensasse . Lo ha appurato un nuovo studio condotto con il metodo del radiocarbonio dalla Woods Hole Oceanographic Institution (Whoi). Le analisi condotte sulle vertebre di quattro maschi e quattro femmine di squalo bianco dell’oceano Atlantico nord-occidentale, hanno fissato un’età di 73 anni per il maschio più grande (5,26 metri di lunghezza) e di 40 anni per la femmina più grande (4,96 metri). In studi precedenti, che prendevano in considerazione la deposizione annua delle bande di crescita delle vertebre, i più antichi individui di squalo bianco, presenti nell’oceano Pacifico sud-occidentale, davano un’età età di 23 anni.
UNA SPECIE VULNERABILE - «I nostri risultati estendono drasticamente la longevità degli squali bianchi rispetto agli studi precedenti», ha detto Li Ling Hamady, primo autore dello studio pubblicato su PlosOne. «Comprendere la longevità della specie, il suo tasso di crescita, l’età della maturità sessuale e le differenze di crescita tra i maschi e le femmine, sono aspetti particolarmente importanti per attuare le misure di conservazione di questa specie fortemente vulnerabile e una sua gestione sostenibile».
L’ETÀ DEI PESCI - La determinazione dell’età nei pesci si basa principalmente sull’analisi degli incrementi di crescita nei tessuti mineralizzati, come gli otoliti (ossa dell’orecchio), le vertebre e i raggi delle pinne. Questi si sviluppano per tutta la vita di un pesce, con l’aggiunta di anelli annuali, simili agli anelli di crescita degli alberi. Ma stime dell’età basate su questo metodo possono essere difficili per gli squali bianchi. Gli strati di tessuto possono essere stretti e meno distinti che in altre specie, e le bande non necessariamente significano una crescita annuale.
IL TIMBRO NUCLEARE- Nel nuovo studio, invece, i ricercatori hanno utilizzato il radiocarbonio prodotto durante i test nucleari degli anni Cinquanta-Sessanta incorporato nei tessuti degli organismi marini viventi in quel periodo. L’aumento del radiocarbonio ha dato ai ricercatori un punto specifico nel tempo individuato negli strati delle vertebre, che può essere utilizzato come un «timbro temporale» per contribuire a determinare l’età dell’animale. «La nuova metodologia ha fornito prove inconfutabili della longevità dello squalo bianco»,conclude Hamady, «che era invece impossibile verificare utilizzando metodi di stima dell’età tradizionali». E con la nuova stima che porta la durata della vita a 70 anni o più, gli squali bianchi possono essere considerati tra le più longeve specie di pesci cartilaginei.(web)

 
 
 

VERMOCANE

Post n°273 pubblicato il 27 Dicembre 2014 da viscontina17

Come quella dei vermi questa categoria è priva di valore scientifico. Con vermi erranti indichiamo tutti quegli organismi che comunemente vengono chiamati vermi e che sono vagili, liberamente mobili, quindi opposti a quelle specie fisse al substrato o che vivono in tubi sotterrati nel sedimento. Vivono in tutti i mari del globo, comprendono molti phyla, classi e ordini diversi, hanno alimentazione e forme molto varie ma sono tutti accomunati da un corpo molle, capace di contrarsi e privo di arti veri e propri. La riproduzione è in prevalenza sessuata ma non mancano i casi ermafroditismo.  (WEB)

                       

 
 
 

CHROMODORIS KUNIEI

Post n°272 pubblicato il 22 Dicembre 2014 da viscontina17

 
   

Dopo gli Artropodi, sono il phylum più ricco di specie del Regno Animale. Alla scienza ne sono note circa 130,000 specie, diffuse in tutta la biosfera (dalle profondità abissali degli oceani fino alle montagne). Il corpo è costituito da capo (con la bocca e spesso tentacoli ed altri tipi di appendici) e tronco che porta inferiormente il piede. Questo è un organo muscolare utilizzato per la locomozione. L'elemento che, più di ogni altro, caratterizza il gruppo è la radula, una struttura a forma di grattugia collocata nella bocca ed utilizzata per asportare dal substrato il cibo (sia esso alghe o resti animali). Il tessuto più esterno del corpo è il mantello, che ha la funzione di produrre gli elementi calcarei dei molluschi, dei quali il più noto è la conchiglia. Si dividono in 8 classi: caudofoveati, solenogastri, poliplacofori, monoplacofori, gasteropodi, cefalopodi, bivalvi, scafopodi. Lo sviluppo è inizialmente larvale; la larva può essere immediatamente libera, oppure sono prodotte uova organizzate in masse ovigere o nidamenti, con una struttura spesso complessa. La larva subisce un processo di metamorfosi per trasformarsi nella forma adulta. [ web)

                               

 
 
 

TRINA DI MARE

Post n°271 pubblicato il 18 Dicembre 2014 da viscontina17

Letteralmente "animali-muschio", si tratta di organismi coloniali bentonici di forma incrostante oppure eretta e ramificata, che si presentano spesso come minuscoli "coralli". I Briozoi sono organismi coloniali sessili che appartengono al gruppo dei Lofoforati, dal nome dell'organo sviluppato per la cattura del cibo, detto "lofoforo". Il lofoforo è una sorta di imbuto che circonda la bocca e porta molti tentacoli ciliati. Le ciglia spingono una corrente d'acqua, permettendo di raccogliere minuscoli pezzi di cibo filtrando l'acqua. I lofofori sono trasparenti e, se estroflessi, formano un alone biancastro ondeggiante attorno all’asse della colonia. Spesso di dimensioni insignificanti, talvolta le colonie fortemente calcificate (e.g. Pentapora fascialis – briozoi a corna d’alce) possono raggiungere quasi un metro di diametro. I Briozoi sono organismi che si possono facilmente trovare nell'ambiente marino: vivono in attaccati al fondo roccioso, sulle fronde delle alghe o sopra le foglie di Posidonia, su substrati artificiali sommersi, e perfino dentro piccole cavità nel substrato. Nel Mediterraneo sono conosciute oltre 400 (WEB)                  

 
 
 

UE PROGETTO LOTTA CANCRO CON RISORSE MARINE

Post n°270 pubblicato il 14 Dicembre 2014 da viscontina17

BRUXELLES, 11 giugno - Dalle profondita' dell'oceano giunge un aiuto alla lotta contro il cancro. La Commissione Ue ha oggi annunciato il sostegno finanziario ad un progetto di ricerca sui trattamenti anti-cancro a partire da sostanze chimiche ottenute da piccoli animali marini che abitano nei fondali dei mari.
Tali sostanze hanno dato risultati promettenti nella lotta contro i sarcomi, un tipo di tumore che ogni anno uccide circa 3.900 persone in Europa, ha sottolineato Bruxelles, ricordando che i risultati della ricerca - promossa da studiosi francesi, spagnoli e olandesi - verranno pubblicati sul giornale scientifico 'Marine Drugs'.
E' da tempo dimostrato che alcuni tipi di alghe e animali marini possono contribuire alla lotta contro il cancro, ha ricordato una nota della Commissione Ue.
La ricerca promossa da Bruxelles utilizza agenti chimici estratti dall'Ecteinascidia turbinata, un minuscolo animale del Mare dei Caraibi, dal quale sono stati estratti diversi principi attivi; quello che sembra avere una significativa attivita' antitumorale - precisa la Commissione Ue - si chiama ET-743.
''Si tratta di un importante sviluppo nella ricerca medica per il trattamento di alcuni tumori'', ha commentato il commissario Ue alla ricerca, Philippe Busquin, ricordando che circa 750 mila persone muoiono ogni anno di cancro.
Attualmente le sessioni di chemioterapia riescono a far diminuire la dimensione dei sarcomi, anche se una cura definitiva non e' ancora stata scoperta, mentre l'utilizzo dell'ET-743 rappresenta una promettente novita' ed ha una potenzialita' rilevante.
L'Ue prevede di investire fino a 400 milioni di euro nel progetto per un periodo di quattro anni, ma - sottolinea Busquin - per il successo della ricerca e' fondamentale che le agenzie europee del settore lavorino in stretto contatto.
L'appello di Bruxelles punta insomma ad una ''minor frammentazione della ricerca nella lotta al cancro'', oltre che al coinvolgimento delle compagnie private per il finanziamento del settore.
Nella ricerca, che si svolge in 24 centri specializzati di sette paesi dell'Ue, sono coinvolti 167 pazienti. (ANSA)(web)

 
 
 

SULL'ORIZZONTE DEL MARE

Post n°269 pubblicato il 07 Dicembre 2014 da viscontina17

Sull'orizzonte del mare ti aspetterò
oltre le brumose sponde della realtà.
Fiabe di alghe e coralli racconterò
se tu verrai
verrai da me
sull'orizzonte del mare.

Dietro le fronde dei salici la verità
scritta sulla grigia cenere dei sogni miei
ma che lontano il vento disperderà
se tu verrai
verrai da me
sull'orizzonte del mare.

Come onde di tristezza le canzoni mie
viaggeranno verso spiagge irraggiungibili
sotto un cielo di ricordi e notti di follia
senza di te
sull'orizzonte del mare.

Sull'orizzonte del mare ti aspetterò
contando le stagioni di nostalgia
che questa brezza leggera porterà via
se tu verrai
verrai da me
sull'orizzonte del mare.

(MICHELE COLLATINA)

 
 
 

CAMBIAMENTI CLIMATICI ED EVOLUZIONE DEL PLANCTON

Post n°268 pubblicato il 01 Dicembre 2014 da viscontina17

La capacità del fitoplancton di adattarsi ai cambiamenti dell'ambiente marino causati dal riscaldamento globale è superiore al previsto. L'elevata flessibilità evolutiva di questi organismi è stata dimostrata da un gruppo di biologi del centro di ricerche oceanografiche GEOMAR, emanazione della Helmholtz Gesellschaft, che firmano un articolo su “Nature Climate Change”.

Il fitoplancton è la base della catena alimentare marina, è all'origine di circa la metà della produzione primaria globale di biomassa e ha un ruolo importante nei cicli biogeochimici della Terra. Dato che il riscaldamento dei mari può influire direttamente sulla fisiologia del fitoplancton e sulla sua produttività e alterare gli equilibri ecologici attraverso un'alterazione del livello di acidità degli oceani o una riduzione della disponibilità di nutrienti per gli anelli superiori della catena alimentare marina.
Thorsten Reusch e colleghi hanno il coocolitiforo Emiliania huxleyi, la singola specie di fitoplancton più importante a livello globale per il suo impatto sul ciclo del carbonio. In un esperimento durato un anno, ne hanno studiato l'evoluzione nel corso di 460 generazioni, sottoponendo i campioni – prelevati dalle acque al largo di Bergen, in Norvegia, che hanno una temperatura media di 10 °C - a condizioni ambientali variabili. In particolare, i ricercatori hanno testato i campioni in tre differenti concentrazioni di CO2 disciolta nelle acque e a due temperature,15 °C e Celsius e 26.3 °C, riproducendo cioè possibili scenari futuri, anche estremi.

In queste condizioni Emiliania huxleyi si è evoluta riducendo le proprie dimensioni, per cui ogni cellula aveva un contenuto più basso di carbonio. Tuttavia, le cellule adattate a una temperatura più
alta hanno mostrato un miglior rapporto di produzione di biomassa, con un aumento del 52 per cento del carbonio organico e del 101 per cento di quello inorganico. Considerato l'aumento dei tassi di crescita di queste popolazioni alle temperature più elevate, i ricercatori hanno calcolato che la biomassa complessiva di quel fitoplancton si attesta su valori analoghi a quelli attuali.

Nel modellare gli scenari climatici futuri, osservano Reusch e colleghi, bisognerebbe quindi tenere conto anche dei processi di evoluzione, dato che i fenomeno di adattamento possono modificare la risposta dell'ambiente in modo diverso dalle previsioni. (WEB)

 
 
 

GRANCHIO PELOSO

Post n°267 pubblicato il 27 Novembre 2014 da viscontina17

Al tipo dei Crostacei appartengono quasi 40.000 specie viventi, quasi tutte marine, diffuse a tutte le latitudini e a tutte le profondità. Il tipo è caratterizzato da una corazza rigida che ricopre e protegge il corpo (detta cuticola), e da un numero variabile di zampe articolate mobilissime. Le zampe possono essere modificate in chele, utili per afferrare e manipolare oggetti. Altre appendici, variamente modificate, servono come organi di senso (antenne), per la respirazione, per l’incubazione delle uova. Le appendici sono tutte corazzate, e i muscoli le muovono agendo dall’interno della cuticola, secondo una logica opposta a quella dei vertebrati (muscoli all’esterno delle ossa). La cuticola rigida dà protezione e sostegno. Quando si fa stretta, il crostaceo la rompe e ne esce con una corazza nuova, ancora molle e flessibile, che distende assorbendo liquidi. Questo processo è chiamato muta. L’occhio dei crostacei è un occhio composto, simile a quello degli insetti, costituito da migliaia di ommatidi, molto efficace soprattutto nel percepire il movimento di prede o predatori. L’alimentazione è varia, predatori, erbivori, spazzini, filtratori. Molte specie sono onnivore. (WEB)

 
 
 

LA NOTTE DEI CORALLI

Post n°266 pubblicato il 23 Novembre 2014 da viscontina17

 

Alle prime tenui luci dell'alba la superficie del mare appare ricoperta da una mucillagine multicolore paragonabile ad una nevicata dal basso verso l'alto: è il mattino che segue ad un'altra "notte dei coralli", fenomeno che si ripete puntualmente ogni anno da secoli e che una leggenda giapponese vuole sia l'esternazione della fecondità delle dee del mare.
I coralli furono anche definiti come "inventive producers", per evidenziare che questi organismi possono riprodursi sia in forma sessuale che asessuale;
Il primo sistema di riproduzione, spesso, la colonia presenta i caratteri tipici dell'ermafroditismo con la produzione di sperma ed uovo da parte dello stesso polipo, o di polipi diversi, oppure può alternare i caratteri maschili e femminili, mentre sono rari i casi delle specie con i due sessi separati e distinti.
La maturazione delle cellule sessuali femminili dura circa sei mesi, seguita dopo altri due dalle maschili e, dopo questa fase, uova e spermatozoi vengono emessi sotto forma di agglomerati dalle forme più varie ed evanescenti.
La loro emissione contemporanea e necessariamente sincronizzata, studiata soltanto dal 1982, ha accertato che è strettamente legata al clima ed alle fasi lunari avvenendo esclusivamente di notte, poco dopo il tramonto, qualche giorno dopo il plenilunio ed a primavera inoltrata quando le acque tendono progressivamente a riscaldarsi.

L'incontro tra le due cellule della stessa specie è guidato da fattori chimici, e dopo la fecondazione dell'uovo, inizia lo sviluppo embrionale che porta nel giro di qualche ora alla formazione di una larva, detta planula, la cui lunghezza varia tra 0,5 e 2,5 mm. Questa, influenzata dalla luce, si porta verso la superficie e, trasportata dalle correnti, vaga per giorni, settimane od anche mesi a seconda delle specie di appartenenza, agevolata nel galleggiamento da una riserva lipidica.
Quelle originatesi per fecondazione interna già al momento della loro espulsione contengono le zooxantelle (le alghe unicellulari essenziali per il loro mantenimento in vita) mentre altre, formatesi all'esterno, ne sono prive e le dovranno assumere dall'ambiente circostante durante la loro fase di crescita.
Queste alghe si ammassano a milioni all'interno di ogni singolo polipo costituendo a volte anche il 50% della sua massa totale, e ricambiano l'ospitalità del polipo eliminandogli i prodotti di rifiuto e rifornendolo di ossigeno ottenuto sfruttando l'anidride carbonica prodotta dalla respirazione.
Le madrepore quindi sono costrette, per poter sopravvivere, a colonizzare solo quelle parti di fondale più luminoso dal momento che le alghe svolgono la funzione clorofilliana solo in presenza della luce solare,motivo per il quale è molto difficile trovare coralli a profondità superiori ai 60 m.

Al termine della loro vita pelagica le larve, sopravvissute alla predazione da parte degli altri animali marini, in seguito ad un fenomeno di fototropismo negativo si spostano verso il fondo aderendovi. Subito dopo essersi insediate possono, a volte, spostarsi se il posto risulta loro inadatto per una cattiva illuminazione o l'eccessiva presenza di colonie della stessa specie.(Raffaele Minasi)



 

 
 
 

IN CONTINUO AUMENTO IL MERCURIO NEGLI OCEANI

Post n°265 pubblicato il 18 Novembre 2014 da viscontina17

 

Sarebbero da circa 60.000 a 80.000 le tonnellate di mercurio presenti negli oceani in seguito all'inquinamento dovuto alle attività umane. Inoltre, a partire dalla Rivoluzione industriale, la concentrazione di mercurio nelle acque oceaniche a profondità inferiore ai 100 metri è triplicata, mentre nell'oceano nel suo complesso l'aumento rispetto ai livelli di mercurio preindustriali è stato di circa il 10 per cento.

Sono queste le stime avanzate da un gruppo di ricercatori della Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI), della Wright State University, del Laboratorio di geoscienze ambientali dell'Université Paul-Sabatier a Tolosa e del Royal Netherlands Institute for Sea Research a Den Burg, nei Paesi Bassi, che firmano un articolo su “Nature”.
"Considerati gli aumenti che abbiamo osservato nel recente passato, i prossimi 50 anni potremmo assistere a un incremento pari alla stessa quantità registrata negli scorsi 150 anni ", ha detto Carl H. Lamborg, primo firmatario dell'articolo. "Il problema è che non sappiamo che cosa significhi tutto questo per i pesci e i mammiferi marini. Probabilmente alcuni pesci contengono almeno tre volte più mercurio di 150 anni fa, ma potrebbe essere di più. Comunque ora abbiamo alcuni numeri chiari su cui basare il lavoro futuro."

Il mercurio è un metallo tossico che si accumula negli organismi acquatici e le cui emissioni nell'ambiente sono notevolmente aumentate a causa di attività quali l'estrazione e la combustione di combustibili fossili. Tuttavia finora era stato problematico distinguere nel mercurio rilevato nelle acque il contributo di questa componente da quello proveniente da fonti naturali.
I ricercatori hanno analizzato i dati ottenuti nel corso di 12 spedizioni di campionamento delle acque nei mari di tutto il mondo effettuate negli ultimi 8 anni, prendendo in considerazione non solo i livelli di mercurio, ma anche quelli dell'anidride carbonica disciolta nelle acque, e dei fosfati (e in particolare il fosfato di mercurio): queste ultime sostanze sono molto più studiate del mercurio ma nelle acque si comportano più o meno nello stesso modo. Grazie anche alla rilevazione di una significativa differenza nei livelli di mercurio rilevati nelle acque profonde dell'oceano Atlantico settentrionale e meridionale, molto meno inquinate, i ricercatori hanno potuto sviluppare un modello che ha condotto alle stime riportate in precedenza. (web)

 

 
 
 

ATLANTICO SEMPRE PIU' CALDO AUMENTANO I PESCI TROPICALI

Post n°264 pubblicato il 11 Novembre 2014 da viscontina17

 

l riscaldamento globale sta portando nell'Atlantico un numero sempre maggiore di specie tropicali, alcune delle quali velenose. E' quanto ha verificato uno studio coordinato da Paula Whitfield, del Centro di scienze degli oceani costieri del NOAA (l'ente Usa che monitora oceani e atmosfera), pubblicato sulla rivista Marine Ecology Progress Series.

Le barriere coralline della North Carolina si trovano in una zona di transizione temperata-tropicale, dove hanno sempre vissuto specie di ambienti temperati e tropicali. Ora le temperature dell'acqua stanno diventando più tropicali, rendendo quest'area cruciale per rilevare l'impatto dei cambiamenti climatici. I ricercatori hanno combinato i dati delle temperature del fondo dell'acqua con le mappe delle comunità di pesci, tra il 2006 e 2010 e tra i 4 e 45 metri di profondità, della North Carolina. In questo modo si è visto che i pesci sono principalmente tropicali dai 37 ai 45 metri di profondità, con una temperatura media invernale di 21 gradi. Molti di questi pesci nativi tropicali, generalmente abbondanti in superficie, ora tendono a rimanere in acque più calde e profonde, indicando che la temperatura è un fattore chiave nel controllo della loro distribuzione. ''Le comunità di pesci stanno diventando più tropicali - spiega Whitfield - Lungo la costa della North Carolina, il riscaldamento delle acque può portare all'espansione di specie tropicali come il pesce scorpione''. Si tratta di una specie velenosa, nuova per l'Atlantico fino al 2000, prima confinata ad acque più profonde di 26 metri dove la temperatura media era superiore ai 15 gradi, e ora la più comune in North Carolina tra i 37 e 45 metri. I pesci scorpione sono considerati la peggiore minaccia per le barriere atlantiche, perché riducono la biomassa e il cibo per i pesci, e sono coinvolti nel calo della superficie della barriera.(WEB)

 
 
 

RISERVE MARINE IN ANTARTIDE 25 PAESI RIUNITI IN TASMANIA

Post n°263 pubblicato il 03 Novembre 2014 da viscontina17

SYDNEY, 20 OTT - Scienziati e funzionari di 25 paesi, fra cui l'Italia, sono riuniti da oggi per 10 giorni a Hobart in Tasmania per i colloqui annuali della Commissione per la conservazione delle risorse marine viventi dell'Antartide (Ccamlr). Di nuovo in agenda l'istituzione di due enormi aree protette e interdette alla pesca, su cui per tre anni consecutivi i membri della Commissione non sono riusciti a trovare un accordo a causa delle obiezioni di Russia, Cina e Ucraina, secondo le quali le zone sono troppo estese e danneggerebbero l'industria della pesca.

Le acque che circondano l'Antartide sono tra le più incontaminate al mondo, ma sono anche tra le più vulnerabili e il braccio di ferro sul loro destino va avanti da tempo. Stati Uniti e Nuova Zelanda avevano proposto l'istituzione di un'area protetta vasta 1,3 milioni di chilometri quadrati nel Mare di Ross, mentre un secondo progetto promosso da Unione Europea, Australia e Francia mirava alla creazione di un'area interdetta alla pesca di 1,6 milioni di chilometri quadrati al largo dell'Antartide orientale.

Le due più grandi riserve marine al mondo sono così rimaste finora sulla carta, e i loro confini sono tutt'altro che definiti. Per istituire le riserve serve un accordo tra i membri della Commissione. Russia e Ucraina si sono opposte a entrambe le proposte, chiedendo di ridurre la dimensione delle aree protette e di limitare a 10 anni il divieto di pesca, mentre la Cina non ha dato il suo appoggio alla riserva nell'Antartico orientale.

"E' molto importate compiere qualche progresso quest'anno" sulla necessità istituire le due zone di protezione proposte, ha detto il segretario della Commissione, l'australiano Andrew Wright. E ha auspicato che questioni politiche esterne non ostacolino gli accordi, alludendo ai rapporti tesi fra Australia e Russia dopo l'abbattimento dell'aereo MH17 sopra l'Ucraina in luglio, in cui sono morte 298 persone fra cui 38 cittadini e residenti australiani.

Nell'Oceano Antartico vivono più di 10.000 specie, tra le quali la maggior parte dei pinguini del mondo, balene, uccelli marini, il calamaro colossale e gli austromerluzzi, che sono l'obiettivo principale dei pescherecci che operano in questa regione ai confini del mondo. L'Oceano meridionale è inoltre considerato un'area essenziale per la ricerca scientifica, sia per lo studio del funzionamento di ecosistemi marini intatti, sia per determinare gli effetti del cambiamento climatico globale. (web)

 
 
 

LA MATTANZA DEI DELFINI NELLA BAIA DI TAIJI

Post n°262 pubblicato il 29 Ottobre 2014 da viscontina17

Si susseguono nel mondo gli appelli contro la mattanza dei delfini in Giappone. L'Ente nazionale protezione animali (Enpa) si appella al ministro degli Esteri, Emma Bonino, ''affinché l'Italia prenda posizione contro la barbarie di Taiji'', città giapponese nella cui baia è stato catturato, nei giorni scorsi, un branco di oltre 250 delfini.
''Il mondo intero sta protestando contro questa ennesima mattanza, attori e personaggi della cultura e dello spettacolo stanno esprimendo il loro disappunto e il disgusto per questa pratica tanto barbara quanto incivile, da Yoko Ono ai report di tutti i principali telegiornali dagli Usa all'Australia'', evidenzia la Protezione animali, chiedendo a Bonino che ''anche il nostro Paese dia prova di altrettanta sensibilità e civiltà''.
In difesa dei delfini è scesa in campo, nel fine settimana, anche l'ambasciatrice americana in Giappone, Caroline Kennedy. ''Sono profondamente preoccupata per la disumanità dell'azione della caccia. Il governo degli Stati Uniti si oppone alla caccia dei delfini'', ha scritto su Twitter la figlia dell'ex presidente Usa John Fitzgerald Kennedy.
La Sea Shepherd Conservation Society, l'associazione ambientalista che "combatte" da anni il Sol Levante per le sue pratiche di caccia di balene a "uso scientifico", ha riferito che più di 250 delfini erano stati spinti nella baia di Taiji, tra cui cuccioli e un rarissimo caso di femmina albina.
La città, che da secoli pratica questa particolare attività di pesca, è salita alla ribalta internazionale a causa del documentario americano "The Cove", vincitore del premio Oscar nel 2009, che dava contro del massacro di delfini durante una'azione su vasta scala al largo della costa. Le foto, diffuse dall'associazione sui social network, mostrano i delfini catturati intenti a nuotare in circolo in acque poco profonde.
Sea Shepherd ha lanciato l'hashtag #tweetfortaiji per sensibilizzare l'opinione internazionale ad evitare un massacro. Gran parte della carne recuperata sarà consumata dall'uomo, con il rischio di danni alla salute visti i quantitativi di mercurio rilevati, mentre alcuni capi finiranno in cattività nei parchi marini. (WEB)

 
 
 

PESCI ALIENI NEL MEDITERRANEO BIODIVERSITA'A RISCHIO

Post n°261 pubblicato il 24 Ottobre 2014 da viscontina17

 

L’arrivo di circa 1.000 tra pesci, crostacei e alghe sta modificando l’habitat marino
La più famosa è sicuramente lei, la Caulerpa taxipholia. L’alga di origine tropicale, colore verde chiaro e alto potere infestante, è stata per anni il simbolo dell’invasione «aliena» del mar Mediterraneo, colpevole di averne colonizzato i fondali rubando spazio alle specie autoctone. Ma oggi le file degli inquilini stranieri provenienti da mari esotici e lontani (specie «aliene» o «alloctone») si sono ingrossate. E contano nomi come le triglie del Mar Rosso Upeneus pori e Upeneus moluccensis, il granchio Percnon gibbesi, la medusa Rhopilema nomadica e molti altri ancora. In tutto, quasi 1.000 tra pesci, crostacei e alghe, dicono i dati di un recente studio del Joint Research Center della Commissione Europea, pubblicato sulla rivista «Frontiers in Marine Science». Un’invasione biologica senza precedenti che mette a rischio la biodiversità: ogni giorno pesci e invertebrati nativi del Mare Nostrum, già stressati da pesca eccessiva e inquinamento, infatti, devono competere duramente con gli «intrusi» per preservare il proprio habitat. E la vittoria non è sempre scontata.
Sotto accusa - ancora una volta - le attività umane. «Il trasporto via mare, l’acquacoltura e l’apertura dei grandi canali di comunicazione - spiega Stelios Katsanevakis, lo scienziato che guida il gruppo di ricerca che ha elaborato lo studio - hanno rimosso le barriere ambientali per le specie marine, che possono facilmente trasferirsi lontano dal loro areale naturale». Esaminando i dati di oltre 900 specie esotiche attraverso la nuova piattaforma EASIN (European Alien Species Information Network) i ricercatori sono riusciti a stabilirne la diffusione e le vie di introduzione. Più di 400 specie di pesci e invertebrati sono giunte dal Canale di Suez («specie lessepsiane»); poco più di 300 attraverso l’acqua di zavorra delle navi o attaccate alle carene. Circa 60 specie, soprattutto alghe, sono state introdotte accidentalmente attraverso l’acquacoltura. Colpevole anche il riscaldamento globale: le acque tra Turchia meridionale, Siria, Libano, Israele, Gaza, Cipro ed Egitto sono diventate notevolmente più calde negli ultimi 20 anni, quindi ideali per la sopravvivenza delle specie provenienti da Mar Rosso, Mar Arabico e Oceano Indiano. In questa regione del Mediterraneo, dice lo studio, fino al 40% della fauna marina è di origine «aliena».
A preoccupare maggiormente sono gli impatti ecologici ed economici di queste invasioni. Basti pensare ai pesci Siganus luridus e Siganus rivulatus («pesce coniglio»), insediatisi nel Mediterraneo orientale dall’Oceano Indiano, che stanno devastando le foreste di alghe brune a scapito delle specie che popolavano l’ecosistema. Sciami di meduse «aliene» (Rhopilema nomadica) appaiono lungo le coste per decine di chilometri con effetti negativi sul turismo, e addirittura in Israele ostacolano le attività di pesca. Altrove le comunità native di alghe, coralli e invertebrati muoiono per la mancanza di risorse causata dalla rapida crescita dell’alga Caulerpa cylindracea, che può formare tappeti di 15 centimetri di spessore e che colpisce molte località nel nostro paese. «In Italia le aree più colpite - precisa Katsanevakis - sono la costa orientale della Sicilia, il Mar Ligure e le coste adriatiche settentrionali nei pressi della laguna di Venezia. Le prime due aree sono interessate dalle specie trasportate dalle navi, mentre la laguna è colonizzata da quelle di acquacoltura».
Sono 200 le specie che hanno raggiunto le acque italiane, di cui 15 sono pesci, secondo la Banca dati delle specie non indigene nei mari italiani realizzata dall’Ispra. Per ora senza provocare conseguenze sul sistema pesca. «A differenza del Libano e della Siria, dove la cattura di questi esemplari supera quella delle specie mediterranee, i pesci alieni non hanno avuto un impatto sulla nostra pesca», spiega Franco Andaloro, dirigente di ricerca dell’Ispra. Solamente due infatti hanno raggiunto quantità catturabili: il pesce coniglio (S. luridus) e il pesce flauto (Fistularia commersoni), entrambi commestibili ma non ancora accettati dal mercato. «Vi è poi un pesce molto tossico, il pesce palla maculato (Lagocephalus sceleratus), catturato per la prima volta nel novembre scorso a Lampedusa che ha fatto scattare il nostro sistema di prima allerta, informando tutti i pescatori e la Guardia Costiera e consentendoci di trovarne altri 10. Ma non c’è pericolo per i consumatori in quanto ne è vietata la vendita», conclude Andaloro. Talvolta nelle reti si trova anche il gambero giapponese (Marsupaeneus japonicus), sfuggito dagli allevamenti di acquacoltura, come ha fatto anche la vongola filippina (Venerupis philippinarum) che ha ormai colonizzato l’Adriatico soppiantando i frutti di mare nativi, e che rappresenta la quasi totalità delle vongole pescate.
Per arginare il fenomeno ed evitare nuove introduzioni, l’Organizzazione Marittima Internazionale ha adottato la «Ballast Water Management Convention», che obbliga le navi al trattamento delle acque di zavorra per eliminare i microrganismi estranei presenti. La convenzione però non è ancora entrata in vigore perché non ratificata da un numero sufficiente di Stati.(WEB)

 
 
 

L'ARTICO MALATO

Post n°260 pubblicato il 18 Ottobre 2014 da viscontina17

Le temperature in aumento nell’Artico aiutano gli agenti patogeni a diffondersi e prosperare dove non erano mai arrivati prima. I parassiti nell’estremo nord fanno ammalare i buoi muschiati, le zecche trasmettono virus alle persone e le foche dell’Atlantico potrebbero avere contagiato quelle del Pacifico con un virus letale, dato che la scomparsa del ghiaccio in mare permette ai loro mondi di mischiarsi. Il cambiamento del clima potrebbe favorire alcune specie, ma i ricercatori temono che sarebbero molte di più quelle danneggiate: è sempre più necessario che i paesi trovino sistemi efficaci per migliorare la biosicurezza (WEB)

 
 
 

LA DANZA DELLE BALENE ALL'ISOLA GALLINARA

Post n°259 pubblicato il 12 Ottobre 2014 da viscontina17

Il loro passaggio, qui, non è una novità, ma lo spettacolo lascia ogni volta senza fiato. Due balene hanno incantato il “popolo dei naviganti” nei pressi dell’isola Gallinara, di fronte alla costa di Albenga.
Le immagini, che stanno facendo il giro dei social network, riprendono i due cetacei che nuotano e “soffiano” tra un’onda e l’altra, regalando emozioni. “Talmente belle – scrive qualcuno da Facebook – da essere commoventi”. Dovremmo esserci abituati visto che siamo in pieno “Santuario dei cetacei”, ma la natura, evidentemente, sa sempre come stupire. (WEB)

 
 
 

SALPA CLASSE DEI TUNICATI E TALIACEI

Post n°258 pubblicato il 09 Ottobre 2014 da viscontina17

                                               

Classe dei tunicati liberamente natanti, di solito coloniali e con il corpo spesso a forma di botticella. Presentano una corda solo nello stadio larvale. Comprendono i pirosomidi, sempre coloniali, i doliolidi e i salpidi, non sempre coloniali. Sono di lunghezza variabile da alcuni millimetri fino a molti metri come nel caso delle catene di salpe. Il mantello determina la consistenza di questi animali e può essere trasparente e delicato, spesso e gelatinoso o cartilagineo. Le specie più piccole sono molto trasparenti mentre quelle più grandi hanno un colore che va dall’azzurrognolo al giallo latteo. Si muovono scivolando in cerca di cibo e convogliando l’acqua attraverso il cestello branchiale (spesso visibile in trasparenza) o si muovono a scatti contraendo i muscoli ed espellendo l’acqua attraverso l’apertura posteriore del corpo. Sapidi e pirosomidi possono essere bioluminescenti per la presenza di batteri simbionti fotogeni. Non sono disponibili dati certi sulla durata della vita di questi animali che sono per lo più ermafroditi con alternanza di generazioni.(web)

 
 
 
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