Creato da viscontina17 il 30/06/2012

Bisbigli d'onde

dolci richiami d'essenze

 

LA NOTTE DEI CORALLI

Post n°266 pubblicato il 23 Novembre 2014 da viscontina17

 

Alle prime tenui luci dell'alba la superficie del mare appare ricoperta da una mucillagine multicolore paragonabile ad una nevicata dal basso verso l'alto: è il mattino che segue ad un'altra "notte dei coralli", fenomeno che si ripete puntualmente ogni anno da secoli e che una leggenda giapponese vuole sia l'esternazione della fecondità delle dee del mare.
I coralli furono anche definiti come "inventive producers", per evidenziare che questi organismi possono riprodursi sia in forma sessuale che asessuale;
Il primo sistema di riproduzione, spesso, la colonia presenta i caratteri tipici dell'ermafroditismo con la produzione di sperma ed uovo da parte dello stesso polipo, o di polipi diversi, oppure può alternare i caratteri maschili e femminili, mentre sono rari i casi delle specie con i due sessi separati e distinti.
La maturazione delle cellule sessuali femminili dura circa sei mesi, seguita dopo altri due dalle maschili e, dopo questa fase, uova e spermatozoi vengono emessi sotto forma di agglomerati dalle forme più varie ed evanescenti.
La loro emissione contemporanea e necessariamente sincronizzata, studiata soltanto dal 1982, ha accertato che è strettamente legata al clima ed alle fasi lunari avvenendo esclusivamente di notte, poco dopo il tramonto, qualche giorno dopo il plenilunio ed a primavera inoltrata quando le acque tendono progressivamente a riscaldarsi.

L'incontro tra le due cellule della stessa specie è guidato da fattori chimici, e dopo la fecondazione dell'uovo, inizia lo sviluppo embrionale che porta nel giro di qualche ora alla formazione di una larva, detta planula, la cui lunghezza varia tra 0,5 e 2,5 mm. Questa, influenzata dalla luce, si porta verso la superficie e, trasportata dalle correnti, vaga per giorni, settimane od anche mesi a seconda delle specie di appartenenza, agevolata nel galleggiamento da una riserva lipidica.
Quelle originatesi per fecondazione interna già al momento della loro espulsione contengono le zooxantelle (le alghe unicellulari essenziali per il loro mantenimento in vita) mentre altre, formatesi all'esterno, ne sono prive e le dovranno assumere dall'ambiente circostante durante la loro fase di crescita.
Queste alghe si ammassano a milioni all'interno di ogni singolo polipo costituendo a volte anche il 50% della sua massa totale, e ricambiano l'ospitalità del polipo eliminandogli i prodotti di rifiuto e rifornendolo di ossigeno ottenuto sfruttando l'anidride carbonica prodotta dalla respirazione.
Le madrepore quindi sono costrette, per poter sopravvivere, a colonizzare solo quelle parti di fondale più luminoso dal momento che le alghe svolgono la funzione clorofilliana solo in presenza della luce solare,motivo per il quale è molto difficile trovare coralli a profondità superiori ai 60 m.

Al termine della loro vita pelagica le larve, sopravvissute alla predazione da parte degli altri animali marini, in seguito ad un fenomeno di fototropismo negativo si spostano verso il fondo aderendovi. Subito dopo essersi insediate possono, a volte, spostarsi se il posto risulta loro inadatto per una cattiva illuminazione o l'eccessiva presenza di colonie della stessa specie.(Raffaele Minasi)



 

 
 
 

IN CONTINUO AUMENTO IL MERCURIO NEGLI OCEANI

Post n°265 pubblicato il 18 Novembre 2014 da viscontina17

Sarebbero da circa 60.000 a 80.000 le tonnellate di mercurio presenti negli oceani in seguito all'inquinamento dovuto alle attività umane. Inoltre, a partire dalla Rivoluzione industriale, la concentrazione di mercurio nelle acque oceaniche a profondità inferiore ai 100 metri è triplicata, mentre nell'oceano nel suo complesso l'aumento rispetto ai livelli di mercurio preindustriali è stato di circa il 10 per cento.

Sono queste le stime avanzate da un gruppo di ricercatori della Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI), della Wright State University, del Laboratorio di geoscienze ambientali dell'Université Paul-Sabatier a Tolosa e del Royal Netherlands Institute for Sea Research a Den Burg, nei Paesi Bassi, che firmano un articolo su “Nature”.
"Considerati gli aumenti che abbiamo osservato nel recente passato, i prossimi 50 anni potremmo assistere a un incremento pari alla stessa quantità registrata negli scorsi 150 anni ", ha detto Carl H. Lamborg, primo firmatario dell'articolo. "Il problema è che non sappiamo che cosa significhi tutto questo per i pesci e i mammiferi marini. Probabilmente alcuni pesci contengono almeno tre volte più mercurio di 150 anni fa, ma potrebbe essere di più. Comunque ora abbiamo alcuni numeri chiari su cui basare il lavoro futuro."

Il mercurio è un metallo tossico che si accumula negli organismi acquatici e le cui emissioni nell'ambiente sono notevolmente aumentate a causa di attività quali l'estrazione e la combustione di combustibili fossili. Tuttavia finora era stato problematico distinguere nel mercurio rilevato nelle acque il contributo di questa componente da quello proveniente da fonti naturali.
I ricercatori hanno analizzato i dati ottenuti nel corso di 12 spedizioni di campionamento delle acque nei mari di tutto il mondo effettuate negli ultimi 8 anni, prendendo in considerazione non solo i livelli di mercurio, ma anche quelli dell'anidride carbonica disciolta nelle acque, e dei fosfati (e in particolare il fosfato di mercurio): queste ultime sostanze sono molto più studiate del mercurio ma nelle acque si comportano più o meno nello stesso modo. Grazie anche alla rilevazione di una significativa differenza nei livelli di mercurio rilevati nelle acque profonde dell'oceano Atlantico settentrionale e meridionale, molto meno inquinate, i ricercatori hanno potuto sviluppare un modello che ha condotto alle stime riportate in precedenza. (web)

 

 
 
 

ATLANTICO SEMPRE PIU' CALDO AUMENTANO I PESCI TROPICALI

Post n°264 pubblicato il 11 Novembre 2014 da viscontina17

 

l riscaldamento globale sta portando nell'Atlantico un numero sempre maggiore di specie tropicali, alcune delle quali velenose. E' quanto ha verificato uno studio coordinato da Paula Whitfield, del Centro di scienze degli oceani costieri del NOAA (l'ente Usa che monitora oceani e atmosfera), pubblicato sulla rivista Marine Ecology Progress Series.

Le barriere coralline della North Carolina si trovano in una zona di transizione temperata-tropicale, dove hanno sempre vissuto specie di ambienti temperati e tropicali. Ora le temperature dell'acqua stanno diventando più tropicali, rendendo quest'area cruciale per rilevare l'impatto dei cambiamenti climatici. I ricercatori hanno combinato i dati delle temperature del fondo dell'acqua con le mappe delle comunità di pesci, tra il 2006 e 2010 e tra i 4 e 45 metri di profondità, della North Carolina. In questo modo si è visto che i pesci sono principalmente tropicali dai 37 ai 45 metri di profondità, con una temperatura media invernale di 21 gradi. Molti di questi pesci nativi tropicali, generalmente abbondanti in superficie, ora tendono a rimanere in acque più calde e profonde, indicando che la temperatura è un fattore chiave nel controllo della loro distribuzione. ''Le comunità di pesci stanno diventando più tropicali - spiega Whitfield - Lungo la costa della North Carolina, il riscaldamento delle acque può portare all'espansione di specie tropicali come il pesce scorpione''. Si tratta di una specie velenosa, nuova per l'Atlantico fino al 2000, prima confinata ad acque più profonde di 26 metri dove la temperatura media era superiore ai 15 gradi, e ora la più comune in North Carolina tra i 37 e 45 metri. I pesci scorpione sono considerati la peggiore minaccia per le barriere atlantiche, perché riducono la biomassa e il cibo per i pesci, e sono coinvolti nel calo della superficie della barriera.(WEB)

 
 
 

RISERVE MARINE IN ANTARTIDE 25 PAESI RIUNITI IN TASMANIA

Post n°263 pubblicato il 03 Novembre 2014 da viscontina17

SYDNEY, 20 OTT - Scienziati e funzionari di 25 paesi, fra cui l'Italia, sono riuniti da oggi per 10 giorni a Hobart in Tasmania per i colloqui annuali della Commissione per la conservazione delle risorse marine viventi dell'Antartide (Ccamlr). Di nuovo in agenda l'istituzione di due enormi aree protette e interdette alla pesca, su cui per tre anni consecutivi i membri della Commissione non sono riusciti a trovare un accordo a causa delle obiezioni di Russia, Cina e Ucraina, secondo le quali le zone sono troppo estese e danneggerebbero l'industria della pesca.

Le acque che circondano l'Antartide sono tra le più incontaminate al mondo, ma sono anche tra le più vulnerabili e il braccio di ferro sul loro destino va avanti da tempo. Stati Uniti e Nuova Zelanda avevano proposto l'istituzione di un'area protetta vasta 1,3 milioni di chilometri quadrati nel Mare di Ross, mentre un secondo progetto promosso da Unione Europea, Australia e Francia mirava alla creazione di un'area interdetta alla pesca di 1,6 milioni di chilometri quadrati al largo dell'Antartide orientale.

Le due più grandi riserve marine al mondo sono così rimaste finora sulla carta, e i loro confini sono tutt'altro che definiti. Per istituire le riserve serve un accordo tra i membri della Commissione. Russia e Ucraina si sono opposte a entrambe le proposte, chiedendo di ridurre la dimensione delle aree protette e di limitare a 10 anni il divieto di pesca, mentre la Cina non ha dato il suo appoggio alla riserva nell'Antartico orientale.

"E' molto importate compiere qualche progresso quest'anno" sulla necessità istituire le due zone di protezione proposte, ha detto il segretario della Commissione, l'australiano Andrew Wright. E ha auspicato che questioni politiche esterne non ostacolino gli accordi, alludendo ai rapporti tesi fra Australia e Russia dopo l'abbattimento dell'aereo MH17 sopra l'Ucraina in luglio, in cui sono morte 298 persone fra cui 38 cittadini e residenti australiani.

Nell'Oceano Antartico vivono più di 10.000 specie, tra le quali la maggior parte dei pinguini del mondo, balene, uccelli marini, il calamaro colossale e gli austromerluzzi, che sono l'obiettivo principale dei pescherecci che operano in questa regione ai confini del mondo. L'Oceano meridionale è inoltre considerato un'area essenziale per la ricerca scientifica, sia per lo studio del funzionamento di ecosistemi marini intatti, sia per determinare gli effetti del cambiamento climatico globale. (web)

 
 
 

LA MATTANZA DEI DELFINI NELLA BAIA DI TAIJI

Post n°262 pubblicato il 29 Ottobre 2014 da viscontina17

Si susseguono nel mondo gli appelli contro la mattanza dei delfini in Giappone. L'Ente nazionale protezione animali (Enpa) si appella al ministro degli Esteri, Emma Bonino, ''affinché l'Italia prenda posizione contro la barbarie di Taiji'', città giapponese nella cui baia è stato catturato, nei giorni scorsi, un branco di oltre 250 delfini.
''Il mondo intero sta protestando contro questa ennesima mattanza, attori e personaggi della cultura e dello spettacolo stanno esprimendo il loro disappunto e il disgusto per questa pratica tanto barbara quanto incivile, da Yoko Ono ai report di tutti i principali telegiornali dagli Usa all'Australia'', evidenzia la Protezione animali, chiedendo a Bonino che ''anche il nostro Paese dia prova di altrettanta sensibilità e civiltà''.
In difesa dei delfini è scesa in campo, nel fine settimana, anche l'ambasciatrice americana in Giappone, Caroline Kennedy. ''Sono profondamente preoccupata per la disumanità dell'azione della caccia. Il governo degli Stati Uniti si oppone alla caccia dei delfini'', ha scritto su Twitter la figlia dell'ex presidente Usa John Fitzgerald Kennedy.
La Sea Shepherd Conservation Society, l'associazione ambientalista che "combatte" da anni il Sol Levante per le sue pratiche di caccia di balene a "uso scientifico", ha riferito che più di 250 delfini erano stati spinti nella baia di Taiji, tra cui cuccioli e un rarissimo caso di femmina albina.
La città, che da secoli pratica questa particolare attività di pesca, è salita alla ribalta internazionale a causa del documentario americano "The Cove", vincitore del premio Oscar nel 2009, che dava contro del massacro di delfini durante una'azione su vasta scala al largo della costa. Le foto, diffuse dall'associazione sui social network, mostrano i delfini catturati intenti a nuotare in circolo in acque poco profonde.
Sea Shepherd ha lanciato l'hashtag #tweetfortaiji per sensibilizzare l'opinione internazionale ad evitare un massacro. Gran parte della carne recuperata sarà consumata dall'uomo, con il rischio di danni alla salute visti i quantitativi di mercurio rilevati, mentre alcuni capi finiranno in cattività nei parchi marini. (WEB)

 
 
 

PESCI ALIENI NEL MEDITERRANEO BIODIVERSITA'A RISCHIO

Post n°261 pubblicato il 24 Ottobre 2014 da viscontina17

 

L’arrivo di circa 1.000 tra pesci, crostacei e alghe sta modificando l’habitat marino
La più famosa è sicuramente lei, la Caulerpa taxipholia. L’alga di origine tropicale, colore verde chiaro e alto potere infestante, è stata per anni il simbolo dell’invasione «aliena» del mar Mediterraneo, colpevole di averne colonizzato i fondali rubando spazio alle specie autoctone. Ma oggi le file degli inquilini stranieri provenienti da mari esotici e lontani (specie «aliene» o «alloctone») si sono ingrossate. E contano nomi come le triglie del Mar Rosso Upeneus pori e Upeneus moluccensis, il granchio Percnon gibbesi, la medusa Rhopilema nomadica e molti altri ancora. In tutto, quasi 1.000 tra pesci, crostacei e alghe, dicono i dati di un recente studio del Joint Research Center della Commissione Europea, pubblicato sulla rivista «Frontiers in Marine Science». Un’invasione biologica senza precedenti che mette a rischio la biodiversità: ogni giorno pesci e invertebrati nativi del Mare Nostrum, già stressati da pesca eccessiva e inquinamento, infatti, devono competere duramente con gli «intrusi» per preservare il proprio habitat. E la vittoria non è sempre scontata.
Sotto accusa - ancora una volta - le attività umane. «Il trasporto via mare, l’acquacoltura e l’apertura dei grandi canali di comunicazione - spiega Stelios Katsanevakis, lo scienziato che guida il gruppo di ricerca che ha elaborato lo studio - hanno rimosso le barriere ambientali per le specie marine, che possono facilmente trasferirsi lontano dal loro areale naturale». Esaminando i dati di oltre 900 specie esotiche attraverso la nuova piattaforma EASIN (European Alien Species Information Network) i ricercatori sono riusciti a stabilirne la diffusione e le vie di introduzione. Più di 400 specie di pesci e invertebrati sono giunte dal Canale di Suez («specie lessepsiane»); poco più di 300 attraverso l’acqua di zavorra delle navi o attaccate alle carene. Circa 60 specie, soprattutto alghe, sono state introdotte accidentalmente attraverso l’acquacoltura. Colpevole anche il riscaldamento globale: le acque tra Turchia meridionale, Siria, Libano, Israele, Gaza, Cipro ed Egitto sono diventate notevolmente più calde negli ultimi 20 anni, quindi ideali per la sopravvivenza delle specie provenienti da Mar Rosso, Mar Arabico e Oceano Indiano. In questa regione del Mediterraneo, dice lo studio, fino al 40% della fauna marina è di origine «aliena».
A preoccupare maggiormente sono gli impatti ecologici ed economici di queste invasioni. Basti pensare ai pesci Siganus luridus e Siganus rivulatus («pesce coniglio»), insediatisi nel Mediterraneo orientale dall’Oceano Indiano, che stanno devastando le foreste di alghe brune a scapito delle specie che popolavano l’ecosistema. Sciami di meduse «aliene» (Rhopilema nomadica) appaiono lungo le coste per decine di chilometri con effetti negativi sul turismo, e addirittura in Israele ostacolano le attività di pesca. Altrove le comunità native di alghe, coralli e invertebrati muoiono per la mancanza di risorse causata dalla rapida crescita dell’alga Caulerpa cylindracea, che può formare tappeti di 15 centimetri di spessore e che colpisce molte località nel nostro paese. «In Italia le aree più colpite - precisa Katsanevakis - sono la costa orientale della Sicilia, il Mar Ligure e le coste adriatiche settentrionali nei pressi della laguna di Venezia. Le prime due aree sono interessate dalle specie trasportate dalle navi, mentre la laguna è colonizzata da quelle di acquacoltura».
Sono 200 le specie che hanno raggiunto le acque italiane, di cui 15 sono pesci, secondo la Banca dati delle specie non indigene nei mari italiani realizzata dall’Ispra. Per ora senza provocare conseguenze sul sistema pesca. «A differenza del Libano e della Siria, dove la cattura di questi esemplari supera quella delle specie mediterranee, i pesci alieni non hanno avuto un impatto sulla nostra pesca», spiega Franco Andaloro, dirigente di ricerca dell’Ispra. Solamente due infatti hanno raggiunto quantità catturabili: il pesce coniglio (S. luridus) e il pesce flauto (Fistularia commersoni), entrambi commestibili ma non ancora accettati dal mercato. «Vi è poi un pesce molto tossico, il pesce palla maculato (Lagocephalus sceleratus), catturato per la prima volta nel novembre scorso a Lampedusa che ha fatto scattare il nostro sistema di prima allerta, informando tutti i pescatori e la Guardia Costiera e consentendoci di trovarne altri 10. Ma non c’è pericolo per i consumatori in quanto ne è vietata la vendita», conclude Andaloro. Talvolta nelle reti si trova anche il gambero giapponese (Marsupaeneus japonicus), sfuggito dagli allevamenti di acquacoltura, come ha fatto anche la vongola filippina (Venerupis philippinarum) che ha ormai colonizzato l’Adriatico soppiantando i frutti di mare nativi, e che rappresenta la quasi totalità delle vongole pescate.
Per arginare il fenomeno ed evitare nuove introduzioni, l’Organizzazione Marittima Internazionale ha adottato la «Ballast Water Management Convention», che obbliga le navi al trattamento delle acque di zavorra per eliminare i microrganismi estranei presenti. La convenzione però non è ancora entrata in vigore perché non ratificata da un numero sufficiente di Stati.(WEB)

 
 
 

L'ARTICO MALATO

Post n°260 pubblicato il 18 Ottobre 2014 da viscontina17

Le temperature in aumento nell’Artico aiutano gli agenti patogeni a diffondersi e prosperare dove non erano mai arrivati prima. I parassiti nell’estremo nord fanno ammalare i buoi muschiati, le zecche trasmettono virus alle persone e le foche dell’Atlantico potrebbero avere contagiato quelle del Pacifico con un virus letale, dato che la scomparsa del ghiaccio in mare permette ai loro mondi di mischiarsi. Il cambiamento del clima potrebbe favorire alcune specie, ma i ricercatori temono che sarebbero molte di più quelle danneggiate: è sempre più necessario che i paesi trovino sistemi efficaci per migliorare la biosicurezza (WEB)

 
 
 

LA DANZA DELLE BALENE ALL'ISOLA GALLINARA

Post n°259 pubblicato il 12 Ottobre 2014 da viscontina17

Il loro passaggio, qui, non è una novità, ma lo spettacolo lascia ogni volta senza fiato. Due balene hanno incantato il “popolo dei naviganti” nei pressi dell’isola Gallinara, di fronte alla costa di Albenga.
Le immagini, che stanno facendo il giro dei social network, riprendono i due cetacei che nuotano e “soffiano” tra un’onda e l’altra, regalando emozioni. “Talmente belle – scrive qualcuno da Facebook – da essere commoventi”. Dovremmo esserci abituati visto che siamo in pieno “Santuario dei cetacei”, ma la natura, evidentemente, sa sempre come stupire. (WEB)

 
 
 

SALPA CLASSE DEI TUNICATI E TALIACEI

Post n°258 pubblicato il 09 Ottobre 2014 da viscontina17

                                               

Classe dei tunicati liberamente natanti, di solito coloniali e con il corpo spesso a forma di botticella. Presentano una corda solo nello stadio larvale. Comprendono i pirosomidi, sempre coloniali, i doliolidi e i salpidi, non sempre coloniali. Sono di lunghezza variabile da alcuni millimetri fino a molti metri come nel caso delle catene di salpe. Il mantello determina la consistenza di questi animali e può essere trasparente e delicato, spesso e gelatinoso o cartilagineo. Le specie più piccole sono molto trasparenti mentre quelle più grandi hanno un colore che va dall’azzurrognolo al giallo latteo. Si muovono scivolando in cerca di cibo e convogliando l’acqua attraverso il cestello branchiale (spesso visibile in trasparenza) o si muovono a scatti contraendo i muscoli ed espellendo l’acqua attraverso l’apertura posteriore del corpo. Sapidi e pirosomidi possono essere bioluminescenti per la presenza di batteri simbionti fotogeni. Non sono disponibili dati certi sulla durata della vita di questi animali che sono per lo più ermafroditi con alternanza di generazioni.(web)

 
 
 

SQUALO CONTRO SQUALO

Post n°257 pubblicato il 08 Ottobre 2014 da viscontina17

                                    

Essere al momento giusto e con la giusta prontezza di riflessi. Ecco come Adam Malski, fotografo amatoriale, ha immortalato una scena degna di un film: un enorme squalo bianco attacca e divora un suo simile di stazza inferiore (WEB)

 
 
 

RIFIUTI LUNGO LE COSTE D'AUSTRALIA UCCIDONO FAUNA MARINA

Post n°256 pubblicato il 04 Ottobre 2014 da viscontina17

                                    

I mucchi di plastica attorno alle coste dell'Australia continuano ad accumularsi e uccidono in misura crescente la fauna marina, che la ingerisce o vi resta impigliata. A dare l'allarme è una ricerca di tre anni del gruppo ambientalista EarthWatch, in partnership con l'Ente australiano di ricerca Csiro, in cui gli scienziati hanno esaminato più di 170 località e osservato che i rifiuti sono concentrati vicino alle maggiori città. Tre quarti sono di materie plastiche e provengono in massima parte dalla terraferma, non da navi o barche nell'oceano.

Altri rifiuti in mare includono bottiglie, lattine, sacchetti, palloncini, gomma, metallo, fibra di vetro e sigarette, che possono soffocare i banchi corallini, uccidere la fauna marina e anche mettere a rischio la salute umana. La densità della plastica va da poche migliaia a oltre 40 mila pezzi per kmq, ha detto alla radio nazionale Abc la scienziata del Csiro, Denise Hardesty. "Vi è stata una moltiplicazione della plastica in rapporto diretto con l'aumento della popolazione", ha aggiunto.

Circa un terzo delle tartarughe di mare attorno al mondo ha probabilmente ingerito plastica, in misura crescente da quando è cominciata la produzione di plastica negli anni 1950. Nel Golfo di Carpentaria, al largo della costa nord dell'Australia, sono rimaste uccise fino a 15 mila tartarughe marine, dopo essere rimaste impigliate in reti da pesca abbandonate. Fra le maggiori vittime gli uccelli marini: globalmente quasi metà delle specie hanno la probabilità di ingerire rifiuti, ha detto ancora Hardesty.

Ricostruendo le fonti dei maggiori accumuli di immondizia in mare si potranno identificare soluzioni, raccomanda il rapporto, come migliore gestione dei rifiuti, rimborsi su bottiglie e contenitori vuoti, programmi mirati di educazione e progressi della tecnologia. (WEB)

 

 
 
 

L'ACIDIFICAZIONE DEGLI OCEANI TOGLIE LA PERCEZIONE DEGLI ODORI AGLI SQUALI

Post n°255 pubblicato il 27 Settembre 2014 da viscontina17

                                    

L'acidificazione degli oceani "ruba" agli squali la capacità di percepire l'odore del cibo. Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Global Change Biology rivela come gli elevati livelli di anidride carbonica nei mari compromettano l'abilità di tracciamento delle prede dei palombi.

Lo studio ha analizzato per la prima volta la capacità degli squali di percepire l'odore del cibo in condizioni che simulano i livelli di acidità attesi negli oceani alla fine del secolo. Analizzando 24 squali in un canale artificiale trattato con anidride carbonica all'interno del Woods Hole Oceanographic Institute a Cape Cod in Massachusetts, l'equipe di ricerca ha scoperto che gli esemplari tendono ed evitare di andare verso l'odore di calamaro che è stato pompato nell'acqua. Un comportamento questo che dimostra secondo gli scienziati, come l'acidificazione degli oceani danneggi le funzioni sensoriali alternando il comportamento degli organismi acquatici.

Il processo appare "chiaro": l'anidride carbonica rilasciata nell'atmosfera viene assorbita nelle acque oceaniche, dove si scioglie e abbassa il pH dell'acqua. Le acque acide influenzano così il comportamento dei pesci interrompendo un recettore specifico del sistema nervoso, chiamato Gabaa, che è presente in molti organismi marini che possiedono un sistema nervoso, tra cui gli squali.(web)

 
 
 

PRATERIA POSIDONIA MITIGA GAS SERRA PIU'DI FORESTA AMAZZONIA

Post n°254 pubblicato il 24 Settembre 2014 da viscontina17

                                 

FAVIGNANA - Una pianta marina spesso non apprezzata dai turisti che lamentano cumoli di 'alghe' a riva e sottovalutata dal mondo scientifico. Eppure la Posidonia è il più grande mitigatore dei gas serra in natura: un ettaro di questa specie submarina assorbe 2,5 volte Co2 rispetto a pari superficie di foresta Amazzonica, secondo una ricerca internazionale pubblicata su Nature Geoscience.

Dall'Area Marina Protetta delle Isole Egadi, che vanta la prateria submarina di Posidonia più grande d'Europa - 7.700 ettari solo nell'area protetta ma con estensioni di 'buon vicinato' nelle coste trapanesi -, parte un appello per la sua tutela e degli esempi di buone pratiche di salvaguardia. La Posidonia, sottolinea da Favignana il direttore dell'Area Marina Protetta delle Isole Egadi Stefano Donati, ''ha tre funzioni fondamentali nella lotta ai cambiamenti climatici e tutela dell'habitat marino: è una formidabile produttrice di ossigeno necessario alla vita marina, è la nursery dove nascono tutti gli organismi viventi, mitiga l'erosione sulla costa sia quando è in mare, che quando si spinge sulle coste''.

A riva poi, secondo Firriato, unico produttore di vino in regime biologico dell'isola, è un prezioso compost per le colture agricole in quanto ricco di potassio e fosforo, un aerosol marino che caratterizza le uve zibibbo di questo specchio d'acqua. (web)

 
 
 

CROSTACEI ISOPODI

Post n°253 pubblicato il 19 Settembre 2014 da viscontina17

                                  

Gli isopodi costituiscono uno degli ordini dei Crostacei con il più elevato numero di specie; esse ammnotano, infatti, a circa 4000. In genere il corpo si presenta appiattito in senso dorso-ventrale, ma la morfologia varia a seconda dell'ambiente in cui vivono e a seconda delle abitudini alimentari. Gli ambienti occupati dagli isopodi variano da quello marino a quello d'acqua dolce, perfino l'ambiente terrestre. Esistono, infatti, alcune specie che sono riuscite a conquistare la terra ferma, pur presentando le branchie e non le trachee come i loro "cugini" insetti. Queste sono comunemente conosciute come "porcellini di terra" ovvero "insetti pallottola" perchè hanno la caratteristica di appallottolarsi, assicurandosi così la protezione del corpo e, contemporaneamente, la riduzione della perdita d'acqua. Per quanto riguarda le specie marine presentano un'ampia distribuzione: si possono trovare, infatti, dal sopralitorale (zona interessata dagli spruzzi, al di sopra, quindi, del livello di marea) fino al piano abissale. Esistono sia specie parassite dei pesci, come Anilocra laticaudata che specie libere, come Ligia italica che riesce a vivere anche al di sopra del livello del mare e, quindi, a contatto con il mezzo aereo. Questa specie, come tutti i crostacei, presenta le branchie, ma alcune appendici del corpo si sono trasformate in camere ad elevato tasso di umidità, nelle cui pareti sono presenti delle microgocce, indispensabili per effettuare lo scambio gassoso. Questa caratteristica permette a questo isopode di vivere sugli scogli emersi e di effettuare delle migrazioni verticali in conseguenza delle fluttuazioni della marea. (WEB)

 
 
 

BERGEGGI CORALLI GIALLI SUL FONDO DEL MARE

Post n°252 pubblicato il 14 Settembre 2014 da viscontina17

Una squadra di subacquei del Centro Carabinieri Subacquei di Genova Voltri, in collaborazione con l’Università di Genova, l’Acquario di Genova e l’Area Marina Protetta di Bergeggi ha individuato formazioni di «Dendrophyllia cornigera», i cosiddetti coralli gialli, ad 82 metri di profondità nelle acque del Savonese, effettuando anche campionamenti.
La «Dendrophyllia cornigera» è uno dei pochi coralli profondi del Mediterraneo
L’altezza media della colonia è di circa 40 cm, ma sono note colonie alte fino ad un metro. I singoli polipi sono molto grandi e tutto il tessuto vivente è di un inconfondibile e bellissimo colore giallo brillante
Il corallo giallo vive prevalentemente su fondali rocciosi, anche sottoposti ad alti tassi di sedimentazione, tra i 100 ed i 1000 metri di profondità, e solo in alcune aree atlantiche è stata osservata al di sotto dei 30 metri (WEB)
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VISTO NELL'ADRIATICO UN TURSIOPE BIANCO

Post n°251 pubblicato il 07 Settembre 2014 da viscontina17

Un delfino albino è stato avvistato a maggio in Adriatico dai biologi della Fondazione Cetacea che, per tutelarlo, hanno scelto inizialmente di non divulgare la notizia. Per quello che si è appurato, è il primo avvistamento di tursiope albino nel Mediterraneo. Il delfino, spiega Carlino Rimini, è stato visto nella sacca di Goro in un’uscita in mare del progetto NetCet per censire cetacei e tartarughe dei biologi di Cetacea coi colleghi croati di Blue World. L’hanno chiamato Albus. Foto: Il delfino albino avvistato a largo di Riccione
«Sapevamo della probabile esistenza di un delfino bianco - ha spiegato Sauro Pari per la Fondazione Cetacea - perché ce lo avevano raccontato pescatori e diportisti, ma non era mai stato fotografato. Poi il 29 maggio durante un’uscita l’abbiamo avvistato, avvicinato e fotografato. E così il delfino bianco non era più una leggenda da pescatori».
Un tursiope albino è un caso molto raro, ma non l’unico. Per Pari al mondo ne sono stati segnalati una ventina in tutto. Albus, spiega, misura circa 2.50-2.70 metri, ed è quindi un esemplare adulto. Con ogni probabilità si tratta di un maschio, visto che è stato visto nuotare con un altro delfino adulto, e di solito «i maschi adulti in Adriatico predano e passano il loro tempo in coppie o in piccoli gruppi».

«A volte gli albini nelle diverse specie vengono emarginati dai simili - spiega Pari - non per razzismo, ma per protezione, perché un albino attira molto facilmente col suo colore i predatori». Ma ciò non è successo con il tursiope avvistato nel tratto di mare sotto il delta del Po. «Per la loro socievolezza e la relativa assenza di grandi predatori in questa parte di Adriatico, il delfino albino vive con i suoi simili con i quali lo abbiamo trovato ed è in buono stato di salute». Anzi, sarebbe, a quanto hanno potuto vedere, proprio ben pasciuto. Salta e caccia con i suoi simili, rispetto ai quali non ha comportamenti differenti. L’avvistamento e le fotografie scattate dai biologi risalgono appunto a fine maggio, ma per precauzione la Fondazione ha atteso a divulgare la notizia. Per evitare che si scatenasse una sorta di caccia estiva al delfino bianco da parte di chi lo voleva vedere, cosa che avrebbe rischiato di compromettere la condizioni di salute sue e del suo branco.(web)

 

 
 
 

LA DANZA ACROBATICA DELLE MANTE

Post n°250 pubblicato il 02 Settembre 2014 da viscontina17

                                       

Durante le attività di ricerca e monitoraggio che l’Istituto Tethys

conduceda oltre 25 anni nelle acque del Santuario Pelagos, partendo

da Portosole - Sanremo, non erano mai stati registrati avvistamenti di

gruppi di mobule, le mante mediterranee meglio conosciute come diavoli

di mare. Erano stati registrati sporadici incontri di singoli individui,

ma negli ultimi due giorni i ricercatori a bordo della Pelagos, l’imbarcazione

messa a disposizione da Flash Vela d’Altura, si sono imbattuti in due

grandi gruppi, rispettivamente di 10 e 15 esemplari. Avevano tutti un

’”apertura alare” (larghezza del disco) di circa due metri e si sono esibiti

in numerosi e mirabolanti salti. Perché saltino non è molto chiaro e le

cause possono essere molte: display legato al corteggiamento, gioco,

osservazione fuori dall’acqua, inseguimento di piccoli pesci vicino alla superficie,

liberazione dai parassiti, aiuto durante il parto.


Si è trattato di uno spettacolo rarissimo e straordinario, che ha incantato

i ricercatori e i fortunati partecipanti, che affiancano i biologi per vivere una

vacanza indimenticabile.


Questo magnifico animale appartiene alla famiglia dei Mobulidi, di cui

sono gli unici rappresentanti nel Mediterraneo. Caratterizzato da lunghe pinne

cefaliche, può anche raggiungere i 5 metri di larghezza, anche se la maggior

parte degli adulti misurano fra i 3,5 e i 4 metri.


Si tratta di uno “squalo piatto” che si nutre in prevalenza di zooplancton. In

Mediterraneo predilige gli stessi crostacei di cui si alimentano anche le colossali

balenottere comuni e infatti lo si incontra per lo più in area pelagica. (WEB)

 
 
 

ECCO LA DRYMONEMA,NELL'ADRIATICO LA SUPER MEDUSA TORNATA DAL PASSATO

Post n°249 pubblicato il 29 Agosto 2014 da viscontina17

                               

Vive per lunghi periodi attaccata ai fondali e poi, d’improvviso, inizia a crescere

Sembra il titolo di una storia fantastica. Una medusa di quasi un metro di diametro non si incontra tutti i giorni, nel Mediterraneo. E’ successo due, forse tre volte quest’anno, nel Nord Adriatico. Vedere un animale «strano» può capitare e l’incontro poi si racconta agli amici (che non ci credono). Ma Gigi Paderni, quando ha incontrato la Drymonema dalmatinum, aveva la sua fidata macchina fotografica. E ha immortalato un gigante che gli è passato vicino.
La foto è arrivata a me, attraverso Saul Ciriaco, dell’Area Marina Protetta di Miramare, a Trieste. Saul ne ha presa una, morente, e l’ha messa in un tino da vino. Ma non fa una gran mostra di sé. Questi animali, una volta morti, si dissolvono e perdono presto la bellezza che li caratterizza quando sono in vita. Non ci è voluto molto a capire che Gigi e Saul avevano incontrato la più grande medusa del Mediterraneo, e anche la più rara!
La specie si chiama dalmatinum perché proprio in Dalmazia il naturalista Ernst Haeckel, nel 1880, la descrisse come specie nuova. Ma dopo quel ritrovamento fu rivista solo pochissime volte. La letteratura scientifica la segnala solo fino al 1945. Non si vedeva, quindi, da quasi 70 anni! Drymonema dalmatinum è tornata dal passato. Dove sarà stato nascosto un animale così grande, in un mare così piccolo? La risposta è semplice. Il ciclo di queste meduse è composto da una fase che vive attaccata al fondo. Si chiama «polipo», da non confondere col polpo. Questi polipi sono piccoli, di solito, e possono vivere a lungo. Ogni tanto producono meduse che, all’inizio della vita libera, sono piccole. Molte specie hanno meduse che restano piccole anche una volta raggiunta l’età adulta. Ma altre possono diventare grandi. Drymonema dalmatinum è parente di Cyanea capillata, la medusa più grande che si conosca. Vive nel Mare del Nord e nell’Artico e pare che possa raggiungere anche i due metri di diametro.
I polipi possono vivere per decenni senza produrre meduse e poi, improvvisamente, danno vita alla fase adulta: la medusa, appunto. I polipi di Drymonema, con ogni probabilità sono stati «nascosti», attaccati a qualche scoglio, e ora le condizioni ambientali hanno «risvegliato» il gigante. Drymonema mangia altre meduse. Nella foto di Paderni si sta mangiando un’Aurelia aurita, la medusa quattr’occhi. Le meduse stanno aumentando dappertutto e i loro predatori, favoriti dall’abbondanza di cibo, aumentano di conseguenza.
Il Nord Adriatico, un «cul de sac» biogeografico, quest’anno ci ha regalato ritrovamenti eccezionali e non è detto che non abbia altre sorprese in serbo. Ma la comunità scientifica non è abbastanza numerosa da poter tenere sotto controllo gli 8500 km del litorale italiano. E’ per questo che abbiamo lanciato la campagna «Occhio alla Medusa», con tanto di pagina web (www.meteomeduse.focus.it) e applicazione per smartphone, chiedendo ai cittadini di diventare «scienziati» e mandarci le segnalazioni delle meduse che incontrano. La risposta è già stata uno tsunami di segnalazioni.(WEB)

 
 
 

I BRIOZOI,QUESTI SCONOSCIUTI

Post n°248 pubblicato il 16 Agosto 2014 da viscontina17

 

                                

Malgrado molti di noi non siano in grado di riconoscerli durante un’immersione, confondendoli anzi con altri organismi bentonici, i Briozoi sono animali che vivono comunemente nell'ambiente marino sui fondi rocciosi. I Briozoi - letteralmente "animali-muschio" – si presentano spesso come minuscoli "coralli" dalla forma arborescente costituita da uno o più "rametti" o ciuffi o lamine, oppure possono formare incrostazioni sul substrato, di forma circolare o a foglio. La superficie esterna è decorata da una caratteristica porosità, il colore è molto vario: bianco, giallo, nero, violaceo, rosa. Vengono spesso confusi con gli Idrozoi o coi Cnidari. Sotto un microscopio questa confusione può sembrare giustificata perché si vedono sottili tentacoli a corona uscire fuori da custodie rigide cornee o calcaree. Ma i Briozoi non sono affatto costituiti da polipi di Cnidari: si tratta di forme di vita che, benché trascurabili a chi non si occupi di biologia, sono in realtà molto più complesse del Phylum degli Cnidari a cui vengono spesso impropriamente attribuiti. Sono conosciute dai tassonomisti circa 4000 specie viventi e potenzialmente si pensa che esista ancora un certo numero di specie ancora non descritte.Il falso corallo, nome scientifico Myriapora truncata , e il pizzo di mare o rosa di mare, ossia Reteporella grimaldii (più nota come Sertella septentrionalis, ma che ha recentemente cambiato sistemazione tassonomica, e quindi nome e cognome) sono tra le specie più comunemente note ai subacquei, sia per la forma particolare, sia per le loro dimensioni che le rendono facilmente riconoscibili, sia che per la comune diffusione sui nostri fondali rocciosi.I Briozoi, assieme ai Foronidi e ai Brachiopodi, appartengono al gruppo dei Lofoforati. I membri di questo gruppo hanno in comune l'organo per la cattura del cibo, detto "lofoforo".
I Briozoi sono filtratori attivi, ossia non si limitano a catturare passivamente con la corona di tentacoli le particelle sospese nell’acqua, ma sono in grado di variare il movimento del lofoforo in relazione ai cambiamenti delle condizioni ambientali, ossia in relazione alla velocità della corrente marina e in relazione alla concentrazione delle particelle di cibo presenti nell’acqua. La velocità della corrente creata dal lofoforo aumenta con l’abbondanza delle particelle di cibo presenti nel mezzo.
Questa spiccata capacità filtratoria permette loro di essere tra i pochi organismi in grado di sopravvivere anche in condizioni estreme, ad esempio nelle parti più interne delle grotte marine sommerse, dove si verifica un brusco decremento della disponibilità di cibo.La nutrizione è stata definita da alcuni Autori come il principale fattore che scolpisce la forma delle colonie dei Briozoi. A questo scopo, i Briozoi mostrano una grande varietà di forme di crescita, che sono state realizzate al fine di migliorare competizione per lo spazio e per il cibo. Le forme planari, simili a piccole gorgonie, sono tipicamente legate ad un regime di corrente costante o unidirezionale. Le forme cespugliose o arborescenti si trovano invece sviluppate da quelle colonie che si sviluppano in ambienti con flusso multidirezionale o turbolento. In mancanza di altri competitori per il substrato, alcune specie di Briozoi adottano anche una forma di crescita incrostante, a foglio sottile, che permette di sfruttare tutto lo spazio disponibile. Inoltre, alcune specie possono mostrare una forma di crescita massiva. La morfologia massiva rappresenta un buon compromesso tra le varie forme di crescita: essa ottiene un buon accesso alla colonna d’acqua e un relativo isolamento dal substrato; mantenendo una larga base di attacco al substrato, queste forme sono resistenti a forti movimenti dell’acqua.(WEB)

 

 
 
 

SVELATO IL SEGRETO DEI TENTACOLI DELLA PIOVRA

Post n°247 pubblicato il 13 Agosto 2014 da viscontina17

                                    

Perché una piovra non rimane mai attorcigliata dai propri tentacoli? Può sembrare una domanda da barzelletta zoologica, del genere "perché una gallina attraversa la strada?", invece è un quesito scientifico che ha condotto a una scoperta inattesa, le cui conseguenze potrebbero avere applicazioni addirittura per i disegnatori di robot. Com'è noto, l'octopus o polpo o piovra, come viene più comunemente chiamato, è un animale dalle proprietà fuori dal comune: ha tre cuori, la capacità di cambiare colore velocemente per mimetizzarsi (oltre che per comunicare con i suoi simili) e può emettere inchiostro nero da un sifone per difendersi in caso di attacco. Un'altra notevole caratteristica è che il suo cervello non controlla gli otto tentacoli con cui si procura il cibo e lo porta alla bocca: ogni braccio è in sostanza indipendente e può perfino ricrescere se viene amputato da predatori. Non solo, una volta amputato, un tentacolo può sopravvivere per un'ora e continua addirittura ad afferrare cibo e a portarlo verso il punto in cui dovrebbe esserci la bocca.
Ma durante una serie di esperimenti condotti alla Università Ebraica di Gerusalemme, ora riportati sulla rivista Current Biology e anticipati stamane dal quotidiano Guardian di Londra, uno studente ha notato un fatto curioso: pur essendo ricoperti di ventose che si attaccano immediatamente a qualsiasi cosa, i tentacoli non si attaccano alla pelle della piovra stessa. Qualcosa di sconosciuto non li fa appiccicare alle altre braccia. E per questa ragione, pur senza essere controllati dal cervello, i tentacoli non si intrecciano mai, non finiscono per appiccicarsi l'uno all'altro come sarebbe logico aspettarsi. Madre natura evita questo tipo di incidenti, che complicherebbero assai, in effetti, la vita dell'octopus.
I ricercatori israeliani se ne sono accorti per caso e hanno cercato di capire il motivo con una serie di test piuttosto macabri (ai lettori più sensibili è sconsigliato leggere oltre questo punto). Amputato un tentacolo, gli studiosi hanno verificato che le ventose non si attaccavano alle altre braccia della piovra. Poteva attaccarsi a qualsiasi altra cosa, ma non a un altro tentacolo. Si attaccava perfino a un vetrino da laboratorio, ma non alla parte del vetrino su cui gli scienziati avevano sparso un gel inzuppato in estratto di pelle di octopus. L'unico caso in cui un tentacolo amputato ne ha impugnato un altro è stato quando quest'ultimo era stato precedentemente spellato. Test fatti con tentacoli non amputati hanno dato risultati più equivoci. Le piovre afferravano tentacoli amputati come se fossero cibo e le ventose si attaccavano normalmente. Ma talvolta non lo facevano, se il braccio amputato era il loro.
Gli esperimenti, scrivono gli studiosi guidati dal professor Binyamin Hochner dell'Università Ebraica, suggeriscono che le piovre hanno una sostanza chimica nella propria pelle che impedisce alle ventose di agire. E la dinamica di come i tentacoli interagiscono in modo indipendente senza mai formare dei nodi inestricabili viene attualmente studiata nel campo della robotica. (WEB)

 
 
 
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