Creato da: Be.Side il 20/02/2006
Il lato B della mia musica

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un saluto tra le mani

Post n°6 pubblicato il 05 Luglio 2006 da Be.Side
Foto di Be.Side

Un giorno di giugno ti ha portato via. Prima del mio saluto. Prima del mio prepararmi al non pensarti più qui.
Le tue gambe ormai così pesanti ti hanno regalato il passo più lungo.
Finche le persone non se ne vanno si ha l’illusione di poter ancora accedere al ricordo. Fino a quando la morte non lo consacra e lo allontana dal ritorno.

Il fresco delle tue stanze arredate di antico, le mie piccole dita a consumare i tasti della stessa canzone. Da quel pianoforte appoggiato al muro di un vecchio benessere, lo storpio delle mie note si univa al genuino dei tuoi fornelli, al cinguettare dei mille colori che raccoglievi in una gabbia. E l’estate fuori. Senza scuola e senza città.

Ti chiamavo zia. Non la mia ma di qualcuno più su di me nella genealogia diluita dagli anni. Lontana nel tempo vicina nel cuore, eri la zia dei nipoti che non hai mai avuto.

Il nostro parco giochi, trastullo di un branco di pesti, fatto di chiasso e di ginocchia sbucciate. Cresciuti sull’asfalto, assetati di un orizzonte tutto intero. Di un gioco all’aria aperta, nell’aia di un podere rosso di tufo. Terra da grattare alla terra.
Tu a coltivarla. A colmarne i vasi.
Noi a riempirci dei buffi sandali, bucati nel posto sbagliato.
Quando la morsa del caldo liberava qualche ora del pomeriggio, aspettavamo la gioia del clacson che prelude alla gita. Una giardinetta verde dal tetto ammainato era l’astronave per lo svago del giorno.

Tu ci insegnavi le piante. Noi il gioco.
Fatto di niente perché niente serviva alla fantasia. A noi cavalieri, astronauti, ammiragli. Un esercito di eroi dai pantaloncini corti.
Vestivi i fiori delle donne di un tempo. Ruvida di mani e di modi.
Il rosso allegro delle tue guance. Il bianco ed il nero dei tuoi capelli. Più un fastidio che un vezzo per le faccende del giorno. Il blu arrampicato sulle gambe di un sangue che già faticava a scendere. Pressata verso il basso scoppiavi nelle gambe per svuotarti il peso delle braccia. Dove la pelle avanzava a coprire l’osso.

Il sorriso pieno. Come il tuo viso dagli occhi piccoli e veloci. La voce tonda di un dialetto mai addomesticato e raccontato a noi deportati di città.
Tu e le tue primizie. Ci riempivi la bocca e ci guidavi il gusto per quei tesori dell’orto.

Arrivavi col profumo del tiglio, ma te ne sei andata prima della ginestra. Dondolando i tuoi passi incerti hai attraversato il solco che divide da chi resta.
Qui.
Con un saluto tra le mani.

 
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la metà che manca

Post n°5 pubblicato il 11 Aprile 2006 da Be.Side
Foto di Be.Side

Erano con me. Nascosti. Perfettamente mimetizzati tra quelli che volevano cambiare.
Erano con me.
Quando non arrivavano a fine mese, quando non avevano un lavoro, quando non c’era una casa né la possibilità per sognarla.
Erano con me a fare la spesa e farne le spese.

Erano con me quando hanno puntato il dito contro chi il regime lo ha fatto davvero. Contro chi ha voluto guerre e leggi su misura.
Erano con me quando il benessere di pochi scorreva dove i molti non lo avrebbero nemmeno annusato.

Erano con me anche chi era contro, quando il delirio del re dispensava caramelle elettorali ad un popolo bambino. Erano con me perché era più difficile negare un’evidenza insostenibile.
Erano con me quando più giù non si poteva andare.
Erano con me. Non per lo stesso domani, ma stanchi dello stesso oggi.

Erano con me. Li ho sentiti. Parte di un intero che non vale questa misera metà.

Adesso non ci sono più.

Dove sono?
Dove siete?

Vale davvero così poco la vostra speranza?
Costa davvero così poco questa vile devozione?
Pesa così tanto la paura antica di un comunismo mai esistito?

Un coraggio a metà.
Metà perdenti e metà sconfitti.
Metà con la bandiera. Metà nascosti con le mani nelle tasche piene di caramelle, a fare spallucce, a negare la scelta dell’urna.
Meglio un uovo marcio oggi. Che una speranza domani.

Forse meglio niente che la metà che manca.

 
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arrivederci prof

Post n°4 pubblicato il 10 Aprile 2006 da Be.Side
Foto di Be.Side

E’ entrata nel metrò come dentro la quinta C. Senza mai guardare dentro. Armata del rosso di un registro vuoto di sufficienze.
Grandi occhi di cera grigia. Incapaci di espressione senza una voce a guidarli.Una fila di mani appese a dividerci lo sguardo. Una fila di anni a dividerci il ricordo.

Ha dato più voti lei di quanti ne abbia presi io. Troppo lontano nel banco e nel tempo per ricordarsi l’appello di quegli ultimi anni ottanta.
Arrivava dentro una cinquecento sbiadita dal sole in una scuola dove l’italiano e la storia erano materia di poche ore e di poco conto. Messe lì da qualche riforma antica per dare un’anima ai numeri che imparavamo.

Il cinque era un traguardo per quei temi che misuravo in lunghezza. Incolonnati a sinistra si riempivano di rosso nella metà vuota. Come la mia coscienza di allora. Fatta di pensieri leggeri senza posizione. Senza destra né sinistra. Pretesti buoni solo per non farsi fucilare nelle interrogazioni dei pochi che non scioperavano.Schieramenti di una politica acerba come gli amori di quei banchi. Che in età di brufoli sembravano non poter finire mai.

Vestiti di un jeans che la moda voleva corto, di piumini gonfi e di teste vuote. Una cinta da buttero ed una tolfa ereditata per caso da un 68 mai così lontano. Svuotata delle lotte. Riempita di pochi libri e dei tanti diritti mai apprezzati e riconsegnati pigramente al mittente.
Giorni nascosti nei bagni e dietro scuse improbabili. Sospesi tra un’ora di religione e di palestra. A ricopiare firme. A giustificare l’assenza di una leggerezza mai più tornata.

E la sua voce sottile, sempre in bilico sull’acuto, a guidarci dove non saremmo mai andati.
Lato B di un disco ascoltato troppo poco.
Un profeta da sempre senza seguito. A redimerci dalle equazioni, a raccontarci una Storia, da noi ripetuta a memoria come una filastrocca senza senso.
A ficcarci due dita in gola per tirare fuori temi che venissero da noi e non dal poco sentito dire.

Lei ed il suo sguardo di eterna rassegnazione, abituato ai resti negli anni indifferenti di un istituto di periferia. Generazioni di ragazzi raccolti dalla strada e alla strada restituiti con l’illusione di una professione.

Chissà quanti ne ha salvati. Dalla strada e dalla nebbia del ricordo. Annate qualunque di vini mai buoni, confusi nella cantina della sua memoria.
Vendemmie di settembre. Che giugno a pochi donava la sufficienza di un’estate libera.
Ne ha liberati tanti. Per avere me prigioniero.
Ma non mi ha mai avuto. Non per le mie lettere ma per i miei numeri allineati meglio delle parole. Correnti troppo forti per remare contro.
Un vino buono per l’aceto. Una partita persa.

Arrivederci prof.

 
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pochi spicci

Post n°3 pubblicato il 28 Marzo 2006 da Be.Side
Foto di Be.Side

In ginocchio sul marciapiede come in una chiesa. A guardare nella via. Verso la gente che scende incontro al giorno. Sempre nello stesso posto. Come i vecchi col rosario seguono l’abitudine e la preghiera. Imputati di una paura divina che avanza con l’età.

Un pezzo di cartone a raccontare il perché di quel silenzioso chiedere. Sorride da un lato, ti guarda senza aggiungere altro.

Il cane sonnecchia in una ciambella di pelo chiaro. Distrattamente sposta uno sguardo triste tra la fretta della gente. Non sa di quell’elemosina. Aspetta solo il suo mangiare per mano di quel compagno di chissà quanta strada. Segni di lotta sul muso e del marciapiede sul pelo.

Un’età giovane. Di chi ha tanta vita negli occhi poca negli anni. Densa di sfida e di quell’orgoglio che a fatica chiede come un dovuto e non come un bisogno. Alla coscienza di un quartiere ricco solo di intenzioni. Ad un mattino di gente al lavoro e nipoti appesi a nonni con tempo e parole da impegnare.

Pochi spicci e tante coccole per la testa irsuta del suo quadrupede amico.
Un cornetto, un pezzo di pizza nella premura delle mamme.
Da dove vieni. Come ti chiami.
L’interesse del pianoterra per chi la scala non l’ha mai salita. Come se da lì fossimo venuti un po’ tutti. In questa vita o in un’altra. Indietro nel tempo o nella fortuna. Vicino nella solidarietà di un mattino qualunque. Che ha sempre qualcosa per un palmo volto al cielo.

Affondo le mani nel jeans, ma trovo solo un sorriso che non sfama. Trovo domande ma non il tempo di farle per quella vita vista dal basso. Per quello sguardo. Per quella storia da marciapiede. Per me che passo e per lui che rimane nel resto di un giorno che non so.

[Blak Boys On Mopeds - Sinead O'Connor]

 
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Somebody

Post n°2 pubblicato il 21 Febbraio 2006 da Be.Side
Foto di Be.Side

Ti restano attaccate come colla sulle dita, certe canzoni nell’età della scoperta. Ti accompagnano per l’adolescenza e continui a sentirle anche quando nella radio non le trovi più.
Un filo diretto con il miglior ricordo. E tutto il nuovo diventa acerbo per te che sei rimasto a quella musica che non torna più. Quella con tutte le parole a memoria, con gli articoli e gli spartiti per una chitarra difficile da accordare.

Era una gita di mezza stagione. Un pretesto per uscire fuori dall’inverno e dal cortile della scuola.
Fine del pulmann e di quegli anni ottanta. Dalle cinque poltrone più ambite le note sintetiche di un gruppo nuovo.

Depeche Mode.

Un nome rubato alla moda. Note trovate dove nessuno le aveva mai cercate. Nei circuiti stampati di uno strumento senza corde.
Fu amore a prima vista. Per quella musica e per lei che l’ha portata nella gita di una vecchia scuola.
Un paio di brani. Poi la massa torna consumare l’amore urlato dalla musica nostra. L’unico posto dove quell’età poteva impararlo.
Canzoni inglesi. Per noi salvati dal francese avevano il vantaggio di un significato (mai immediato). Anche se finivamo sempre per doppiare le parole con un suono privo di senso.

Sono cresciuti con me. Oggi anche più di me.
Sono andati avanti spinti dal commercio. Demoliti dalla droga e svuotati dal successo. Ma comunque ancora aggrappati alle loro radici, a risuonare emozioni nella cassa rigida di un ricordo. Come se non ci fosse più spazio per nuove note da ricordare.
Ma me ne hanno lasciate tante. Quasi tutte. Raccolte dai dischi e a piene mani dai pochi concerti concessi ai nostri spalti.
Ritorneranno nella penisola. Ed io al tempo che li ha voluti nella memoria delle cose da tenere.
A volte qualcuno.
Somebody.

 
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