CINEMA PARADISO

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Film nelle sale da domani

Post n°11783 pubblicato il 01 Ottobre 2014 da Ladridicinema
 

 

 
 
 

Il paradiso degli orchi

Post n°11782 pubblicato il 01 Ottobre 2014 da Ladridicinema
 

 

Benjamin Malaussène lavora in un centro commerciale come capro espiatorio, quando qualche cliente insoddisfatto vuole far causa al centro lui se ne assume la responsabilità, prendendosi gli insulti fino ad intenerirlo e convincerlo a non procedere legalmente. Nel centro tuttavia si susseguono esplosioni che mietono vittime e Malaussène è sempre vicino al luogo del delitto, finendo per rischiare di fare da capro espiatorio anche per questi eventi. 
Ad indagare, oltre alla polizia, c'è anche una giornalista di cui Benjamin si è subito innamorato ma che ancora non ha presentato alla sua numerosa e disordinata famiglia.
Dopo più di vent'anni diventa film il primo romanzo del ciclo di Malaussène di Daniel Pennac e la trasposizione non lesina in colore, scenografia e ritmo. I cardini della commedia giallo-rosa ci sono tutti, compreso il peculiare senso del pulp dei libri di Pennac, in cui molto si muore e molto trucemente ma senza soffrirne mai troppo, come se la leggerezza fosse una forma più potente di qualsiasi contenuto.
Il Malaussène cinematografico lavora sull'umorismo più che sulla componente poliziesca, sacrificando qualsiasi espediente filmico di suspense a favore di un umorismo sia raffinato che di grana più grossa. Nicolas Bary (che ha anche sceneggiato il film assieme a Jérome Fansten) non sembra aver timore di intenerire il pubblico con espedienti bassi quali moine di un cagnone o il volto sbigottito di un bimbo, né esita di fronte all'uso di effetti sonori da cartone animato (che a dire il vero ben si accoppiano con i colori potenti e saturi della fotografia). Chi non conoscesse l'esistenza dei romanzi da cui è tratta la storia potrebbe pure pensare che la fonte d'ispirazione siano fumetti, tanto il regista calca la mano sugli elementi tipici di quella forma espressiva.
Pronto ad assumersi ogni colpa ma anche a conquistare la donna di cui si innamora al volo, la parabola di Malaussènne, in questa sua prima avventura filmica, ruota moltissimo dalle parti della sua professione, enfatizzandone il carattere con lo scopo di presentarlo e introducendo le caratteristiche base degli altri personaggi. Non è mai il realismo ad interessare Bary ma anzi la trasfigurazione di ambienti ed eventi in un universo in cui il positivismo si accoppia alla tragedia della condizione di Malaussène, come se la meno felice delle contingenze fosse in sè foriera del più divertente dei contesti o come se la più disfunzionale e atipica delle famiglia fosse l'unica in grado di essere accogliente e protettiva.
Come tutti i grandi primi capitoli, il film funziona più da benvenuto nel mondo di Pennac che come prodotto a se stante e, ottemperando a qualsiasi legge dei franchise internazionali, Nicolas Bary getta anche le basi per una serie di film. Accanto alla partecipazione di Emir Kusturica infatti il finale introduce una grande attrice francese in un ruolo importante solo nei seguenti romanzi, chiudendo con il classico fare da chi promette nuove avventure.

 
 
 

Grand Budapest Hotel

Post n°11781 pubblicato il 01 Ottobre 2014 da Ladridicinema
 

Gran Budapest Hotel, premio della giuria alla 64a edizione della Berlinale, è un'opera che ha una chiara ispirazione letteraria, ovvero trae ispirazione dallo scrittore austriaco, Stefan Zweigv, cui l'autore dedica il film.

Monsieur Gustave è il concierge ma di fatto il direttore del Grand Budapest Hotel, che si trova a Zubrowka. Idolo delle signore anziane, riceve in eredità da una di queste, Madame D, un prezioso quadro. Il figlio di questa però, Dimitri, lo accuserà di averla prima soggiocata e poi uccisa. Verrà arrestato, ma grazie alla complicità con il suo giovanissimo neoassunto, Zero, riuscirà a scappare.

Wes Anderson ci conduce ancora una volta in un viaggio nell'immaginario, con un forte richiamo alla realtà. Ispirandosi al storia del cinema classico si rifà alle opere dei Lubitsch e dei Wilder, maestri della commedia brillante americana; ma si possono trovare anche elementi di Jean Renoir e Max Ophuls.

Questo lo possiamo vedere nell'ironia, nello sfondo, nella cura maniacala dei dettagli, nella capacità di passare da un’epoca all’altra fino al ritmo incalzante che regge tutto il film.

Il film è quindi un omaggio nostalgico al cinema di una volta, e questo lo si può notare anche nelle scenografie e soprattutto in alcune scelte registiche dal tocco vintage.

Non manca la solita cura meticolosa per i dettagli come detto prima, dalle scatole rosa di amaretti, ai dettagli della giacca viola di Gustave che fanno di questo film un elegante omaggio nostalgico alla cultura dell'Europa dell'est del '900.

I dialoghi sono velocissimi e spesso ci vogliono un paio di secondi per capire le battute. Anderson vuole farci sorridere di quello che avviene ai suoi personaggi, ma allo stesso tempo farci riflettere su quello che accadeva all'epoca alle tante persone arrestate e scomparse.

Sono chiaramente presenti tutti gli elementi del cinema andersoniano, dalla caratterizzazione dei personaggi alla divisione in capitoli, fino ad arrivare ai personaggi che vengono ridicolizzati in una storia che solo all'apparenza sembra semplice ma che in realtà ha subito nella stesura una cura meticolosa.

Il cast è di assoluto livello, con molti attori già presenti nei precedenti film del regista americano, come Bill Murray, Adrien Brody, Tilda Swinton, Willem Dafoe, Owen Wilson, Edward Norton; altri alla prima collaborazione come Léa Seydoux, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric

Ralph Fiennes nei panni di Monsieur Gustava è assolutamente straordinario.

Pur non essendo di fronte a film come Steve Zissou o Moonrise Kingdom, abbiamo comunque ancora una volta da parte di Wes Anderson un film pienamente riuscito.

Voto finale: 4++/5

Grand Budapest Hotel
(The Grand Budapest Hotel)
Poster

Una ragazza depone una chiave di una stanza d'hotel ai piedi del busto dedicato a uno scrittore scomparso. Lo stesso scrittore racconta delle origini del suo romanzo. Un uomo oramai anziano e stanco racconta in un albergo semideserto ad un giovane scrittore la storia di Gustave H., il leggendario concierge del Grand Budapest Hotel, e del suo giovane protetto Zero, alle prese con il furto e il recupero di un dipinto rinascimentale inestimabile e la battaglia per un enorme patrimonio di famiglia.

 
 
 

Lucy

Post n°11780 pubblicato il 01 Ottobre 2014 da Ladridicinema
 

Lucy è una studentessa che vive a Taiwan. Costretta a consegnare una valigetta misteriosa a un criminale coreano, Mr. Jang; viene sequestrata. Le viene inserito, a lei e ad altre quattro persone; nel corpo un pacchetto con al suo interno una nuova droga da immettere sul mercato europeo. Durante il sequestro però il pacchetto si rompe e il prodotto assorbito dal corpo, sviluppa in maniera clamorosa le capacità cerebrali di Lucy.

Nè l'uomo nè la materia sono l'unità di misura dell'universo, ma lo è il tempo che è alla base di tutto. Diffondere la conoscenza e il sapere e trasmetterla è l'unica cosa che conta, e che può evitare il caos. Questi pochi concetti sono alla base dell'ultimo film di Luc Besson, che ancora una volta decide di mettere al centro di un suo film personaggi femminili coinvolti in esperienze che li trasformano radicalmente.

Il punto che si pone il regista, partendo dalle neuroscienze, è cosa succederebbe se l'uomo potesse utilizzare il proprio cervello, a pieno regime o comunque più del 10% che è la situazione attuale, secondo la maggior parte dei neuroscienziati.

Il personaggio interpretato da Scarlett Johansson ricorda molto Nikita, del resto lo si può notare fin dai primi minuti e nelle tante similitudini. 

Il regista gioca con la sensualità della sua protagonista, che è una delle poche cose ben riuscite del film. Brava sia all'inizio nei panni della studentessa impaurita, sia quando si trasforma in uno strumento perfetto senza emozioni.

Se da una parte il regista francese insiste su una questione scientifica, e volendo anche su alcuni elementi della spiritualità intesa come significato della vita; dall'altra il film si indirizza molto velocemente verso la strada dell'azione, trasformandosi in un frullato di teorie, che non vengono però approfondite; e azioni al limite del fumettistico.

Un grosso limite del film è a livello di sceneggiatura, di solito uno dei punti di forza del regista. Assistiamo dunque a veri e propri buchi narrativi, a scelte alquanto discutibili sul montaggio e a tagli di personaggi senza senso. Tutto il film sembra esaurirsi all'inizio, nonostante una regia sempre attenta; partendo subito con un ritmo alto delle scene, ma senza riuscire però a mantenerlo stabile per tutto il film. Infatti con l'abbassarsi del ritmo, e volendo delle idee; aumentano a dismisura gli effetti speciali.

Ad una prima parte solida infatti, segue una seconda parte dove la sceneggiatura è confusa e non sfrutta al massimo la potente premessa ed anzi sembra quasi voler sbrigarsi a concludere il tutto; ad arrivare al 100%, con un finale poi che lascia alquanto perplessi.

Voto finale: 2/5

Poster

Un thriller d'azione che racconta la storia di una donna casualmente coinvolta in loschi affari ma comunque in grado di prendersi la rivincita sui propri ricattatori, trasformandosi in una spietata guerriera capace di superare ogni logica umana.

 

  • FOTOGRAFIAThierry Arbogast
  • PRODUZIONE: EuropaCorp, TF1 Films Production
  • DISTRIBUZIONE: Universal Pictures
  • PAESE: Francia, USA
  • DURATA89 Min
 
 
 

Star del giornalismo: «Io e altri centinaia di reporter al soldo della Cia» da popoff

Post n°11779 pubblicato il 01 Ottobre 2014 da Ladridicinema
 

 3 commenti

«Per 17 anni sono stato pagato dalla Cia». Udo Ulfkotte è il più famoso giornalista di Germania, vincitore di tanti premi internazionali. «Io e altri centinaia abbiamo lavorato per favorire la Casa Bianca». E ancora: «La diversità dei punti di vista dei giornali è una farsa».

 

di Franco Fracassi

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«Sono stato giornalista per circa venticinque anni e sono stato istruito a mentire, tradire e non dire la verità al pubblico». Udo Ulfkotte è stato uno dei più importanti corrispondenti esteri del più prestigioso quotidiano tedesco, “Frankfurter Allgemeine”. Per tutti quegli anni è stato anche «a libro paga della Cia», come lui stesso ha ammesso. Ulfkotte ha vinto premi giornalistici internazionali, ha insegnato all’università, è stato membro della più importante fondazione a sostegno della Cancelliera Angela Merkel: la Conrad Adenauer Foundation. Ulfkotte è stato la star del giornalismo teutonico. «La diversità di opinioni nei giornali è una pura finzione, i nostri messaggi sono spesso puro lavaggio del cervello».

 

Il reporter ha messo nero su bianco le sue confessioni in un libro, dal titolo eloquente: “Giornalisti comprati”.

 

Il libro inizia con una dura autocritica e il pentimento per essere stato per anni un manipolatore delle notizie e poi continua spiegando il sistema di corruzione dell’opinione pubblica. «Prima di tutto, è necessario rendere autorevole il giornalista a libro paga, facendo riportare i suoi articoli, dandogli copertura internazionale e premiando i suoi libri. Molti premi letterari non sono altro che premi alla fedeltà propagandistica dell’autore che li pubblica, non molto differentemente dal premio “eroe del lavoro” nella ex Germania Est comunista».

 

Ulfkotte ha rivelato i nomi di centinaia di giornalisti e lobbisti che «tramite le loro organizzazioni, dall’Aspen Institute, alla Commissione Trilaterale, all’Istituto per le politiche europee, alla German Marshall Found, all’American Council in Germania, all’American Academy, all’Atlantic Bridge, servono a influenzare mediante una propaganda mirata l’opinione pubblica».

 

Il giornalista nel suo libro ha anche spiegato (facendo esempi concreti) come alcune notizie vengano date con il solo scopo di influenzare il pensiero dei tedeschi a favore degli interessi di Washington.

 
 
 

David Fincher dirigerà l’intera prima stagione di Utopia da comingsoon

Post n°11778 pubblicato il 01 Ottobre 2014 da Ladridicinema
 

30 settembre 2014

Poster

 

Dietro la macchina da presa per i primi due episodi di House of Cards, iniziativa che gli è valso unEmmy nel 2013, David Fincher tornerà a dirigere per la tv in Utopia di HBO, questa volta per un periodo più lungo.

L’acclamato regista statunitense curerà ciascun episodio della prima stagione del thriller cospirativo, progetto che lo riunisce con la sceneggiatrice de L’amore bugiardo Gillian Flynn. Adattamento dell’omonima serie britannica, Utopia racconta cosa succede quando un gruppo di persone si ritrova in possesso del sequel di una graphic novel di culto che si dice abbia predetto i peggiori disastri del secolo scorso. Presi di mira da un’organizzazione conosciuta come The Network, determinata a procurarsi il manoscritto e conoscerne il segreto con ogni mezzo, i protagonisti devono riuscire a sopravvivere e scoprire il significato nascosto nelle pagine del volume prima che le terribili immagini in esso raffigurate diventino realtà.

“Ne adoro il mondo”, ha detto Fincher a The Guardian parlando degli aspetti di Utopia che lo hanno attratto. “Adoro i personaggi e amo la franchezza e l’affinità di Dennis [Kelly, l’ideatore della versione originale] per i nerd. Voglio dire, anch’io sono sempre stato un piccolo teorico della cospirazione, ma non ho avuto il tempo di mettere insieme il tutto. Ma è bello vedere che qualcuno ci è riuscito”.

 
 
 

Il caso Moro

Post n°11777 pubblicato il 30 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

16 marzo - 9 maggio 1978: sono le date dei cinquantacinque giorni della prigionia subita dal presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, prima che fosse eseguita la sentenza di morte da parte di un nucleo delle Brigate Rosse.

Il film di Giuseppe Ferrara è un film che racconta una fetta importantissima della storia d'Italia. Questo film vuole essere una ricostruzione di quei giorni oscuri e degli eventi che accaddero nella politica italiana durante e dopo il sequestro Moro.
Il film, tratto dal libro "I giorni dell'ira. Il caso Moro senza censure" di Robert Katz, anche co-sceneggiatore della trasposizione filmica, è il primo film a trattare interamente questo scottante tema.

Lo spettatore attento nel guardare questa storia si ritrova avvolto da una paurosa oscurità, da ombre imponenti; si ritrova al cospetto di una storia "funebre". Moro è un elemento di correlazione tra il potere e la responsabilità, tra il linguaggio e le azioni che ne conseguono.

Che cosa ha pensato Aldo Moro in quei cinquantacinque giorni? Che cosa ha vissuto realmente? Con assoluto rispetto Giuseppe Ferrara tenta di descriverci questo, senza tralasciare i dettagli del linguaggio delle lettere che Moro scrisse dal covo in cui era costretto, e del linguaggio usato dai brigatisti per rendere pubblici i loro comunicati.
Conseguentemente mostra le azioni del Potere Politico, senza puntare il dito accusatore contro nessuno in particolare, ma attraverso ricerche e studio cerca di tracciare il modus operandi del Governo in quei giorni. Tutto il narrato è rilevato in maniera simbiotica dalle musiche di Pino Donaggio.

Ferrara cerca di seguire i fatti ma tali fatti finiscono per astrarsi, sfuggire alla loro stessa natura e scivolare in una dimensione in cui tutti si rivela inevitabilmente ambiguo. Al centro del caso Moro c'è il Mistero, senza questo punto buio gli avvenimenti non acquisterebbero senso, poiché non ci sarebbe "un caso Moro". "Il caso Moro" è in realtà il Mistero Moro, perché, nonostante i tentativi di decifrare le svariate lettere scritte dal presidente della DC e pubblicate sui giornali nazionali, nonostante gli studi approfonditi sulla materia, l'ombra centrale della questione non pare essersi rischiarata. L'impressione imposta dal film è che tutto nel Caso accada come in letteratura a causa di quella specie di "fuga dei fatti" che sembrano astrarsi nel momento stesso in cui accadono:

"Si può sfuggire alla polizia italiana- alla polizia italiana così come è istruita, organizzata e diretta- ma non al calcolo delle probabilità."
Leonardo Sciascia, 1978

Il film di Ferrara è dunque un film sulla morte, sulla scrittura e sulla prigionia, e la struttura di questo ragionamento assomiglia a quella di un saggio critico. Ferrara non fa di Moro né un martire né un eroe, a lui interessa porre l'accento sull'antitesi di un uomo solo contro l'intera società.
Lo statista durante la sua prigionia è solo, solo di fronte all'enigma della propria imminente morte. La figura appellata continuamente dai brigatisti come Presidente viene a ridursi con il succedersi dei minuti e dei millmetri di pellicola da quella politica a quella di uomo comune: solo, in un momento di sconforto, debilitato fisicamente e abbandonato moralmente. Comunque figura dignitosa dinnanzi alla violenza, all'omertà e alla sentenza di morte.
Ferrara ci racconta la vicenda del presidente della DC come se fosse stata una tragedia già scritta, per questo ha attirato su di sé e sul grande Volontè, che interpreta lo statista, innumerevoli critiche da parte di ogni fazione politica. La regia e la sceneggiatura si impegnano a sottolineare che il privilegio di avere Potere e di essere a capo di qualcosa hanno un costo. Coloro che detengono tali privilegi sono più facilmente esposti a giudizi severi, a sentenze ineluttabili e ad atti di violenza. Come afferma uno dei brigatisti stessi: "Siamo in guerra… E' cominciato l'attacco al cuore dello Stato."

E il Governo come ha agito per liberare Aldo Moro? Il Potere che lo ha condannato ad una posizione tale da poter essere sequestrato quale reazione ha avuto? La risposta del regista è all'interno del film: "Hanno fatto il governo in cinque minuti: l'ammucchiata della paura."

Il film di Giuseppe Ferrara è a tratti freddo proprio perché sceglie di ricostruire un percorso, un fatto, un delitto. Ferrara indugia spesso sul volto invecchiato e stanco di Volontè, perché mira a ritrarre come un simile evento sia stato vissuto dal protagonista e anche dai suoi carcerieri.
Il film è coraggioso, in quanto è stato il primo film sull'argomento, ed è un film anche fortemente politico e religioso, anzi spirituale, poiché lo statista democristiano era un uomo di tal fattura.

Apprezzabile l'interpretazione di Volontè, che con il suo sguardo mite e i suoi movimenti lenti e costretti si contrappone alla frenesia delle azioni iniziali delle Brigate Rosse e delle successive perquisizioni da parte della polizia di Stato.
Gian Maria Volontè, grazie alla sua diligente interpretazione ottenne l'Orso d'oro al festival di Berlino nel 1987 come migliore attore maschile. Questo è un film che appassiona per la vicenda narrata, per quel pezzo di storia d'Italia che nessuno dovrebbe mai dimenticare, un film che non eccede e non spettacolarizza l'accaduto, non lo rende fiction.

Nel 2003 Renzo Martinelli firma "Piazza delle cinque Lune", un film che tratta la dietrologia e i misteri del caso Moro, un film sicuramente più dinamico rispetto a quello di Ferrara ma molto meno di denuncia, più dedito alla spettacolarizzazione e alle inquadrature similari a fiction televisive.

Del 2003 è anche il film di Bellocchio intitolato "Buongiorno, notte", presentato alla mostra di Venezia, dove ottenne il premio per un contributo individuale di particolare rilievo per la sceneggiatura e in seguito premiato con un Globo d'oro per Maya Sansa (attrice protagonista) e un David di Donatello per Roberto Herlitzka (miglior attore non protagonista).
Il film di Marco Bellocchio ebbe un notevole successo di critica e il regista ha continuato, grazie a questo film, a indagare sui punti d'ombra della civiltà, sulla deriva sociale del nostro Paese. Quello di Bellocchio, rispetto al film di Ferrara è un film decisamente più al femminile e meno lineare.

Ritornando a "Il caso Moro", il film fu accolto positivamente dalla critica specializzata, anche se non mancarono decise e forti polemiche all'uscita nelle sale, polemiche fomentate proprio da forze politiche come la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, che accusarono protagonista e regista di volere processare gratuitamente il partito politico di cui Aldo Moro era Presidente.

Comunicato numero nove delle Brigate Rosse:
"Concludiamo… la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato".

"C'è anche una storia del bene, necessariamente mescolata a quella del male, ma sostanzialmente separata, che potrà un giorno riavere il sopravvento, per un fortunato concorso di circostanze obiettive, e anche un poco per nostra volontà e intelligenza. Forse."
Italo Calvino da Il Corriere della Sera - Riflessione sul Bene e sul Male.

 
 
 

Lo Hobbit: la Desolazione di Smaug, il trailer dell’edizione estesa! da hobbitfilm.it

Post n°11776 pubblicato il 30 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

Più Beorn, più Bosco Atro, ma soprattutto…Thrain! Il trailer dell’edizione estesa di Lo Hobbit: la Desolazione di Smaug ci regala uno sguardo ad alcune scene inedite del secondo film della nuova trilogia di Peter Jackson e ad alcuni personaggi chiave – come il padre di Thorin – completamente tagliati dal montaggio finale.

La versione estesa sarà sugli scaffali italiani a partire dal prossimo 19 novembre. Per tutti i dettagli sui contenti vi rimandiamo al nostro apposito articolo.

Il trailer non è embeddabile, perciò potete visionarlo cliccando qui.

 
 
 

Il Cinema America chiude? Sorrentino s' infuria

Post n°11775 pubblicato il 30 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

Francesco Curello - 28-09-2014
Il Cinema America chiude? Sorrentino s' infuria

Cinema - Vi è notevole fermento in queste ore per la vicenda del Cinema America, storico cinema romano, ormai prossimo alla chiusura. Chi vi lavora è in fermento ed ha già ricevuto moltissimi attestati di stima.

Sulla pagina ufficiale del Cinema si legge: Aspettando la proiezione con presentazione di "Italy in a day" a cura di‪#‎GabrieleSalvatores‬, si mangia e si lavora al Piccolo Cinema America!

Oltre a Salvatores, si è schierato con loro pure il premio Oscar Paolo Sorrentino, che ha tuonato in questo modo: "Le sale cinematografiche (chiuse) in città sono una perdita non solo per la cultura ma per la vita stessa delle persone, la vitalità di una città si misura dalle sale cinematografiche presenti. Ora devono solo riaprire il cinema, non possono fare altro. Io sono cittadino di Roma, però sono pronto a restituire la cittadinanza onoraria se non riaprono il Cinema.”

E' intervenuto perfino Giorgio Napolitano con una lettera: Cinema America occupato, la lettera del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
„“Non può che considerarsi altamente positivo, sotto il profilo della storia e della cultura cinematografica, l'impegno di quanti sostengono la presenza diffusa di centri di attività culturale, teatri e sale nei quartieri storici delle nostre città”.

Vi terremo informati su eventuali sviluppi!

 
 
 

Trieste: Non aprite quella porta quarant'anni dopo da cinecittà news

Post n°11774 pubblicato il 30 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

Cr. P.30/09/2014
Trieste torna ad essere la capitale della fantascienza dal 29 ottobre al 3 novembre con la quattordicesima edizione del festival “Trieste Science+Fiction”, organizzato da La Cappella Underground. Tra i nuovi titoli annunciati in concorso: l’attesissimo Le streghe son tornate (Las brujas de Zugarramurdi/Witching and Bitching) di Álex de la Iglesia, vincitore di 9 premi Goya (gli Oscar spagnoli), in uscita sugli schermi italiani a novembre; Extraterrestrialfirmato dai The Vicious Brother (coppia di registi del pluripremiato horror found-footage ESP – Fenomeni Paranormali), già premiato al Tribeca Film Festival, thriller-horror a sfondo fantascientifico, pieno di alieni spaventosi e letali; Nuoc 2030 diretto da Nghiem-Minh e Nguyen-Vo, film vietnamita scelto per inaugurare la sezione Panorama del prestigioso Festival di Berlino, disaster-movie le cui premesse sono il riscaldamento globale e il rapido aumento del livello del mare; Robot Overlods di Jon Wrights, primo capitolo di una trilogia dedicata a un pubblico teen in cui i protagonisti dovranno vedersela contro giganteschi robot provenienti da un’altra galassia, interpretato da Ben Kingsley e Gillian Anderson. Fuori concorso ai titoli già annunciati si aggiungono: Hard to Be a God di Alexey Guerman, opera-fiume di straordinaria complessità visiva e tematica tratto dall’omonimo romanzo dei fratelli Strugatskiy; l’australianoThese Final Hours di Zak Hilditch (nelle sale dal 30 ottobre, distribuito dalla Indie Pictures), presentato alla Quinzaine del Festival di Cannes, deciso a raccontare l’ultimo giorno sulla Terra, dodici ore prima di un evento catastrofico che concluderà la vita come noi la conosciamo; Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre) di Tobe Hooper, a quarant’anni dalla sua uscita in sala, riproposto in un nuovissimo restauro digitale.  

 
 
 

Senza nessuna pietà

Post n°11773 pubblicato il 30 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

Senza nessuna pietà film esordio di Michele Alhaique è un noir cupo ambientato nella periferia romana.

Mimmo vorrebbe fare solo il muratore, perché è quello che ama fare, ma suo zio che si è occupato da sempre di lui, nonchè suo datore di lavoro, lo usa anche per recuperare i crediti. Vive in una società dove è chiaramente un estraneo, dove ognuno ha dei ruoli, dove la violenza è il modo principale di porsi. L'incontro con Tania, una escort presa dal Roscio per Manuel, cambia tutto, ma prima di iniziare una nuova vita bisogna chiudere i conti con la vecchia.

Un film abbastanza scontato, che cerca di avere successo sull'eccessiva tensione emotiva da creare da parte di chi lo vede, e che si fa carico di una sceneggiatura abbastanza sterile. Un peccato visto la grande capacità di rappresentazione di una realtà delinquenziale e soprattutto la capacità di creare un'atmosfera convincente, a cui si può aggiungere anche una buona fotografia.
Un altro limite, oltre alla sceneggiatura è la banalità dei ruoli data ai suoi attori, ma non la loro interpretazione che si può considerare più che positiva,dove emerge in maniera netta Favino, che è molto bravo nel rendere le sfaccettature del suo personaggio.

Soddisfacienti quindi anche le interpretazioni, nonostante i personaggi; di di Greta Scarano, Claudio Gioè , Adriano Giannini e dello stesso Davoli.

Interessante l'abbinamento delle musiche: quelle armoniche di Luca Novelli e quelle elettroniche di Pierre-Alexandre "Yuksek" Busson.

Voto finale: 2--/5

Senza nessuna pietà
Poster

Mimmo vorrebbe fare solo il muratore, perché gli piace più costruire palazzi che rompere ossa. Invece recuperare crediti, con le cattive, è parte integrante del suo mestiere, almeno secondo il signor Santili, suo zio nonché datore di lavoro. Mimmo vive in un mondo feroce dove si rispettano regole e ruoli, se si vuol tirare a campare senza problemi: giusto o sbagliato che sia, è l'unico mondo che conosce. Tutto cambia quando nella sua vita irrompe Tania, una ragazza bellissima che il Roscio, il suo migliore amico, ha "rimediato" come intrattenimento per Manuel, il figlio di Santili. Costretti da un imprevisto a passare la notte insieme, Mimmo e Tania si scopriranno uniti dal bisogno di sentirsi amati e dalla voglia di sfuggire a un destino già segnato. Ma non si può sperare in una nuova vita senza fare i conti con la vecchia.

  • FOTOGRAFIAIvan Casalgrandi
  • PRODUZIONE: Lungta Film, Pko e Rai Cinema
  • DISTRIBUZIONE: BIM
  • PAESE: Italia
  • DURATA92 Min
 
 
 

Senza nessuna pietà

Post n°11772 pubblicato il 30 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

Senza nessuna pietà film esordio di Michele Alhaique è un noir cupo ambientato nella periferia romana.

Mimmo vorrebbe fare solo il muratore, perché è quello che ama fare, ma suo zio che si è occupato da sempre di lui, nonchè suo datore di lavoro, lo usa anche per recuperare i crediti. Vive in una società dove è chiaramente un estraneo, dove ognuno ha dei ruoli, dove la violenza è il modo principale di porsi. L'incontro con Tania, una escort presa dal Roscio per Manuel, cambia tutto, ma prima di iniziare una nuova vita bisogna chiudere i conti con la vecchia.

Un film abbastanza scontato, che cerca di avere successo sull'eccessiva tensione emotiva da creare da parte di chi lo vede, e che si fa carico di una sceneggiatura abbastanza sterile. Un peccato visto la grande capacità di rappresentazione di una realtà delinquenziale e soprattutto la capacità di creare un'atmosfera convincente, a cui si può aggiungere anche una buona fotografia.
Un altro limite, oltre alla sceneggiatura è la banalità dei ruoli data ai suoi attori, ma non la loro interpretazione che si può considerare più che positiva,dove emerge in maniera netta Favino, che è molto bravo nel rendere le sfaccettature del suo personaggio.

Soddisfacienti quindi anche le interpretazioni, nonostante i personaggi; di di Greta Scarano, Claudio Gioè , Adriano Giannini e dello stesso Davoli.

Interessante l'abbinamento delle musiche: quelle armoniche di Luca Novelli e quelle elettroniche di Pierre-Alexandre "Yuksek" Busson.

Voto finale: 2--/5

Senza nessuna pietà
Poster

Mimmo vorrebbe fare solo il muratore, perché gli piace più costruire palazzi che rompere ossa. Invece recuperare crediti, con le cattive, è parte integrante del suo mestiere, almeno secondo il signor Santili, suo zio nonché datore di lavoro. Mimmo vive in un mondo feroce dove si rispettano regole e ruoli, se si vuol tirare a campare senza problemi: giusto o sbagliato che sia, è l'unico mondo che conosce. Tutto cambia quando nella sua vita irrompe Tania, una ragazza bellissima che il Roscio, il suo migliore amico, ha "rimediato" come intrattenimento per Manuel, il figlio di Santili. Costretti da un imprevisto a passare la notte insieme, Mimmo e Tania si scopriranno uniti dal bisogno di sentirsi amati e dalla voglia di sfuggire a un destino già segnato. Ma non si può sperare in una nuova vita senza fare i conti con la vecchia.

  • FOTOGRAFIAIvan Casalgrandi
  • PRODUZIONE: Lungta Film, Pko e Rai Cinema
  • DISTRIBUZIONE: BIM
  • PAESE: Italia
  • DURATA92 Min
 
 
 

Pasolini

Post n°11771 pubblicato il 30 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

È il primo novembre 1975. Ultimo giorno di vita di Pier Paolo Pasolini. Siamo a casa. La madre lo sveglia; è appena tornato da Stoccolma, dove si è occupato della traduzione de "Le ceneri di Gramsci". Durante la giornata si occupa della censura al suo "Salò o le 120 giornate di Sodoma"; viene intervistato da Furio Colombo; scrive Petrolio immaginando il suo romanzo e dopo pranzo scrive a Eduardo De Filippo. La sera uscirà con la sua Alfa per Roma, dove incontra Pino Pelosi andando incontro al suo destino. 

Nel novecento non c'è stato intellettuale che abbia saputo influenzare, scandalizzare e irrompere sulla scena come Pier Paolo Pasolini, dunque fare un film su di lui non è mai semplice sia per la complessità della sua persona, sia per i misteri che ci sono sul suo omicidio. Pier Paolo è stato capace di leggere meglio di tanti altri suoi contemporanei il suo presente, ma allo stesso tempo prevedere in largo anticipo cosa sarebbe diventata la società nei decenni successivi. Abel Ferrara decide di raccontare l'ultimo giorno dello scrittore, anche nei suoi eccessi; senza voler affrontare in nessun modo le tesi sulla sua uccisione.

Un film difficile da raccontare anche perchè nel film non succede nulla, nonostante avvengano determinate situazioni, in piena prosecuzione con l'idea pasoliniana che la realtà non si può trasfigurare e il vissuto di Pasolini di conseguenza non può essere raccontato in un film, nonostante l'autore racconti un giorno di vita vissuta. Di conseguenza partendo da questo punto, qualsiasi trasposizione di Pasolini, non può essere reale in un altro corpo nonostante Willan Defoe riesca però a rappresentarlo nella maniera più autentica possibile, grazie alla sua grandissima capacità di saper studiare i suoi personaggi nei suoi più piccoli particolari.

Il film si chiude su uno degli elementi più classici del cinema di Ferrara, ovvero l'accostamento di una scena tragica ad una irreale.

Irrealtà che si sviluppa in tutto il film, dove alla quotidianità degli eventi degli ultimi giorni di Pasolini si intrecciano le visioni basate sui suoi lavori mai terminati; dal romanzo Petrolio al film Porno-Teo-Kolossal, che avrebbe dovuto vedere protagonisti Eduardo De Filippo e Ninetto Davoli.

A Ferrara non interessa tanto il passato, ma il futuro non vissuto dal poeta e che forse è l'inferno nel quale Pasolini si era già calato.

Un film che non convince appieno, per via della troppa timidezza e del troppo rispetto che l'autore ha per il suo maestro. Un film che forse solo l'autore può capire appieno, essendo raccontato in maniera troppo personale

Voto finale: 3/5

Pasolini

Poster

Un giorno, una vita. Roma, è la notte fra il 1° e il 2 novembre 1975 quando il grande poeta e cineasta italiano Pier Paolo Pasolini viene assassinato. Simbolo di un'arte che si è scagliata contro il potere, gli scritti di Pasolini scandalizzano e i suoi film sono perseguitati dalla censura. Molti sono quelli che lo amano, non pochi quelli che lo odiano. Il giorno della sua morte Pasolini trascorre le sue ultime ore in compagnia dell'amatissima madre, degli amici più cari; poi esce di notte a bordo della sua Alfa Romeo in cerca di avventure nella città eterna. All'alba del 2 novembre il corpo di Pasolini viene ritrovato senza vita all'idroscalo di Ostia. Un film onirico e visionario, un intreccio di realtà e immaginazione.

  • FOTOGRAFIAStefano Falivene
  • PRODUZIONE: Una co-produzione Capricci, Urania Pictures, Tarantula, Dublin Films con Arte France Cinema
  • DISTRIBUZIONE: Europictures, in associazione con Akai Italia Srl
  • PAESE: Belgio, Francia, Italia
  • DURATA100 Min
NOTE:

Presentato in concorso al Festival di Venezia 2014

 
 
 

l'Italia s'inchina al fascino di Lucy

Post n°11770 pubblicato il 30 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

Box Office Italia
L'Italia s'inchina al fascino di Scarlett Lucy Johansson, che stravince il weekend e la settimana con oltre due milioni e mezzo di euro. Quasi tutte le altre new entry invece deludono, a cominciare da La buca, che ottiene appena 374mila euro, che tuttavia bastano e avanzano per conquistare il terzo posto. In entrata anche Pongo - Il cane milionario e Posh, a centro classifica, e L'incredibile storia di Winter il delfino 2, che esordisce ottavo con 233mila euro. Interessante notare come la top ten, tolti Lucy e le Tartarughe Ninja, sia compresa nel range di poco più di 200mila euro, segno che di uscite veramente forti non se ne vede l'ombra. Colpa delle stelle passa i 5 milioni. La prossima settimana arrivano AnnabelleBoxtrollsFratelli unici (possibile futuro leader della top ten) e Sin City - Una donna per cui uccidere

Box Office Usa
Weekend tranquillo negli States con The Equalizer - Il vendicatore che straccia la concorrenza e va al primo posto con 35 milioni di dollari. Secondo è Maze Runner - Il labirinto che raccoglie 17.5 milioni di dollari che per un soffio gli permettono di stare sopra all'altra new entry della settimana, Boxtrolls, che parte discretamente con 17.2 milioni (più o meno la stessa cifra ottenuta da Coraline e la porta magica ai suoi tempi). Per il resto, classifica tranquilla con la netta discesa dell'action con Liam Neeson, che passa dal secondo al settimo posto e la tenuta (eterna, oramai) di Guardiani della Galassia, arrivato a 320 milioni complessivi (e 644 nel mondo, settimo posto assoluto di stagione). Salutano la top ten anche le Tartarughe Ninja, che chiudono con 187 milioni, un dato al di sopra di ogni più rosea aspettativa. La prossima settimana arrivano l'atteso thriller di Fincher L'amore bugiardo - Gone Girl e l'horror Annabelle, ma, calendario alla mano, il mese di ottobre non dovrebbe riservare grandi sorprese. 

 
 
 

I Simpson: Il personaggio che muore nella premiere è... da coming soon

Post n°11769 pubblicato il 30 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

29 settembre 2014
Poster

 

Attenzione: questa notizia contiene alcune rivelazioni sull’ultimo episodio della stagione 26 de I Simpson andato in onda negli Stati Uniti. Se preferite non avere anticipazioni, vi sconsigliamo di proseguire la lettura.

La scorsa notte è andato in onda negli Stati Uniti quel famigerato episodio de I Simpson in cui muore uno dei personaggi storici. Si è detto molto della puntata e del misterioso defunto – che avrebbe commosso il pubblico e coinvolto uno degli attori premiati con l’Emmy per il suo lavoro nella serie animata. Un momento che i fan attendevano e temevano, sebbene il pericolo che a passare a miglior vita sarebbe stato uno dei membri della famiglia Simpson, il Nonno su tutti, fosse davvero basso.

Si è scoperto invece che il cittadino di cui Springfield fa a meno è sì storico ma meno centrale di quanto si pensasse: il Rabbino Hyman Krustofsky, il padre di Krusty, interpretato dallo straordinario Jackie Mason, unitosi alla famiglia de I Simpson nel 1991 e premiato con l’Emmyl’anno successivo. Com’è avvenuto con la morte di Maude Flanders, il personaggio non tornerà nella serie, almeno non in scene “reali”, e la sua dipartita avrà un impatto sulle storie future di chi è rimasto, Krusty in particolare.

Il produttore esecutivo Al Jean ha spiegato che la scelta è nata dalla convinzione che dietro la morte di Hyman ci fosse una bella storia da raccontare, quella di un figlio che aveva un rapporto difficile con il padre e che, proprio alla fine, trova in lui un alleato nel suo momento più difficile. “Non volevamo una morte senza senso o qualcosa di sconvolgente, solo vere emozioni umane”, ha detto Jean a TVLine. “Una delle ragioni per cui Krusty è così com’è, un cane sciolto, è perché suo padre lo disapprovava e non aveva da lui quel genere di rapporto che voleva. Ora potrebbe avere un po’ più di fiducia in se stesso... Un po’ di più”.

Parlando del fatto che a morire non sia stato un personaggio davvero centrale, come si è temuto per oltre un anno, Joan ha aggiunto: “Non potremmo mai uccidere Homer, o Krusty. Questa è una serie che viene replicata continuamente e non vogliamo che vi sentiate male ogni volta che vi imbattete in un vecchio personaggio che avete amato. Totalmente, inevitabilmente e molto tristemente, ogni volta che vedo la Sig.ra Caprapall [dopo la morte lo scorso anno della sua interprete, Marcia Wallace, il personaggio è stato ritirato] sono sempre un po’ triste, come mai lo ero stato prima”.

 
 
 

SIMPSON, LO SCENEGGIATORE SVELA LA FINE DELLA SERIE da leggo

Post n°11768 pubblicato il 30 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

Simpson, lo sceneggiatore svela la fine della serie

Mercoledì 3 Settembre 2014

NEW YORK - I Simpson sono uno dei cartoni animati più popolari del mondo. Ora il suo sceneggiatore, Al Jean ha svelato però come andrà a finire la serie. 
Attraverso un tweet, Al Jean spiega che dopo ben 26 stagioni e 552episodi, i Simpson dovrebbero vedere il loro tramonto al termine di questa ultima serie: "La mia idea per l’ultimo episodio è l’arrivo della famiglia allo spettacolo di Natale (l’inizio del primo episodio). L’intera serie è unciclo continuo…" Dunque, si presuppone che l'ultima puntata sia dedicata al temanatalizio, o almeno questo è quello che lascia intuire Al Jean. n

 
 
 

Lucy

Post n°11767 pubblicato il 30 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

Nè l'uomo nè la materia sono l'unità di misura dell'universo, ma lo è il tempo che è alla base di tutto. Diffondere la conoscenza e il sapere e trasmetterla è l'unica cosa che conta, e che può evitare il caos. Questi pochi concetti sono alla base dell'ultimo film di Luc Besson, che ancora una volta decide di mettere al centro di un suo film personaggi femminili coinvolti in esperienze che li trasformano radicalmente. Il punto che si pone il regista, partendo dalle neuroscienze, è cosa succederebbe se l'uomo potesse utilizzare il proprio cervello, a pieno regime o comunque più del 10% che è la situazione attuale. Il personaggio interpretato da Scarlett Johansson ricorda molto Nikita, del resto lo si può notare nei primi minuti e nelle tante similitudini. 

Se da una parte il regista francese insiste su una questione scientifica dall'altra il film si indirizza molto velocemente verso la strada dell'azione, trasformandosi in un frullato di teorie, che non vengono però approfondite; e azioni al limite del fumettistico. Un grosso limite del film è a livello di sceneggiatura, di solito uno dei punti di forza del regista. Assistiamo dunque a veri e propri buchi narrativi, a scelte alquanto discutibili sul montaggio e a tagli di personaggi senza senso. Ad una prima parte solida infatti, segue una seconda parte dove la sceneggiatura è confusa e non sfrutta al massimo la potente premessa ed anzi sembra quasi voler sbrigarsi a concludere il tutto; con un finale poi che lascia alquanto perplessi

 
 
 

Senza nessuna pietà

Post n°11766 pubblicato il 28 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

Senza nessuna pietà film esordio di Michele Alhaique è un noir cupo ambientato nella periferia romana. Un film abbastanza scontato, che cerca di avere successo sull'eccessiva tensione emotiva da creare da parte di chi lo vede, e che si fa carico di una sceneggiatura abbastanza sterile. Un peccato visto la grande capacità di rappresentazione di una realtà delinquenziale e soprattutto la capacità di creare un'atmosfera convincente, a cui si può aggiungere anche una buona fotografia.

Un altro limite, oltre alla sceneggiatura è la banalità dei ruoli data ai suoi attori, ma non la loro interpretazione che si può considerare più che positiva,dove emerge in maniera netta Favino, che è molto bravo nel rendere le sfaccettature del suo personaggio.

 
 
 

Pasolini

Post n°11765 pubblicato il 28 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

Nel novecento non c'è stato intellettuale che abbia saputo influenzare, scandalizzare e irrompere sulla scena come Pier Paolo Pasolini, dunque fare un film su di lui non è mai semplice sia per la complessità della sua persona, sia per i misteri che ci sono sul suo omicidio. Pier Paolo è stato capace di leggere meglio di tanti altri suoi contemporanei il suo presente, ma allo stesso tempo prevedere in largo anticipo cosa sarebbe diventata la società nei decenni successivi. Abel Ferrara decide di raccontare l'ultimo giorno dello scrittore, anche nei suoi eccessi; senza voler affrontare in nessun modo le tesi sulla sua uccisione. Un film difficile da raccontare anche perchè nel film non succede nulla, nonostante avvengano determinate situazioni, in piena prosecuzione con l'idea pasoliniana che la realtà non si può trasfigurare e il vissuto di Pasolini di conseguenza non può essere raccontato in un film, nonostante l'autore racconti un giorno di vita vissuta. Di conseguenza partendo da questo punto, qualsiasi trasposizione di Pasolini, non può essere reale in un altro corpo nonostante Willan Defoe riesca però a rappresentarlo nella maniera più autentica possibile, grazie alla sua grandissima capacità di saper studiare i suoi personaggi nei suoi più piccoli particolari. Il film si chiude su uno degli elementi più classici del cinema di Ferrara, ovvero l'accostamento di una scena tragica ad una irreale. Irrealtà che si sviluppa in tutto il film, dove alla quotidianità degli eventi degli ultimi giorni di Pasolini si intrecciano le visioni basate sui suoi lavori mai terminati; dal romanzo Petrolio al film Porno-Teo-Kolossal, che avrebbe dovuto vedere protagonisti Eduardo De Filippo e Ninetto Davoli. Un film che non convince appieno, per via della troppa timidezza e del troppo rispetto che l'autore ha per il suo maestro. Un film che forse solo l'autore può capire appieno, essendo raccontato in maniera troppo personale

 
 
 

Konchalovski contro l'Oscar: "Non candidatemi" da cinecittànews

Post n°11764 pubblicato il 26 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

Cr. P.26/09/2014
Andrei Konchalovski, il regista russo Leone d'argento all'ultima Mostra di Venezia con Le notti bianche di un postino, ha chiesto di non presentare il suo film come candidato russo al Premio Oscar per il miglior film straniero. Il cineasta, fratello di Nikita Mikhalkov, ha spiegato le sue ragioni in una lettera aperta al presidente della commissione russa per il premio Oscar, Vladimir Menshov, che vinse la statuetta nel 1981 per Mosca non crede alle lacrime. Il regista fa appello alla coerenza, avendo più volte criticato l' ''hollywoodizzazione'' del mercato cinematografico russo e denunciato l'influenza negativa del cinema commerciale americano sulla formazione dei gusti e delle preferenze degli spettatori russi. Konchalovski poi ritiene ''assurda'' la categoria dell'Oscar per il miglior film straniero, definendola "una segregazione del cinema mondiale dal mondo anglofono (Usa, Inghilterra, Australia e Nuova Zelanda), il che a mio giudizio rappresenta l'idea già superata del dominio culturale dell'Occidente. La commissione russa ora dovrà scegliere in fretta tra gli altri possibili candidati: i termini scadono dopodomani.

 
 
 
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