Creato da Ladridicinema il 15/05/2007
Blog di cinema, cultura e comunicazione
 

 

Big Eyes

Post n°12129 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

Se vi aspettate il solito film burtoniano, forse Big Eyes non fa per voi. In questo film tranne che negli occhi e nei colori, rimane veramente ben poco del vecchio Tim Burton.

Il film racconta la battaglia per la paternità dei quadri dei trovatelli con gli occhi grandi da parte dei coniugi Keane, in un'epoca in cui l'arte femminile non era presa in considerazione. Margaret con la sua causa contro il plagio del marito, può essere considerata una sorta di pioniera del femminismo. 

Un film che tira dritto liscio, nel racconto biografico più fedele possibile con l'unica variante di Christoph Waltz che ha la capacità di esaltare ed esagerare il suo ruolo.

Amy Adams invece nel ruolo di Margareth pur se molto brava sembra irreale, ma forse Burton voleva dare quella statura caricaturale anche alla sua parte. Non stupisce infatti che la sua parte più interessante sia quella più irreale, ovvero quando lei sempre più sola, comincia a vedere le persone con gli stessi occhi dei suoi quadri.

Burton decide di adottare uno stile classico nel raccontare il film, con il narratore esterno, macchina da presa sensibile al primo piano, montaggio attento al controcampo e attenzione al minimo dettaglio e alla ricostruzione degli episodi.

Il regista sembra nascondersi dietro questa biografia della sua amica Margareth, lasciandoci però una splendida scenografia che sembra catapultare lo spettatore nella San Francisco dell'epoca e il solito grande lavoro sui personaggi e sulle loro interpretazioni.

Per non parlare dei colori... un film coloratissimo, figlio del cinema burtoniano e della sua poetica.

Voto finale: 3+/5

Big Eyes

Poster

Big Eyes è l'incredibile storia vera di una delle più leggendarie frodi artistiche della storia. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il pittore Walter Keane (Christoph Waltz) raggiunse un enorme e inaspettato successo, rivoluzionando la commercializzazione dell'arte con i suoi enigmatici ritratti di bambini dai grandi occhi. Finché non emerse una verità tanto assurda quanto sconvolgente: i quadri, in realtà, non erano opera di Walter ma di sua moglie, Margaret (Amy Adams). A quanto pare, la fortuna dei Keane era costruita su un'enorme bugia, a cui tutto il mondo aveva creduto: una storia così incredibile da sembrare inventata.

  • PRODUZIONE: Silverwood Films, Electric City Entertainment, Tim Burton Productions
  • DISTRIBUZIONE: Lucky Red
  • PAESE: USA
  • DURATA105 Min
 
 
 

Diffamazione: allarme dall’Ordine dei Giornalisti per la riforma da articolo21

Post n°12127 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

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“Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, riunito a Roma il 22 gennaio 2015, esprime forte preoccupazione per quanto sta maturando nel dibattito parlamentare in relazione alle modifiche di legge sulla diffamazione a mezzo stampa. In particolare, tranne l’abolizione della previsione del carcere, alcune modifiche alla vigente legislazione appaiono, se confermate, peggiorative, e tali da mettere ulteriormente a rischio diritti costituzionali: per i cittadini di disporre di una corretta e completa informazione, per i giornalisti di informare.
In dettaglio, la previsione di sanzioni pecuniarie elevate risulta non equa, e costituisce un deterrente per l’esercizio della libera informazione. Tanto più se si tiene conto che la Cedu (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) di Strasburgo con ripetute sentenze ha stabilito che le sanzioni devono essere proporzionate alla capacità economica del giornalista querelato. Inoltre le pene accessorie riferite all’esercizio della professione devono rimanere di esclusiva competenza dei consigli di disciplina dell’Ordine.
La previsione di norme rigide per la rettifica da pubblicarsi in tempi stretti e senza possibilità di replica o precisazione, rischia di lasciare l’ultima parola al presunto diffamato, che avrebbe modo di manipolare a proprio vantaggio l’informazione.
In relazione alla rettifica, si ritiene necessario che il richiederla sia condizione indispensabile a qualsiasi azione giudiziaria nei confronti dei giornalisti.
In merito ai termini prescrizionali per l’azione civile relativa al risarcimento del danno alla reputazione, si chiede che siano ridotti ad un anno dalla pubblicazione, tempo più che sufficiente per ottenere la riparazione della propria reputazione.
Per l’informazione via web, le indicazioni finora emerse in sede parlamentare risultano confuse e penalizzanti, e di difficile praticabilità sia per la rettifica sia per il diritto all’oblio, e soprattutto per il rischio di moltiplicazione delle sedi giudiziarie.
Infine, la previsione per le querele temerarie appare timida e insufficiente”. Documentoapprovato all’unanimità.
23 gennaio 2015

 
 
 

Quattro italiani al Sundance da cinecittànews

Post n°12126 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 
Tag: eventi, news

Cr. P.22/01/2015
6 Desires: DH Lawrence and Sardinia di Mark Cousins (Spotlight), Alberi che camminano di Mattia Colombo (Slamdance), Cloro di Lamberto Sanfelice (World Cinema Dramatic Competition) e L'inventore di giochi di Pablo Buscarini (Sundance Kids) sono i quattro titoli italiani selezionati al Sundance 2015, in programma da oggi al 1° febbraio. 

"Sea and Sardinia (Mare e Sardegna)" è uno tra i maggiori libri di non-finzione di D H Lawrence. È un resoconto appassionato del periodo passato sull’Isola nel 1921 con la moglie Frieda, sospinto dal desiderio di abbandonare l’Inghilterra, di trovare un modus vivendi più primitivo, di scoprire la gente e la fisicità. Attraversando la Sardegna sulle orme di Lawrence quasi un secolo dopo, il film, scritto con Laura Marcellino, indaga sui suoi desideri, imbattendosi in alcuni degli stili di vita descritti nel libro. 6 Desires: DH Lawrence and Sardinia è una lettera d’amore, un ritratto del viaggiare e della sete di spaziare, in un’epoca in cui Mussolini era in ascesa. Il film prova a ripensare questi elementi usando immagini di Paul Cézanne, Rembrandt e Hélène Cixous e la voce di Jarvis Cocker. 

Gli alberi che camminano del film di Mattia Colombo, scritto con Erri De Luca, sono un giovane boscaiolo, un liutaio, uno scultore, un ingegnere navale, un vecchio partigiano. Cloro, selezionato anche alla Berlinale in Generation, è la storia di Jenny, un diciassettene che sogna di diventare una nuotatrice di nuoto sincronizzato, fino al giorno in cui la sua vita spensierata di adolescente a Ostia, sul litorale romano, viene scossa dalla morte improvvisa della madre. Con un padre malato e un fratellino di nove anni di cui occuparsi, Jenny è costretta a trasferirsi in un altipiano nel cuore della Maiella. Protagonista è la giovane Sara Serraiocco, nel cast anche Piera Degli Esposti, Giorgio Colangeli, Ivan Franek. 

L'inventore di giochi, una coproduzione tra Argentina, Canada e Italia, con Joseph Fiennes e Valentina Lodovini, è la storia di Ivan Drago, 12 anni e la passione di inventare giochi. In seguito all'inspiegabile scomparsa dei suoi genitori e alla sua partecipazione a un concorso indetto dalla sinistra e misteriosa Compagnia dei Giochi Profondi, Ivan viene coinvolto in un'avventura che cambierà per sempre la sua vita. Dichiarato orfano, è costretto a frequentare una scuola terrificante, il Collegio Possum. Qui subisce ogni genere di angherie da parte di Krebs, il bullo della scuola. Ma trova anche l’amicizia della dolce Anunciacion, unica allieva femmina. Proprio grazie all’aiuto della sua nuova amica, Ivan riesce a fuggire dalla scuola e trova rifugio nella mitica città di Zyl, dove lo accoglie suo nonno, Nicholas Drago, che è stato ai suoi tempi un Gran Maestro Inventore di Giochi e ora è lieto di poter passare al nipote tutte le sue conoscenze. La speranza del nonno è che il talento di Ivan riporti la città di Zyl agli antichi fasti, com’era prima di cadere vittima della maledizione lanciata dal crudele Morodian. Ma quando si scopre che la sparizione di mamma e papà Drago era parte del diabolico piano ordito proprio da Morodian (capo della feroce Compagnia dei Giochi Profondi), Ivan dovrà fare i conti con il proprio passato, presente e futuro, ineluttabilmente collegati tra loro come in un tortuoso gioco dell'Oca...

 
 
 

L’italiano di Capatonda, tra Verdone, Limitless e Fight Club

Post n°12125 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

Andrea Guglielmino22/01/2015
“Cosa riusciresti a fare con il 2% del tuo cervello?”. Fa il verso un po’ a Limitless, l’action con Bradley Cooper di qualche anno fa, ma anche a Fight Club e a mille altre pellicole di culto Italiano medio, il primo vero film di Marcello Macchia, in arte Maccio Capatonda, conosciutissimo per le sue performance sul web e in tv (Mai dire Gol all’origine di tutto) ricche di trovate divertenti e umorismo surreale. La pellicola esce con medusa in 400 copie il 29 gennaio e, al contrario di tanti omologhi cresciuti sul web e approdati con fatica al grande schermo, fa molto ridere - grazie a un ottimo lavoro di sceneggiatura che incastone le gag in una trama perfettamente bilanciata - facendoci anche riflettere su alcuni aspetti della cultura del nostro paese. 

Vegano ambientalista arrabbiato, paladino del riciclo, trasformato da una pillola che lo rende stupido, coatto, volgare, ignorante infedele, perfetto concorrente per il talent show di grido Mastervip. Sono le due personalità 'italiote' che si accavallano nel protagonista della commedia, che riprende anche un po’ i tratti macchiettistici di certo cinema verdoniano. “Il mio italiano – spiega il regista – sta tra l'eroe e lo scarto della società. Tra i due forse sta meglio il menefreghista, ma alla fine arriva il momento del furbo compromesso”. Nel cast si mescolano compagni delle avventure tv e new entry: fra gli altri, Luigi Luciano in arte Herbert Ballerina, Enrico Venti (anche produttore esecutivo) in arte Ivo Avido, Lavinia Longhi, Barbara Tabita, Franco Mari in arte Rupert Sciamenna, Adelaide Manselli in arte Anna Pannocchia. Non mancano i cameo, da Nino Frassica a Raul Cremona, da Andrea Scanzi a Lo zoo di 105

E il bello è che le risate continuano in conferenza stampa, dove non si riesce a essere sicuri di quanto le risposte siano serie e di quanto la cricca continui a prenderci affettuosamente per i fondelli: “uso il metodo Foroni – spiega  Ballerina/Luciano – non preparo assolutamente nulla e sparo le mie battute a caso, così non perdo spontaneità”. “In realtà – precisa Venti – nulla è lasciato al caso. Marcello è un perfezionista e anche un po’ rompiscatole”. Medusa ci crede molto: “A parte che era pieno di fan di Maccio nei nostri uffici – racconta Giampaolo Letta – ma abbiamo capito che ci sono ammiratori insospettabili. Non solo giovincelli e smanettoni ma anche sessantenni, professori e studenti”. “Sono cresciuto coi personaggi di Verdone – aggiunge Capatonda – e quindi sicuramente l’influenza c’è. Ma non volevo fare un film a episodi. Anche Frassica e Ciprì e Maresco sono miei miti, ma in generale il film è pieno di citazioni di cui quasi non mi rendo conto. Il mio primo film del cuore è stato Ritorno al futuro, poi mi sono dato all’horror e dopo al cinema impegnato di Milos Forman. Ho bevuto tanto cinema americano e adesso lo risputo fuori. Scriviamo molto per preparare le scene, ma tutto nasce da un gioco, dalle corbellerie che spariamo quando stiamo insieme. Insomma prima si improvvisa e poi si scrive”.  

 
 
 

Vergine giurata in concorso a Berlino

Post n°12124 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

Cr. P.19/01/2015
Vergine giurata di Laura Bispuri, con Alba Rohrwacher, Lars Eidinger, Flonja Kodheli, Luan Jaha, Emily Ferratello, una coproduzione tra Italia, Svizzera, Germania, Albania e Kosovo, che sarà distribuita da Istituto Luce Cinecittà a marzo, sarà in concorso al Festival di Berlino (5-15 febbraio). Il film, tratto dal libro della scrittrice albanese Elvira Dones (Feltrinelli) è girato tra l'Albania e l'Italia, in particolare Bolzano. Racconta la vicenda di Hana, una giovane forte e ribelle che decide di aderire alla regola tradizionale secondo cui una donna può vivere libera come un uomo a patto di rinunciare alla propria femminilità e restare vergine per tutta la vita secondo i dettami del Kanun. 

Laura Bispuri ha accolto con grande emozione la notizia: “Sono davvero felice di andare a Berlino con il mio primo lungometraggio. Ho lottato a lungo per fare questo film, spinta da un grande amore verso il personaggio di Hana/Mark e da un senso di responsabilità verso la storia che ho scelto di raccontare, una storia che è metafora del rapporto tra libertà femminile e mondo”. 

"Da subito ha pensato ad Alba Rohrwacher per il ruolo di una giovane donna albanese - aveva spiegato Laura Bispuri in un'intervista a Cinecittà News - solo lei può essere Hana, perché ha una fisicità molto particolare, che ho colto soprattutto ne La solitudine dei numeri primi. Un'attrice che, a seconda della scena nella quale si trova, cambia moltissimo". La regista, 35 anni, romana, ha prodotto la sua opera prima con le italiane Vivo Film e Colorado e il sostegno del MiBACT, del programma MEDIA, di Rai Cinema, con la svizzera Bord Cadre Films, la tedesca Match Factory Productions, l'albanese-kosovara Era Film Productions, la RSI Radiotelevisione Svizzera, Eurimages, la BLS Business Location Sudtirol Alto Adige. All'attivo della giovane cineasta tre cortometraggi, tra cui Passing in Time, premiato con il David, e Biondina (progetto perFiducia di Banca Intesa) vincitore di un Nastro d'argento.

In programma alla Berlinale anche il nuovo film di Wim Wenders in 3D Every Thing Will Be Fine con James Franco, Rachel McAdams e Charlotte Gainsbourg che sarà presentato fuori concorso. 
Completano la selezione ufficiale Aferim! di Radu Jude, il cileno El Club di Pablo Larrain, il documentario di Patricio Guzman The Pearl Button, il giapponese Chasuke's Journey di Sabu, il tedesco Elser di Oliver Hirschbiegel, sempre fuori concorso, biografia di Georg Elser, modesto falegname di Königsbronn che l’8 novembre del 1939 minacciò la vita di Hitler con un attentato dinamitardo nella birreria Bürgerbräukeller di Monaco, mancando il suo obiettivo di soli 13 minuti.

Every Thing Will Be Fine 
è scritto dal norvegese Bjorn Olaf Johannessen e racconta la storia di Tomas (Franco), uno scrittore che provoca un incidente e passa i successivi 12 anni a indagare le conseguenze della tragedia sulla sua vita e su quella di Kate (McAdams). Wenders riceverà a Berlino l'Orso alla carriera. Il regista tedesco ritiene che Every Thing Will Be Fine inauguri una nuova fase del 3D, perché utilizza la tecnologia non per creare effetti visivi, ma per immergere il pubblico nel dramma interiore dei suoi personaggi. 

 
 
 

Dai film di propaganda a Sergio Leone, 50 anni in mostra agli Studios

Post n°12123 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 
Tag: eventi, news

Stefano Stefanutto Rosa23/01/2015
“La creazione di un Museo del cinema e dell’audiovisivo, annunciata dal ministro Franceschini, s’inserisce bene nel progetto, avviato da qualche anno, di far diventare tutta l’area antistante a via Tuscolana un’area culturale, aperta al pubblico - dichiara a CinecittàNews l'ex presidente di Cinecittà Studios Luigi Abete alla presentazione della mostra permanente Girando a Cinecittà, 1937-1989 - Abbiamo in progetto di sviluppare un progetto anche per la cosiddetta Galleria masse, che ospiterà una serie di iniziative. L’obiettivo finale è quello di offrire più offerte omogenee sul piano culturale generale, ma diverse per i contenuti, che possano attrarre il visitatore. Voglio solo ricordare che questo progetto qualche anno fa da alcuni era ritenuto una devianza e oggi invece è considerato centrale. Insomma nell’area di Cinecittà possono coesistere più funzioni - conclude Abete - quella della produzione cinematografica rivolta ai mercati internazionali, soprattutto ora grazie a un tax credit vantaggioso, un’area culturale e un’area di entertainment più vario che si progetta su via Lamaro”. 

Il nuovo percorso 'Girando a Cinecittà, 1937-1989' si affianca agli altri due preesistenti: 'Perché Cinecittà-1935-1945'  dedicato alle ragioni storiche della nascita degli Studios e 'Backstage-Un Percorso didattico per Cinecittà', dedicato alle fasi di realizzazione di un film, sezione che, nel corso del 2015, si trasformerà in un percorso interattivo e digitale.
La nuova mostra racconta dal 1937, anno di fondazione di Cinecittà, la storia delle produzioni più importanti che nei decenni si sono susseguite  negli Studios e che hanno costituito la storia del cinema.
Un percorso che attraverso i generi - peplum e kolossal, commedia all’italiana, spaghetti western, polizieschi - omaggia gli interpreti più famosi e le pellicole più celebri grazie a una ricca selezione di immagini, montaggi di estratti filmici e una selezione di costumi. Oltre agli ambienti dedicati ai generi, la mostra 'Girando a Cinecittà' ne propone altri: i film storici e di propaganda girati tra il 1937 e il 1943 a Cinecittà, il neorealismo, il cinema di Sergio Leone, in cui la scenografia è ispirata a C’era una volta in America, gli anni ’70 e ’80, e infine un’inedita selezione di costumi originali a cominciare da quelli indossati da Liz Taylor e Richard Burton in Cleopatra e La bisbetica domata.

Prodotta da Cinecittà Studios, 'Girando a Cinecittà' è stata realizzata grazie al contributo di Istituto Luce Cinecittà-Archivio Luce, RAI Teche, Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale.
“Inauguriamo questa mostra - dice Giuseppe Basso AD di Cinecittà Studios - proprio quando 'Cinecittà si mostra', nata nel 2011, festeggia il mezzo milione di visitatori, di cui 20mila sono gli studenti registrati nel 2014. La sfida vinta è stata quella di far convivere l’offerta culturale accanto alla produzione internazionale attratta dagli incentivi fiscali. Parliamo del remake di Ben Hur, le cui riprese sono previste da febbraio a giugno coinvolgendo 5 teatri di posa, e il sequel Zoolander 2, diretto e interpretato da Ben Stiller”.

'Girando a Cinecittà' è stata curata da Alida Cappellini Giovanni Licheri, autori delle scenografie e degli allestimenti: “Siamo cresciuti a Cinecittà, vivendo periodi felici e di crisi, conoscendo un grande artigianato fatto di pittori, sarti, falegnami e macchinisti, che si è fatto conoscere nel mondo”, ricorda lo scenografo Licheri. I costumi sono a cura di Nicoletta Ercole, mentre la sezione dei filmati è stata affidata a Italo Moscati che ha selezionato i titoli “partendo dalla forza, dal pathos del nostro cinema, e valorizzando un luogo unico della storia italiana dove sono stati girati 4mila film”.

 
 
 

Via libera al Museo del Cinema e dell’Audiovisivo a Cinecittà

Post n°12122 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 
Tag: news

redazione22/01/2015
E’ stato approvato oggi alla Conferenza Unificata il progetto del Museo del Cinema e dell’Audiovisivo, voluto dal ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo,Dario Franceschini, che avrà sede stabile all’interno di Cinecittà e la cui realizzazione è affidata a Istituto Luce-Cinecittà.
Commenta Roberto Cicutto, presidente e amministratore delegato di Istituto Luce Cinecittà: "Un luogo e un’occasione aperta a tutti quanti in Italia detengono documentazione della nostra memoria audiovisiva; pensiamo ad esempio da subito al coinvolgimento del Centro Sperimentale di Cinematografia e delle Teche Rai. Il Museo ospiterà anche mostre monografiche e temporanee, e rientra - prosegue Cicutto - nella più ampia strategia per rendere Cinecittà un centro di proposte culturali, pur mantenendone il core business nella produzione audiovisiva. Il Museo vedrà la luce durante i mesi dell’EXPO di Milano. Non confligge con altre strutture museali, ma si pone non soltanto per favorire e approfondire la memoria audiovisiva del Paese, ma come stimolo per iniziative nuove di conoscenza della nostra cinematografia e di attività di formazione legate ai mestieri del cinema. Mi auguro – conclude Cicutto - diventi il centro di un programma di scambio fra tutte le realtà internazionali del settore, una sorta di Erasmus delle attività audiovisive, parte del DNA di una città come Roma, ricca di uno straordinario passato e insieme attenta a dotarsi degli strumenti per proiettarsi nel futuro. E che diventi una nuova opportunità di lavoro all’interno di Cinecittà".

 
 
 

Si apre nuovo percorso espositivo permanente in studios da Ansa

Post n°12121 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 
Tag: eventi, news

 

Girando a Cinecittà, in mostra 70 anni di film

 

(ANSA) - ROMA, 23 GEN - Pltre 120 film, da La Corona di ferro a Ben Hur, da L'oro di Napoli a La bisbetica domata , passando per Senso, la commedia all'italiana e l'omaggio a Sergio Leone, per raccontare con oltre 300 foto, costumi, scenografie e una sessantina di filmati, montati ad hoc e proiettati su grandi schermi, 70 anni di cinema, dal 1937 agli anni '90. E' 'Girando a Cinecitta'', percorso espositivo permanente, aperto da domani negli studios romani, che arricchisce con otto nuovi ambienti gli allestimenti preesistenti (come 'Perche' Cinecitta'' e 'Backstage') di 'Cinecitta' si mostra', inaugurata nel 2011.

Il direttore generale di Cinecitta' Studios, Giuseppe Basso, che produce la mostra, sottolinea il successo ottenuto finora dai vari percorsi: ''Abbiamo staccato pochi giorni fa il 500millesimo biglietto, e tra i visitatori abbiamo avuto anche 20mila ragazzi delle scuole, di cui la meta' stranieri''. Anche se, sottolinea Basso, ''non tutti hanno creduto in quest'iniziativa, molti pensavano Cinecitta' dovesse rimanere 'per pochi'. Noi abbiamo rotto questa barriera, ora e' sia un luogo per grandi maestri sia per il pubblico''.

Il viaggio di Girando a Cinecitta' parte dai film storici e di propaganda girati a Cinecitta' tra il 1937 e il 1943, come La corona di Ferro e Ettore Fieramosca, che rivivono anche nei 'prossimamente' (i trailer dell'epoca); si arriva al Neorealismo a attraversando una piccola galleria che rievoca le macerie del bombardamento nel '43 di Roma. Nell'allestimento curato dagli scenografi Alida Cappellini e Giovanni Licheri, Italo Moscati (per ricerche e parte video) e Nicoletta Ercole per i costumi, spazio poi alla Hollywood sul Tevere, tra grandiose grandi produzioni come Ben Hur ( di cui si girera' presto a Cinecitta' un remake) e Quo vadis. Pellicole che richiedevano migliaia di comparse, che arrivavano dal centro di Roma a Cinecitta' con il 'tranvetto delle stelle', stilizzato in uno dei corridoi. C'e' l'omaggio a Piero Tosi (Premio Oscar alla carriera 2014), con i suoi costumi per Liz Taylor e Richard Burton (dei quali sono esposti anche i costumi di Cleopatra, realizzati da Vittorio Nino Novarese, Irene Sharaff e Renie', ndr) in La bisbetica domata di Franco Zeffirelli e l'abito da viaggio nero con veletta di Alida Valli, accanto alla divisa da ufficiale austriaco di Farley Granger in Senso di Visconti.

Fra i protagonisti anche la commedia all'italiana e in una saletta dotata di entrata in stile saloon, tra finta dinamite, speroni e bisacce, gli spaghetti western. Un altro maestro dei costumi come Danilo Donati e' ricordato con due sue creazioni per Storie scellerate di Sergio Citti (1973), nella sala sui film degli anni '70 e '80, da Bertolucci a Verdone. Infine in un ambiente ispirato alla scenografia di C'era una volta in America, si rende omaggio a Sergio Leone, tra foto, filmati e interviste. In attesa a Roma delle riprese di Spectre, il nuovo film su 007, Basso ha ricordato come gli studios siano in pieno fermento per altri progetti internazionali: ''Stanno per cominciare le riprese del remake di Ben Hur, che prendera' cinque teatri di posa, mentre Ben Stiller, sta preparando Zoolander 2, per cui utilizzera' sei teatri''.

 
 
 

Per Bizzarri-Kessisoglu e per l'attore napoletano è un bis

Post n°12120 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

Siani, Pintus e Luca e Paolo al Festival

(ANSA) - MILANO, 23 GEN - Alessandro Siani, Angelo Pintus e Luca e Paolo saranno ospiti del prossimo Festival di Sanremo (10-14 febbraio). Lo ha annunciato oggi Carlo Conti a Milano, in occasione dell'ascolto dei brani di Campioni. Per Luca e Paolo si tratta di un ritorno, dopo l'esperienza come conduttori nel 2011 accanto a Gianni Morandi, ma anche Siani è già stato all'Ariston come ospite nel 2012. E' al debutto, invece, Angelo Pintus.

 
 
 

Daniele Luttazzi assolto? Carlo Freccero "Godo come un pazzo. Potrei rifare un programma con lui" da huffingtonpost

Post n°12119 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

 

Daniele Luttazzi assolto? Carlo Freccero "Godo come un pazzo. Potrei rifare un programma con lui"

Pubblicato: 23/01/2015 15:27 CET Aggiornato: 23/01/2015 16:38 CET
LUTTAZZI

 

"Ora che tutti sono contro la censura potremmo condurre un programma insieme". Carlo Freccero dice la sua dopo l'assoluzione di Daniele Luttazzi e Marco Travaglio dall'accusa di diffamazione ai danni di Silvio Berlusconi, che aveva chiesto dieci milioni di euro di risarcimento per l'intervento del giornalista alla trasmissione Satyricondel 14 marzo del 2001.

L'autore televisivo ha anticipato alla Zanzara la possibilità realizzare un programma insieme a Luttazzi: "La coppia potrebbe tornare soprattutto adesso che tutti sono contro la censura, con questa benedizione. All'epoca anche una parte della sinistra era ferocemente contro di noi".

"Vedo ogni giorno dei cadaveri che passano davanti a me e sono profondamente felice. Da quando ho lasciato la Rai è una cavalcata con vendette cucinate a freddo. E godo, godo, godo come un pazzo"

Luttazzi, dice Freccero avrebbe accolto con entusiasmo il nuovo progetto: ""Ho parlato con Daniele e l'ho trovato carico, pimpante, soddisfatto. Ha veramente sofferto. Siamo quelli che abbiamo pagato di più per questa storia, io non ho più lavorato per 5 anni. Ma qualcosa insieme si potrebbe ancora fare

Resta l'interrogativo su quale rete ospiterà il programma: "Vedremo, ma non La7 perchè abbiamo dei problemi anche lì, c'è ancora un giudizio aperto per Decameron".

 
 
 

La teoria del tutto

Post n°12118 pubblicato il 24 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

Stephen Hawking al grande pubblico è celebre ancor più che per le sue scoperte scientifiche per la sua condizione fisica e la sua brillante intelligenza bloccata in un corpo malato e costretto a comunicare tramite un computer.

James Marsh con La teoria del tutto decide di raccontarci questo miracolo della vita; una storia eccezionale, la storia di un uomo eccezionale; oltre che una delle menti più brillanti del secolo. Non lo fa raccontando la sua vita professionale con le sue scoperte e le sue teorie; ma raccontando il lato privato del professore, della sua malattia, della sua fragilità e del grande ruolo che la sua ex moglie Jane ha avuto nella sua vita e senza cui forse non ci sarebbe stato lo Stephen Hawking che conosciamo.

La storia parte con lui che ancora in salute, e indeciso su quale specilizzazione scegliere all’Università di Cambridge incontra Jane studiosa di poesia iberica medievale. La loro vita insieme presto viene sconvolta dall’arrivo della malattia, la sclerosi laterale amiotrofica. Un rapporto che però si rafforzerà, con lei che deciderà nonostante fosse sconsigliata da tutti, di restargli accanto in un matrimonio che diventerà una simbiosi. Con gli anni arriveranno i figlie, le teorie e la fama trasformandolo anche in una celebrità.

Marsch con questo film prosegue il suo racconto di personaggi eccezionali, dopo Man on Wire e Project Nim.

ll film è tratto dal libro di Jane Hawking, Travelling to Infinity: My Life with Stephen.

Non è una biografia, ma un racconto privato che parla dell'amore in tutte le sue sfaccettature, con anche i suoi limiti. Del resto come dice la produttrice del film Lisa Bruce, "La relazione di Jane e Stephen in questo film abbraccia 25 anni, anni nei quali li vediamo realizzare cose che la maggior parte di noi fisicamente abili non riesce nemmeno a immaginare".

Stephen Hawking viene interpretato da Eddie Redmayne che regala una performance da oscar, assolutamente perfetto. Ha il merito di mostrarci appieno il Stephen uomo, marito e padre. Le sue difficoltà, i suoi problemi e la sua grande forza e amore per la vita.

Bisogna sottolineare anche una notevole Felicity Jones nei panni della moglie dell'astrofisico. Del resto entrambi sono stati nominati dagli accademy.

Uno dei temi principali del film è il tempo che è sempre stato un argomento che ha affascinato l'astrofisico britannico, che si è interrogato su quando ha avuto inizio l'universo, quando finirà, e tutto quello che c'è in mezzo a questi due punti. Lui come si vede nel film ha combattuto instancabilmente contro la malattia studiando, proprio perchè da quello che dicevano i dottori avrebbe vissuto solo 2 anni.

Un film splendido, curato in ogni minimo particolare e che non può non far riflettere quando ognuno di noi di fronte ad una difficoltà si lamenta o si arrende.

Voto finale: 5+/5

La teoria del tuttoTitolo originale: The Theory of Everything

Poster

La teoria del tutto racconta la storia del più grande e celebrato fisico della nostra epoca, Stephen Hawking, e di Jane Wilde, la studentessa di Arte di cui si è innamorato mentre studiavano insieme a Cambridge negli anni 60. All'età di 21 anni, Stephen Hawking, brillante studente di cosmologia, è stato colpito da una malattia terminale per la quale, secondo le diagnosi dei medici, gli sarebbero rimasti 2 anni di vita. Stimolato però all'amore della sua compagna di studi a Cambridge, Jane Wilde, arrivò ad essere chiamato il successore di Einstein, oltre a diventare un marito e un padre dei loro tre figli. Durante il loro matrimonio allo stesso modo in cui il corpo di Stephen si indeboliva, dall’altro lato la sua fama accademica saliva alle stelle. Il professor Stephen Hawking è uno dei più famosi scienziati della nostra epoca e autore del bestseller "A Brief History of Time", che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo.

SOGGETTO:

Basato sulle memorie di Jane Hawking "Travelling to Infinity: My Life with Stephen".

 
 
 

Perché ho amato The Newsroom. E molto da internazionale.it

Post n°12117 pubblicato il 24 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

seconda parte

Corollario necessario al fatto che ci sia storia, quest’ordinamento meritocratico perfetto non impedisce che scoppino dei conflitti interni alla grande famiglia; ma sono tutti sorkiniani, ovvero sono tutti soggetti ai voleri del fato o delle circostanze esterne, e di base nessuno fa mai nulla di male perché ha anche una parte malvagia, bensì perché sbaglia in buona fede. L’inabilità sociale dei protagonisti è lo stratagemma che protegge la loro bontà di fondo e il senso granitico di comunità professionale che fa dello staff del programma una grande squadra di gente che litiga ma che in fondo si vuole bene.

 

I nemici. I veri nemici sono sempre esterni e interessati principalmente a due cose: 1) fare soldi e 2) fare carriera. In altri termini i nemici sono il mondo reale. La lista è lunga ma non poi così tanto; la famiglia dei proprietari; Jerry Dantana, la corrispondente da Washington; la columnist del giornale di gossip; Pruit… poi ci sono i nemici dell’umanità, tipo il Tea party, i politici inetti eccetera. Ma il modo di dipingere questi ultimi, come vedremo in seguito, cambierà durante la serie. In meglio.

 

L’apparato è mera forma. L’organigramma della struttura della rete, come diventa più chiaro mano mano che si va avanti nelle stagioni, comporta una serie di opposizioni, che per il sorkinesimo sono da intendersi come puramente formali. In sostanza ci si fa la guerra perché questo è quello che ci impone la struttura, ma sulle questioni che riguardano lo scontro morale giornalistica vs imperativi del denaro, non ci si schiera mai veramente con i secondi e, anzi, se qualcuno posto al di sotto di noi ha la meglio, in fondo ce ne rallegriamo.

 

Non stiamo parlando di reti di alleanze, di clan, di cordate clandestine interne a una struttura più grande, ma di una regola universale che caratterizza tutto l’apparato di produzione del canale televisivo in maniera unilaterale, dall’alto verso il basso, come una sorta di etica carbonara. Chi però, appartenendo alla struttura, decide per vari motivi di aderire in maniera sostanziale e non solo esteriore alle richieste del dio denaro, diventa automaticamente nemico.

 

Questo perché alla legge morale dettata segretamente dal cuore, si sostituisce quella tecnocratica dell’apparato in ogni vero appartenente all’esperimento morale di News Night. Questo come già detto è uno dei capisaldi del sorkinesimo. Al tempo stesso McAvoy è il contrario di un pauperista, crede fermamente nei soldi e nelle diseguaglianze economiche, ma solo in quanto servono ad esprimere e incoraggiare il perseguimento di altri valori. Da questo punto di vista il personale (americano quindi precario per definizione) del programma unisce un’improbabile compattezza sindacale anni settanta a una dedizione assoluta al lavoro da samurai giapponese. A Sorkin, come forse avrete capito, non piacciono tanto le mezze misure almeno negli schemi generali; preferisce giocarsi tutte le sfumature che ritiene necessarie alla storia nei dialoghi-flussi di coscienza e negli equivoci che personaggi tutti un po’ apparentemente affetti da sindrome di Asperger generano di continuo.

 

Tutto questo impianto è cementato dal fatto che Sorkin è il grande manipolatore. La sua scrittura ha una straordinaria capacità di creare botta e risposta brillanti, intrecciare gli archi narrativi (tipico il suo incrocio delle storie d’amore con i problemi di lavoro) e dare a tutto lo show un andamento musicale. La scrittura della serie è prima di tutto ritmica. I cambi di tempo, le impennate, gli allegro, sono tutte strategie che l’autore maneggia con la naturalezza di chi ha introiettato la tecnica e la utilizza con grazia istintiva. È l’andamento stesso ad alleggerire l’assertività dei contenuti e l’altrimenti insopportabile tendenza al monologo-che-spiega-il-mondo.

 

Muoversi sul territorio di confine fra retorica ed emozione è forse uno degli esercizi di scrittura più difficili in assoluto, nondimeno il più delle volte a Sorkin l’operazione riesce. Personalmente ho una cartina tornasole che utilizzo per capire se il grande manipolatore mi ha rubato ancora il portafoglio, ed è il momento in cui realizzo in cui sotto le parole è entrata la musica. Se il tappeto sonoro è già sotto da un pezzo è probabile che quel diavolo di Sorkin me l’abbia fatta e l’emozione abbia abbassato le mie difese antiretorica. Se me ne accorgo appena inizia, allora la magia non è riuscita. La seconda eventualità, alla prima visione di The Newsroom mi è capitata di rado.

 

Fino qua è tutto molto bianco e nero, e tutto tanto affascinante quanto potenzialmente pericoloso perché da sola l’acutezza della scrittura non basterebbe a fare di The Newsroom qualcosa di più di un eccellente esercizio di stile.

 

L’abilità fondamentale di Sorkin in una storia come questa è però quella di raccontare una favola morale senza scadere nel moralismo, rischio che pure sembra addensarsi all’orizzonte nella deriva giacobina delle puntate centrali della prima stagione, quando per un momento che McAvoy sembra aver imboccato la direzione di un novello Savonarola o di una di quelle tante figure bravissime a puntare il dito ma mai a guardare se stesse a cui ci siamo abituati sempre più spesso negli ultimi anni anche in Italia, da Beppe Grillo a un certo tipo di comici satirici sempre così certi di avere ragione da aver smesso da tempo di far ridere.

 

Il gioco di Sorkin durante la parte della stagione dedicata al Tea party si fa, anche se catartico, anche molto pericoloso visto che chi accusa non sembra mai mettersi davvero in discussione. Eppure qualcosa sta già lavorando sotto traccia per portare alla luce questo mondo sotterraneo e mostrarci come lo struggimento interiore stia segretamente interagendo con la missione riformatrice. Per riuscirci Sorkin non usa quasi mai la pericolosa arma a doppio taglio dell’ironia, perché se è vero che i suoi personaggi non ne sono del tutto privi, è altrettanto vero che nei momenti topici il pathos regna sovrano e anche quando viene spezzato da un momento comico, cosa che accade relativamente spesso, questo non mette mai in discussione il valore di verità dell’affermazione morale, semmai la rinforza dandole un’inedita tonalità umana.

 

Per inciso, sono queste le cose che fanno di Sorkin uno scrittore sopraffino: la capacità di mischiare i piani e tenere tutto perfettamente in piedi. Oltretutto non è uno dei tanti forzati americani dell’ironia, ma la usa come una delle frecce alla sua faretra narrativa, ponendola sempre su un livello inferiore rispetto alla comicità ingenua che salta fuori qua e là con un certo senso di collettiva liberazione. L’ironia in Sorkin è quello che deve essere in uno show con questo tipo di ambizioni: un contorno, non la trave portante dell’edificio narrativo.

 

Sono al massimo della mia felicità non quando devo scrivere un pezzo per un attore o una solenne argomentazione politica o sociale. Sono al massimo della felicità quando ho trovato un modo divertente di fare scivolare qualcuno su una banana.–A.S.

 

La svolta che nobilita The Newsroom al rango di grande serie avviene in maniera più articolata e strutturale nella seconda parte della prima stagione, precisamente nella sesta puntata, un episodio magistralmente strutturato tra flashback in studio e una seduta di psicoanalisi durante la quale McAvoy incomincia a realizzare che il suo schierarsi in maniera netta comporta, oltre alla ovvia opposizione di un numero crescente di antagonisti, anche un inevitabile, e al tempo stesso più complesso, contrasto interno fra ragione idealista e realtà composita del mondo, tra concetti monolitici e assoluti di cui sembra farsi portatore e la normale fragilità degli esseri umani.

 

È nello scontro con l’immaginario consulente nero e gay del repubblicano oltranzista Rick Santorum che questa verità si sostanzia per la prima volta nello show, e i costi della svolta verso l’energico giornalismo d’opinione di News Nightvengono in superficie.

 

 

 

Un essere umano è molto di più del suo ruolo in una società o della sua opinione politica: una verità che rappresenta uno dei grandi limiti del giornalismo, buono o cattivo che sia, un peccato originale che ha dei costi altissimi nella società dell’informazione. Fortunatamente Sorkin e quindi McAvoy tutto questo lo capiscono benissimo. Il percorso introspettivo raggiunge quindi l’apice quando il giornalista del New York Magazine invitato proprio da McAvoy in redazione per scrivere un pezzo sul programma, finisce per mandare in stampa un reportage durissimo dove definisce il presentatore “il grande sciocco”, cosa che quasi uccide McAvoy, perché è un uomo intellettualmente abbastanza onesto da sapere che c’è anche qualcosa di vero in quelle parole ostili. Il suo slancio verso il bene ha in sé una discreta dose di ignoranza della realtà, di ottimismo e di ineliminabile parzialità, ma non di meno è un atto che nella sua imperfezione sta donando nuovo senso alla sua vita.

 

Da lì in poi, e per tutto il resto della serie, Sorkin bilancerà quindi l’indole persecutoria di McAvoy (che ha un passato da pubblico ministero) con dubbi, momenti di incertezza, ripensamenti, depressioni che ci restituiscono un personaggio che pur per definizione al di sopra norma, rimane sempre saldamente in tre dimensioni.

 

Evitato il rischio di trasformare il suo protagonista in un “profeta sordo”, Sorkin evita però anche quello contrario e più insidioso del moralismo di secondo livello, quello per cui ogni manifestazione umana è bisognosa di comprensione e assoluzione a prescindere e il giudizio è perennemente sospeso nel desiderio, quantomeno sospetto, di essere come tutti. Un’eliminazione furba del giudizio che in ultima analisi altro non è che è la più alta e filistea delle forme di volontà di potenza.

 

Se è vero che ogni essere umano ha le sue ragioni, la massima abilità di un narratore è quella di mostrarle nella loro coerenza che è assieme parziale e necessaria; pretendere al contrario che ognuno dei personaggi, una volta appresi i propri limiti, sospenda ogni forma di giudizio è come chiedere a un uomo di svolgere il compito proprio di un essere immaginario, onnisciente, privo di emozioni e fallibilità. No, non Ken il guerriero, sto parlando di Dio. Questo, oltre a rappresentare una lieve forma di arroganza, è anche un pessimo modo per tracciare un personaggio, o quantomeno fornisce la garanzia di renderlo mostruosamente noioso e insincero.

 

Tanta parte della produzione letteraria e critica, soprattutto nordamericana, è al giorno d’oggi ossessionata da questo tipo di ricerca dell’egualitarismo di facciata, avendo forse dato per perso quello sostanziale. Sorkin fortunamente ha esperienza, coraggio e una profondità sufficienti a sfuggire anche a questo tipo di trappola, a costo di irritare una parte della critica. Al contrario molte serie oggi sembrano scritte con il manuale della lottizzazione del politically correct in modo da evitare problemi con i recensori, che negli Stati Uniti hanno ancora un peso commerciale e richiedono a gran voce cose come l’inserimento di neri in quartieri dove nella realtà non esistono (si vedano le critiche alla prima stagione di Girls di Lena Dunham in questo senso) o di donne che devono avere necessariamente dei poteri sovrannaturali e virtù morali inattaccabili. Se il maschio bianco McAvoy cade come un deficiente mentre s’infila i pantaloni è ok, ma se una MacKenzie fa cadere una lavagna durante un briefing diventa immediatamente un personaggio sessista. Avulso al concetto di scrivere sulla base di queste logiche, Sorkin si interessa dei problemi del mondo e soprattutto di quelli dei suoi personaggi, non rimane con lo sguardo fisso sull’apparenza che, al contrario, è il suo vero nemico nel momento in cui il suo obbiettivo è ricerca e la fondazione di un’etica più profonda, sostanziata nelle cose.

 

Sorkin è un indagatore, è uno scrittore morale con delle domande che esigono risposte, non è un politico che vuole vincere le elezioni della tv accaparrandosi consenso là dove saprebbe di trovarlo. Rischia perché sa quello che fa.

 

Usa la sua favola morale per cercare una risposta rassicurante al nichilismo ma nel farlo non può ignorarne l’onnipresenza.

 

Ecco allora che mette sui suoi personaggi il carico della loro fallibilità, non ripropone l’universo pacificato e manicheo delle serie tv di un tempo, ma prende i suoi personaggi, li getta nei problemi che le scelte giuste causano e li rende ciononostante capaci di slanci semplicemente desueti, in tempi di mezzi misure, di compromessi, di sogni troncati sul nascere in nome del principio di realtà e della convenienza professionale e civile.

 

Se The Newsroom appare quasi immediatamente come una favola la colpa non è solo di Sorkin, ma anche e soprattutto delle brutture a cui ci ha abituato realtà.

 

Questa decisione, questo impeto, hanno anche dei rischi intrinseci, perché è sicuramente vero che come diceva Yeats “maggiore il dubbio maggiore è l’artista”, è anche vero che prima o poi il dubbio si deve sciogliere nell’atto della creazione artistica e, con tutte le riserve del caso, l’opera prenderà infine una sua forma.

 

L’artista è quindi colui che si muove fra la necessità di plasmare un’opera mettendoci dentro tutto la verità di cui è capace e il sapere che il risultato non sarà mai niente di più che un’espressione soggettiva, gettata dentro un mondo privo di una ragione universale.

 

La creatura di McAvoy e del suo staff in questo mondo privo di regole condivise è il nuovo giornalismo di News Night, insieme scopo e bussola delle esistenze dei personaggi, mentre quella di Sorkin è The Newsroom, due esiti legati ma distinti perché mentre il primo fa affermazioni sulla realtà attraverso il ruolo del giornalismo, il secondo utilizza queste vicende per fare un discorso più generale su legge morale e quotidianità del lavoro, sulle motivazioni profonde dell’individuo e il loro contrasto con il primato del denaro e delle strutture burocratiche.

 

A un ultimo, e ancora più alto, livello Sorkin contrappone all’appiattimento nichilista la fede in un universo valoriale che per quanto imperfetto, parziale, in una parola umano, rimane per lui un’istanza superiore.

 

Come dice MacKenzie a un reporter: nonostante tutto l’impegno che mette nella missione del rinnovamento del giornalismo, McAvoy non è mai davvero sicuro di niente. Incertezza di fondo e decisione di fatto.

 

A farli convivere è il tatto umano di cui, nonostante i fuochi artificiali e i personaggi estremi, la scrittura di questa serie è intrisa.

 

In altri termini The Newsroom è divertente, appassionante, pieno di trucchi narrativi efficacissimi e talvolta un po’ paraculi ma non avrebbe un effetto così catartico, non sarebbe in grado di evocare tutte le emozioni che evoca nello spettatore, se non fosse una fiaba che attraverso il pretesto narrativo del giornalismo, tenta un’ambiziosa operazione di recupero di una soggettività in grado di autodeterminarsi liberamente all’intero dell’apparato tecno-economico del presente.

 

È per questo che è in grado di appassionare chiunque, non solo gli addetti ai lavori, che anzi sono sovente quelli che oppongono maggiori barriere, il che se quanto è stato detto fino qui è vero non depone certo a loro favore.

 

The Newsroom è un tentativo di risposta fantastica, positiva e romantica al brutale nichilismo realista delle serie degli ultimi anni, ma soprattutto è uno dei pochi intrattenimenti orchestrati con intelligenza e complessità tali da essere in grado di fornire emozioni ataviche e irresistibili anche a quelle persone che trovano il prodotto televisivo medio alternativamente o troppo stupido e quindi deprimente, o bello ma troppo realistico e quindi, se pur per altre vie, ugualmente deprimente.

 

Per questo un fan di The Newsroom è normalmente un fan appassionato: per riconoscenza verso la magica capacità che ha questa serie di fare sentire molto meno sole le persone con un pollice opponibile.

 

Questo è il motivo per cui, per quanto possa sembrare spiacevole, quando i fan diThe Newsroom dicono che i detrattori dello show semplicemente non lo capiscono, è difficile dargli torto, c’è così tanto altro sotto la superficie dei monologhi e i dialoghi troppo brillanti per essere veri.

 

Questa serie è una specie di operetta morale per persone che generalmente derubricherebbero a “retorica” qualsiasi considerazione positiva, perché sono, o si sentono, più intelligenti della media e quindi ritengono che l’ottimismo sia la virtù degli sciocchi, o dei bambini.

 

Non è nemmeno tanto importante stabilire se questa sensazione di disillusa sagacia sia fondata o meno, quanto piuttosto riconoscere il merito di una serie che in un contesto di un’industria culturale che tende sempre di più a livellare verso il basso la qualità dei propri prodotti, prova al contrario a proporre un intrattenimento così ambizioso da offrire allo spettatore più livelli di lettura sapientemente confezionati in un unico involucro capace di emozionare e divertire e, all’occorrenza, rubarti il portafoglio senza che tu nemmeno te ne accorga.

 

Hbo è meno interessata a quante persone guardano il programma piuttosto che a quanto quello che lo stanno guardando apprezzano lo show. Non hanno pensato il loro business model per fare felici gli scrittori. È solo una bella conseguenza involontaria.

 

Per tutti questi motivi, criticare questa serie perché ci sono solo tre persone di colore in redazione o un personaggio femminile che non sa usare le nuove tecnologie equivale a guardare il dito mentre il saggio indica la luna, che per altro è esattamente il trattamento che il mondo di The Newsroom riserva a Will McAvoy e i suoi, ma quale migliore conferma, in fondo, dell’assoluta qualità di questa serie.

 

Quit è giornalista e scrittore. Collabora con Il Venerdì di Repubblica, Linkiesta, Riders e Vice. Nel 2014 ha pubblicato per Indiana editore Quitaly. Nel 2013 ha vinto il Mia award per il miglior articolo del web. Il suo sito è www.quitthedoner.com

 
 
 

Perché ho amato The Newsroom. E molto da internazionale.it

Post n°12116 pubblicato il 24 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

Provare a immaginare quello che vogliono gli spettatori e poi provare a soddisfarlo è generalmente una cattiva ricetta per ottenere qualcosa di buono.–Aaron Sorkin

 

Ci sono molti insegnamenti che si possono ricavare da The Newsroom, la splendida serie Hbo di Aaron Sorkin che si è conclusa il 14 dicembre: il primo, il più ovvio, e forse il meno interessante dei quali, è che se massacri il giornalismo probabilmente non sarà poi così facile trovare tutti questi giornalisti pronti a tessere le tue lodi. Questo è solo uno e non certo l’unico motivo per cui The Newsroom è stata fra le opere di Sorkin più amate dal pubblico, ma al tempo stesso quella che ha diviso maggiormente la critica, che non le ha risparmiato stroncature, rivolte soprattutto contro la prima stagione.

 

Che non sarebbe stato uno show dalle mezze misure si era capito subito dal famoso monologo iniziale che affrontava uno dei più grandi tabù d’oltreoceano: l’America non è necessariamente il miglior paese del mondo.

 

 

 

Per un europeo un’argomentazione di questo tipo genera un’alzata di sopracciglia e un “ok, adesso, mentre io vado a farmi visitare gratis in un ospedale pubblico, tudimmi qualcosa che non so già”; per un americano significa invece la richiesta di sedersi in partenza dalla parte della tavola dove stanno i personaggi problematici, quelli in pericoloso equilibrio fra il weird inteso come concetto limite del consesso sociale e quello, opposto e positivo anche se inconsciamente altrettanto sospetto, del profeta visionario di successo.

 

Fortunatamente Will McAvoy, l’anchorman di The Newsroom interpretato da Jeff Daniels, sfugge ad entrambe le derive e, sulle ali della scrittura a più livelli di Sorkin, si dimostra sul lungo periodo un personaggio complesso, profondo e articolato e non una semplice riedizione di Howard Beale, il giornalista predicatore folle del Quinto potere di Sidney Lumet.

 

Dopo lo sfogo sulla crisi generalizzata della società americana, la serie ruota attorno al tentativo di riaffermare un giornalismo di qualità, un giornalismo delle origini, quello degli spesso evocati Walter Cronkite e Edward Murrow, come cura contro la decadenza.

 

A provare a compiere questa missione, per stessa ammissione dei protagonisti donchiscottesca, è un gruppo composto da un presentatore che fino a quel momento è stato famoso per essere un personaggio accomodante, moderato, zerbinesco e in quanto tale popolare (se vi ricorda qualcuno, tenete presente che la rete è la Acn, nome di fantasia, e non Raitre); MacKenzie McHale, una executive producer (che è anche la sua ex) idealista, affascinante e intelligente e svampita abbastanza da inserirsi di diritto nella grande tradizione dei personaggi femminili che piacciono molto ai maschi che hanno studiato la cui esponente di punta è la Diane Keaton di io e Annie. Sopra questa copia siede Charlie Skinner, l’anziano capo della sezione news, alcolizzato e discretamente visionario a sua volta; e sotto una redazione composta principalmente da giovani con formazione universitaria d’élite, rocciosamente motivati e brillanti, guidati da un’esigua classe intermedia di 30-40 enni la cui competenza nei rispettivi ambiti sfiora l’onniscienza divina, mentre le loro attitudini sociali tendono, con forza uguale e contraria, al disastroso.

 

Mi piace scrivere di persone che sono molto brave in quello che fanno, e molto meno brave in tutto il resto.–A. S.

 

Questo contesto, assieme alle dinamiche giornalistiche che si sviluppano nella produzione del programma-nel-programma News Night (così viene chiamata la striscia delle 20 condotta nella finzione da McAvoy), è stato largamente criticato come irreale, e con una certa dose di ragione.

 

La Columbia journalism review che, ironicamente, nella serie viene citata come organo a favore della svolta purista di News Night, nella realtà ha invece evidenziato alcuni degli aspetti poco realistici del modo di lavorare della redazione della serie, mentre il Guardian (la cui perquisizione della sede da parte servizi inglesi dopo le rivelazioni di Edward Snowden ricorda peraltro quella che subisce News Night a opera dell’Fbi) nota che il problema morale rispetto alla produzione di notizie, appare oggi superato da quello della sostenibilità economica del giornalismo e dal cambiamento radicale del concetto stesso di notizia imposto da internet.

 

Voglio essere molto chiaro. Non stiamo facendo giornalismo e lo show non è sul giornalismo. È sulle persone che fanno giornalismo.–A.S.

 

Tutte obiezioni più che sensate, anche se Sorkin nella terza stagione aggiusterà il tiro tematizzando molti dei problemi aperti dall’avvento di internet nel business dell’informazione attraverso il personaggio di Pruit, un orrido multimiliardario del web, personificazione del barbaro che non è più alle porte ma è già comodamente seduto in salotto. Ma il punto non è nemmeno questo.

 

Se non fosse bastata la prodigiosa memoria e la virtuosistica abilità retorica del monologo iniziale di McAvoy, la serie è piena gli altri dialoghi rapidi, ultra competenti e totalmente privi di non-detti, dubbi, incertezze che dovrebbero rendere immediatamente evidente che quello che Sorkin cerca di ottenere non è certo un realismo assoluto. E questo nel suo caso, non è nemmeno una novità, basti pensare a The west wing e i suoi lunghi walk and talk.

 

 

 

I personaggi di Sorkin parlano da sempre come parleremmo se avessimo un cervello grande il doppio, un collo in grado di sostenerne il peso e una schiera di autori pronti a suggerirci in tempo reale la battuta più intelligente saltata fuori ad un tavolo di dieci professionisti.

 

Ora tutto questo può essere respingente. Ma se invece si accetta il fatto che il principio di realtà abita da un’altra parte e non tutti gli show devono essere il pur indimenticabile The wire, e che, ancora, il realismo radicale è soltanto una delle strategie dello storytelling, diventa allora possibile incominciare a godersi The Newsroom. Non che la serie non abbia proprio alcun punto di contatto con la realtà: per crearlo Sorkin ha frequentato per mesi gli studi di diversi programmi televisivi, e benché sia noto per scrivere tutto da solo, ha chiesto e ottenuto da Hbo una writers room composta da otto ricercatori, ampliata da consulenti dedicati esclusivamente alla politica conservatrice per la seconda stagione.

 

Mi piace scrivere romanticamente e idealisticamente ma avere ancora un piede nel mondo in cui viviamo.–A.S.

 

La realtà però è che la disciplina giornalistica, per quanto tratteggiata con pretese di un certo grado di mimetismo, è in The Newsroom soprattutto una scusa per parlare di qualcosa di più ampio. Per capire cosa, è innanzitutto necessario notare come McAvoy nella tradizione delle serie televisive odierne, si distingua per il suo essere un personaggio positivo in una platea di personaggi negativi e votati al più realistico e spietato nichilismo esistenziale.

 

Al tempo stesso tra la figura idealtipica della nuova serialità televisiva (Walter White su tutti) e McAvoy esiste un legame, seppur per contrasto. All’inizio della serie, il presentatore è infatti esattamente uno di questi personaggi negativi che vanno tanto di moda: ha successo, ha la stima di chi conta, è amico del suo capo ed è ricco, potrebbe essere un arrivista senza scrupoli, il Nucky Thompson del giornalismo televisivo e lottare per rendere stabile e inattaccabile il suo potere.

 

Al contrario però è depresso, odia quello che fa, e con un transfert banale quanto non per questo meno credibile, tratta malissimo le persone con cui lavora. Dopo anni ha ancora il cuore infranto per la sua ex che ha tradito la sua fiducia, consegnandolo a una valle oscura di cinismo e disperazione. È solo, avvilito, senza prospettive, ed è all’apice del suo successo. È l’antitesi del sogno americano, perché è il sogno americano ad avere smarrito se stesso, questo è il sottotesto che Sorkin ci suggerisce.

 

La sua rinascita passerà quindi attraverso la riscoperta di un sentimento morale che lo infilerà in una serie lunghissima di problemi professionali e solo dopo aver portato in superficie ferite dolorose e mai suturate, gli permetterà di riconquistare, amore, appartenenza ad un gruppo ed a un progetto, felicità di vivere e rispetto di se stesso, che in fondo è il premio più importante.

 

The Newsroom al di là della scrittura al fulmicotone, del cast stellare e della produzione eccellente è quindi prima di tutto una favola morale e in quanto tale, e non come manuale del giornalismo del futuro, va giudicata.

 

La “famiglia” di The Newsroom. - Dr

La “famiglia” di The Newsroom. Dr

La rinascita morale di Will McAvoy e dei suoi passa attraverso la ricerca di un giornalismo che non sia né uno scherano del potere né un generatore automatico di marcio di sistema (i due grandi canoni a cui, per esempio, siamo abituati in Italia), bensì un modello di informazione basato su una rigorosità deontologica assoluta, d’altri tempi. Sui vari tipi di giornalismo rappresentati nei film e nelle serie tv americane, compreso quello di The Newsroom, Alessandro Gazoia ha recentemente scritto un ottimo ed esauriente articolo su queste pagine.

 

A questo proposito basti quindi citare, come peculiarità del lavoro della redazione immaginata da Sorkin, una cura ossessiva delle fonti, lunghi e quasi fantascientifici processi di verifica (nella realtà in pochi hanno tutta quell’energia, e praticamente nessuno può investire tutti quei soldi in simili standard qualitativi), e alcune cose che quasi commuovono come quando Sloan Sabbith viene sospesa perché ha rivelato in onda un’informazione avuta off the record da un tecnico della centrale di Fukushima e, mentre lei impacchetta le sue cose nel suo ufficio, davanti al tuo cervello italiano sfilano tutte le registrazioni off the record impunite di programmi come Striscia la notizia, Le Iene o Report.

 

Quello della redazione di The Newsroom è indubbiamente un mondo migliore di quello in cui viviamo, un luogo dove non si pretende che gli altri rispettino le regole che noi ignoriamo e il fine non giustifica mai i mezzi, ma al contrario si sostanzia attraverso un uso etico degli strumenti e delle pratiche d’indagine. Il processo di produzione è la notizia. Il giornalismo è una sorta di complesso ethos fatto di competenze elevate e di regole che si osservano per primi nella misura in cui si vorrebbe fossero applicate alle società nella sua interezza.

 

Il giornalismo di Sorkin non è rivoluzionario, non è radicale, è attaccato e rispettoso delle istituzioni ma mai in quanto mera manifestazione di potere bensì sempre come espressione di principi condivisi. McAvoy è un repubblicano sui generis (non fa che attaccare il suo partito) ma è soprattutto dal punto di vista temporale che si può definire un conservatore, nella misura in cui prescrive un ritorno ad un età dell’oro, in cui erano forti quei valori originari smarriti nella ricerca del profitto economico e dell’apparenza. Che l’età dell’oro sia o meno esistita non è un tema che si possa trattare qui; altri eroi immaginari delle serie tv, come il già citato Nucky Thompson o Thomas Shelby, non sarebbero per niente d’accordo; quello che conta qui è che il ritorno al passato ha un senso in quanto indica il recupero di determinati valori, la questione storiografica passa quindi in secondo piano.

 

Non è quindi questa una visione che esclude i giovani, che, anzi, nella misura in cui si affezionano agli standard di un giornalismo rigoroso e non seguono le sirene delcitizen journalism di internet e di siti alla Gawker (per altro, sempre ironicamente, uno dei pochi veramente entusiasti della serie) possono dare il loro meglio e fare le carriere più rapide. L’esempio di questa dinamica è Neal Sampat, il nerd che scrive il blog di McAvoy (il punto più basso della redazione visto che i blog per McAvoy sono l’esemplificazione del male) e che finirà per diventare un produttore di rilievo di contenuti giornalistici. La redazione di The Newsroom è ideale, romantica, impegnata nella missione enorme e scivolosissima di restituire senso a una realtà che l’ha smarrito, e nel farlo si fa un culo così. L’unità alla base della rinascita morale è appunto questa famiglia di produttori di notizie, e Sorkin prende alcuni oculati provvedimenti narrativi per rendere il gruppo compatibile con gli alti scopi che si prefigge.

 

Al contrario di qualsiasi redazione (ma anche di qualsiasi generico posto lavoro) di cui io abbia notizia nel mondo reale, la gerarchia interna a quella di News Night èinteramente senza eccezione alcuna basata sulla più perfetta ed efficiente meritocrazia, intesa non solo come calcolo dei risultati produttivi ma come somma di tutti i fattori di felicità di una persona. È praticamente una Città Del Sole finita accidentalmente dentro la sede di un canale via cavo.

 

 

 
 
 

«The Newsroom», la serie tv utile (anche) ai giornalisti da corriere.it

Post n°12115 pubblicato il 24 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

 

La fiction sul giornalismo Usa potrebbe essere uno strumento di aggiornamento professionale, tanto che l’Ordine dovrebbe trasformarne la visione in un corso
di Aldo Grsso

 

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Una modesta proposta. I giornalisti italiani devono frequentare i corsi di formazione resi obbligatori da una legge che riforma gli Ordini professionali. Partecipando a corsi ad hoc, organizzati dall’Ordine, o ad altri eventi formativi riconosciuti, il giornalista deve acquisire nell’arco di un triennio 60 crediti formativi, con un minimo di 15 crediti annuali. 

Siccome i pochissimi corsi gratuiti sono già tutti esauriti (suscitando non poche polemiche), ne vorrei consigliare uno: «The Newsroom», la serie firmata da Aaron Sorkin. Negli Usa è già in onda la terza stagione; da noi, su Rai3, è visibile la seconda (giovedì, 23.15). Com’è noto, la serie racconta il lavoro della redazione giornalistica di un programma d’informazione: Will McAvoy (Jeff Daniels) è il carismatico anchorman della trasmissione «News Night», affiancato dalla produttrice Mackenzie McHale (la sua «coscienza professionale») e da una squadra di giovani giornalisti che affrontano con grande passione le insidie e le gioie del mestiere. La missione di Will è quella di trasformare il suo programma in uno strumento d’informazione a servizio dell’elettorato e dunque della società americana, senza curarsi troppo degli ascolti. 

 

 

È vero, «The Newsroom» non è piaciuta molto ai «veri» giornalisti che hanno intravvisto nella fiction un astratto e idealizzato trattato sulla professione, una sorta di lezioncina su come svolgere il proprio lavoro, sentendosi chiamati in causa soprattutto perché la serie si sofferma spesso su come gli organi d’informazione non abbiano coperto con l’adeguata accuratezza e imparzialità vicende importanti e recenti. Ma proprio qui, nel senso di inadeguatezza tra un modello ideale e la vita di tutti giorni, si possono scovare i crediti formativi. 
Per di più «a gratis», su una tv generalista. Dimenticavo: il titolo del corso è il seguente: «Come garantire un’informazione di qualità, semplicemente facendo bene il proprio lavoro».

 
 
 

The Newsroom: Recensione dell’episodio 3.06 – What Kind of Day Has It Been da telefilm-central.org

Post n°12114 pubblicato il 24 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

The Newsroom: Recensione dell’episodio 3.06 – What Kind of Day Has It Been

The Newsroom: Recensione dell’episodio 3.06 – What Kind of Day Has It Been

Giace qui l’hidalgo forte / che i più forti superò,
e che pure nella morte / la sua vita trionfò.
Fu del mondo, ad ogni tratto, / lo spavento e la paura;
fu per lui la gran ventura / morir savio e viver matto.
(Don Chisciotte della Mancia, Miguel de Cervantes)

Schermata 2014 12 22 alle 09.59.37 200x150 The Newsroom: Recensione dellepisodio 3.06   What Kind of Day Has It BeenSiamo purtroppo qui a celebrare un funerale. E nonostante si dica sempre che la persona dipartita fosse buona e brava, insomma la migliore, noi non vogliamo essere certo ipocriti e affermare che chi è venuto a mancare fosse completamente perfetto. E no, non parlo di Charlie Skinner.
L’episodio si apre infatti con il suo di funerale. Una messa solenne e un lungo corteo di macchine accompagnano la fine di uno dei personaggi televisivi più integri, più leali che abbiamo finora conosciuto. E si, di lui possiamo veramente dire che era una brava persona.
Ma qui non siamo solo al funerale di Charlie Skinner. Qui assistiamo alla celebrazione della fine della serie stessa. Di una serie che ha avuto un destino sfortunato.
Aaron Sokin, padre e boia al tempo stesso, costruisce questa puntata intorno alla memoria e al ricordo, intrecciando presente e passato. Un elogio alla sua creatura e ai personaggi, che in alcuni punti forse pecca di saccenza e perbenismo e in altre sembra rispondere troppo fedelmente alle pretese del pubblico americano che in questi anni non l’ha premiato poi più di tanto. Ciò che ci racconta Sorkin in questa puntata è quasi scontato a volte, ma gli encomi servono a ricordare le gesta degli eroi e non i loro misfatti.

Passato
Schermata 2014 12 22 alle 10.48.06 200x150 The Newsroom: Recensione dellepisodio 3.06   What Kind of Day Has It BeenVi siete mai chiesti come sia arrivata Mackenzie a guidare il notiziario più seguito dagli Americani? Come mai proprio l’ex fidanzata del presentatore, con idee completamente opposte alle sue riguardo a cosa sia il giornalismo, si ritrova a sedere nell’ufficio accanto e a dovergli dare ordini?
The master of puppets, il deux ex machina dietro l’operazione è, come già sapevamo, proprio lui, Charlie Skinner. Ciò che non conoscevamo ancora erano le argomentazioni che Charlie espone a Mackenzie per convincerla ad accettare il lavoro. Non solo lamissione di civilizzazione che ha animato la ciurma in queste tre stagioni, ma anche un aspetto più intimo, più umano come l’amore tra un uomo e una donna. L’amor che move il sole e l’altre stelle.

Presente (e futuro)
Un amore a cui è concesso anche interrompere una messa funebre e strappare un sorriso al nostro anchorman alla notizia che diventerà padre. Charlie, Will e Mackenzie sono stati i tre pilastri intorno a cui si sono mosse le vicende di questa serie. Charlie, Will e Mackenzie come tre facce di una stessa medaglia, tre volti di una stessa persona, di unmoderno Don Chisciotte (al secolo Aaron Sorkin) che decide di combattere contro i mulini a vento del gossip e del dilettantismo. E lo fa reclutando un esercito di giovani leve che credono come lui che il giornalismo non è una professione, ma una vocazione.
4 d490ed78a9 200x150 The Newsroom: Recensione dellepisodio 3.06   What Kind of Day Has It BeenSiamo alla fine di un percorso ma siamo anche all’inizio di un altro: con la morte di Charlie e l’arrivo di Pruitt il destino della redazione sembra andare verso nefasti addii. Sarà l’intervento della matrigna cattiva, Leona Lansing, a salvare le sorti di tutti e a convincere (imporre a) Pruitt ad assumere Mackenzie come nuovo presidente della ACN.

E vissero tutti felici e contenti… penserete voi. In realtà a me questa puntata un pò di amaro in bocca lo ha lasciato. Perché se nella finzione la storia ha, a modo suo, unhappy ending (Will che sta per diventare padre, Mackenzie a capo della ACN, Jim promosso a PE, Maggie che parte per Washington, Neal che torna a dirigere ACN Digital), in realtà il progetto di Sorkin di raccontare un modo di fare giornalismo, che spesso non si allinea con quello reale, si è scontrato contro il nemico primo che la finzione ha dovuto combattere, gli ascolti.

Anche per questa ultima puntata Aaron Sorkin ci regala un’altra canzone della tradizione americana il cui testo si intreccia con le vicende dei nostri. If you love somebody enough you’ll follow wherever they go / If you love somebody enough you’ll go where your heart wants to go si legge in alcuni versi: e non importa se quel somebody sia un uomo, una donna o un lavoro. Bisogna decidere di amare col cuore, ma anche con la testa.

 
 
 

Arabia Saudita: blogger condannato a 10 anni e 1000 frustate da radiovaticana

Post n°12113 pubblicato il 24 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

Moglie del blogger condannato in Arabia Saudita - AFP

15/01/2015 12:27

 

Sit-in, oggi, di fronte all'Ambasciata dell'Arabia Saudita a Roma per chiedere l'annullamento della condanna a 10 anni di carcere e a 1000 frustate inflitta a Raif Badawi, il blogger dissidente giudicato colpevole di aver offeso l'Islam sul suo forum online "Liberali dell'Arabia saudita". A organizzare l'appuntamento è  stata Amnesty International Italia, con il supporto della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) e l'associazione per la libertà di stampa Articolo 21. È previsto che le 1000 frustate siano eseguite con scadenza settimanale, 50 per volta. Le autorità saudite hanno reso noto che la seconda serie, dopo quella di venerdì scorso, avverrà domani16 gennaio, in una pubblica piazza di Gedda. Fausta Speranza ha intervistato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia:

R. – Il governo di Riad da un lato difende la libertà di espressione dei giornalisti di Charlie Hebdo massacrati a Parigi ma, dall’altro, condanna a mille frustrate un blogger dissidente che non ha fatto altro che esercitare il suo diritto alla libertà di espressione. Lo fa con una gogna, abbiamo visto la prima serie di frustrate inflitte venerdì scorso e la seconda rischia di essere inflitta tra poche ore.

D. – Qual è la colpa di questo giovane, che cosa ha detto in sostanza?

R. – Ha fatto qualcosa che è assolutamente legittimo: ha organizzato online un sito, un forum, per una discussione su vari aspetti, compresa ovviamente la religione. Ha criticato lo zelo con cui la polizia religiosa persegue comportamenti non conformi, non consentiti; ha detto che le religioni sono uguali e che è possibile, anche in un Paese governato dalla legge islamica, professare altre fedi. Non ha fatto nient’altro che esercitare un diritto fondamentale, esprimendo le sue idee online, creando un dibattito nel Paese. Questo ha dato fastidio alle autorità.

D. – Che cosa sappiamo dell’eco tra la gente in Arabia Saudita?

R. – Molto poco! L’unica eco che abbiamo constato, dalle testimonianze oculari, sono le grida “Dio è grande” quando è terminata l’esecuzione delle 50 frustrate. Ricordo che avvengono in piazza, in luogo pubblico, alla fine della preghiera del venerdì, di fronte alla moschea della città di Gedda. E’ come se con quel castigo, quella gogna, le persone intorno abbiano creduto che quell’uomo fosse stato, in qualche modo, purificato.

D. – Sullo sfondo c’è una situazione più ampia di difficoltà in tema di diritti umani in Arabia Saudita…

R. – Non c’è dubbio. Pensiamo che l’avvocato di Raif Badawi si è visto inasprire la condanna da 10 a 15 anni in appello all’inizio di questa settimana, pensiamo che ci sono leggi antiterrorismo assolutamente vaghe e formulate in modo da impedire anche l’espressione del dissenso pacifico e poi pensiamo che ci sono avvocati, attivisti per i diritti umani e organi di monitoraggio indipendente, che sono falcidiati da arresti e condanne su base mensile…

D. – Che cosa dire del possibile intervento della Comunità internazionale?

R. – Ci sono state delle proteste abbastanza blande, devo dire. I governi che hanno rapporti politici, economici e anche militari con l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti in particolare, hanno espresso una condanna, però evidentemente non è bastata. Bisogna fare molto di più! Il rischio è duplice: da un lato, che la pressione dei governi non fermi questa ignobile pratica delle frustrate, dall’altra che magari ci riesca ma che ci si fermi lì e che il caso di Raif Badawi finisca nell’oblio. Speriamo che al più presto siano terminate le frustrate, ma comunque scatterà la condanna a dieci anni di carcere.

D. – Ma non ci sarebbero sedi internazionali in cui discutere casi come questi, o comunque le problematiche che ci sono dietro?

R. – Sarebbe certamente possibile se i diritti umani fossero un argomento di costante attenzione e non un tema da usare quando fa comodo, e quindi da usare contro il nemico di turno o da dimenticare invece quando si tratta degli amici di turno. Purtroppo così non è! Il paradosso è che al centro di questa situazione c’è un Paese che con l’Occidente ha rapporti molto importanti.

 
 
 

Il contestato Exodus in testa da ansa

Post n°12112 pubblicato il 24 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

 

 

Il contestato Exodus re del box officeAmerican Sniper a oltre 15 mln, Si accettano miracoli a 14 mln

 

 

(ANSA) - ROMA, 19 GEN - Il contestato film Exodus: Dei e re conquista al debutto la classifica del box office con oltre 2,6 mln di euro di incasso in 4 giorni, scalzando dalla vetta American Sniper di Clint Eastwood (15,4 mln in 3 settimane).
    L'inglese La Teoria del tutto entra al terzo posto, con la miglior media per schermo (4.517). La commedia di Alessandro Siani Si accettano miracoli vola ancora alto e supera i 14 mln.
    Le new entry Asterix e Italo si piazzano al sesto e nono posto.
    Il box office risale a +9%.

 
 
 

MarciadiParigi.ReportersenzaFrontiere:èstatala“sfilatadell’ipocrisia” da nena news

Post n°12111 pubblicato il 24 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

Tutti in prima fila e a braccetto, 40 tra i più importanti leader mondiali si sono uniti alla marcia organizzata ieri a Parigi in solidarietà a Charlie Hébdo. Ma un comunicato di Reporter senza Frontiere e una serie di tweet ricordano a tutti chi sono molti dei prodi difensori della libertà di espressione 

François Hollande _n Paris march

di Jared Keller – Mic

Roma, 12 gennaio 2015, Nena News - Milioni di persone sono scese domenica per le strade di Parigi e nelle città di tutta la Francia in difesa della libertà di parola e contro il terrorismo a seguito dell’attacco di mercoledì scorso al giornale satirico Charlie Hébdo. Il ministero dell’Interno francese ha detto all’ Associated Press che 3,7 milioni di persone hanno marciato in tutta la Francia, rendendo la manifestazione la più grande nella storia del Paese.

In aggiunta al peso simbolico delle manifestazioni, più di 40 leader mondiali hanno partecipato all’inizio della marcia di Parigi, tutti a braccetto in un atto di solidarietà. Ma, come ricorda l’organizzazione Reporter senza Frontiere, le loro politiche a casa sono tutt’altro che compatibili con la solidarietà mostrata per la libertà di parola in tutta la Francia.

L’organizzazione si è dichiarata “sconvolta per la presenza di leader di paesi in cui giornalisti e blogger sono sistematicamente perseguitati come l’Egitto (classificato al 159esimo posto su 180 paesi nell’indice sulla libertà di stampa di RSF), la Russia (148), la Turchia (154 ) e gli Emirati Arabi Uniti (118)”.

“Dobbiamo dimostrare la nostra solidarietà a Charlie Hébdo – ha dichiarato ieri il segretario generale di Reporter senza Frontiere Christophe Deloire – senza dimenticare tutti gli altri Charlie del mondo. Sarebbe inaccettabile se i rappresentanti dei paesi che impongono il silenzio ai propri giornalisti dovessero sfruttare l’attuale effusione di emozione per cercare di migliorare la propria immagine internazionale e poi continuare le loro politiche repressive quando tornano a casa. Non dobbiamo permettere che i predatori della libertà di stampa sputino sulle tombe di Charlie Hébdo“.

Ha ragione. In quello che può solo essere descritto come una serie epica di 21 tweet taglienti, il co-presidente della London School for Economics Middle East Society Daniel Wickham sottolinea che molti dei leader mondiali che hanno sfilato domenica per le strade di Parigi non sono i più grandi sostenitori al mondo della libertà di stampa.

- See more at: http://nena-news.it/marcia-di-parigi-la-sfilata-dellipocrisia/#sthash.S8LQLvxJ.dpuf

 
 
 

“Nel nostro Paese la democrazia è marcia” da Articolo21

Post n°12110 pubblicato il 24 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

“Nel nostro Paese la democrazia è marcia”. “E noi giornalisti dobbiamo modificare i nostri codici di interpretazione della realtà” Intervista a Riccardo Iacona

riccardoiacona4

L’Italia non ha ancora utilizzato una parte dei Fondi europei. Quindici miliardi di euro andranno persi se non verranno spesi entro la fine di quest’anno. Il 28 settembre scorso le telecamere di “Presadiretta”, nella puntata finale della prima serie della stagione 2014-2015 hanno seguito e raccontato questo fiume di denaro arrivato in Italia e disperso in mille progetti, spesso inutili. E anche quelli validi rischiano di fallire per colpa dell’inefficienza della burocrazia. Che fine faranno i grandi progetti per la messa in sicurezza di Pompei, il recupero del centro storico di Napoli o la riqualificazione del porto partenopeo?
“Presadiretta” è tornata l’11 gennaio su Rai3 con dodici nuove puntate in prima serata ed è ripartita proprio dal tema della (mancata) valorizzazione del territorio. Ne parliamo con l’autore e conduttore Riccardo Iacona (nella foto).

Ripartite nel nuovo anno con il tema della valorizzazione del nostro patrimonio ambientale. E’ questa la sfida per far ripartire il paese?
Senza ombra di dubbio, e non a caso abbiamo voluto intitolare la prima puntata “Tesoro Italia”. Abbiamo attraversato lo stivale per capire dove investire, su cosa puntare. Il nostro paese custodisce al suo interno ricchezze talmente importanti che se fossero adeguatamente valorizzate ci farebbero uscire tempestivamente dalla crisi. Ricchezze di terra, acqua, boschi, cibo, bellezze artistiche, paesaggi mozzafiato. Ovviamente per fare questo bisogna cambiare l’idea stessa di sviluppo. I soldi devono essere investiti per completare i lavori dei cantieri, combattere l’abusivismo e riconsegnare agli italiani e al mondo un paese migliore.

Avendo girando a lungo per il paese in questi mesi da che parte pende la bilancia? Gli italiani sono ottimisti o pessimisti per il futuro?
Questo è un paese allo stremo, spossato da una recessione lunghissima ma al tempo stesso pronto a rimboccarsi le maniche. Ci sono storie straordinarie di singole donne e uomini che sono riusciti a rialzare la testa e a fare miracoli. E le racconteremo. Dalla crisi si può uscire, bisogna soltanto capire qual è la porta, dove trovare e indirizzare le risorse pubbliche da mettere sul giusto sentiero. Lo dicevamo già due anni nelle prime puntate di “Presadiretta” sul tema dell’austerità: finché non si mettono risorse nuove nel motore il paese non riparte. Per questo dedichiamo un’intera puntata al famoso cappio del “tre per cento” per capire se ce lo dobbiamo tenere al collo o meno. E ci domandiamo cosa accadrebbe se sforassimo il tetto utilizzando quelle risorse per fare i grandi investimenti pubblici di cui il paese ha bisogno.

E la bilancia della politica? Dalle ultime elezioni in poi sembra che la fiducia nelle istituzioni e nei partiti cali vertiginosamente
Ogni anno che passa la politica viene vissuta come inutile, se non dannosa, e ovviamente ciò che è emerso dalle inchieste su “mafia capitale” ha contribuito a gettare benzina sul fuoco. Il Paese è completamente distaccato dal palazzo e diminuisce il tasso di fiducia e di credibilità. E questo è un rischio grave. Perché è come se si abbassasse il sistema immunitario del paese. Siamo già malaticci e con le difese basse può succedere di tutto e di più. Per questo è urgente prendere il timone della barca e decidere rapidamente dove puntare la prua.

La crisi di fiducia nella politica contribuisce anche al calo di attenzione nei talk show?
In parte è inevitabile e l’arena dei politici che si confrontano e scontrano non appassiona più. Ma è anche vero che gli stessi talk potrebbero raccontare la politica diversamente, allargare i contenuti, raccontare storie sempre nuove. Il mondo è cambiato, e nel nostro Paese la democrazia è marcia, il male è entrato in profondità e c’è bisogno che ognuno faccia il proprio lavoro onestamente. E dobbiamo rendercene conto anche noi giornalisti e modificare i nostri codici di interpretazione della realtà.

Come si esce dalla palude?
Il punto dirimente nelle prossime settimane sarà l’elezione del presidente della Repubblica. Per come la vedo io tutta questa velocità di Renzi si sviluppa prevalentemente sul terreno della comunicazione e meno sui fatti. E quindi mi auguro che all’indomani dell’elezione del Capo dello Stato “si cambi davvero verso” come ama dire il nostro presidente del Consiglio. Per quanto riguarda il nostro settore, l’informazione, continuo a porre alcune domande urgenti: quando la faranno la riforma della Rai? Quando cambieranno la governance? Quando toglieranno l’abbraccio della Rai con i partiti politici? Spero che questi interrogativi non rimarranno a lungo elusi.

Intervista a cura di Stefano Corradino pubblicata sul Radiocorriere Tv

twitter s_corradino

17 gennaio 2015

 
 
 

Libertà per Greste, Fahmy e Mohammad

Post n°12109 pubblicato il 24 Gennaio 2015 da Ladridicinema
 

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Conosco bene Peter Greste, il giornalista australiano della televisione Al Jazeera, detenuto in un carcere egiziano dal 29 dicembre 2013. Dal 2009 al 2011 ha lavorato a Nairobi. Ci incontravamo spesso alle riunioni della Fcaea, l’associazione della stampa internazionale, che quasi ogni settimana dà la possibilità di intervistare “off records” gli esponenti politici di passaggio nella capitale del Kenya. Una occasione per creare rapporti, scambiarsi idee e informazioni. Quel pazzo di Peter amava sfrecciare sulla sua rombante motocicletta per le strade di Nairobi (dotate di buche simili alla fossa delle Marianne) ed evitando contemporaneamente i matatu, piccoli pullman privati che assicurano il trasporto pubblico, guidati da autisti costretti a turni di lavoro di 15 ore da affrontare masticando foglie di qat, una droga legale che provoca effetti simili all’anfetamina che cancella fame e stanchezza. L’ultima volta l’ho incontrato al Westgate, il centro commerciale attaccato dai terroristi somali nel settembre 2013, un veloce saluto e poi ognuno a correre dietro il proprio forsennato lavoro.

Peter Greste è stato arrestato insieme a Mohamed Fahmy, canadese, capo della redazione di Al Jazeera al Cairo, ed al produttore Baher Mohammad. Durante il primo mese di detenzione furono tenuti anche in celle di isolamento. Il ministro dell’interno egiziano li ha accusati di aver favorito il terrorismo con il loro lavoro giornalistico mettendo in pericolo la sicurezza nazionale. Un processo farsa conclusosi con la condanna a 7 anni di carcere. Lo scorso 1 gennaio la Corte di Cassazione ha annunciato un nuovo processo senza però rilasciare su cauzione i tre giornalisti. In particolare Greste, Fahmy e Mohammad sono accusati di aver incontrato alcuni esponenti dei Fratelli Musulmani, il movimento islamista politico-religioso dichiarato “gruppo terroristico” dal governo del Cairo appena una settimana prima degli arresti. In realtà sono in carcere per aver fatto solo il loro lavoro perché quegli incontri (simili a quelli fatti da centinaia di altri giornalisti) servivano ad acquisire informazioni per offrire un quadro completo della evoluzione politica. Peter Greste ha alle spalle quasi 30 anni di lavoro con l’agenzia Reuters, Cnn e Bbc sui fronti più caldi del pianeta: Bosnia, Afghanistan, Sudafrica e la cautela è la bussola per chi si muove in questi scenari. Purtroppo i tre giornalisti sono le incolpevoli vittime di uno scontro che oppone il governo egiziano all’emittente Al Jazeera, accusata di parteggiare per i Fratelli Musulmani e di essere uno strumento politico dell’emiro del Qatar che otterrebbe vantaggi e favori politici da parte di altri stati del Medio Oriente e dagli Usa.

Va ricordato che la Commissione per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) ha indicato Egitto, Siria e Iraq come i luoghi più pericolosi dove fare i giornalisti. Fino ad ora sono risultate infruttuose tutte le iniziative per chiedere il ritorno in libertà dei tre colleghi. Martedì scorso il ministro degli esteri egiziano in missione alla Unep di Nairobi si è rifiutato di incontrare una delegazione di giornalisti internazionali.
Se lo spirito della manifestazione di Parigi di domenica 11 gennaio a favore della libertà di stampa è ancora in vita, non possiamo non chiedere la libertà per Greste, Fahmy e Mohammad detenuti ingiustamente da più di un anno. Sarà il miglior banco di prova (anche immediato) per capire realmente quanti di quei capi di stato e premier che una settimana fa erano tutti Charlie oggi lo sono ancora. Ma riguarda specialmente noi giornalisti, chiamati a superare la fase puramente emozionale e creare un percorso condiviso per praticare la libertà di stampa senza “se” e senza “ma”.

18 gennaio 2015

 
 
 
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