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Blog di cinema, cultura e comunicazione
 

 

Alberto Angela: “Amo studiare e raccontare il passato perché lì ci sono le tracce del futuro” da la stampa

Post n°13569 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

Il popolare divulgatore si racconta: “La cosa più difficile del mio lavoro è rendere semplici le cose complesse”

Alberto Angela oltre a essere autore e conduttore televisivo, ha scritto diversi libri di divulgazione scientifica

Quando parla, è un fiume in piena. Aneddoti, storie, esempi. Alberto Angela ne cita tantissimi. Perché, dice, «l’esempio è l’arma più efficace di un divulgatore: se è quello giusto, riesce a suscitare un’emozione e l’emozione, a sua volta, ti fa capire e ricordare meglio un concetto». È la teoria omnia di chi è in televisione da oltre un quarto di secolo. L’obiettivo non è fare spettacolo ma semmai il contrario: «usare lo spettacolo per parlare di scienza, storia e arte». Del resto, lo stesso Angela – 54 anni, paleontologo, naturalista, divulgatore scientifico, scrittore e giornalista - non si definisce come uomo dell’intrattenimento: «Io sono un ricercatore prestato alla televisione. Mi pongo le domande che si pongono tutti e resto con i piedi per terra».  

 

Un modo, il suo, per avvicinarsi ulteriormente al pubblico.  

«La parte più difficile del mio lavoro è tradurre. Molto spesso, quello che mostriamo è abbastanza complesso. Il mio compito consiste nel metabolizzarlo e ritradurlo per lo spettatore. E questo non solo per renderlo più comprensibile, ma anche per renderlo più accattivante».  

 

Missione quasi impossibile.  

«Il problema della divulgazione è questo: molto spesso hai a che fare con degli aspetti che non sono di per sé attraenti, ma che comunque ti spiegano il mondo in cui vivi e da dove vieni. Non bisogna essere troppo complicati, ma partendo dai dati che hai a disposizione devi giungere a dei quadri che siano precisi, completi, corretti. E gradevoli da vedere». 

 

Stando, però, sempre attenti a rispettare quello che è il linguaggio televisivo.  

«Esatto. La televisione è fatta di immagini e di ritmi, che nel tempo cambiano. Magari è difficile accorgersene, ma nel corso degli anni è diventata sempre più rapida».  

 

Secondo lei, perché questo tipo di programmi ha così tanto successo?  

«Non c’è nessun Paese che mette programmi di divulgazione in prima serata di sabato. Questo significa due cose. Da una parte c’è la qualità del programma. E dall’altra c’è la gente che lo guarda. Il pubblico italiano è un pubblico attento: un pubblico che vuole conoscere, che vuole sapere. Non si adagia sulle spiegazioni. È molto attivo». 

 

ANSA

(Con il padre Piero ai tempi di «SuperQuark»)  

 

Parte del merito è anche suo.  

«Per carità: la cucina è buona e il cuoco è importante. Io, però, mi metto sempre dalla parte della gente. Sono il primo ad essere curioso. Non posso essere un tuttologo. Ho una formazione scientifica e conoscere la scienza, nella divulgazione, è molto utile. Ma non basta. Devi porti le domande che si pongono gli spettatori». 

 

Insomma: al centro di tutto c’è la curiosità.  

«Sì, la curiosità è il segreto della divulgazione e della ricerca scientifica. Nella curiosità si riassume lo spirito di Passaggio a Nord OvestUlisse e credo anche SuperQuark – ma quello dovrebbe chiederlo a mio padre». 

 

Come si è avvicinato a questo lavoro?  

«Stavo facendo le mie ricerche in Africa quando venni chiamato dalla Televisione svizzera; mi chiesero di lavorare con loro. Erano delle dirette, e me la cavai. Funzionavo. “Invece di parlare per un quarto d’ora – mi proposero - perché non fai delle cose più lunghe e articolate?”. E così nacque Albatros: ogni volta trattava un tema diverso. Non avevo assolutamente immaginato che poi sarebbe stato comprato da Tele Montecarlo - allora si chiamava così La7 – e che sarebbe stato mandato in onda in Italia». 

 

Prima parlava di ricerca. La ricerca, in Italia, non gode di buonissima salute.  

«Questo è uno dei problemi dell’Italia, di cui si è già detto tanto. Bisogna assolutamente investire nella ricerca; in quella di base, soprattutto. La ricerca di base è un po’ come preparare un terreno fertile sul quale, poi, coltivare piante specifiche. L’Italia è sempre stata ricca di grandi menti, anche adesso». 

 

(Durante un incontro con gli studenti)  

 

Dovesse scegliere, qual è il momento dei suoi viaggi che è contento di aver vissuto?  

«Potrei dire quando ho assistito al decollo di uno Shuttle, quando mi sono trovato di fronte al massimo dell’umanità. Oppure quando siamo entrati nella tomba dei figli di Ramses II: siamo stati i primi. Sono emozioni forti i vulcani in eruzione, filmare i leoni con la portiera dell’auto aperta, essere su un sottomarino che va in immersione; oppure andare in Antartide, dove capisci come saranno le basi del futuro, sugli altri pianeti. Ma soprattutto quando ti ritrovi davanti ai resti delle grandi civiltà. Come Pompei».  

 

Lei ha un rapporto particolare con Pompei.  

«Pompei è un luogo incredibile; forse il più straordinario. Non è solo una rovina del passato. È una città intatta, non abbandonata: c’è tutto, hanno trovato i piatti dell’ultimo pasto e hanno trovato le persone. È come se i suoi abitanti se ne fossero andati via solo per un attimo. È l’unico luogo dove riesci a respirare l’atmosfera del passato allo stato puro. Un passato che vive ancora». 

 

Lei crede in Dio?  

«Questo non glielo posso dire. Sono cose personali. Quello che è importante è che non abbiamo mai avuto problemi con la Chiesa mentre giravamo. Anzi, sono sempre stati estremamente collaborativi». 

 

ANSA

(In onda con lo speciale «Stanotte a Firenze»)  

 

Nei suoi programmi il racconto della storia molto spesso coincide con il racconto delle persone.  

«Ed è così. Alla fine, la storia è fatta dalle persone. Ritrovi il tuo stesso modo di pensare in tutti i tempi e in tutte le epoche. Ricordo di aver visto un papiro egizio scritto da una persona anziana che si lamentava dei giovani della sua epoca: li accusava di aver abbandonato le tradizioni e di fischiettare canzoni straniere nei vicoli». 

 

La storia è destinata a ripetersi.  

«Nel passato si vedono problemi simili - sottolineo: simili, mai uguali - ai nostri. Il passato è un buon maestro per aiutarci nel nostro presente ed illuminare il nostro futuro». 

 
 
 

L'UOMO VENUTO DAL KREMLINO DA filmscoop

Post n°13568 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

È il 1968 tra le poltrone dei cinema, negli anni Ottanta sotto le nevi della Siberia di un campo di lavoro dove Kiril, un tempo arcivescovo ucraino, sconta la sua condanna per motivi ideologici da oltre 20 anni. Un futuro prossimo con le paura del presente che fu quasi 50 anni fa: la Guerra Fredda è vicina, ma il pericolo più grande non arriva dalla Russia, né dagli Stati Uniti, ma dalla Repubblica Popolare Cinese, devastata da una potente carestia e sempre più intenzionata a rifarsi delle ingiustizie subite durante la Seconda Guerra Mondiale con un attacco nucleare sul resto del mondo.

Per qualche motivo non meglio spiegato dal regista Michael Anderson e dai suoi sceneggiatori James Kennaway e John Patrick, la soluzione la vede il nuovo leader russo – una piccola parte per Sir Laurence Olivier -, lì, a sudare tra i ghiacci di un gulag: è Kiril, inviato a Roma per indossare nuovamente gli abiti ecclesiastici. A Roma Kiril incontrerà il Papa e per le sue sofferenze sarà presto eletto Cardinale, finché le circostanze non lo portano ancora più in alto all’interno della Santa Chiesa Romana. Lui, uomo umile e fedele ai precetti cristiani, potrebbe impedire l’imminente guerra.

L’uomo venuto dal Cremlino lo abbiamo intitolato noi italiani, conferendo al film di Anderson una chiave di lettura orientata verso lo spy movie, anziché il dramma “futuristico” qual è realmente: un futuro alternativo in cui la Chiesa, supportata da uno stato non propriamente cattolico, cercherà di portare ordine e pace in un mondo che ha rigettato la parola di Dio e le sue sacre scritture. Sì, L’uomo venuto dal Cremlino (The Shoes of the Fisherman in originale, ovvero le scarpe del pescatore, in riferimento al mestiere di San Pietro, fondatore della Chiesa) trabocca di difetti.

 

Impossibile non notare le piccole sottotrame scritte e abbandonate nella prima metà del film, comunque lungo oltre 160 minuti, né la poca chiarezza dietro i principali sconvolgimenti narrativi che coinvolgono il principale protagonista. Né si può dire Anderson sia riuscito in qualche modo a sopperire alle mancanze di Kennaway e Patrick, adattatori del romanzo di Morris West, tuttavia, avendo così tanto tempo a disposizione, si può scegliere di concentrare la propria attenzione sull’elemento in primo piano: lo studio del personaggio di Kiril, un Anthony Quinn spaventoso.

Non siamo ai livelli de La strada, il capolavoro di Fellini è oltre l’epocale, uno dei più bei film di sempre, ma Anthony Quinn è un attore dal carisma impareggiabile, che nella storia troviamo riprodotto in poche altre star come Robert Mitchum, Marcello Mastroianni, Marlon Brando e via discorrendo: corpi nati per esprimersi davanti a una macchina da presa. L’uomo venuto dal Cremlino è un puro semplice studio d’un personaggio, un test, il desiderio di portare sul grande schermo anima e corpo di un essere umano fino a renderlo reale, tangibile, a mangiare pop-corn affianco a noi.

In quasi tre ore nulla resta allo scoperto, un mattone alla volta lo spettatore riesce a costruire pezzo per pezzo la figura di Papa Kiril, persino le piccole sottotrame sedotte e abbandonate riescono a trovare una loro funzione quando s’incrociano con il principale canovaccio. I dialoghi tra Kiril/Quinn e il gesuita Telemond/Oskar Werner restituiscono al pubblico la sensazione di assistere alla sincera verità, le sensazioni dei personaggi e l’alchimia è palpabile. Se solo la regia fosse stata capace di incidere nella roccia tanta bravura con il ritmo e le immagini giuste, saremmo di fronte a un capolavoro.

Così, purtroppo, non è, e nonostante non ci troviamo di fronte al miglior film di Anderson, L’uomo venuto dal Cremlino offre grandi ricompense agli spettatori che sapranno scegliere la strada giusta per seguirlo, limitando gli spazi all’uomo anziché ai grandi sistemi politico-militari che governarono il pianeta decenni fa. Un po’ come la Chiesa di Papa Kiril, impostata sul singolo, sui poveri e gli affamati, anziché la propria istituzione: un ritorno al piccolo mettendo da parte il grande. Paragonando il film alla realtà, è facile capire perché in molti lo definiscono un film di fantascienza.

 
 
 

Il sospetto

Post n°13567 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

Locandina Il Sospetto

Lucas ha un divorzio alle spalle e una nuova vita davanti che vorrebbe condividere con il figlio Marcus, il cane Funny e una nuova compagna. Mite e riservato, Lucas lavora in un asilo, dove è stimato dai colleghi e adorato dai bambini, soprattutto da Klara, figlia del suo migliore amico. Klara, bimba dalla fervida immaginazione, è affascinata da Lucas a cui regala un bacio e un cuore di chiodini. Rifiutato con dolcezza e determinazione, Lucas invita la bambina a farne dono a un compagno. Klara non gradisce e racconta alla preside di aver subito le attenzioni sessuali dell'insegnante. La bugia di Klara scatenerà la 'caccia' al mostro, investendo rovinosamente la vita e gli affetti di Lucas. Disperato ma deciso a reagire, Lucas affronterà a testa alta la comunità nell'attesa di provare la sua innocenza.
La legge è chiara, un uomo non può essere considerato colpevole fino a quando sussiste solo l'ipotesi di reato. Diversamente, ai tribunali del popolo piace condannare, processare e cuocere sulla griglia mediatica il presunto colpevole. È quello che accade a Lucas, padre e insegnante, accusato da un'intera comunità di aver abusato dei propri bambini. Tema chiave della filmografia hitchcockiana, l'innocenza è al centro dell'ultimo film di Thomas Vinterberg, attore, regista e autore del primo film dogmatico. E proprio a FestenIl sospetto sembra guardare, procedendo in direzione ostinata ma contraria. L'ostinazione è la riunione di famiglia, se pure allargata alla comunità, un padre screditato, la critica antiborghese, lo sgretolarsi delle loro certezze e della propria credibilità; lo scarto è il punto di vista che si sposta dalle vittime incriminanti ai colpevoli incriminati. Partendo dal presupposto che i bambini dicano sempre la verità e che gli adulti gli credano sempre, Lucas diventa il capro espiatorio, il cervo sacrificabile in una battuta di caccia tante volte condivisa con gli amici, quelli che adesso lo prendono a pugni e a male parole, quelli che lo vogliono fuori dal supermercato e gli ammazzano il cane, quelli che tirano pietre e parole pesanti come macigni. 
Il Lucas ponderato e provato di Mads Mikkelsen è il 'capro' ideale delle cerimonie ebraiche, allontanato nel bosco e obbligato a portare su di sé i peccati del mondo, le ombre di una comunità, i comportamenti che i suoi componenti non accettano di sé e da cui si sentono minacciati. Con camera, mano e sguardo più fermi, il regista danese produce un transfert collettivo e irrazionale che procede verso l'eliminazione affettiva e minaccia quella effettiva con un colpo messo a segno mancando il segno. Per avvertire, per ridurre il senso di ansia causato dal perseguimento della sopravvivenza di un'umanità carnale, aggressiva e precipitata nel panico. 
Ma c'è di più. Vinterberg, in una sequenza 'corale' sorprendente, contempla dopo l'accanimento il senso di colpa che colpisce chi ha 'divorato' Lucas e adesso lo ristora dentro una notte di Natale. Mikkelsen, il villain che lacrimava sangue al tavolo da gioco di Casino Royale, investe magnificamente la carica espiatoria, spostando con il suo autore il cinema un po' più in là.

 
 
 

La cena da filmscoop

Post n°13566 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 


locandina del film LA CENA

Immagine tratta dal film LA CENA

Immagine tratta dal film LA CENA

Immagine tratta dal film LA CENA
 

Un ristorante di sera a Roma, i suoi clienti, i gestori, la brigata.
Questi gli ingredienti del film "La cena" uscito nel 1998 con la regia di Scola.

Dopo il grande successo de "La famiglia" , Scola ripropone il film "corale" girato quasi completamente in interni, e richiama un suo protagonista fisso, l'anziano Vittorio Gassman, qui nei panni del trait- d'union tra i vari personaggi della storia.
Bravi quasi tutti gli altri interpreti, da Fanny Ardant, già con Scola ne "La famiglia", alla Sandrelli (anch'essa attrice d'elezione nei film del regista), da Giancarlo Giannini ai caratteristi di razza Riccardo Garrone ed Eros Pagni.
Accanto agli attori del passato, volti di fortuna più recente anche di stampo televisivo, come Rolando Ravello - all'epoca quasi sconosciuto, oggi popolare interprete di fiction (una su tutte quella su Marco Pantani).

Teatrale più che da film la tematica scelta: la serata in un ristorante vista da diverse angolazioni.
Film molto parlato quindi, ed affidato alla dialettica dei vari protagonisti come anche all'abilità degli sceneggiatori.
I tavolini contigui vivono ognuno delle storie diverse, e anche la bella proprietaria dalle magnifiche scarpe e la brigata che si affanna in cucina hanno una vita propria: il cuoco di sinistra eternamente scontento blatera dall'inizio alla fine, l'altera Fanny vive un conflitto interiore che la costringerà a una scelta definitiva; il tutto mentre i clienti interpretano i loro drammi e le loro infelicità: una madre che si ostina a nascondere gli anni che passano non accetta la vocazione di sua figlia, una sciocca studentessa vede svanire la sua illusione d'amore per il maturo docente di filosofia, un neo laureato e la sua madre snob festeggiano con dei convitati piuttosto diversi da loro.

Elemento comune delle varie microstorie la solitudine e soprattutto l'incomunicabilità.
Pur parlando continuamente i vari protagonisti non riescono a comunicare al prossimo i loro sentimenti, le loro pulsioni, e si sfogano logorroicamente (l'interminabile lettera che la studentessa legge al suo professore è un comico esempio).
Paradossalmente l'unico che riesce a vedere oltre le cose è un bambino giapponese silenziosissimo e preso per tutto il tempo dal suo giochino elettronico.
La parola è quindi messa alla berlina, così come l'incontro, la riunione conviviale.
Incontrarsi è inutile se parlare non significa comunicare.

Amarissimo il senso del film, e neanche il finale spiazzante e decisamente fuori le righe serve a cancellare il messaggio che il regista invia.
Scola stesso però non riesce in toto nel suo intento, poiché il film rimane in sospeso: alcuni momenti della storia sono lievi, altri ironici altri esasperanti, e non basta la recitazione asciutta e professionale della maggior parte degli attori a salvare completamente la pellicola.
Gassman è ripiegato in se stesso, il suo ruolo di grande vecchio "super partes" è stucchevole e poco rilevante malgrado le intenzioni mentre alcuni episodi sono mal risolti o mal gestiti dai loro interpreti.
Pellicola godibile, ma lontana dagli altri lavori del passato di Scola, giudizio: sufficiente, ma si potrebbe fare di più in quanto le capacità e le basi non mancano.

 
 
 

Matrix revolution da mymovies

Post n°13565 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 


Dunque, dove eravamo rimasti… Neo, in coma dall'episodio precedente, è stato intrappolato dal Merovingio in una sorta di terra di mezzo tra la matrice e il mondo reale. Smith impazza dentro e fuori la Matrice a suo piacimento mentre Zion, avamposto della resistenza umana, si prepara allo scontro diretto – e definitivo – con le macchine. Nel terzo capitolo della saga, Zion diviene il campo di battaglia tra i risorti umani e i loro tiranni, mentre Neo, Trinity e Morpheus decidono di giocarsi l’ultima carta: andare a colpire il nemico nella sua tana, la città delle macchine. Inutile dire che trattasi di impresa da compiere al costo della vita stessa... The matrix revolutions dimostra una volta di più come un buon - anzi, ottimo -concept possa svilirsi a forza di ripetizioni non richieste, giustificate solo dalla voglia di guadagnare il proverbiale dollaro in più. Non che manchino meraviglie della visione (la seconda parte del film è un autentico trionfo degli effetti speciali), nè che la pellicola non scorra. Il problema è che la serie non ha davvero più nulla da dire, e si risolve in un mero susseguirsi di dialoghi filosofici imbarazzanti per pochezza (l'inizio è da drizzacapelli)e di sequenze d'azione mutuate da una qualunque puntata di Guerre Stellari. Tecnologicamente avanzatissima, certo. Ma anche i non fan si aspettavano senz'altro qualcosa di più. E la minaccia appena adombrata di un ulteriore seguito non lascia tranquilli.

 
 
 

Matrix reloaded

Post n°13564 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

da movies
E' difficile scrivere di un film attesissimo da innumerevoli fan del primo Matrix, assunto ormai alle dimensioni di un icona di culto cinematografico. Matrix Reloaded rappresenta a un buon livello un tipo di cinema che mescola disinvoltamente riflessioni apparentemente alte, un simbolismo a tratti criptico e altrove molto esplicito, ma che necessita sempre di riferimenti culturalmente elevati e prolungate scene di action movie destinate a far gioire le masse. 
La Profezia vuole che la guerra tra uomini e macchine possa avere fine ma Neo vuole andare a fondo, oltre la fede che pervade Morpheus. 
Si trova così dinanzi a risposte impreviste e a una nuova lotta per liberare la propria mente da Matrix.
Un film dal successo garantito grazie a un attento dosaggio degli elementi di cui sopra, ma altrettanto sicuramente fastidioso per quella parte di pubblico che alla terza esibizione coreografica di combattimento aereo non ne può più e non si fa recuperare dalla successiva riflessione parafilosofica sui destini dell'umanità. I fratelli Waxhowski sembrano i fratelli Cohen: cultura in eccesso che però in questo caso cerca un rigore stilistico piu nelle scenografie e nelle luci che nella storia. Che assomiglia pericolosamente a un "prodotto" molto attento, troppo attento, al mercato. Rischiando così di perdere l'anima che nel primo film c'era ancora. Lasciandoci poi ovviamente in attesa dell inevitabile seguito.

 
 
 

Matrix

Post n°13563 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

Locandina Matrix

Un mondo che sembra reale ed è invece solo un paravento per nascondere la realtà vera. Seguendo un tatuaggio sulla spalla di una ragazza, l'hacker Neo scopre che la cosiddetta 'realtà' è solo un impulso elettrico fornito al cervello degli umani da un'intelligenza artificiale. La Terra era sopravvissuta alla catastrofe ma l'umanità ha avuto bisogno delle macchine per sopravvivere. E queste hanno vinto. Ma le macchine necessitano degli uomini e della loro energia. L'illusione in cui li fanno vivere è finalizzata a 'coltivarli' meglio. Nessuno è a conoscenza del tempo che è passato da quando il neurosimulatore ha assegnato una data fittizia al tempo. Solo Neo, con l'aiuto del pirata informatico Morpheus e della bella Trinity, può tentare di scoprire la verità. Ma non sarà facile. 
I fratelli Wachowski al loro secondo lungometraggio (dopo Bound - Torbido inganno) fanno centro al box office (solo nelle prime due settimane di programmazione 73 milioni di dollari negli Usa) e dividono il pubblico in due fasce nettamente distinte. Chi ha più di trent'anni fatica ad entrare nella 'logica' del film. Chi ne ha meno replica: è la logica del computer. Inserita in un mixer abilmente shakerato di filosofia orientale e arti marziali, di mitologia e di science fiction in cui il percorso che condurrà 'oltre lo specchio' vede in Neo (vistoso anagramma di One) la neo-Alice travestita da Ulisse. Chi non ama gli effetti speciali ne trova troppi in questo film. Cinema patchwork quello dei Wachowski? Forse. Ma anche cinema capace di rappresentare un futuro che è già presente nella sua mescolanza (che non è amalgama) di dati, di esperienza e di cultura lontanissimi tra loro. Con un solo difetto di fondo. L'inevitabile, annunciato seguito di un'opera che dovrebbe invece restare un unicum.

 
 
 

Roma da https://articolarticolando.wordpress.com/2014/10/10/recensione-roma-1972/

Post n°13562 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

fonte: web

fonte: web

 

Il genio e la creatività di Fellini, lo portano a ringraziare a modo suo, la città che l’ha partorito, professionalmente parlando. La Roma che gli ha permesso di crearsi una carriera dapprima giornalistica, poi radiofonica, e poi cinematografica, l’ha voluta omaggiare in molti dei suoi film, come dapprima “I vitelloni”, “ Amarcord” e ricordiamo bene “La Dolce Vita”. Ma nel ’72, dopo aver dato vita a film che hanno segnato tutti gli anni ’50 e ’60, celebra questo suo amore profondo per la città, in un film omonimo. E’ questo che spinge Fellini a intitolare un film intero “Roma”. E vi dimostra tutte le sfaccettature di una città non comune.

Il film non ha una trama precisa. Sono semplicemente vicende, raccontate una dietro l’altra, non hanno punti in comune, tranne uno: la magia di una Roma fascista, con una velata dose di satira. Le vicende sembrano quasi un climax, un’ascensione verso un lato di Roma sempre più estremo, negativamente parlando, ma che servono a capire sempre più questa complicata città, ed ogni suo dettaglio.Uno studente appena trasferito che si ritrova a fare una mangiata davanti ad un ristorante insieme a un sacco d’estranei, è Roma. Con tanto di canzoni tipiche al mandolino, la Roma de “l’oste ar vino c’ha messo l’acqua.”. Ciò che è Roma è anche boriosità, cafoneria, che lo si può notare durante uno spettacolino comico interrotto da villani con maleducazione, imprecazioni, nessun rispetto per il pudore. Perchè i Romani di Fellini sono un po’ l’uno e l’altro, famigliari, affettuosi, ma anche un po’ cafoni, ma tutti variopinti. Ma Federico racconta anche i lati “oscuri” nel suo amabile film, quelli che un po’ scandalizzano, spaventano. Siamo negli anni ’40, poco prima della Guerra, con la paura della popolazione ogni qualvolta suonava l’allarme anti bomba e ogni volta si doveva scappare a casa, pur di non trovarsi per strada. E s’inquadra la paura dei cittadini, e il sostegno che ci si dava a vicenda. Ma insomma, Roma è la città sempre attiva, sempre in movimento, caotica. Con attorno, citando dal film, il raccordo anulare, “ che lo circonda come un anello di Saturno”. Mentre e i vigili deviano il traffico, e le tifoserie senza rispetto. Fellini narra della Roma delle puttane di basso livello, quelle che i marinai e i soldati andavano cercando pur di soddisfare le loro mancanze. O delle puttane d’alto borgo, quelle più fini, quelle più intriganti di cui un giovane ragazzo, una personificazione di Fellini, potrebbe innamorarsi. Quest’ultima vicenda diventa metafora, di quella Roma abusata e usata da tutti, che tutti possono conoscere. Uno dei motivi per cui la locandina del film è postata da una donna con tre mammelle, come la lupa capitolina. Roma, e la sua immane, immensa, interminabile cultura, tutt’ancora da scoprire, piena di scavi archeologici e di templi sotterranei, con costruzioni metropolitane interrotte pur di continuare a scoprire. E uno dei punti su cui ti fermi a riflettere è il viso colpito e stupito e soddisfatto, e ancora emozionato di colui che scopre questo tempio sotterraneo di cui si parla nel film. Il primo a varcare la soglia, e Fellini ci rende partecipi in questa parte del film, come se anche lo spettatore fosse il primo a scoprire la storia di Roma, anche se in modo fittizio. Di fatti la Roma storica viene trattata con cura e con i guanti dal regista, citando ogni aspetto tipico e non, come gli affreschi risalenti all’impero Romano, la bocca della verità. Oppure la scultura dell’alto rilievo o ancora delle catacombe, quasi infinite. Con satira e critica, Fellini critica il clero, in maniera quasi esagerata, rappresentando un importante figura vescovile che assiste ad un défilee di abiti per ecclesiastici. Qui si ammirano ecclesiastici che sfilano in abiti rossi di raso con i pattini, luci intermittenti in una corona velata attorno all’abito e alla testa. Piume di struzzo pur di far ammirare quanto sfarzo possa essere importante per i prelati. Che il vescovo non può non notare, e non lo nota sul serio perchè durante la sfilata non rimane sveglio.

…. Beh, mi scuso per essermi dilungata sulla trama, ma ci sono ancora tanti dettagli da raccontare su questo film, che fa un ritratto quasi a 360° dell’intera città. I personaggi e i loro costumi, come d’altronde la sceneggiatura, sono tutti a ruota libera, si raccontano. Attori protagonisti non famosi, per narrare le vicende dello stile di vita in una città che non ce ne sono al mondo. Vedendo un film del genere quasi ti nasce un po’ di patriottismo e di orgoglio per tutte le bellezze di Roma.

Il lungo metraggio è stato presentato al 25° Festival di Cannes, come film fuori concorso, vincendo inoltre il Gran Premio della tecnica al film, vincendo nastri d’argento per scenografia e costumi e candidato ai Golden Globe. A fare da cammeo per elogiare la città, ci sono Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Gore Vidal, e per ultima, forse la più importante, Anna Magnani, che impersonano tutti sé stessi. Anche Vidal, in chiave post apocalittica, citando dalla sua scena “è una città stupenda dove aspettare la fine del mondo quando arriverà l’apice dell’inquinamento e della sovrapopolazione. E con questo film, la Magnani con una semplice battuta, chiude la sua brillante carriera. Sarà la sua ultima apparizione cinematografica. Ed è proprio con i 20 minuti di finale che ci si emoziona. S’inquadra il fragore del silenzio e della Roma notturna che s’inquadra, con tutti i suoi monumenti. La dolcezza del centro romano e la malinconia di strade vissute ed amate da ogni scrittore che ha avuto modo di toccarla. Roma è vita, che termina con un giro notturno in moto con i fari che illuminano ogni suo fantastico paesaggio. Come il giro di una vita, che se si potesse, si concluderebbe con un giro intorno ai quattro leoni della Fontana a Piazza del Popolo.

 
 
 

Il gaucho da glispietati.it

Post n°13561 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

IL GAUCHO
di Dino Risi

TRAMA

Una delegazione di scalcinati cineasti italiani ad un Festival di Buenos Aires: li accoglie festoso un industriale emigrato dal nostro paese.


RECENSIONI

I film di Risi fanno ridere fino ad un certo punto, è il regista della commedia all'italiana con l'occhio più cinico ed amaro sull'italianità. Il mattatore Gassman, nel ruolo d'un "P.R." imbonitore e morto di fame, "ci" rappresenta all'estero, peggio, in una Argentina dove è consistente la comunità italiana, dove si sente molto di più il senso d'appartenenza e di fratellanza verso la nazione lasciata. Il memorabile personaggio interpretato da Amadeo Nazzari è addirittura "malato di nostalgia", la rimpiange e la idealizza, al contrario del cafone e cialtrone tipo medio nostrano (sempre Gassman), tanto insensibile ai sentimenti altrui da voler insidiare la moglie del suo ospite e alla ricerca d'un amico perduto solo per ottenere un prestito. Risi distoglie presto lo sguardo dalla macchina - cinema (dive capricciose, aspiranti star oche giulive, c'è pure la caricatura dello sceneggiatore intellettuale di sinistra) per concentrarsi su questa figura di farabutto, tanto canaglia da risultare simpatica e da meritare pietà quando, finalmente, cala la maschera davanti all'amico fallito come lui. Forse si confida solo perché non si sente minacciato dalla competizione, forse cerca di aiutarlo solo perché vede in lui un riflesso (futuro) di se stesso, ma merita rispetto anche solo per il fatto di acquisire coscienza (senza metterlo in discussione) dello squallore di un mondo dove è l'apparenza a trionfare. Il personaggio che lascia di più l'amaro in bocca è quello interppretato da Nino Manfredi, consapevole che gli italiani che “ce l'hanno fatta” si vergognano dei connazionali falliti.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 8

 
 
 

Totò peppino e la dolce vita da antoniodecurtis

Post n°13560 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

"Totò, Peppino e la dolce vita" 1961 di Sergio Corbucci. Soggetto Lucio Fulci, Sceneggiatura Sergio Corbucci, Giovanni Grimaldi, Mario Guerra. Produttore Mario Mariani e Gianni Buffardi per M.B. Cinematografica RI.RE., Direttore della fotografia Alvaro Mancori, Musiche Armando Trovajoli, Montaggio Renato Cinquini, Sceneggiatore Piero Filippone, Direttore di produzione Danilo Marciani, Aiuto regista Nino Zanchin, Fonico Kurt Doubrawski.

Interpreti: Totò (Antonio Barbacane/il nonno), Peppino De Filippo (Peppino suo cugino), Mara Berni (la moglie di Gugo), Francesco Mule (Gugo), Antonio Pierfederici (il drogato), Mario Castellani (il presidente), Tanya Beril (Alice), Gloria Paul (Patrizia), Rosalba Neri (Magda), Peppino De Martino (il ministro), Daniele Vargas (il marchese), Gio' Staiano (un gay), Dina Perbellini (Luisa Giovanna), Giancarlo Zarfati (Renatino), Irene Aloisi (Renata Francesca), Franco Rossellini (Franco), Jacqueline Pierreux (Jacqueline), Mimmo Poli (un ladro), Sergio Corbucci (un signore che vuole telefonare).

Trama: Peppino, segretario comunale di un paesino del sud, giunge a Roma per ottenere la deviazione dell'autostrada e rintraccia il cugino Antonio che precedutolo in questa missione si è invece dato alle bellezze di via Veneto. I due si danno alla "dolce vita". Giunge il severo nonnetto che prima di occuparsi personalmente dell'autostrada decide anch'egli di fare una capatina a Via Veneto.

 

Critica: Al solito l'invenzione è tanto povera e la comicità così grossolana, che ci pare superfluo trattenerci sull'accozzaglia di casi che vi tengono luogo di vicenda. Eppure la risata il filmetto la strappa piuttosto spesso; e non tanto per la rozza caricatura di alcuni personaggi del film felliniano e molto meno per la solita macchietta degli equivoci, quanto per il duetto quasi sempre spassoso dei due protagonisti, Totò e Peppino. Il regista si è affidato a loro a occhi chiusi. Leo Pestelli, La Stampa, Torino 20 aprile 1961.

È uno dei film nei quali l'intento parodistico non si esaurisce più o meno nel titolo, ma investe praticamente l'intera struttura scenica del racconto, ripercorrendo, in chiave comica e satirica, i nodi e i paesaggi fondamentali del film originale, che in questo caso è "La dolce vita", capolavoro assoluto che fotografava nella forma più alta e poetica tutti i fermenti di quel passaggio storico nella società italiana e di questo forniva perfino una diagnosi profetica.

Nelle mani di Corbucci, di Steno e Lucio Fulci, la parodia diventa pretesto per mettere insieme per contrasto l'ormai collaudatissima coppia del clown Augusto Totò e del clown bianco Peppino (ovviamente nominati nel titolo), rispettivamente scialacquatore ed avaro, in uno schema narrativo fragilissimo, che richiama fortemente i precedenti "Totò, Peppino e la malafemmina", "'Totò, Peppino e le fanatiche" e "Signori si nasce", con le classiche "incursioni" nei tabarin, dove tutto viene messo a soqquadro, in un numero di schietto sapore circense, con rovesciamenti di tavoli, risse, dialoghi assurdi con i camerieri, urla e rincorse, proprio come nelle comiche finali.

Le sequenze fondamentali del film, strettamente collegate a "La dolce vita" e rielaborate in chiave comica, sono la donna eccentrica (Rosalba Neri) che vuoi fare l'amore in una baracca. E ancora la caricatura surreale del bagno nella fontana di Trevi, la visita al night club, la seduta spiritica in casa degli aristocratici e l'orgia finale, unitamente alle atmosfere, quali quella di via Veneto, i paparazzi, le risse tra attori e fotografi, la passerella di belle donne e aristocratici.

La più riuscita, da un punto di vista dell'ironia e della comicità, è quella della donna eccentrica nella casa allagata di Totò (che rende anche penoso il personaggio), sviluppata attraverso un'esagerazione satirica dei dettagli, fino a farla diventare una sorta di ingrandimento spiritoso della sequenza originale.

Il film aggiunge un elemento per così dire "politico", che stride con il tessuto narrativo, diventando una zeppa: lo sciopero dei posteggiatori abusivi, guidati da Totò, che vogliono ottenere la licenza.

In questo ruolo del provinciale Antonio Barbacane, de Curtis richiama fortemente la tipologia dell' Antonio Bonocore de "La banda degli onesti" (praticamente è vestito nello stesso modo), con la sua conoscenza e accettazione dell'umanità, ma anche con la sua scaltrezza bonaria, messa a frutto per sopravvivere.

La recitazione appare pertanto calibrata sul registro di un fondamentale realismo, talora compromesso da una gestualità ipertrofica (torna persino il Totò prima maniera, il cosiddetto "uomo di gomma", che balla al night come una marionetta snodata) e da un modulo recitativo tendente alla tipizzazione. Gustosa è l'aria "La donna è mobile...", cantata con ironia da Totò.

 
 
 

Film d'amore e d'anarchia da film tv

Post n°13559 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

Il primo impatto con questo film è, certo, tutto in salita: all'inizio lo spettatore si sente aggredito da una sventagliata di colori regionali, innaturalmente (e forse inutilmente) chiassosa. Ma di lì a poco, non appena i toni si acquietano, si avverte come un tepido fermento che sale in superficie, lo sciabordio di un rigurgito di rabbiosa amarezza che va dritto al cuore, e circuisce con la sua tenera malizia. Lina Wertmüller riesce a impregnare cose tradizionalmente sporche e squallide, quali l'amore a pagamento e la lotta armata, di una poesia rustica, gustosa e calda come una minestra contadina.

Su Eros Pagni

Una superba personificazione del modello negativo, che non suscita né ilarità né antipatia, perché, semplicemente, riflette, anche nei tratti del volto, un modo di essere monolitico ed incorreggibile.

Su Lina Polito

Un'interpretazione lirica e popolaresca, dalle tinte limpide e naturali.

Su Mariangela Melato

Fa di sé una potentissima caricatura, che, però, lungi dal risultare artificiosa, sprizza simpatica spontaneità e raffinata seduzione.

Su Giancarlo Giannini

Una recitazione unica e insuperabile, che miscela, sulla tavolozza dei registri interpretativi, gradazioni inedite e sorprendenti.

Su Lina Wertmüller

Il suo cinema "al femminile" propone, per l'ennesima volta, la figura della donna come energica fonte di sovvertimento morale, psicologico, sociale. L'equilibrata saggezza di Lina vuole, però, che l'effetto non volga necessariamente al bene, e che l'uomo non sia solo una vittima, ma, almeno in parte, un tacito complice del gentil misfatto.

 
 
 

I fantastici 4

Post n°13558 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

Dopo tutta la tempesta mediatica che si è scatenata contro Fantastic 4 – I Fantastici Quattro (oceano di recensioni negative e polemiche del regista con ammissione indiretta del pessimo esito del film) è difficile non rimanere un po’ sollevati dalla visione, ovviamente il risultato non può essere terribile come il pregiudizio che è montato.

A differenza di veri disastri come Daredevil, Ghost Rider o Catwoman il film di Trank non è così ingenuo, non è realizzato così male, nè è così sgrammaticato, è ben recitato (soprattutto Miles Teller) e la sua idea di fotografia, scenografie e costumi è molto buona. Il problema principale è palesemente che troppe persone ci hanno messo le mani sopra, l’ultimo dei quali non particolarmente bravo, e che all’origine la sceneggiatura non era sofisticata come quelle cui ormai siamo abituati.

Ci sono scene come la prima apparizione di Victor Von Doom nei panni di Destino che non solo hanno poco senso logico (in un’inquadratura non c’è, in quella dopo c’è), ma con il pessimo montaggio spezzano anche qualsiasi drammaturgia, rovinando quelli che possono essere momenti determinanti. Spesso anche le scene d’azione sono massacrate da tagli che è difficile pensare appartengano al regista di Chronicle, sono frettolosi e paiono mirati più a riparare a qualcosa che a raccontare una scena nel modo migliore. Cosa ancora peggiore alla fine questi frangenti non hanno personalità, non raccontano 4 eroi insieme, ma 4 persone che fanno quel che si vede sempre fare agli eroi da fumetti, con poco entusiasmo (ricordate il piacere visivo di veder interagire i Vendicatori o la tensione dell’azione in Batman?). L’impressione generale è che tutto sia molto frettoloso e che anche la storia proceda troppo velocemente, senza nessun momento che definisca tono e impostazione di quest’universo, senza costruire nessuna tensione drammaturgica.Fantastic 4: I Fantastici Quattro

La cosa più importante però è il fatto che, a monte, la visione di Trank non pare comunque delle migliori. Il regista, coadiuvato alla scrittura non proprio da due talenti, è lontanissimo dal lavoro fatto da Max Landis per Chronicle e come può si rifugia in quello che pare sempre il suo riferimento principale: Akira (l’uscita dall’ospedale di Destino è identica a quella di Tetsuo). Dall’impostazione generale della trama e dai dialoghi si capisce che il suo mondo voleva posizionarsi a metà tra il divertimento Marvel e l’impegno DC, solo che dal primo universo prende la bambineria e dal secondo l’eccessiva seriosità, ovvero i loro difetti. Fantastic 4 si prende molto sul serio, vuole essere realista per quanto possibile e così facendo manca totalmente l’estasi fumettosa Marvel. Non solo quindi non ha un’ironia coinvolgente ma non ha nemmeno la profondità di affrontare temi e idee che realmente mettano alla prova senza contare che i massacri di montaggio levano alla trama qualsiasi coerenza (spesso ci si trova a chiedersi come mai i personaggi agiscano in una maniera invece che in quella che pare più logica visti poteri e rapporti di forza). Eppure alla fine ciò di cui si sente più la mancanza è il piacere estatico del “potere”, un’idea su cui la Marvel ha innestato tutti i suoi film, l’esagerazione, la liberazione e la pura goduria del volare/bruciare/allungarsi/resistere a tutto.

Anche considerando solo le idee che animano i personaggi e che dovrebbero dare un senso superiore alla loro avventura si macera in concetti sconfortanti. Un esempio facile è come una buona parte dello scontro finale ruoti intorno all’idea del “singolarmente siamo deboli, insieme siamo forti”, linea trainante stantia che un film molto più smaliziato come Avengers ha totalmente scartato, partendo già dall’assunto che è bello veder lavorare insieme i protagonisti senza nemmeno dirlo, più immagine che parola. Un altro è il piano senza senso del dr. Destino, la sua caratterizzazione snaturante (più potere che cervello, quando in realtà il suo fascino sta proprio nell’essere l’opposto) e le vaghissime motivazioni che lo spingono. Iron Man ha un’arroganza che gli impedisce di tenere segreta la propria identità, Hulk una paura congenita di quel che può essere unita alla consapevolezza di essere importante (si veda la scena “Io sono sempre arrabbiato”), Bruce Wayne una missione umanitaria che lo consuma, sono i guizzi che danno anima a quei personaggi. In Fantastic 4, anche al netto del massacro di montaggio, manca proprio questo e l’impressione è che sarebbe mancato comunque.

 
 
 

The founder

Post n°13557 pubblicato il 16 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

Poster

The Founder racconta l'incredibile storia vera di Ray Kroc, un rappresentante di frullatori americano con poche prospettive che, negli anni 50, imbattutosi in un chiosco di hamburger nel bel mezzo del deserto sud-californiano, ha creato l'impero mondiale della ristorazione "fast food" che noi tutti conosciamo come McDonald's. Un film sull'ambizione, sulla tenacia e sul prezzo da pagare per ottenere il successo.

 
 
 

Joker wild card

Post n°13556 pubblicato il 14 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 


Nick Wild è un ex marine contagiato dalla passione per il gioco d'azzardo. Si dedica ora alla protezione di ricchi desiderosi di provare i brividi che può offrire Las Vegas, città che lui spera di lasciare al più presto. Quando una sua ex, la giovane Holly, viene massacrata di botte Nick accetta di sostenerla nel suo desiderio di vendetta nei confronti del boss Danny DeMarco.
Al suo terzo film per la regia di Simon West, Jason Statham affronta un personaggio che è la summa di altri che hanno affollato l'immaginario del cinema americano e non. Il Ben di Figgis voleva andare Via da Las Vegas. Il Burt Lancaster di Louis Malle si muoveva tra droga e mafia in quella che avrebbe potuto diventare una metropoli del tavolo verde: Atlantic City U.S.A. mentre i simpatici truffatori di Soderbergh sostenevano i progetti della loro guida Ocean. Questo solo per fare alcuni esempi della sterminata serie.
La Las Vegas soderberghiana ha pochi riscontri in questo film se non nella figura dell'impacciato figlio di papà che impara in presa diretta qualcosa su di sé che gli servirà per il futuro. Quello che emerge è invece un ruolo complesso per Statham che va dall'intimistico al violento sconcertando probabilmente chi in un film cerca la linearità narrativa. Perché il suo Nick è al contempo l'uomo che ha rinunciato a vivere, quello che ha un sogno che vorrebbe veder realizzato, quello disposto a rischiare la vita per aiutare chi un tempo gli è stato vicino e l'addicted al gioco d'azzardo. Perché il cinema è sempre stato attratto dal tappeto verde e dai gesti che accompagnano la salita all'empireo della vittoria o la discesa agli inferi della perdita di tutto. West riesce ad essere particolarmente concentrato nelle sequenze in materia e il contrasto con quelle di azione costituisce uno dei punti di forza di un film che è un remake di Black Jack (da un romanzo di William Goldman che firma anche in questo caso la sceneggiatura) che aveva come star Burt Reynolds. Statham non teme il confronto.

 
 
 

Un'occasione da dio

Post n°13555 pubblicato il 14 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

Locandina Un'occasione da Dio

Il pianeta Terra sta per essere distrutto da un gruppo di alieni che si ritengono dotati di una moralità superiore. Come da prassi, prima di passare all'attacco mettono alla prova la specie che intendono estinguere, dandole un'ultima possibilità. Casualmente scelgono uno degli umani che, inconsapevole, sarà investito di un'enorme responsabilità: salvare la Terra. L'uomo pescato dal mazzo è Neil Clark, un insegnante inglese con ambizioni da scrittore frustrate. Gli alieni danno a Neil un'occasione da Dio: può realizzare tutto ciò che desidera. Gli basta dirlo e muovere la mano. Se il terrestre utilizzerà questo potere straordinario per fare qualcosa di buono, il pianeta verrà graziato. Altrimenti sarà raso al suolo.
Alzi la mano chi non ha mai sognato di poter realizzare tutti i suoi desideri con un solo cenno. Da non dover più svolgere le noiose incombenze domestiche a essere stimati dal proprio capo, da diventare milionari a ricoprire la carica di presidente degli Stati Uniti, ogni scusa è buona per agitare la lampada di Aladino. Oppure, molto più semplicemente, si può essere un po' sfigati e innamorarsi della bella vicina del piano di sotto, quella che non si sa proprio come fare a invitare a cena. È il caso del nostro protagonista, un affabile e disilluso insegnante, costruito apposta per suscitare empatia e per combinarne di tutti i colori alle prese con l'improvvido potere divino. Sempre bonariamente parlando, perché questa è una commedia dove trionfano i buoni sentimenti e dove i cattivi non fanno mai paura sul serio. Elegia dell'uomo qualunque e dell'amicizia uomo-cane, questo film ha il sapore di un'ingenuità vecchio stile, così lontana dalla sprezzante e corrosiva comicità in voga oggi. 
Scritta e diretta da Terry Jones - membro del gruppo comico inglese dei Monty Python - questa commedia sa far ridere in maniera spontanea, anche quando ci si vorrebbe trattenere di fronte al ridicolo poco sofisticato, seppur mai volgare, di certe scene. Trionfo di una leggerezza anni Novanta che appare ormai superata, questo film ha una sceneggiatura improbabile e un andamento prevedibile, ma punta sul candore stilistico e sulla capacità di un interprete rodato, Simon Pegg, che veste a pennello i panni dello sfigato professore innamorato e pasticcione, spalleggiato dal suo fedele cane che ha una voce di tutto rilievo, quella di Robin Williams nel suo ultimo lavoro cinematografico. Al contrario, Kate Beckinsale si prende fin troppo sul serio, in un film dove un uomo medio può resuscitare i morti o far sì che i bisogni del suo cane si auto-puliscano. Se quello che cercate è una comicità cattiva, avrete sempre la possibilità di provare ad agitare la mano per smaterializzarvi dalla sala.

 
 
 

Doppio delitto da filmtv.it

Post n°13554 pubblicato il 14 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

Giallo annacquato firmato Steno, il cast è la sua sola attrattiva.

Il commissario Bruno Baldassare lavora all’Archivio dei corpi di reato per una stronzata compiuta per gioco e “guasconeria” agli occhi del figlio. Cinque anni dopo è separato e il figlio quasi non capisce l’insano gesto. Un doppio delitto, avvenuto in contemporanea nei pressi di un vecchio palazzo signorile del cuore di Roma, è occasione di riscatto. L’indolenza, il fare e le indagini sornione sono le caratteristiche di questo poliziotto molto umano e poco acuto. A furia di insistere e di ascoltare indizi e suggerimenti, prendersi qualche sbandata…sbagliata riesce a venirne a capo. Le vittime sono un principe proprietario dello stabile e il suo autista ed elettrotecnico. Gli inquilini i principali indiziati, tra gli altri: uno sceneggiatore americano molto fantasioso; la vedova del defunto, ex attrice ed amica di Henry; Teresa, avvenente attivista di sinistra con un segreto familiare; uno scultore eccentrico e il debosciato. Baldassare, armato di ombrello e Marlboro, indaga con discrezione aiutato dall’imbranato sottoposto Cantalamessa.

 

 

Locandina

Doppio delitto (1977): Locandina

 

 

Le cose più gustose di DOPPIO DELITTO sono i duetti di Mastroianni (un Santamaria di Fruttero & Lucentini meno grintoso) con l’istrione Peter Ustinov e il simpatico Gianfranco Barra. Non male anche i botta e risposta politici con Teresa, interpretata da Agostina Belli doppiata da Vittoria Febbi. Bravissimo Mario Scaccia nei panni di un libraio che risponde citando titoli di libri e che non sa tenersi er sorcio in bocca. Luciano Bonanni in versione gay. Giuseppe Calboni Anatrelli il capo di Bruno. La trama scritta da Age & Scarpelli con Steno svogliato regista (conservatore) non intriga mai. Decisamente migliori i successivi e similari gialli rivestiti di commedia diretti da Sergio Corbucci. Neanche le musiche di Riz Ortolani convincono in questo DOPPIO DELITTO, discreto e leggero leggero.

 

 

Ursula Andress, Marcello Mastroianni

Doppio delitto (1977): Ursula Andress, Marcello Mastroianni

 
 
 

La regola del gioco

Post n°13553 pubblicato il 14 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

Locandina La regola del gioco

Quando l'avvenente pupa di un boss del narcotraffico avvicina il reporter Gary Webb, l'ultima cosa a cui questi pensa è di essere vicino a uno scoop sensazionale. E invece, risalendo la catena alimentari degli spacciatori nicaraguensi arriva a scoprire un verità che scotta: la CIA consentiva o agevolava lo spaccio negli Stati Uniti per finanziare i Contra in chiave anti-sandinista. Quando Webb pubblica il suo dossier il bubbone scoppia: prima piovono consensi ed elogi, ma ben presto la CIA passa al contrattacco e la vita privata e professionale di Webb diventa insostenibile.
Una storia molto più che interessante: una sferzata sull'addome di zio Sam, che colpisce là dove il dolore è maggiore. Una delle pagine più oscure della cosiddetta esportazione della libertà statunitense, che, di fronte al rischio tangibile di un Centro America sempre più comunista, ha fatto ricorso a ogni tipo di mezzo, legale o illegale, per arrestare l'ondata. Ma il risvolto più doloroso dell'inchiesta di Gary Webb riguarda le vittime sacrificali del meccanismo, le solite: i neri di South Central, L.A., i più disagiati e bisognosi in generale, offerti in pasto alla servitù della droga pur di ungere la macchina dell'anti-comunismo. Di fronte a una verità così scomoda non si fatica a comprendere le ragioni della persecuzione della CIA ai danni di Gary Webb. Ma è solo uno degli elementi su cui si concentra l'attenzione della trasposizione cinematografica del libro di Nick Schou, affidata alla regia di Michael Cuesta (Six Feet UnderHomeland): la pubblicazione di Dark Alliance, il casus belli giornalistico, avviene circa a metà film e pari attenzione viene dedicata allo sviluppo dell'indagine e alle conseguenze della pubblicazione del dossier. 
Purtroppo, nonostante un soggetto di ferro, puro materiale da cinema di denuncia della New Hollywood, e un cast memorabile, che affianca a Jeremy Renner caratteristi irriducibili come Ray Liotta, Andy Garcia e Oliver Platt, la trattazione della materia lascia a desiderare, principalmente a causa dell'adattamento di Peter Landesman (Parkland). La parte di reportage avvince, riuscendo a comunicare la necessaria tensione e compartecipazione emotiva - in primis il momento in cui Webb scende dall'auto a South Central, sfidando il pericolo per constatare fino in fondo gli effetti devastanti che derivano da una società divisa in caste, in cui i paria possono fungere da vittime sacrificali per un interesse più elevato. Ma è l'indagine nel privato di Webb a denotare una fragilità da racconto televisivo, un quasi-mélo di vita familiare che ricorre a semplificazioni e forzature evidenti, finendo per diluire la forza di un'indagine temeraria. Infine la rinuncia al racconto per immagini del tragico epilogo e della prosecuzione giudiziaria della vicenda, in cui il regista quasi sceglie di ritrarsi e di comportarsi come gli agenti segreti del film, che più volte avvertono Webb di non avvicinarsi a temi "troppo sensibili". Cuesta preferisce chiudere su una nota di speranza e di orgoglio residuo, contribuendo anche lui, a suo modo, a "insabbiare" i postumi dell'indagine, anziché denudarla nei suoi aspetti più sgradevoli e gridare al mondo che un uomo è morto nel tentativo di raccontare una verità sepolta da più di dieci anni. 
Se La regola del gioco (terribile traduzione italiana di Kill the Messenger, che rievoca in maniera insensata il capolavoro di Renoir) riesce a salvarsi e a mantenere il vigore di una denuncia fondamentale, lo si deve quasi interamente all'interpretazione di un attore sin qui sottoutilizzato come Jeremy Renner, credibile dalla prima all'ultima scena in un ruolo di ostinato autolesionista che richiama in parte l'indimenticabile William James di The Hurt Locker.

 
 
 

Predestination

Post n°13552 pubblicato il 14 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

Locandina Predestination

Un agente della polizia temporale indaga su un caso di terrorismo. C'è una bomba pronta ad esplodere in un certo luogo e in un certo punto del tempo, eppure non riesce ad impedire la detonazione nonostante i tentativi che quasi gli costano la vita. I molti viaggi che deve compiere lo portano ad incontrare, reclutare e parlare con diverse persone che forse lo possono aiutare nella missione, tuttavia il continuo muoversi lungo la linea tempo sta cominciando a creare un po' di confusione nella sua testa.
Pensato come un rompicapo filmico, Predestination non nasconde fin dalla prima scena il meccanismo di svelamento parziale di ogni movimento su cui si basa. Per adattare "Tutti i miei fantasmi" di Robert Heinlein, i fratelli Spierig scelgono la strada impervia del gioco a nascondino con il pubblico. La medesima trama che su carta stampata si avvantaggia dell'impossibilità per il lettore di "vedere troppo", lasciando che descrizioni parziali creino quei buchi necessari allo svelamento che verrà, sullo schermo deve vivere di inganni continui. I volti, i fisici, le persone e i ritorni che lo spettatore potrebbe riconoscere da subito (di fatto rovinando il successivo effetto sorpresa), sono celati, mascherati, truccati o resi irriconoscibili con un armamentario di trucchi che vanno ai più poveri ai più ricchi.
C'è un'ambizione smisurata in quest'idea di cinema, quella di realizzare un'opera che sembra impossibile da mettere in scena mantenendo segreto il finale. Lo stesso i fratelli Spierig si imbarcano con ardimento nell'impresa di rendere semplice e diretta una trama che è esattamente il suo contrario, tentano di comunicare per immagini quel che sembra possa avere effetto solo a parole. Il risultato è ambiguo, vive di ottimi momenti e idee molto forti (il clichè del viaggio nel tempo è reso attraverso una suggestiva sparizione subitanea e potente, come se l'essere umano smettesse di esistere fragorosamente) ma anche di una certa fatica nelle lunghe spiegazioni e spesso di un po' di pigrizia, come nel caso del lungo racconto effettuato da uno dei personaggi, che di fatto abdica alla parola quel che spetterebbe alla messa in scena.
Il gioco del gatto col topo che Predestination conduce con lo spettatore forse necessitava di un minimalismo e una maestria più alte per raggiungere la perfezione, ma è indubbio che la coerenza con la quale Michael e Peter Spierig scrivono e dirigono questa piccola chicca di fantascienza travalichi i limiti del genere. Appassionati di labirinti mentali, ampi scenari fantastici in cui muovere i personaggi e piccoli mondi a parte come quello alternativo di Daybreakers, i due autori stavolta hanno animato un universo tra il noir e la fantascienza con la perizia degli ingegneri.
Il loro è cinema di architettura, film come cattedrali, apparentemente semplici ma sorretti da meccanismi complessi che la narrazione si sforza di rendere comprensibili. In questo caso la furia dei molti viaggi nel tempo del protagonista provoca un continuo spaesamento, che però suona corretto. Gli spettatori come il povero viaggiatore vivono spesso di una inconsapevolezza confusionaria, incapaci di comprendere al volo luogo e tempo dell'azione si trovano in una storia di cui comprendono solo piccoli pezzi, almeno fino al finale.

 
 
 

san andreas

Post n°13551 pubblicato il 14 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

Locandina San Andreas

La faglia di Sant'Andrea si sta animando e il terremoto previsto è il più disastroso di sempre. Un gruppo di sismologi è riuscito a prevederlo e annunciarlo in televisione ma manca troppo poco. Mentre tutta San Francisco cerca di scappare dalla città una famiglia spezzata (genitori divorziati, una figlia deceduta sulle spalle e un'altra in giro per la città) cerca di ricongiungersi all'interno della tragedia, tra scosse, palazzi che crollano e uno tsunami.
Gloriosissima distruzione in computer grafica di buona parte della costa Ovest degli Stati Uniti d'America, tripudio del massacro e sublimazione della massima paura californiana, quella del Big One, il terremoto dei terremoti, Brad Peyton sembra aver capito immediatamente cosa conti in un film come San Andreas: la distruzione. Dalle prime immagini (le migliori del film) la tragedia è imminente e la regia gioca al gatto col topo con l'incidente, fino a che un'avvisaglia non sta per mietere la prima vittima. Potrebbe essere un inizio nello stile di Lo squalo ma l'entrata in scena del protagonista, eroe di mestiere, pilota d'elicotteri di salvataggio, chiarisce cosa stiamo guardando.
Quelli iniziali sono gli unici momenti in cui San Andreas sembra rispondere in pieno al genere cui appartiene, il catastrofico, i soli cioè in cui il film ha una dimensione extra familiare. Il resto di questa grande parabola distruttiva in cui Dwayne Johnson attraversa uno stato nell'atto del suo collassare, è un'epopea privata, la storia di come una famiglia si cerchi e si trovi durante un cataclisma. Sembra di vedere le classiche idee del disaster movie per come fu canonizzato da L'inferno di cristallo (i personaggi eterogenei e le diverse individualità costrette a convivere in una situazione estrema) contaminato dagli spunti "realisti" di The Impossible, in cui una famiglia cerca di ritrovarsi durante lo tsunami indiano.
Con molta meno prospettiva e molto meno gusto melodrammatico del film di J.A. Bayona, Brad Peyton mette in scena il primo script per la televisione di Carlton Cuse (sceneggiatore televisivo diventato famoso per Lost), immaginando un evento dalle proporzioni impensabili e puntando tutto sull'effetto finale (la distruzione) senza passare per le cause. I terremoti arrivano subitanei e la loro portata non è lontana dal passaggio di un Godzilla o qualsiasi creatura immane. I palazzi si sbriciolano anche più di quanto avevamo visto accadere in 2012 (che aveva comunque un impianto spettacolare superiore), le autostrade si piegano, i ponti si avvitano e su tutto le proporzioni impossibili (ma vere) di Dwayne Johnson attraversano onde, crepe nel terreno ed edifici diroccati per giungere da sua figlia. Lo stesso, anche di fronte a tanta esasperazione della plausibilità, i dialoghi appaiono come la componente meno accettabile in San Andreas.
Il dolce spirito naive che anima questo tipo di produzioni fieramente popolari e dalle dinamiche teneramente semplici, viene sporcato di un gusto per l'esagerazione e l'eccesso che, per come è ripetuto e sbattuto in faccia allo spettatore, sembra uscire da una produzione Asylum. La dinamica esasperata del salvataggio all'ultimo secondo è utilizzata di continuo per ogni situazione e del resto ogni distruzione lascia i protagonisti illesi o al massimo graffiati, tranne quando ha delle conseguenze mortali, le quali tuttavia vengono iperbolicamente risolte. Morte e vita perdono in breve di ogni valore, quella tensione alla sopravvivenza, quel sottile senso di precarietà di fronte ad una tragedia di molto superiore all'umano che anima il genere catastrofico si perde quasi subito. L'obiettivo di una simile deroga alle normali leggi della fisica sembrerebbe quello di dare più enfasi al melò familiare (di suo molto blando), poichè i sentimenti non sono là dove dovrebbero essere (nei personaggi, dunque negli attori) ma si trovano riflessi nell'esagerazione della distruzione. Tuttavia il sacrifico sembra servire a poco, San Andreas fatica a coinvolgere e più distrugge più genera assuefazione alle immagini invece che stupore.

 
 
 

Rampage da movieplayer

Post n°13550 pubblicato il 14 Gennaio 2017 da Ladridicinema
 

Articolo a cura di Francesco Lomuscio  4 Gennaio 2014

Con ogni probabilità, i seguaci irriducibili della celluloide horror ricorderanno il protagonista Brendan Fletcher per essere rientrato tra le vittime dell'artigliato Signore degli incubi Freddy Krueger in Freddy vs Jason (2003) di Ronny Yu, mentre dietro la macchina da presa abbiamo il tedesco classe 1965 Uwe Boll che, autore, tra l'altro, di House of the dead (2003) e In the name of the king (2007), da un lato è conosciuto come più prolifico cineasta dedito alla trasposizione di videogiochi su grande schermo, dall'altro è abbastanza noto perché la critica non ha esitato ad affibbiargli la nomea di peggior regista del nostro tempo.
Nomea affibbiatagli in maniera decisamente esagerata e, se vogliamo, gratuita, perché è pur vero che nella filmografia bolliana sono presenti diversi titoli da dimenticare, ma non risultano affatto assenti produzioni che, realizzate con budget inferiori a quelli sfruttati in grosse operazioni hollywoodiane, non sfigurano più di tanto al loro confronto. 
In questo caso, pur ricordando la figura del personaggio principale quelle di determinati soggetti appartenenti all'universo videoludico, non ci troviamo dinanzi a un cineVgame, ma abbiamo il citato Fletcher nei panni del ventitreenne Bill Williamson, il quale, pur non vivendo una brutta esistenza, si convince di avere pochissime possibilità di emergere nel suo futuro; fino al giorno in cui, deciso a interrompere la solita routine, si procura tramite internet le armi e un completo integrale di kevlar per assicurarsi l'attenzione a cui ha sempre ambito.

Ed è permettendo alla tensione di salire fotogramma dopo fotogramma, nel corso della fase di attesa pre-massacro, che Boll orchestra il tutto, privilegiando l'uso della camera a mano per far sì, con ogni probabilità, che l'oltre ora e venti di visione manifesti toni vicini al realismo dei servizi giornalistici.
Perché, tra esplosioni, una tesa sequenza ambientata all'interno di un Bingo e l'uccisione di un gruppo di donne in un beauty center a rappresentare, forse, il momento più violento del lungometraggio, Rampage può essere considerato sì un prodotto di genere, ma indirizzato più alla denuncia su celluloide che all'intrattenimento.
Denuncia relativa, ovviamente, alla eccessiva facilità con cui è possibile procurarsi armi da fuoco nella società telematica d'inizio terzo millennio, man mano che la vicenda che prende forma non può fare a meno di richiamare alla memoria tragici fatti come la strage della Columbine High School, risalente al 1999, o l'impressionante sterminio dell'isola di Utoya, avvenuto, però, due anni dopo la realizzazione del film.
Denuncia che, con il veterano Michael"Strade di fuoco"Paré posto nel ruolo dello sceriffo, il caro vecchio Uwe filtra attraverso un racconto per immagini in movimento tanto semplice, duro e spietato quanto spaventoso.
D'altra parte, a differenza della maggior parte dei blockbuster d'oltreoceano, non sembra porsi alcun problema per quanto riguarda esagerazioni di cattiveria, rendendo l'insieme non solo tutt'altro che prevedibile, ma anche capace di spingere alla riflessione.
È Koch Media a renderlo disponibile su supporto blu-ray italiano, corredato di sezione extra costituita da trailer originale ed un making of di nove minuti.

 
 
 
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