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CINEMA PARADISO

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Creato da Ladridicinema il 15/05/2007

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in testa ancora Dragon Trainer 2

Post n°11685 pubblicato il 01 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

Box Office Italia
Qualche novità nella classifica italiana, ma la partenza della stagione pare essere più lenta di quanto fosse lecito aspettarsi. In testa c'è sempre Dragon Trainer 2, ma questa settimana non riesce a stare sopra al milione di euro: il suo totale, buono ma non entusiasmante, è di 6.5 milioni. New entry al secondo posto con Into the Storm, che incassa 693mila euro nel weekend e circa un milione in tutta la settimana. Debole anche Planes 2 - Missione antincendio, che raccoglie 678mila euro. Fuori dalla top ten Under the SkinLa ragazza del dipintoMud e The Stag. La prossima settimana le uscite più forti sono I nostri ragazziMercenari 3 e Winx Club - Il mistero degli abissi, mentre pare evidente che anche quest'anno la Mostra del Cinema di Venezia inciderà molto poco sull'andamento del botteghino nostrano. 

Box Office Usa
Nessun cambiamento al vertice della classifica americana nel weekend del Labor Day: Guardiani della galassia diventa il miglior film dell'anno con un totale di 274 milioni di dollari in casa e oltre mezzo miliardo di dollari in tutto il mondo. Tartarughe Ninja continua a soprendere (negli States, all'estero non va così bene) e raggiunge quota 162 milioni. La fine dell'estate americana coincide con un periodo di calma piatta al botteghino: le uniche due new entry della classifica sono Necropolis - La città dei morti e The November Man che raccolgono cifre poco interessanti. Catastrofica la performance di Sin City: Una donna per uccidere, decisamente il flop dell'anno, che è già fuori dalla top ten con appena 10 milioni incassati. Male anche I Mercenari 3 che salutano la top ten con appena 33 milioni di dollari, che mettono una pietra tombale sul prosieguo del franchise. Fuori dalla top ten sorprende il documentario/biopic Cantinflas, dedicato al celebre attore messicano (la sua più nota interpretazione è quella di Passepartout nel film del 1956 Il giro del mondo in 80 giorni) che ottiene 2.6 milioni in appena 382 sale. Floppa il ritorno in sala dei Ghostbusters, che celebrano così il loro trentesimo anniversario: appena 1.6 milioni incassati con una media per sala non esaltante. La prossima settimana tocchiamo il fondo con le new entry: appena una,The Identical, in meno di 2000 sale ed il ritorno di Forrest Gump nelle sale IMAX. E anche quest'estate è finita. 

 
 
 

Festival di Venezia: un Germano “favoloso” è il Giacomo Leopardi di Mario Martone

Post n°11684 pubblicato il 01 Settembre 2014 da Ladridicinema
 

da il fattoquotidianoIl regista Mario Martone: il poeta "sente da subito tutte le gabbie che nella vita di ciascuno di noi si formano: la famiglia, la scuola, la società, la cultura, la politica. E si ribella". L'attore romano: "Ho studiato il personaggio per 4 mesi ed interpretarlo è stato un lusso". Tanti gli applausi in sala dopo la proiezione ufficiale, più che positivo l’approccio della critica
Festival di Venezia: un Germano “favoloso” è il Giacomo Leopardi di Mario Martone

Provaci ancora Mario Martone. Inutile girarci attorno alla 71esima Mostra del Cinema di Venezia è approdato il Leone d’Oro 2014Il Giovane Favoloso, film di due ore e 20 minuti suGiacomo Leopardi – presentato in Concorso – rischia di far saltare il banco in un Lido piombato improvvisamente in un’atmosfera autunnale di pioggia e nuvole. Tanti gli applausi in sala dopo la proiezione ufficiale, più che positivo l’approccio della critica, per il secondo tassello di quello che il 55enne regista napoletano definisce dopo Noi Credevamo il “cantiere Ottocento”. Una decina gli anni di lavoro dedicati ad un periodo storico spesso bistrattato dal cinema italiano che Martone torna a rappresentare questa volta nelle prime tre decadi proprio quando il favoloso e precoce poeta di Recanati – nato nel 1798 e poi morto nel 1838 a Napoli – cresce tra due amati fratelli, il padre conte severo, la madre anaffettiva e ciecamente religiosa; fugge lontano dall’”ermo colle” deL’Infinito rifuggendo al mestiere di cardinale; e vive in compagnia dello scrittore Antonio Ranieri tra Firenze, Roma e Napoli.

“Leopardi sente da subito tutte le gabbie che nella vita di ciascuno di noi si formano: la famiglia, la scuola, la società, la cultura, la politica – spiega Mario Martone durante la conferenza stampa – ma non viene a patti e non indossa la maschera dell’ipocrisia dominante. E’ a suo modo un ribelle e soffre il prezzo di questa scelta, ma è grazie a questa spinta che trova la forza per rompere le gabbie che lo attorniano. Ognuno di noi vive la costrizione di queste gabbie e quindi chiunque anche non conoscendo i poemi di Leopardi sente il mio personaggio nell’anima e nel cuore”.

Un effetto di empatia merito anche di un’altra prova insuperabile d’attore di Elio Germano che interpreta il poeta. Ingobbito, tremolante, in alcuni momenti perfino agonizzante, l’attore romano si carica addosso il peso di una vita, come quella di Leopardi, esteriormente fragilissima ma spiritualmente energica ed inesauribile: “Ho studiato il personaggio per 4 mesi ed interpretarlo è stato un lusso. C’è stato perfino un momento in cui a Recanati abbiamo visto una statua con la gobba sotto la spalla destra del nostro e non sotto quella sinistra come abbiamo poi fatto nel film e ci siamo allarmati”, racconta con ironia Germano. Un testo densissimo, quello scritto da Martone e della moglie Ippolita di Majo, tutto basato su lettere scritte e ricevute da Leopardi e dalle sue opere: “Abbiamo preso questa decisione etica ed estetica – continua Martone – ci è sembrato che questi documenti bastassero per raccontarlo e che il film non necessitasse nostre aggiunte. Poi abbiamo lasciato aperte alcune soglie di mistero in modo che lo spettatore si sentisse libero nel viaggio per interpretarle. Le potevamo superare invece le abbiamo lasciate lì, vive”.

Tra queste ‘soglie’ emerge anche la latente omosessualità di Leopardi che si esplicita nell’amicizia molto discussa con Antonio Ranieri, il fumantino patriota napoletano che accompagnerà l’amico dal 1831 fino alla sua morte nel ’37: “L’unica invenzione narrativa tratta da un saggio di Enzo Moscatoche ci siamo presi è nella scena del lupanare quando Leopardi portato lì dall’amico Ranieri va in stanza con un ermafrodito. Anche se storicamente Ranieri sostenne che Leopardi morì casto”. Il Giovane Favoloso è suddiviso in tre quadri contigui e compenetranti tra l’isolamento e le costrizioni di Recanati; i primi piaceri a Firenze; e infine la Napoli ancora selvaggia e naturale (“indiana”, la definisce Martone), travolta dal colera e dell’eruzione del Vesuvio, la parte forse più congeniale per un Martone che, assieme al fido Renato Berta alla fotografia, Iacopo Quadri al montaggio e al dj berlinese Sascha Ring alle musiche, filma senza dare una pausa per respirare, dentro a quell’infinita sofferenza e luce leopardiana che spira osservando il cosmo, una ginestra, la fiamma della vita: “E’ lì immerso nella natura senza più nulla da perdere che il pensiero di Leopardi s’innalza. E’ lì che il rapporto tra scrittura e corpo raggiunge quella temperatura umana e ribelle che arriva fino allo spettatore di oggi”.

 
 
 

Francesco Munzi: l'anima nera dell'Aspromonte da cinecittà news

Post n°11683 pubblicato il 30 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

Andrea Guglielmino29/08/2014
VENEZIA – Il Lido non è nuovo a Francesco Munzi, che era già approdato qui nel 2004, in Orizzonti, con il suo esordio 'Saimir'
Oggi torna, ma in concorso, con Anime nere, thriller a tema ‘Ndrangheta’ tratto dall’omonimo romanzo di Giocchino Criaco, edito da Rubbettino Editore, che tornerà in libreria il 17 settembre, un giorno prima dell’uscita della pellicola con Good Films. Nel cast Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Anna Ferruzzo, Barbora Bobulova e l’esordiente Giuseppe Fumo, che in conferenza invita i suoi coetanei calabresi a “non seguire la strada della malavita, anche se non si trova lavoro”. “Ma ogni volta – dice il regista circa il suo ritorno alla Mostra – è come la prima. Emozionalmente parlando fai sempre il primo film”. 

Ci parli del rapporto tra la pellicola e il romanzo… 


Il libro mi è stato consigliato da amici e mi ha sostanzialmente fatto innamorare, tanto che per trasporlo ho rinunciato a un progetto a cui stavo lavorando. Mi ha colpito la sua carica emozionale e il fatto che, a differenza di altre storie analoghe che abbiamo visto negli ultimi anni, non esaltava il crimine pur adottando uno sguardo interno. E’ molto chiara la differenza tra le cose giuste e quelle sbagliate. Inoltre è stata l’occasione per esplorare la Calabria e l’Aspromonte, mondi che non conoscevo. 

Come ha approcciato quei luoghi e le loro difficoltà intrinseche? Si dice che non si possa girare un film da quelle parti senza pagare il pizzo… 

Studiando e ispezionando, come un documentarista, ancora di iniziare a delineare la sceneggiatura. Ero ossessionato dall’idea di realizzare il film proprio in quel posto. Mi sono detto che se fossi riuscito a rispettare il libro e il territorio, e le persone con cui man mano venivo in contatto, sarei riuscito a fare qualcosa di buono. Il crimine era un mantello, quel che contava era il cuore dei personaggi. Inizialmente avevo paura ma ho vissuto il film come un laboratorio e un esperimento. Tutti dicevano che ad Africo non poteva succedere niente di buono, io ho visto i locali che non avevano mai approcciato il cinema diventare attori bravissimi e integrarsi nella troupe, come manovali, come autisti. Significa piantare un seme buono per il futuro. Non ho incontrato le difficoltà che temevo, non abbiamo avuto problemi o censure. Avevo dei pregiudizi, lo ammetto, ma alla fine abbiamo lavorato addirittura con più facilità che in altri luoghi d’Italia. 

Quanto si è attenuto alla trama del libro? 

Come spesso accade in questi casi, per rendere al meglio il senso bisogna un po’ tradire. Il romanzo era ambientato tra gli anni ’70 e i ’90, io volevo fare invece una storia contemporanea. Inoltre i protagonisti nel libro sono amici fraterni, mentre io li ho avvicinati rendendoli fratelli veri e propri. 

Perché la scelta di girare in dialetto stretto, con sottotitoli? 

Non per vezzo estetico, per moda o per velleità di realizzare cose estreme. Credo che il dialetto facesse parte della trama. I calabresi si sentono ‘altro’ rispetto al resto d’Italia e anche del mondo, c’è una grossa barriera tra loro e il resto del paese. Anche se il film, spero, diventa poi universale, non il racconto di una guerra criminale ma l’analisi di cosa accade in una famiglia messa alla prova con una faida. Si parte dalla lotta con un clan rivale ma si finisce ad analizzare le lacerazioni interne della famiglia protagonista, che implode di fronte alla possibilità che una faida sopita da anni possa ricominciare. Abbiamo cercato di evitare gli aspetti più epici e mitizzanti. Si è trattato di trovare la mediazione tra il giusto sguardo empatico verso i personaggi e la distanza critica. 

Cosa vince alla fine? Ineluttabilità del fato o redenzione? 

Abbiamo discusso molto del finale, che naturalmente non rivelo. Lo abbiamo un po’ cambiato rispetto al libro. Certamente è un finale cupo ma secondo me ha una carica eversiva, è catartico e rompe gli schemi. Racconto un dramma, e dopotutto lo scontro tra fratelli è un archetipo. 

Uno dei tanti di una cultura ancora misteriosa, arcaica… 

Il libro in questo senso è una miniera. Avevo l’imbarazzo della scelta su cosa raccontare. Il protagonista Luciano è un personaggio che tende a tornare al passato, vuole restare lontano, in montagna, tra le pecore, non vuole abbracciare la modernizzazione e tutto ciò che essa comporta. Cerca una Calabria che non c’è più, ma è contraddittorio. In una scena compie un rituale con potenziali poteri curativi, bevendo la polvere della statua di un santo. Ma non si fida del tutto, ci aggiunge anche delle gocce medicinali. Una cosa o l’altra, faranno effetto… antico e moderno si fondono. E’ una montagna che fatichi a definire ‘regione’, per raggiungerla ci voglione le Jeep. Eppure c’è anche una tendenza a un moderno forse un po’ fasullo. Il criminale che si sente realizzato come malavitoso ordina per sé e gli amici delle ballerine di Lap-dance. 

Ha cercato di distanziarsi dall’”Effetto Gomorra”? 

Come riferimenti ho Rossellini e lo Scorsese di Mean Streets: anche le uccisioni e le scene forti le ho trattate in maniera sottile, cercando di limare il grado di spettacolarità. Però ha ambientato in una scuola una delle scene più toccanti. Mi piaceva il contrasto tra il dramma di ciò che stava accadendo e l’ambiente familiare e ‘materno’ che la scuole dovrebbe, in teoria, offrire. 

Cosa possiamo aspettarci dalla carriera di Munzi, a questo punto? Questo film è un punto di partenza o un punto di arrivo? 

Non so rispondere, non lo conosco ancora abbastanza, non ho preso le giuste distanze. Sono un istintivo e quando faccio un film non penso a un percorso. Posso dirle che l’ho molto sentito. Ha una natura di rottura, ma non è fasullo. 

Come ha lavorato sui personaggi, per renderli credibili? 

Una vecchia signora a cui è stato ucciso il figlio sputa in presenza dei carabinieri. Non è bello da vedere ma è quello che succede. C’è un sentimento anti-statale diffuso di diversi ceti della società meridionale. In realtà è una sorta di amore/odio, come un cugino da cui si cerca affetto che non si ottiene. Ma sentivo anche parlare di ‘colonia’ o di ‘invasione’. Non potevo falsare i personaggi. Siamo andati verso il realismo e una ‘normalizzazione’ dei personaggi. Non usano auto blindate come nei film americani. E’ tutto molto più semplice.
 

 
 
 

Festival del Cinema di Venezia, la grande star è Al Pacino con due film da

Post n°11682 pubblicato il 30 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

 

Pubblicato: 30/08/2014 16:33 CEST Aggiornato: 30/08/2014 16:33 CEST
AL PACINO

L'altro film in cui è impegnato Al Pacino è "The Humbling" in cui si racconta la parabola esistenziale di un attore sul viale del tramonto che trova consolazione esclusivamente nel desiderio erotico. Nel cast il protagonista è affiancato da Greta Gerwig, Nina Arianda, Barry Levinson e Dianne Wiest.

 

Tra i film in concorso, oltre a "Manglehorn", è stato presentato anche il francese "3 coeurs" di Benoît Jacquot sulla non facile storia d'amore tra Marc e Sylvie. Il regista ha spiegato così i temi della pellicola: "Si usa spesso la parola melodramma con un senso peggiorativo, ma è facile rendersi conto che dalle origini del cinema, molti grandi film sono dei melodrammi. La gente vuole piangere. I registi vogliono che il pubblico pianga sugli ostacoli, gli incidenti, le separazioni che fanno andare fuori fase l’armonia. Inconsapevolmente, la gente vuole versare lacrime di gratitudine... Dopo tutto il melodramma è contemporaneo".

Grande attenzione poi c'è stata per "Words with Gods", film presentato fuori concorso, composto da vari segmenti realizzati da un gruppo di registi, ciascuno dei quali racconta una storia sulla fragilità umana e sul rapporto di ognuno con le religioni. Nella sezione Orizzonti invece sono stati presentati il tedesco "Ich seh Ich seh (Goodnight Mommy)", lungometraggio firmato da Veronika Franz su due gemelli che mettono in dubbio l'identità della madre, e l'italiano "Senza nessuna pietà" che vanta tra i suoi protagonisti Pierfrancesco Favino, Greta Scarano, Claudio Gioè e Adriano Giannini.

Il trailer di "Senza nessuna pietà"

Il film, diretto dall'esordiente Michele Alhaique, racconta la storia di Mimmo (Pierfrancesco Favino), un muratore che viene risucchiato suo malgrado nel gorgo della criminalità della sua città. Una svolta avviene quando si innamora di Tania (Greta Scarano), una ragazza per cui vorrebbe mettersi alle spalle il suo passato e iniziare una nuova vita.

"Mi hanno sempre appassionato le storie di uomini che si battono contro le avversità per riscattarsi dalla loro condizione, e Senza nessuna pietà è una di queste storie", ha spiegato il regista Alhaigue. "Mimmo e Tania sono due individui solitari, due spiriti sconosciuti tra loro e a loro stessi, ma dall’incontro nasce qualcosa di unico. Il loro legame fuori dall’ordinario si svolge in una classica struttura noir, dove chi cerca non dà tregua a chi scappa. Ho lavorato per portare i personaggi ad avere un respiro ampio, con l’obiettivo di dare alla vicenda toni epici".

 
 
 

Festival di Venezia, Sanguineti: “Andreotti, salvatore e censore del cinema italiano” da il fattoquotidiano

Post n°11681 pubblicato il 30 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

Il critico porta al Lido il documentario sull'ex Dc "visto da vicino". Ha salvato l'Istituto Luce e riaperto Cinecittà quando "le produzioni americane avrebbero potuto spazzarci via". Ma ha formulato anche la morale sessuale, rivedendo alcune scene di nudo e di sesso
Festival di Venezia, Sanguineti: “Andreotti, salvatore e censore del cinema italiano”

Di Giulio Andreotti non avete capito nulla. Parola del critico, storico del cinema e della tv, Tatti Sanguineti che porta al 71esimo Festival del Cinema, nella sezione Venezia Classici, il documentario “Giulio Andreotti – Visto da vicino”. Una lunga carrellata di tantissimi ‘campi’, con il viso del celebre senatore a vita deceduto nel maggio 2013 nel salotto di casa, e non pochi ‘controcampi’ con immagini d’archivio tra Settimane Incom, film tagliati e foto d’epoca tra anni ’50 e ’60 che vedono Andreotti coinvolto in prima persona.

“Qualche giorno fa un importante quotidiano italiano ha parlato dei film di Pasolini. E nel pezzo citava le parole dette da Andreotti su Umberto D. ‘I panni sporchi si lavano in famiglia’”, quasi urla Sanguineti durante la conferenza stampa del film al Lido. “La frase si usa sempre in modo generico ma chi lo fa non sa davvero cosa successe in quel periodo”.

Correva l’anno 1947 e Giulio Andreotti diventava sottosegretario alla presidenza del Consiglio, governo De Gasperi, con delega allo spettacolo. L’incarico dura fino al 1953 e, secondo Sanguineti e il fido cointervistatore Pier Luigi Raffaelli, l’ex Dc dovrebbe essere ricordato per parecchie cose ‘buone’ regalate all’Italia e ancora di più al cinema italiano. Salva subito l’Istituto Luce e il suo archivio; riapre gli studi di Cinecittà (“senza manganellare i profughi istriani lì rifugiati”, spiega Sanguineti), riporta la Mostra del Cinema al Lido di Venezia. Ma soprattutto nel 1949 emana la legge di sostegno al cinema di casa nostra imponendo una tassa sul doppiaggiodei film americani e creando le premesse di una nuova classe di produttori e produzioni italiane.

“Mentre lavoravo ad un libro sull’ex comandante partigiano e comunista Rodolfo Sonego, lo sceneggiatore per eccellenza del democristiano Alberto Sordi, lo stesso Sonego mi disse: ‘Se vuoi capire cosa è successo nei primi anni del dopoguerra devi andare da Andreotti. Lui ha ammazzato cinque film, ma ne ha fatti nascere 5mila’”. Ecco allora 95 minuti di final cut – al montaggio l’attore e regista bolognese Germano Maccioni – dopo oltre 300 ore di girato tra il 2003 e il 2005, 21 sedute con domande e risposte.

“Tra il ’45 e il ’47 le produzioni americane avrebbero potuto spazzarci via – continua Tatti – Andreotti ci ha salvati e io gli ho reso giustizia. Non come Sorrentino che l’ha ritratto come Topo Gigio ne Il Divo, o Pif come plurimandatario degli omicidi di mafia ne La mafia uccide solo d’estate”. Così Andreotti rinasce a nuova vita da salvatore dell’industria patria e cinefilo appassionato: prima l’elogio al Dottor Jekyll e Mr. Hyde di Victor Fleming (“Mi ha sempre incuriosito nei film e nella vita la persona che è sia angioletto che demonio”, dice), la nascita della foglia di fico a coprire le pudenda del David fiorentino icona dei servizi ‘taroccati’ della Settimana Incom, le singole parole indesiderate scomparse dai film di TotòSordi e Raf Vallone, fino alla frase su De Sica – di cui però diventerà amico, come con la Magnani – e alla censura di Anni Facili “tra burocrazia corrotta e bustarelle era diffamatorio verso il nostro paese”.

Capitolo a parte la morale sessuale formulata dalla poltrona mentre Andreotti rivede alcune scene di nudo e di sesso: la passione per la Pampanini (“meglio dell’anoressica Isa Barzizza”), la censura de Il Diavolo in Corpo di Autant-Lara, fino all’“accoppiamento tra cavalli” di Ultimo Tango a Parigi e “alla monta taurina” del Grande Fratello (“Una cosa che contesto a Berlusconi è aver portato quel programma in Italia”). “Andreotti era del ’19, una generazione diventata adulta con i film fiammeggianti come Duello al sole ed era quindi attratto dai film con donne procaci”, chiosa Sanguineti. “Dopo di lui venne Oscar Luigi Scalfaro e fu più cattivo nel censurare”. Prodotto dall’Istituto Luce, il film è sostenuto e accompagnato a Venezia dal Comitato Giulio Andreottiche promuove immagine e storia del politico democristiano “tentando di divulgarne gli aspetti meno conosciuti”.

 
 
 

One on One

Post n°11680 pubblicato il 28 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

Il-dae-il

Poster

Una studentessa viene rapita, stuprata, assassinata. Sette persone, appartenenti alla setta delle Ombre (The Shadows), terrorizzano i sette sospettati del delitto. "Ma chi di quei sette sei tu?". Di One on One il regista ha detto: «È un film sul posto in cui vivo, la Corea. Che si sia d'accordo o meno con il finale del film, se non ci si sente ammazzati non bisogna mettersi a guardarlo. L'ho fatto perché qualcuno capisca. Sennò non ha senso. Questo è ciò che siamo noi ora».

  • DISTRIBUZIONE: Fil Rouge Media
  • PAESE: Corea del Sud
  • DURATA: 122 Min
NOTE:

Film d'apertura, fuori concorso, di Venice Days Giornate degli Autori al Festival di Venezia 2014

 
 
 

Under the skin

Post n°11679 pubblicato il 28 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

Under the skin

Poster

Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Michel Faber Sotto la pelle e vede Scarlett Johansson nel ruolo di Isserley, un'aliena che percorre le autostrade deserte a caccia di prede umane, sfruttando la sua bellezza come esca. Isserley avrà modo di conoscere e apprezzare la natura degli uomini e delle donne e mettere così in dubbio la propria identità e origine aliena.

  • FOTOGRAFIADaniel Landin
  • MONTAGGIOPaul Watts
  • PRODUZIONE: Film4, FilmNation Entertainment, JW Films
  • DISTRIBUZIONE: BIM
  • PAESE: Gran Bretagna
  • DURATA: 107 Min
NOTE:

Presentato in concorso al Festival di Venezia 2013

 
 
 

Under the skin

Post n°11678 pubblicato il 28 Agosto 2014 da Ladridicinema
 
Tag: trailer

 
 
 

Mud

Post n°11677 pubblicato il 28 Agosto 2014 da Ladridicinema
 
Tag: trailer

 
 
 

Mud

Post n°11676 pubblicato il 28 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

Poster

Ellis (Tye Sheridan) un ragazzino quattordicenne che, in giro con l'amico Neckbone (Jacob Lofland), incontra casualmente, in un piccolo isolotto sul Mississippi, Mud (Matthew McConaughey), un fuggitivo con un serpente tatuato sul braccio e una pistola sempre pronta all'uso. Nonostante sulla testa di Mud pendano una taglia che fa gola a tanti e un mandato di cattura che motiva le forze dell'ordine a spingersi anche oltre la legge, Ellis si aggrappa a lui nel disperato tentativo di rifuggire le tensioni quotidiane della sua famiglia. Colpiti dalle storia che Mud racconta loro, Ellis e Neckbone si impegnano con tutte le loro forze ad aiutarlo a rimettere in sesto una barca che gli permetta di lasciare l'isoletta sano e salvo. Tuttavia, per i due ragazzini è difficile discernere la realtà dalla versione dei fatti raccontata da Mud e presto molte domande cominciano ad affiorare nelle loro menti: Mud è davvero inseguito per aver ucciso un uomo? E, soprattutto, chi è quella misteriosa ragazza che nel frattempo è arrivata nella loro piccola città?

  • FOTOGRAFIAAdam Stone
  • MONTAGGIOJulie Monroe
  • MUSICHEDavid Perkins
  • PRODUZIONE: Everest Entertainment, FilmNation Entertainment
  • DISTRIBUZIONE: Movies Inspired
  • PAESE: USA
  • DURATA: 130 Min
NOTE:

In concorso al Festival di Cannes 2012

 

 
 
 

Pazza idea - Xenia

Post n°11675 pubblicato il 28 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

Xenia

Poster

 

Protagonisti del film sono Danny e Odysseus, due giovani fratelli di 16 e 18 anni che decidono di partire da Atene alla volta di Salonicco alla ricerca del padre, che li aveva abbandonati in tenera età. Albanesi per parte della madre che è appena morta, si sentono stranieri nel loro proprio paese e vogliono essere riconosciuti dal padre per poter ottenere la cittadinanza greca. Sarà l’inizio di un’avventura ricca di imprevisti e di situazioni paradossali, tra realtà e sogno, attraverso la quale il regista racconterà, con tono leggero e scanzonato, la passione dei due fratelli per la canzone italiana e per Patty Pravo, cameo nel film, la loro attrazione per la cultura ‘pop’ dei talent show, ma anche il tema della ricerca dell’identità, del legame profondo tra fratelli e, non da ultimi, del diritto di cittadinanza, dell’ospitalità e del senso di appartenenza a un luogo

  • PRODUZIONE: 100% Synthetic Films, Wrong Men, Movie Partners In Motion Film
  • DISTRIBUZIONE: Officine UBU
  • PAESE: Belgio, Francia, Grecia
  • DURATA: 128 Min
NOTE:

Presentato al Festival di Cannes 2014 nella sezione Un Certain Regard.

 
 
 

Film nelle sale da oggi

Post n°11674 pubblicato il 28 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

 
 
 

Film nelle sale da oggi

Post n°11673 pubblicato il 28 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

 
 
 

Isabella mamma hippy e produttrice psichedelica da cinecittà news

Post n°11672 pubblicato il 28 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

Stefano Stefanutto Rosa28/08/2014
VENEZIA. “Il libro autobiografico di Aldo Nove girava per casa, leggendolo mi sono commossa e proprio qui al Lido, quando ero due anni fa nella giuria del premio all'opera prima io e Renato abbiamo deciso di realizzare il film”.Isabella Ferrari oltre a essere la protagonista, insieme al giovane Clement Métayer de La vita oscena, in concorso a Orizzonti, ne è anche la produttrice associata conRiccardo Scamarcio.
“Il personaggio della madre mi ha riempito di emozioni, una madre che non infligge sensi di colpa, con tanta luce e poco pensiero, che nonostante la malattia indossa vestitini hippy. Sul set, per pudore, ho chiesto poco di lei a Nove figlio, ma il personaggio mi è venuto incontro. E poi sono anche un po’ madre del progetto”, ricorda la Ferrari.

Il film, una sorta di odissea pop onirica e colorata, narra il percorso drammatico e insieme visionario di Andrea, un adolescente che è costretto a fare i conti, nel giro di poco tempo, con la morte improvvisa del padre e la scomparsa dell’amata madre per una malattia incurabile. Davanti a una famiglia che si decompone esplode la deriva autodistruttiva di un giovane che, sotto l’effetto della cocaina, decide di compiere il suo ultimo viaggio attraverso forti esperienze erotiche, ricordi, visioni allucinate e presenza irreali.
Accompagnato dalle poesie di Georg Trackl, espressionista austriaco morto suicida per un’overdose cocaina, e dall’inseparabile skateboard, Andrea sprofonda nel dolore più estremo, convinto che questo sia l’unica salvezza di fonte a una perdita incolmabile. Invece il suo viaggio alla ricerca della morte si trasforma in un percorso di rinascita, che lo porterà a diventare scrittore e a comunicare proprio questa storia così intima.

“E’ stata una sfida visiva forte, basata su una storia di formazione di impatto universale - spiega De Maria - mi ha colpito la lingua poetica e visionaria del libro, così ritmata da evocarmi un viaggio psichedelico inedito. Così mi sono rivolto alla videoarte, alla fotografia, a film come Inland Empire di Lynch”.
Alla sceneggiatura de La vita oscena ha collaborato l’autore dell’omonimo romanzo che si è trovato in sintonia con il regista: “Renato, di cui tanto mi era piaciuto Paz, ha avuto rispetto per il libro dove le parole vibrano e non c’è un plot. E’ entrato in questo testo visionario, cogliendone la cifra poetica e restituendola grazie a suggestioni visive”.

La scelta di affidare a Clement Métayer - visto proprio alla Mostra due anni fa in Après mai di Olivier Assayas - è avvenuta per caso durante una trasferta parigina del regista in cerca di una coproduzione. “Volevo un volto italiano di talento, ma grazie a un’amica francese ho incontrato Clement e la sua incredibile energia. Nel suo corpo adolescente ho trovato quelle movenze non ancora adulte che cercavo. E quando mi ha mostrato su YouTube le immagini di lui e del suo inseparabile skateboard, ho subito deciso che il protagonista Andrea avrebbe viaggiato per la città non più in taxi, ma in skateboard”. Non è stato facile per l’attore francese interpretare questo giovane in piena crisi autodistruttiva. “Mi sono calato - dice - in quella difficoltà di superare il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, in particolare ho attinto ai momenti di angoscia da me vissuti”.

La scelta di Fausto Paravidino per la voce fuori campo è stata contrastata. “All’inizio avevo optato per la voce di un ventenne, ma qualcosa non tornava, perché l’io narrante è oggi, e dunque occorreva una voce più adulta, come quella di Fausto così logora e graffiata” afferma De Maria.
Il film è costato 650mila euro, di cui 200mila dal MiBACT. “Si tratta di una produzione indipendente che non ha ancora un distributore - polemizza Scamarcio - colpa di un mercato sbilanciato dove sono sempre meno gli schermi per un cinema creativo e dove il Sud è schiacciato dai multiplex”.

 
 
 

100 Premi Nobel, artisti e intellettuali chiedono un embargo militare ad Israele da bdsitalia

Post n°11671 pubblicato il 27 Agosto 2014 da Ladridicinema

Sottoscrivi la lettera per un embargo militare ad Israele

Quasi 100 artisti e personalità di tutto il mondo, anche italiani, hanno pubblicato una lettera aperta per esigere che l’ONU e i governi del mondo impongano un embargo militare totale e giuridicamente vincolante verso Israele, simile a quello imposto al Sud Africa durante l'apartheid”. [1] 

La lettera porta la firma dei Premi Nobel Desmond Tutu, Mairead Maguire, Jody Williams and Rigoberta Menchú. Tra le firme italiane Ascanio Celestini, il deputato Giulio Marcon e Luisa Morgantini, già vice presidente del Parlamento europeo. I firmatari affermano che “[l]a capacità di Israele di lanciare impunemente attacchi così devastanti”, come quelli in corso contro la popolazione palestinese a Gaza, “deriva in gran parte dalla vasta cooperazione militare e dalla compravendita internazionale di armi che Israele intrattiene con governi complici di tutto il mondo”.

L’appello per l’embargo ad Israele viene pubblicato dopo l’invasione di terra a Gaza, colpita duramente dall’aviazione, dalla marina e dalla fanteria israeliane, con 28 morti solo nelle prime ore, tra cui tanti bambini. Mercoledì quattro bambini sono stati uccisi dai missili lanciati da una nave di guerra israeliana mentre giocavano a calcio sulla spiaggia di Gaza City, come testimoniato dalla stampa internazionale presente sulla scena. Al dodicesimo giorno di attacchi da cielo, mare e terra, sono almeno 314 i palestinesi uccisi, l’80% civili secondo l’ONU.[2]

firma

La lettera sottolinea il ruolo dell’Europa nell’armare Israele. Non solo i paesi europei “hanno esportato in Israele miliardi di euro in armi” ma l'Unione europea ha anche “concesso alle imprese militari e alle università israeliane fondi per la ricerca militare del valore di centinaia di milioni di euro” sostenendo così lo sviluppo della tecnologia militare israeliana che viene “commercializzata quale ‘collaudata sul campo’ ed esportata in tutto il mondo”.

L’Italia ha il triste primato in Europa per forniture di armamenti ad Israele. Mentre Israele avviava gli attacchi a Gaza, i primi due dei 30 caccia addestratori M-346 della Alenia Aermacchi, gruppo Finmeccanica, sono stati consegnati all'aeronautica israeliana. [3]

Proprio in questi giorni, la Rete Italiana per il Disarmo ha lanciato un appello che esige che “il governo italiano sospenda immediatamente l’invio di armi e sistemi militari a Israele e si faccia promotore di una simile misura presso l’Unione europea”. [4] La consegna degli M-346 ad Israele, i quali possono essere armati e utilizzati per bombardamenti, è avvenuta il 9 luglio, 24º anniversario della promulgazione della legge 185/90 che vieta le esportazioni di armi a paesi che violano i diritti umani. La Rete Disarmo ricorda che “la Legge 185/90 attribuisce al Ministero degli Esteri la facoltà di decisione sull’esportazioni di armamenti” e chiede al Ministro Federica Mogherini “una decisione veloce e chiara in merito alla fornitura degli M346, che impedisca agli armamenti italiani di rendersi complici in futuro di atti di guerra e di violazione dei diritti umani di popolazioni già duramente colpite da decenni di conflitto.”

Il 9 luglio segnava anche il decimo anniversario della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che ha dichiarato illegali il muro e le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, dove Israele prosegue con uccisioni, raid notturni, arresti indiscriminati e demolizione di case. La sentenza della corte specifica gli obblighi giuridici degli Stati a non riconoscere, aiutare o dare assistenza alle violazioni israeliane del diritto internazionale e dei diritti umani.[5] L’Italia non solo non rispetta i suoi obblighi di fermare le violazioni di Israele, ma fornisce il sostegno materiale per perpetuarle.

BDS Italia richiama il governo italiano alla fedeltà alla Costituzione di questo paese, che "ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" e alla legge 185 del 1990 che vieta il commercio di armi con paesi che violano i diritti umani o che sono in guerra. Chiede con forza al governo di revocare l'accordo del 2005 di Cooperazione Militare con Israele, di bloccare ogni fornitura di armi ad Israele, ed in particolare degli M346, e di interrompere ogni forma di collaborazione militare con Israele.

Come si spiega nella lettera per l’embargo, i palestinesi hanno bisogno oggi di solidarietà efficace attraverso misure concrete, non di carità o di parole di condanna vuote.

BDS Italia
bdsitalia@gmail.com
bdsitalia.org

Note:

[1] Una versione breve della lettera è stata pubblicata su The Guardian:http://www.theguardian.com/world/2014/jul/18/arms-trade-israel-attack-gaza
Versione completa in italiano: http://bdsitalia.org/index.php/altre-campagne/bds-armamenti/1367-lettera-embargo
Originale in inglese: http://www.bdsmovement.net/2014/nobel-celebrities-call-for-military-embargo-12316
La lettera può essere sottoscritta al link: http://www.bdsmovement.net/StopArmingIsrael

[2] http://www.ochaopt.org/documents/humanitarian_Snapshot_18July2014_oPt_V1.pdf

http://nena-news.it/e-strage-di-civili-palestinesi-colpite-intere-famiglie/

http://nena-news.it/gaza-diretta-ieri-israele-ha-iniziato-loffensiva-via-terra-undicesimo-giorno-di-combattimenti/

http://nena-news.it/gaza-alle-9-italiane-tregua-umanitaria-intanto-israele-uccide-tre-palestinesi/

[3] http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2014/07/caccia-made-in-italy-per-i-raid.html

[4] http://www.disarmo.org/rete/a/40373.html

 

[5] http://bdsitalia.org/index.php/comunicati-sul-bds/1351-cs-esperti-diritto

 
 
 

Al Film Festival di Sarajevo, Ken Loach chiede il boicottaggio di Israele

Post n°11670 pubblicato il 27 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

Il regista britannico Ken Loach ha chiesto il “boicottaggio di tutti gli eventi culturali supportati dallo Stato israeliano” ad una cerimonia di premiazione in omaggio a due registi palestinesi.

Al Film Festival di Sarajevo (15-23 Agosto), il regista di Kes e di The Wind That Shakes The Barley ha tenuto ieri sera un discorso pieno di passione, in cui ha consegnato il Premio Fondazione Katrin Cartlidge ai registi palestinesi Abdel Salam Shehadeh e Ashraf Mashharawi.

Loach ha definito i due come “probabilmente i due più grandi registi di oggi al mondo, poichè girano i loro film a Gaza.”

Andando a ripescare i ricordi dell’assedio di quattro anni di Sarajevo (1992-1996), Loach ha detto: "So che la gente qui saprà della lotta e del coraggio che si ha bisogno hai bisogno quando si è sotto assedio, e che sente il dolore del popolo di Gaza, come nessun altro. Queste due persone non solo sono sopravvissuti, ma stanno facendo film straordinari.”

Loach ha continuato ad esprimere "enorme frustrazione e rabbia" per il conflitto in corso a Gaza e ha detto: “Il mio paese, per sua grande vergogna, segue il bullo che sono gli Stati Uniti. Ma noi non siamo impotenti. Siamo in grado di agire insieme.”

E’ stato a questo punto che Loach ha suggerito un “boicottaggio assoluto di tutti gli avvenimenti culturali sostenuti dallo Stato di Israele.”

"Riguardo ai film, alla musica, ai contatti accademici. Israele deve diventare uno Stato paria,” ha aggiunto.

"Per andare dal sublime al ridicolo: Israele non dovrebbe essere all’Eurovision Song Contest.”

 “E nessuna squadra di calcio israeliana dovrebbe giocare nelle competizioni europee. Non sono sicuro di quando Israele è diventato parte dell’Europa, la mia conoscenza in geografia non è così buona.”

Prima della consegna del Premio, che mira a dare a nuove voci e nuove prospettive cinematografiche la possibilità di essere viste ed ascoltate, Loah ha aggiunto: “Questi due registi raccontano storie che abbiamo bisogno di sapere.”

Mashharawi, regista palestinese che vivo da rifugiato a Gaza, e che vinse alcuni premi per la sua documentazione dell’attacco israeliana contro Gaza nel 2008-2009, ha detto: “Porto questo Heart of Sarajevo [Cuore di Sarajevo, premio del festival, ndt] alla gente di Gaza perchè so che è il cuore della gente che ha vissuto la stessa esperienza che noi stiamo vivendo adesso.”

“Sono qui come voce dei bambini che sono stati uccisi.”

I film Mashharawi riguardano principalmente storie di Gaza e della Palestina, ma ha anche fatto film riguardanti tematiche al di fuori della regione, inclusi Slavery in Yemen [Schiavitù nello Yemen, ndt] e The Road to Tawerghaa (Libia) [La strada per Tawarghaa, ndt], che hanno vinto il Primo Premio al One World Festival per i diritti umani a Bruxelles.

 

Anche il suo collega Abdel Salam Shehadeh, vincitore del premio, vive a Gaza ed ha diretto più di 15 documentari, come The Cane, Debris, Rainbow e The Shadow, che sono tutti stati proiettati a film festival internazionali.

 
 
 

Giornalisti della Crimea arrestati per le foto ai prigionieri ucraini sfilati a Donetsk da http://italian.ruvr.ru/

Post n°11669 pubblicato il 27 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

Evgeniya Koroleva e Maxim Vasilenko

Evgeniya Koroleva e Maxim Vasilenko

I collaboratori della rivista Crimea Telegraph sono stati arrestati da uomini di Pravy Sektor in Ucraina per le foto scattate sulla marcia dei prigionieri a Donetsk nel Giorno dell'Indipendenza. Lo riporta l'agenzia RIA Novosti.

Dopo il fermo, i giornalisti sono stati portati in una località sconosciuta. Nel campo del movimento ultranazionalista ucraino li hanno coperto il volto con una busta. I giornalisti hanno raccontato che le prime 12 ore le hanno trascorso in un seminterrato con altri prigionieri: 10 uomini e 1 donna.

La corrispondente del Crimea Telegraph Evgeniya Koroleva e il fotografo freelance di Rossiya Segodnya e France Presse Maxim Vasilenko sono stati liberati la sera del 26 agosto. Oggi sono tornati al sicuro a casa.
Per saperne di più: http://italian.ruvr.ru/news/2014_08_27/Giornalisti-della-Crimea-arrestati-per-le-foto-ai-prigionieri-ucraini-sfilati-a-Donetsk-2384/

 
 
 

George RR Martin: «I personaggi, alla fine, si incontreranno. Il che mi darà molta più flessibilità nell’uccidere persone»

Post n°11668 pubblicato il 27 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

da bestmovie

Nuovi aggiornamentisugli ultimi romanzi de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, saga che ha ispirato la serie tv de Il trono di spade

Gianmaria Tammaro -25/08/2014
George RR Martin: «I personaggi, alla fine, si incontreranno. Il che mi darà molta più flessibilità nell’uccidere persone»

George RR Martin e la solita, trita e ritrita storia del “uccidere i personaggi preferiti della gente? Niente di più facile”. Lo scrittore è a lavoro sugli ultimi libri de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, saga letteraria dalla quale è stata tratta la serie tv Il Trono di Spade (e su cui lo stesso Martin, quest’anno, non lavorerà proprio a causa dei suoi impegni come romanziere). E come ha ammesso in una recente intervista a BuzzFeed, riportata anche da Variety, stiamo arrivando ad un punto in cui i punti di vista e gli stessi personaggi finiranno per incontrarsi.

«Il che», ha detto Martin «mi darà molta più flessibilità nell’uccidere  persone». E questo significa solo una cosa: i protagonisti della saga, i personaggi più amati dal grande pubblico, sono in pericolo. Perché è attraverso loro che Martin, nel corso dei libri, ha raccontato la storia. E se si dovrà arrivare ad uno scontro diretto, sarà – inutile girarci attorno – tra di loro.

 
 
 

Kim Ki-Duk: "Sullo schermo la violenza del potere e del capitalismo" da cinecittà news

Post n°11667 pubblicato il 27 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

Michela Greco27/08/2014
"Quando è stato in Corea il Papa si è espresso tra l'altro sul grande divario tra ricchi e poveri e ha parlato della supremazia del denaro, a cui dobbiamo ribellarci"

 

VENEZIA – "Le sette ombre sono sette maschere che rappresentano diverse forme di violenza che il sistema esercita sulle persone. Con One on One invito i sud-coreani a chiedersi chi siano, quale sia il loro posto in società e se sia necessario reagire". Il ventesimo e – finora - ultimo film di Kim Ki-Duk, che ha aperto oggi le Giornate degli Autori indossando una maglietta che invoca verità sulla tragedia del traghetto Sewol, è l'opera più esplicitamente politica del cineasta coreano, che l'anno scorso portò al Lido Moebius, film per molti versi estremo sulla violenza interna alla famiglia. ConOne on One il regista cambia passo e impregna - di nuovo - i suoi fotogrammi di corpi martoriati e scene di sesso per puntare il dito contro la corruzione e i mali del suo Paese raccontando la storia di una liceale (simbolo della democrazia) che viene uccisa da sette assassini, che poi a loro volta saranno cercati e torturati da altrettante "Ombre": sei uomini e una donna in passato vittime di ingiustizie che ora compiono la loro vendetta mascherati con uniformi. In una infinita e insopportabile spirale di violenza, dalla struttura ciclica e ripetitiva, che trasforma le vittime in carnefici e viceversa, denunciando attraverso massicce dosi di brutalità i maltrattamenti domestici verso le donne e gli abusi di potere, la disoccupazione e il malaffare. Ma senza rinunciare al gusto per l'ironia caro a Kim Ki-Duk, che fa dire a uno dei personaggi "Il nostro è un paese di merda, ma certo non quanto la Corea del Nord". 

Questo film è più esplicitamente politico dei suoi precedenti. Perché ha sentito l'esigenza di questa denuncia? 
Perché sono scioccato ogni giorno dal vivere in Corea, un Paese in cui la corruzione è considerata un'abilità. Volevo descrivere alcuni problemi della società e capire attraverso il film se viviamo in una società che considera preziose le persone che la compongono, e le tratta con rispetto e amore, oppure se siamo legati da rapporti di natura diversa. Tutti stanno dicendo che One on One è completamente diverso dai film che ho fatto finora, ma è vero solo in parte. I temi, l'ambientazione e la struttura narrativa sono diversi, ma c'è una domanda fondamentale alla base di tutto – chi siamo? - che lo pone in continuità con tutto il mio cinema. 

È anche un film molto più parlato rispetto a quanto ci ha abituato. E' un modo per andare incontro al pubblico?
Ho fatto film senza dialoghi, come Ferro 3 e Moebius ma, ad esempio, ci sono molte parole in Pietà. Dipende semplicemente dalla natura del film e dai suoi contenuti. 

One on One è stato girato in soli 10 giorni, perché?
Perché è un film a basso budget che ha portato con sé tempi veloci di realizzazione. Dietro la macchina da presa mi sono mosso molto velocemente con gli attori per girare più scene possibili e avere molto materiale a disposizione al montaggio, ma prima dell'inizio delle riprese ho fatto tre letture con tutti gli attori, che sono arrivati sul set preparati per questo lavoro così rapido. 

Nel film ci sono solo due donne: quella che viene uccisa all'inizio e una delle Ombre. Perché? 

Tradizionalmente la presenza delle donne nella società coreana è sempre stata molto limitata, le donne sono state grandi vittime della società del mio Paese e hanno sempre avuto molto poco peso, le loro voci non sono state quasi mai ascoltate. Probabilmente mi sono trovato a esprimere questo inconsapevolmente. 

La riflessione morale e filosofica sulle vittime che diventano carnefici e viceversa lascia pensare a una dimensione politica che travalica i confini della Corea ed è anche molto attuale, con il Papa che ha appena detto che siamo nel pieno di una Terza Guerra Mondiale a pezzi...

Quando è stato in Corea il Papa si è espresso tra l'altro sul grande divario tra ricchi e poveri, con i primi che diventano sempre più ricchi e i secondi sempre più numerosi e sempre più poveri. Ha parlato della guerra economica in atto e della supremazia del denaro, a cui dobbiamo ribellarci. One on One è stato interpretato, giustamente, come un film politico, ma ha come scopo anche la critica del sistema capitalistico che mette il denaro davanti a tutto e diventa l'unico elemento che regola i rapporti tra gli esseri umani. Bisogna ritrovare la centralità dell'essere umano nella nostra vita, tra le persone e le nazioni.

 
 
 

Keaton, Iñárritu e l’Ego-movie

Post n°11666 pubblicato il 27 Agosto 2014 da Ladridicinema
 

Andrea Guglielmino27/08/2014
VENEZIA – Convince un po’ tutti il film d’apertura di Venezia 71, il Birdman - The Unexpected Virtue of Ignorance diAlejandro González Iñárritu con protagonista Michael Keaton – oltre ad altri nomi noti, tra cui Edward Norton e Emma Stone – che si presenta come una raffinata, metacinematografica e stratificata riflessione sull’Ego, quello individuale e quello dell’industria cinematografica, abbracciando vari generi e soprattutto vari linguaggi. Il protagonista Riggan Thomson (Keaton) è a sua volta un attore conosciuto per aver interpretato un famoso supereroe – il Birdman del titolo, ma è chiaro il riferimento al Batmanincarnato da Keaton negli anni ’90 per la regia di Tim Burton – che lotta per portare in scena uno spettacolo teatrale a Broadway, conciliando al contempo i problemi con la sua famiglia, la sua carriera e sé stesso. Birdman gli appare come personificazione delle sue angosce interiori, e gli parla con toni a volte concilianti, a volte aggressivi e inquietanti. A tratti lo istiga ad autodistruggersi, a tratti lo scuote permettendogli di dare il meglio. Non si può evitare di pensare anche alla recente scomparsa di Robin Williams. “Una morte – dice l’attore – che ha colpito molto gli Usa, in quanto arrivata inaspettatamente. Ognuno di noi sente il peso del suo lavoro in maniera diversa, ma il lavoro è lavoro, serve per guadagnarsi da vivere ma è triste pensare che possa influire in maniera così negativa sulla propria esistenza. Riggan lo vive come un’ossessione e questo gli fa cambiare la sua prospettiva”. 

Per il messicano Iñárritu si tratta certamente di temi insoliti: “Dopo tanti film puramente drammatici e piccanti come un piatto di chili – dice il regista – avevo bisogno di un dessert. D’altro canto se non tenti di fare qualcosa di nuovo, che ti spaventi un po’, non vai avanti. Certamente è un film sull’ego, tutti battagliamo con il nostro Birdman interiore, ma alla fine abbiamo bisogno di affetto, non di ammirazione. Non è un problema dei soli attori, l’ego può distruggere qualunque persona che, se facilmente esposta al pubblico, non sia in grado di controllarlo. Riggan è convinto di avere poteri telecinetici, è un simbolo che sta a significare l’illusione di poter fare più di quello che si è effettivamente in grado di fare”. 

C’è sicuramente, dietro alla pellicola, una certa conoscenza del mondo dei fumetti e dei film di supereroi. Negli anni ’90 Burton poteva fare un blockbuster su Batman ed uscire comunque come un autore. Oggi è molto più difficile, ci sono i Marvel Studios e tutto è appiattito nel calderone della continuità narrativa e stilistica tra un film e l’altro. Il Thor dello shakespeariano Kenneth Branagh non differisce troppo dall’Iron Man di Shane Black, autore di commedie e ‘buddy-movies’. “Si tende a pensare che il cinema d’autore sia quello buono e quello commerciale cattivo – dichiara Iñárritu  - ma non è vero, ci sono buoni e pessimi esponenti di cinema in ogni genere. Il vero problema è che il cinema buono non arriva al pubblico di massa, che è stato esposto a una dieta eccessivamente ricca di zuccheri e carboidrati, che gli ha fatto perdere sensibilità. I festival in questo senso rappresentano un po’ l’ultima spiaggia”. “Burton è stato un pioniere – continua Keaton a tal proposito – in grado veramente di cambiare le regole del sistema. E’ stato il primo a riferirsi ai fumetti di Frank Miller con una visione rivoluzionaria anche grazie alle idee dei produttori. Pensiamo al costume che costruirono per Batman e a quante volte è stato frammentato e ricostruito per i film di super-eroi successivi, come una striscia di cocaina. Sono orgoglioso di averne fatto parte, ma non direi che Batman mi segue come Birdman. Bisogna tenere a bada il proprio ego. Diciamo che io guido la macchina e lui è seduto al posto del passeggero”. “Ho scelto Keaton – spiega Iñárritu  – non tanto per i suoi trascorsi sotto il costume del Cavaliere Oscuro, ma perché avevo bisogno di un attore in grado di spaziare su più registi, dal comico al drammatico. Nessuno ha la sua sicurezza in questo senso”. “Non che io sia mai stato un fan dei supereroi – fa eco ancora l’attore – da ragazzo ero più attratto da storie realistiche, sulla Seconda Guerra Mondiale, sui Cowboy, oppure gialli e crime-stories. Tutto ciò che è poco realistico non mi attrae, perché non riesco a crederci e quindi non mi pare emozionante”. 

Altri temi del film. La facile esposizione fornita dai social network: “Non li uso – dice Iñárritu  - non ho tempo di farlo e non voglio una nuova dipendenza, alla mia età. Non che io voglia essere critico. Osservo quello che accade e temo che ci sia il pericolo di una distorsione sostanziale della realtà e della verità, con progressiva diminuzione di tempi e spazi per la riflessione e la comunicazione". Il rapporto tra cinema e teatro: “il conflitto va avanti da sempre – prosegue il regista – gli attori di teatro solitamente sviluppano maggiori capacità istrioniche a scapito di una minore popolarità, e vice versa”. “Per me non c’è grande differenza – dice Keaton che ha adattato il suo stile rendendolo particolarmente operatico – è solo lavoro e non distinguo tra cinema e teatro, ma non mi era mai capitato di fare un film così. Era molto teatrale anche Beetlejuice, volendo, ma non posso dire di avere una preferenza”. Una stilettata se la prendono anche i critici, rappresentati dall’arido e spietato personaggio di Lindsay Duncan. “In realtà – conclude Keaton – le critiche non le leggo. Principalmente per pigrizia”.

 
 
 
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