Creato da Ladridicinema il 15/05/2007
Blog di cinema, cultura e comunicazione
 

Messaggi del 08/09/2017

Il colore nascosto delle cose

Post n°13975 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

 

Il colore nascosto delle cose è un film di genere drammatico, sentimentale del 2017, diretto da Silvio Soldini, con Valeria Golino e Adriano Giannini. Uscita al cinema il 08 settembre 2017. Durata 115 minuti. Distribuito da Videa.

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Emma (Valeria Golino) ha perso la vista a sedici anni, ma non si è lasciata inghiottire dall'oscurità. Il colore nascosto delle cose apre uno spiraglio nel suo mondo ovattato, cangiante, ritratto con profondità e immaginazione da una mente spigliata e irriducibile. Segue i suoi passi corti e incerti lungo le strade accidentate della città, guidata dal bastone bianco che non l'abbandona mai, come la consapevolezza che ogni giorno è una battaglia con qualche inaspettata sorpresa nel mezzo. L'incontro con lo sfuggente Teo (Adriano Giannini) è una delle sorprese che la vita le riserva nel finale, come risarcimento di un divorzio recente più che di un handicap assimilato. Teo è sicuro, avvenente, egoista, concentrato soltanto sulla carriera di "creativo" per un'agenzia pubblicitaria dalla quale non stacca mai, grazie a tablet e cellulari che lo tengono in perenne e compulsiva connessione con il mondo. Lui, che salta da un letto all'altro scivolando fuori alle prime luci dell'alba, avvicina l'osteopata per gioco e per scommessa, incuriosito da quella donna originale che coglie le sfumature delle cose senza riuscire a tracciarne i contorni. Una ventata di leggerezza li sorprende, ma quel galleggiare in allegria bruscamente finisce. Ognuno torna alla propria vita, anche se niente sarà più come prima.


Presentato Fuori Concorso (Fiction) al Festival di Venezia 2017.SCENEGGIATURA: Doriana LeondeffDavide LantieriSilvio Soldini

  • PRODUZIONE: Lumiere & Co., Rai Cinema, Ventura Film, RSI Radiotelevisione svizzera / SRG SSR
 
 
 

Dove cadono le ombre

Post n°13974 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

Dove cadono le ombre è un film di genere drammatico del 2017, diretto da Valentina Pedicini, con Elena Cotta e Federica Rosellini. Uscita al cinema il 06 settembre 2017. Durata 95 minuti. Distribuito da Fandango Distribuzione.

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Dove cadono le ombre racconta una pagina nera della recente storia svizzera: il tentativo di sterminio genetico del popolo nomade degli Jenisch. Tra il 1926 e il 1973, centinaia di bambini vengono brutalmente strappati alle loro famiglie, "ricoverati", stipati in vecchi fatiscenti istituti psichiatrici dove ha luogo la rieducazione. Condannati per anni a una serie di crudeli torture fisiche e psicologiche (bagni gelati, elettroshock, sterilizzazione), molti di loro si aggrappano ai brandelli di quell'infanzia rubata, finendo per diventare anime "bambine" incastrate in corpi di adulti. Anna (Federica Rosellini), infermiera di un vecchio istituto per anziani, è tra quelli che hanno provato a dimenticare e a ricostruire un rifugio accogliente sulle ceneri dell'ex orfanotrofio in cui è cresciuta. Ma quando dal passato riappare Gertrud (Elena Cotta), una vecchia signora dai modi gentili, tutto precipita e il nastro dell'orrore si riavvolge. Sulle pareti dell'ala ovest, la zona delle torture, riappaiono le ombre degli abusi e dei maltrattamenti, l'istituto perde dunque i contorni attuali e torna ad essere ciò che era: tempio di un progetto di eugenetica capitanato da Gertrud in persona. Anna, schiava di quel luogo e di un'infanzia dolorosa che non termina mai, riprende allora le ricerche di Franziska, un'amica d'infanzia sparita misteriosamente molto tempo prima. Ispirato a una storia vera, a settecento storie vere.


Il film sarà In Concorso alle Giornate degli Autori della 74ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

  • PRODUZIONE: Fandango in collaborazione con Rai Cinema

 
 
 

In Dubious Battle - Il coraggio degli ultimi

Post n°13973 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

Titolo originale: In Dubious Battle

In Dubious Battle - Il coraggio degli ultimi è un film di genere drammatico del 2016, diretto da James Franco, con James Franco e Selena Gomez. Uscita al cinema il 07 settembre 2017. Distribuito da Ambi Media Italia.

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In Dubious Battle - Il coraggio degli ultimi è un racconto corale tratto da uno fra i più potenti e forse meno conosciuti romanzi di Steinbeck, tradotto nell’edizione italiana da Eugenio Montale con il titolo "La Battaglia". 1933, protagonista della storia è il giovane attivista politico Jim Nolan (Nat Wolff) che, spalleggiato dal brillante compagno del "Partito" Mac McLeod (James Franco), si infiltra in un gruppo di braccianti raccoglitori di mele della California con l'obiettivo di indurli allo sciopero contro i padroni per il riconoscimento dei propri diritti. Sono infatti gli anni della Grande Depressione e il proprietario terriero Chris Bolton (Robert Duvall) ha ridotto drasticamente i salari. Con un cast che comprende tra gli altri Selena Gomez, Bryan Cranston e Vincent D'Onofrio, il film porta sullo schermo la battaglia tra lavoratori e capitalisti, soffermandosi sul coraggio delle classi meno abbienti e la potenza degli ideali politici.


Tratto dal romanzo del Premio Nobel John Steinbeck del 1936 (in Italia conosciuto come "La Battaglia").SCENEGGIATURA: Matt Rager

  • MUSICHEVolker Bertelmann
  • PRODUZIONE: Ambi Media Group, Rabbit Bandini Productions, That's Hollywood Pictures

 
 
 

La Fratellanza

Post n°13972 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

Titolo originale: Shot Caller

La Fratellanza è un film di genere drammatico, thriller del 2017, diretto da Ric Roman Waugh, con Nikolaj Coster-Waldau e Jon Bernthal. Uscita al cinema il 07 settembre 2017. Durata 121 minuti. Distribuito da Notorious Pictures.

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La star di Game of Thrones, Nikolaj Coster-Waldau, è l'impetuoso protagonista del thriller La fratellanza. Finito in prigione per aver causato accidentalmente la morte di un amico in un incidente d'auto, Jacob "Money" Harlon (Coster-Waldau) lotta per sopravvivere ai pericoli della detenzione e alle ostilità tra gang rivali. Money si schiera con la fratellanza ariana, la quale, dopo che l'uomo viene rilasciato per buona condotta, lo costringe a orchestrare un crimine per proteggere la sua ex moglie e sua figlia.  


  • MUSICHEAntonio Pinto
  • PRODUZIONE: Bold Films, Participant Media, Relativity Studios

 
 
 

L'ordine delle cose

Post n°13971 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

L'ordine delle cose è un film di genere drammatico del 2017, diretto da Andrea Segre, con Paolo Pierobon e Giuseppe Battiston. Uscita al cinema il 07 settembre 2017. Durata 115 minuti. Distribuito da Parthénos Distribuzione.

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Se la legge e il senso comune contrastano tra loro, è possibile sovvertire L'ordine delle cose? La domanda tormenta il povero Corrado (Paolo Pierobon), un alto funzionario del Ministero degli Interni italiano specializzato in missioni internazionali contro l’immigrazione clandestina. A lui viene affidato il delicato compito di arginare i viaggi illegali dalla Libia verso l’Italia, conciliando la realtà di un Paese attraversato da profonde tensioni intestine, la Libia post-Gheddafi, con gli interessi italiani ed europei. Corrado fa il suo lavoro, e lo fa bene come al solito: stringe mani, incontra colleghi italiani e francesi (tra i quali LuigiGiuseppe Battiston), si muove tra le stanze del potere, porti e centri di detenzione per migranti. Ma commette un errore imperdonabile. Si lascia coinvolgere nelle vicende personali dell'ostinata Swada, una donna somala che sta cercando di scappare dalla detenzione libica e di attraversare il mare per raggiungere il marito in Europa. La missione di Corrado, incentrata sui numeri e non sulle persone, apre al lato umano della questione. La storia di Swada sfiora la coscienza dell'irreprensibile funzionario, adesso combattuto tra l'adempimento del suo dovere e l'istinto di aiutare qualcuno in difficoltà.


 
 
 

Miss Sloane - Giochi di Potere

Post n°13970 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

Titolo originale: Miss Sloane

Miss Sloane - Giochi di Potere è un film di genere drammatico, thriller del 2016, diretto da John Madden, con Jessica Chastain e Gugu Mbatha-Raw. Uscita al cinema il 07 settembre 2017. Durata 132 minuti. Distribuito da 01 Distribution e Leone Film Group.

Poster

 
 
 

Film nelle sale da ieri

Post n°13969 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

 
 
 

Helen Mirren: il film di Winspeare rivela bellezza e poesia da cinecittànews

Post n°13968 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA. Helen Mirren, Oscar per The Queen, “Ella” qui a Venezia nel film di Paolo Virzì The Leisure Seeker, ha visto il film di Edoardo Winspeare La vita in Comune e da salentina adottiva – vive molta parte dell’anno a Tiggiano – ha tenuto a esprimere il suo giudizio: “È un film speciale e io voglio dargli tutto il mio supporto perché Winspeare racconta una comunità che mi piace molto e sa coglierne la verità. È un film che rivela bellezza e poesia. E noi apprezziamo tutto ciò che viene fatto per salvare la natura e la sua bellezza”.
Non meno entusiasta il marito Taylor Hackford (Ufficiale e gentiluomo, Il sole a mezzanotte, L’avvocato del diavolo): “È una favola poetica sulla gente di qui in Salento, che cerca di cavarsela, ma è sempre fiera e di leale verso la famiglia e verso la comunità. È una commedia, ma è anche un film serio; fa ridere, ma nel modo giusto. È interessante e sorprendente, come nella scena della telefonata del papa. Noi che viviamo in Salento sentiamo che i personaggi sono autentici”.

 
 
 

Lo sguardo di Valeria

Post n°13967 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA - Nasce dall'intensa esperienza di un bel documentario del 2013 (Per altri occhi), il nuovo film di Silvio SoldiniIl colore nascosto delle cose, presentato alla Mostra fuori concorso e dall'8 settembre in sala con Videa. Commedia sentimentale dai tratti inusuali, di grande ricchezza psicologica come spesso i film di questo regista milanese autore di opere come Pane e tulipani Un'anima divisa in due, è la storia dell'incontro tra Emma (Valeria Golino), un'osteopata non vedente che si è da poco separata dal marito, e Teo (Adriano Giannini), un pubblicitario poco propenso ai legami che all'inizio decide di frequentarla per scommessa con un collega, "riuscirà a portami a letto la cieca". 

"La vista ci porta a giudicare e ci fa restare in superficie, specie quando s'incontra una persona per la prima volta, decidiamo immediatamente tante cose sul suo conto da uno sguardo - racconta Soldini - diverso conoscere qualcuno se non lo vedi. Da una stretta di mano, dall'energia che arriva da lui, passa una conoscenza più profonda e sottile. Per la prima volta Teo non si sente giudicato e l'ascolto che Emma gli dedica è diverso da quello di tutti gli altri, specie in un mondo fatto di apparenza come quello in cui gravita". 

Anche gli sceneggiatori, Doriana Leondeff e Davide Lantieri, sono rimasti colpiti dall'incontro con le persone prive di vista che li hanno aiutati a mettere a fuoco tanti dettagli trattati con esattezza e rispetto. "Alla lettura della sceneggiatura le amiche non vedenti era come se avessero già proiettato il film nella loro testa, dimostrando che si vede anche senza gli occhi", dice Leondeff. Che sottolinea come ci siano più coppie in cui è la donna a vedere e l'uomo cieco "forse perché la donna è portata per cultura a prendersi cura, ma a noi interessava il contrario, raccontare un uomo che non si è mai assunto responsabilità e una donna più risolta nonostante suo handicap". 

Valeria Golino, perfetta nel ruolo di Emma, donna sicura di sé, ironica e piena di risorse nonostante la disabilità, racconta la lunga preparazione al ruolo. "Silvio mi ha messo in contatto con non vedenti e operatori del settore e tutti si sono prodigati con allegria per aiutarmi nella preparazione tecnica, sensoriale e psicologica. Ho fatto tanti esercizi bendata camminando per la città col bastone, che non è facile da usare. Mi hanno mostrato come si muovono in casa, come cucinano, come rispondono al telefono e usano il cellulare. Ma forse la cosa più complicata è stato non potere usare gli occhi per recitare, non guardare mai Adriano". 

"Trovarsi a non essere guardato dal partner è qualcosa di nuovo e di strano", dice Giannini. Che descrive così il suo personaggio: "Teo è un uomo in fuga dalle donne, dalle responsabilità, da se stesso, dal suo passato. L'incontro con Emma e l'avvicinamento sensoriale, la verità di cui Emma è portatrice, lo costringono a guardarsi e mettersi in discussione. In fondo il vero cieco è lui, è un disgraziato che ne fa di tutti i colori: dice bugie, esce da un letto per entrare in un altro, tradisce la fidanzata (Anna Ferzetti, ndr) e rimanda il momento di andare a vivere con lei". 

Dall'esperienza del documentario Per altri occhi è venuta anche la voglia di smontare tanti luoghi comuni sulla disabilità, perché i ciechi vivono una vita molto più normale di quello che immaginiamo, fanno sport, dalla vela al baseball, e vanno al cinema (ad esempio con la app Movie Reading hanno una audioguida per le scene senza dialoghi). "Grazie all'esperienza del doc - chiarisce Soldini - ho scoperto un mondo che pensavo di conoscere e invece non conoscevo". 

Nel film troviamo anche due personaggi che rappresentano sfumature diverse di questa condizione, come l'ipovedente Patti (Arianna Scommegna) e la giovanissima studentessa Nadia (Laura Adriani) che ancora non accetta la sua disabilità. "Tutti i non vedenti con cui ho parlato - chiarisce Soldini - mi hanno detto che il momento in cui hanno perso la vista è stato il più difficile. Accettare di essere considerati dagli altri come ciechi, tirare fuori il bastone bianco, è un momento che viene rimandato il più possibile, ma tutti sono riusciti a reagire dopo un momento di depressione con vitalità e forza, consapevoli di voler vivere la vita e poterlo fare. Il personaggio di Nadia richiama il percorso di Emma, perché la sua forza e la sua leggerezza, non sono scontate, sono conquiste che vengono da un momento di disperazione. Oggi è tanto forte da aver lasciato il marito e vivere da sola". 

Infine una domanda sulla collocazione del film. Essere fuori concorso è un problema? "E' fantastico, mi basta la preoccupazione di uscire domani in sala".

Il colore nascosto delle cose è prodotto da Lumière & CO. con Rai Cinema, in coproduzione con RSI RADIOTELEVISIONE SVIZZERA/SRG SSR, con il contributo del MiBACT, il sostegno della Regione Lazio. 

 
 
 

Abdellatif Kechiche: il mio non è uno sguardo maschilista

Post n°13966 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA. Quarta partecipazione alla Mostra per il regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche che porta in Concorso il chilometrico, tre ore, Mektoub, My Love: canto uno (Concorso) per la cui realizzazione, rimasto senza fondi nella fase di montaggio, ha messo all’asta una serie di memorabilia raccolti durante la sua carriera. Tra questi la Palma d’Oro del 2013 vinta per La vita di Adele, che raccontava l’iniziazione sentimentale e sessuale di una ragazza, attraverso il turbolento rapporto amoroso con una pittrice.

Anche Mektoub, My Love: canto uno, ispirato dal romanzo "La blessure, la vraie" di François Bégaudeau, è un racconto di formazione ambientato nel 1994 che ci porta dentro l’ansia di vivere, la libertà e la passione amorosa della gioventù. Protagonista è il giovane Amin (Shaïn Boumedine) che, lasciati gli studi di medicina, cerca la sua strada tra la scrittura di sceneggiature e la passione per la fotografia. Amin, che vive a Parigi, torna per l’estate nella sua cittadina natale sul mare, nel sud della Francia, ritrovando la famiglia e gli amici d’infanzia. Trascorre la vacanza insieme al cugino Tony (Salim Kechiouche) seduttore impenitente, all’amica Ophélie (Ophélie Bau), promessa sposa a un uomo, militare nella Guerra del Golfo, che non ama, alle tante ragazze in vacanza e ai familiari che gestiscono un ristorante di specialità tunisine.
La vita di Amin trascorre tra spiaggia, mare, bevute, discoteca e soprattutto sguardi e incontri con le tante giovani che lo circondano con la loro sensualità e i loro corpi. Amin pare incantato da tanta vitalità e voglia di cogliere l’attimo, ma rispetto ai coetanei  vive da spettatore, quasi timido e incerto, in attesa di quel tempo dell’amore che solo il destino, 'mektoub', può decidere.

Per ottenere dagli attori spontaneità e naturalezza il regista si è impegnato in un lungo processo di conoscenza fatto di prove su prove, in un intenso lavoro quotidiano di ricerca e analisi.
Perché ambientare il film a metà degli anni ’90? “Credo che per capire il presente è necessario comprendere il passato. Ho descritto la fine di un secolo che ho conosciuto bene, un’epoca in cui la gente viveva in modo più armonioso. Spesso nella Storia accade che capiamo l’inizio del nuovo secolo guardando a quello precedente”.

Amin, il personaggio principale del film, non è il suo alter ego. Kechiche non ritiene che il film sia autobiografico, anche se riflette qualcosa di se stesso. “Non voglio parlare di me stesso o spiegarmi. Certo noi tutti abbiamo vissuto in gioventù vicende amorose. Osservo invece i miei personaggi, li guardo, li amo, li analizzo e non li giudico. Questo è un film anarchico, nel senso nobile del termine cioè, destinato a rompere le catene della gerarchia”.
Il film, come ci rivela la scena di Amin in mezzo al gregge di pecore, intento a fotografare il momento della nascita dei piccoli agnelli, vuole essere “un inno alla vita e alla luce, un’ode alla bellezza, un racconto gioioso e euforico che interroga le conseguenze delle azioni passate sul presente. Questa luce è la libertà di pensiero, la libertà che rivendico”.

E a una giornalista che lo critica per il suo sguardo maschilista, insistito solo sui corpi delle donne, di averle addirittura rappresentate come oggetto sessuale, Kechiche risponde perentorio di “avere solo mostrato le donne come forti, potenti e libere”.
E a chi gli chiede se i produttori (i partner italiani Good Films, Bianca Film e Nuvola Film) gli imporranno di intervenire sulla lunghezza di Mektoub, il regista ricorda che nulla gli è stato imposto e anche lui con la Quat’sous Films è coinvolto nella produzione. E in chiusura annuncia che ci sarà un seguito, un Canto due nel quale i diversi nodi drammatici visti nel Canto Uno si scioglieranno, e tra questi ci sarà il ritorno dalla Guerra del Golfo del militare fidanzato di Ophélie.

 
 
 

Brutti e cattivi (e anche un po’ sporch

Post n°13965 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA – Una commedia nera  su un gruppo di disabili infami, cialtroni e criminali è l’opera prima dello scenografo Cosimo GomezBrutti e cattivi, a Venezia nella sezione Orizzonti. Un film a tratti irresistibilmente scorretto, partito nel 2012 con la vittoria del Premio Solinas, grazie al quale “il percorso produttivo successivo è stato in discesa”, rivela il regista: “Poco dopo aver vinto il premio bussò alla porta un produttore, Fabrizio Mosca. Insieme a lui e con l’aiuto di Luca Infascelli, co-sceneggiatore del film, per cinque anni abbiamo trasformato quel soggetto in un film”. Protagonisti di Brutti e cattivi, che arriva in sala dal 19 ottobre con 01, Claudio Santamaria, Marco D’amore e Sara Serraiocco, rappresentanti di un’umanità reietta e avida, alla ricerca di riscatto. C’è il Papero, mendicante ex circense nato senza gambe, Ballerina, esperta di cinese senza braccia e con l’hobby della danza, il Merda, rasta tossico sempre in perenne stato di semi-coscienza e Plissé, un nano rapper, interpretato dalla star trash del web Simoncino Martucci (in arte ‘Simoncino-Mentemalata’ che qualche problemino con la giustizia ce l’ha avuto per davvero). I quattro si improvvisano rapinatori per il colpo in banca che dovrebbe cambiare le loro vita, in un crescendo di colpi di scena in cui tutti imbrogliano tutti, senza nessuna pietà, in una girandola di inseguimenti, vendette, esecuzioni e tradimenti. “Il film nasce dall'idea scorretta che ogni essere umano può essere avido, cattivo e spietato - sottolinea Gomez - anche i disabili, verso cui è uso comune avere un cero pietismo, spesso falso. Un atteggiamento buonista che, tra l'altro, il vero disabile detesta. L’elemento che sta, invece, alla base del film è l’uguaglianza: il fatto che tutti i protagonisti abbiano una disabilità è un dato di fatto, ma quello che fanno per tutto il film è lottare per il proprio obiettivo. Qualcosa che, in fondo, è quello che tutti facciamo”. Un gruppo di emarginati che pretende di riprendersi, senza scrupoli, quello che la natura gli ha tolto dalla nascita. Che offendono e vengono offesi, fanno sesso, uccidono e vengono uccisi. Personaggi la cui disabilità nel film passa quasi in secondo piano rispetto alla loro cinica attitudine di vita. “Mi piacerebbe, però, venisse in qualche modo considerato anche un film sull’amore. Quando uno dei personaggi per la prima volta ha uno scatto di generosità verso un altro, otterrà la ricompensa più importante, non solo il denaro ma anche l’amore”.

“Girare questo film mi è piaciuto tantissimo, soprattutto per la grande trasformazione fisica che ha richiesto”, rivela Claudio Santamaria, acconciato in scena con un orribile riporto che l’ha costretto ad andare in giro con il cappellino per un po’, “ma è stato divertente”, assicura. “La cosa più importante è stato lavorare sul dolore dei personaggi. Uno che nasce senza gambe è un po' arrabbiato nei confronti della vita. Lavorare su questa sofferenza di fondo è stato un fattore fondamentale per dare veridicità alla storia senza cadere nel grottesco”. Tra i personaggi quello di Ballerina, nata senza braccia e che fa tutto con i piedi, è forse quello che ha richiesto la sfida fisica più impegnativa. Per affrontarla Sara Serraiocco, in scena senza controfigure, si è preparata per mesi allenando corpo e postura con le braccia legate dietro la schiena. “È un ruolo che mi ha affascinato fin dall’inizio perché conosco, da quando ero piccola, una ballerina di nome Simona Atzori, a cui si è ispirato il regista. Quindi per me non era strano pensare a una persona che facesse tutto con i piedi, era come se già la conoscessi. Mi sono poi documentata molto, ho visto tanti video su come mangiare, prendere gli oggetti, dipingere con i piedi, e su come i piedi vengono usati anche per esprimere delle emozioni, quindi anche nel parlare”. 

Il film è in qualche modo esteticamente vicino al cartoon, con un impianto visivo meticoloso sin dalla fase produttiva, e in cui una parte importante del processo creativo è stato affidato alle stesura dello storyboard e dei disegni realizzati da Marco Valerio Gallo, autore anche delle vignette di Lo Chiamavano Jeeg Robot, film per cui ha vinto nel 2016 la prima Pellicola d'Oro assegnata a uno storyboard: “Ho conosciuto Cosimo Gomez tramite la casa di produzione Casanova. Inizialmente pensavamo di realizzare i bozzetti solo di una parte del film, alla fine abbiamo illustrato quasi tutte le scene in maniera molto precisa e dettagliata. Tutta la progettazione e la lavorazione del film si è basata sui disegni, fatti, in parte dallo stesso Gomez che ha tratteggiato i personaggi, in parte da me che ho illustrato le sequenze.” 

 
 
 

Premio Pasinetti al cast di Ammore e malavita

Post n°13964 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA - Premi Pasinetti 2017 al film sorpresa di Venezia 74 Ammore e malavita dei Manetti Bros. al quale va anche il riconoscimento tradizionalmente riservato agli attori, per l'intero cast dei protagonisti Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso, Raiz, Franco Ricciardi, Antonio Buonomo. Nel segno dell’attenzione alle nuove proposte i Giornalisti Cinematografici SNGCI hanno assegnato Premi speciali, tra i film italiani presentati alla Mostra, a due titoli interessanti non solo per la qualità artistica ma anche per l’operazione produttiva: Gatta Cenerentola di Alessandro Rak e Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli. In una Mostra che ha confermato in tutte le sue sezioni più che la promessa di una ‘nouvelle vague’ il tentativo - non sempre riuscito ma interessante - di una ricerca di nuovi linguaggi, i giornalisti sottolineano con queste scelte il desiderio del cinema italiano di cercare un respiro anche internazionalmente più ampio. Una tendenza che Venezia ha dimostrato soprattutto con le proposte in concorso.  

 
 
 

Alessandro D'Alatri: viaggio intimo nel carcere

Post n°13963 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA. E’un viaggio intimo all'interno del microcosmo delle carceri, il cortometraggio La legge del numero uno (Giornate degli Autori - Eventi Speciali), diretto da Alessandro D'Alatri che sarà trasmesso da Rai3 domenica 10 settembre in doppia collocazione alle 20.05 e alle 23.20.
Tre uomini che non hanno niente in comune, ripongono in un colloquio con un magistrato l'unica speranza di riottenere qualche giorno di libertà. Un faccendiere, un malavitoso romano, un cittadino dell'Est specializzato in traffici illeciti. In comune hanno la convinzione, infondata che solo il primo che andrà al colloquio otterrà il permesso premio. In una cella d'attesa i tre uomini si trovano coinvolti in una partita senza esclusione di colpi per garantirsi il primo posto al colloquio.

La legge del numero uno fa parte dei "Corti del Premio Goliarda Sapienza", una collezione di cortometraggi ispirati ai racconti del concorso letterario dedicato ai detenuti delle carceri italiane che dal 2013 Rai Fiction ha deciso di produrre per rafforzare l'impegno del servizio pubblico nel racconto della condizione carceraria.
“Il Premio Goliarda Sapienza mi ha educato a comprendere i ‘racconti dal carcere’. Frammenti di dolorose realtà: storie di uomini e donne che riempiono lo scorrere del tempo interrogandosi sugli errori commessi e le pene da scontare - afferma Alessandro D’Alatri - Qui il protagonista è l’attesa: di un permesso premio, dei domiciliari, di uno sconto di pena. Questo cortometraggio è l’occasione per raccontare l’aspetto centrale di quelle attese: il colloquio con il magistrato. In una camera di sicurezza tre detenuti, si confrontano con una delle tante leggende carcerarie: la legge del numero uno. L'arte e la cultura sono un antidoto contro il disagio sociale e la criminalità. Seguo il progetto da diversi anni e molti detenuti mi hanno detto: se avessi conosciuto prima il cinema forse oggi non sarei qui. Per fortuna c'è fermento. Sto lavorando a Napoli per la seconda stagione de I bastardi di Pizzo Falcone, e mi rendo conto che in ogni quartiere ci sono almeno quattro cinque teatri che lavorano per il pubblico locale. E' molto bello. Tra l'altro come questo è il mio primo corto quella è la mia prima esperienza televisiva, insieme a un tv movie che si chiama In punta di piedi e che tratta di come si esce dal mondo della criminalità attraverso la danza. Tornando al film, mi ha interessato notare come il microcosmo del carcere rappresenti una sintesi del macrocosmo circostante. Vigono le stesse regole, ma potenziate. Inoltre, i carcerati che cercano il colloquio con il magistrato si comportano davvero come attori. Come mi presento, che figura faccio. Il momento del colloquio è per loro il più importante, calcolando anche quanto ci vuole a ottenerne uno".

"Rai Fiction sente la responsabilità di rappresentare le tante facce del Paese e di accogliere nel racconto anche la realtà dell'emarginazione, dell'esclusione e di chi nella reclusione vive un tempo di riflessione, disagio e speranza - dichiara Eleonora Andreatta, direttrice di Rai Fiction - D'Alatri è un regista che ha saputo trattare questa materia con grande umanità, verità, ma anche con leggerezza di tocco. Come nei casi precedenti anche questa storia trova il suo spazio ideale all'interno del palinsesto di Rai3, una rete aperta al racconto del reale e della contemporaneità".

 
 
 

Giornate degli Autori: le minoranze cinesi e il sex thriller

Post n°13962 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA –Dopo Underground Fragrance, miglior film al Festival di Chicago 2015, il regista cinese Pengfei torna nella sezione parallela della Mostra con The Taste of Rice Flower (Mi Hua Zhi Wei). Ye Nan (Ying Ze) è una giovane madre che appartiene alla minoranza Dai e fa ritorno al suo villaggio nello Yunnan dopo aver vissuto diverso tempo in città. La donna intende prendersi cura della figlia tredicenne Nan Hang (Ye Bule), lasciata al nonno (Ye Men) dopo la sua partenza, ma il loro rapporto incontra diversi ostacoli. Nan Hang viene arrestata per aver rubato del denaro nel tempio più sacro del villaggio insieme a una sua amica e, poiché tutti pensano che siano possedute da un demone, il popolo del villaggio decide di salvarle onorando un Buddha di pietra durante la Festa dell’Acqua. “Ho passato un anno sul posto prima di girare – dice il regista – non lo avrei mai immaginato. Mi interessava il tema dei ‘left behind kids’ e di come i rapporti con i loro genitori si intrecciassero una volta che questi tornavano dai loro lunghi viaggi di lavoro. Ci sono le montagne tra il villaggio e la città e sono pericolose. Quando i bambini vanno a scuola possono tornare solo una o due volte l’anno, perché devono camminare a piedi per otto ore in mezzo ai boschi, col rischio di essere aggrediti dagli animali, infatti non possono farlo da solo. Ci sono delle distanze effettive però anche questo porta a una serie di rituali, parlare, cantare, diventare amici durante il viaggio. Non volevo però che il tono del film fosse triste, volevo raccontare un problema sociale attraverso un film che parlasse anche d’atro, dei loro usi e costumi. L’attrice principale si è preparata vivendo tra i Dai come una cuoca, preparava la colazione al mattino e la sera cantava. Alla fine del film riconnetto tutti con la natura ambientando la chiusura in una bellissima grotta”. 

Il secondo film della Giornata è Thirst Street di Nathan Silver, coproduzione Stati Uniti – Francia, sex-thriller in anteprima mondiale in accordo con il Tribeca Film Festival. Gina, assistente di volo americana, sola e depressa dopo il suicidio del suo compagno, durante uno scalo a Parigi, passa una notte di sesso con Jérôme, barista in un nightclub. In preda alla passione decide di rimanere in Francia, ma rientra in scena Clémence, l'ex di Jérôme. La relazione, all'apparenza innocua, si trasforma rapidamente in un amour fou non corrisposto e Gina precipita in una spirale di incomunicabilità, masochismo e follia. Si pensa naturalmente a Basic Instinct e Attrazione Fatale ma, dice il regista: "“Lì il punto di vista era quello maschile, abbiamo pensato di rovesciarla e capire cosa accadeva a trattare una storia simile con lo sguardo di una donna. All'’nizio non avevamo idea di cosa fare, sapevamo solo che volevamo girare un film a Parigi. E'’una tematica attuale, specie oggi che ci sono i social network, dove basta un click e si ha l’impressione di piacere sempre a tutti. A volte le vittime di stalking senza rendersene conto incoraggiano i loro persecutori: magari non gli danno propriamente spazio, ma nemmeno hanno il coraggio di escluderli dalle proprie vite, continuando ad alimentare la loro fiamma. I dialoghi sono quasi del tutto improvvisati, e la mia protagonista Lindsay Burdge è molto adatta a interpretarli. Abbiamo dato al film un look retrò in alcuni tratti, per conferirgli un aspetto immaginifico più potente e personale. Si tratta di un film d’autore dunque ogni occasione festivaliera, da Venezia al Tribeca, è buona perché è utile a trovare distribuzione”.

 
 
 

Il tesoro di Dongo

Post n°13961 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA. Il documentarista Giovanni Donfrancesco si era fatto conoscere ed apprezzare nel 2013 alla Festa di Roma con il suo The Stone River che raccontava l’emigrazione di lavoratori della pietra carraresi e piemontesi, in maggioranza socialisti ed anarchici, nella cittadina statunitense di Barre, che accoglieva le più grandi cave di granito grigio del mondo. Ed è proprio durante la trasferta americana nello stato del Vermont che il regista s’imbatte nell’87enne Piero Bonamico che gli racconterà in modo autocritico il suo passato, finora taciuto, di soldato-ragazzo cresciuto nella decima Mas, una delle più violente milizie fasciste.
Da questa rivelazione nasce Il risoluto (Giornate degli Autori-Evento speciale), una lunga intervista frontale (2 ore e mezza) in cui il protagonista Piero, tra italiano e inglese, ripercorre in 4 capitoli e fa i conti, senza nostalgie, con la propria storia, in particolare con l’adesione appena 14enne alla Repubblica di Salò.

“E’ una lunga confessione di una persona consapevole delle sue colpe, e di essere stato lui la prima vittima dell’ideologia fascista per la quale ha combattuto - spiega Donfrancesco - Ritengo importante raccontare la storia da un lato che non è necessariamente quello cui siamo abituati, cioè quello di coloro che hanno conquistato il diritto alla parola con il loro sangue”.

Ma Il risoluto è anche l’occasione di una testimonianza inedita sul destino del tesoro di Mussolini il celebre “oro di Dongo”, che getta una nuova luce su un fatto storico dibattuto da sempre.
L’episodio narrato nel film vede protagonisti Piero e un suo commilitone ai quali viene dato l'ordine di caricare sull'ambulanza dal loro capo Bottero (il suo mezzo di trasporto personale) cinque grandi valigie di cuoio, che risultano essere riempite di copie cartacee del ‘Corrierino dei Piccoli’, un giornaletto per bambini. Piero parte da Genova sull'ambulanza insieme al commilitone e allo stesso Bottero. Durante il viaggio apprende con stupore che si stanno dirigendo verso il Lago di Garda, proprio alla residenza di Mussolini.
Di fronte al cancello della dimora del duce (che in quel momento si trova ignaro a Milano) trova alcuni uomini in divisa militare che li attendono con cinque valigie di cuoio esattamente identiche a quelle che hanno a bordo. Le nuove valigie, piene di denaro e gioielli, vengono scambiate con quelle piene di giornaletti e Piero riparte con esse alla volta di Milano. All’arrivo in una Milano in preda al caos che attende la liberazione imminente, il gruppo trova ad aspettarli Junio Valerio Borghese, principe dell'aristocrazia nera romana e capo supremo della X Mas.
Piero ha già sentito il capo Bottero parlare di lui come colui destinato a divenire il nuovo duce d'Italia e a far risorgere il fascismo. Insieme a Borghese, si recano all’arcivescovado di Milano, dove depositeranno finalmente le valigie contenenti il tesoro. Prima di abbandonare Piero al suo destino, il capo Bottero commenta così il compimento della missione: ‘Adesso le valigie, che serviranno alla ricostruzione dell'Italia fascista, sono passate dalle mani di Mussolini alle mani di Dio’. Nel 1970, il principe Borghese tenterà effettivamente un colpo di stato.

Questa nuova versione dell’oro di Dongo è un’invenzione, uno scherzo della memoria? Dalle ricerche effettuate dal regista emergono alcuni riscontri, ma “l'affaire dell'oro di Mussolini mi interessa solo marginalmente, nella misura in cui si inserisce nell'odissea di un adolescente alle prese con vicende più grandi di lui”, risponde Donfrancesco.
Il risoluto, coprodotto da Rai Cinema, andrà in versione ridotta a un’ora e mezza sulla rete pubblica italiana e sulla rete franco-tedesca ARTE.

 
 
 

Premio NuovoImaie a Federica Rosellini e Mimmo Borrelli

Post n°13960 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA - Federica Rosellini e Mimmo Borrelli sono i vincitori della terza edizione del NUOVOIMAIE Talent Award, assegnato al Lido di Venezia al migliore attore e alla migliore attrice emergenti italiani presenti nei film presentati alla 74esima Mostra. A consegnare il riconoscimento, votato dai giornalisti e critici delle due principali associazione, il Sncci e il Sngci, due colleghi come Alessandro Borghi eAntonia Truppo. "Due anni fa prendevo questo premio - ha detto Borghi durante la cerimonia all'Italian Pavilion - che mi ha portato fortuna e adesso sono qui a fare il 'padrino' e a godermi il festival. Bisogna ricordare i lati belli di questo mestiere e tutto prende una piega diversa". Antonia Truppo ha aggiunto: "Ricorderete questo momento con una punta di rimpianto perché l'esordio è un momento speciale e inimitabile". Federica Rosellini, giovane protagonista del film di Valentina Pedicini Dove cadono le ombre, nel ruolo di Anna, vittima da bambina di un piano di eugenetica per sradicare il nomadismo in Svizzera, ha sottolineato la natura collettiva del suo lavoro - sul set accanto a lei anche la veterana Elena Cotta - "penso di essere solo un piccolo ingranaggio di un'opera ben più grande", mentre un vulcanico Mimmo Borrelli, prete inquieto e coraggioso nel film di Vincenzo Marra L'equilibrio, ha ricordato le riprese a Ponticelli nella Terra dei Fuochi come un momento che l'ha segnato. "E pensare che all'inizio non volevo fare questo film, perché sono abituato al teatro, dove lavoro da tanti anni, invece è stato un viaggio importante".

Federica Rosellini diplomata all’Accademia del Piccolo Teatro di Milano e in teoria e solfeggio musicale presso il Conservatorio Francesco Venezze di Rovigo, ha lavorato molto in teatro. Nel 2015 ha interpretato il film di Alberto Rondalli Il manoscritto. Mimmo Borrelli, attore, autore e regista teatrale da quasi vent’anni (Sanghenapule, scritto con Roberto Saviano; Cante e SchianteNapucalisse) e vincitore di numerosi premi, è al suo debutto cinematografico. Alla cerimonia di premiazione hanno preso parte anche Camilla Diana, vincitrice della scorsa edizione con Laura Delli Colli e Franco Montini, oltre al presidente di NuovoImaie Andrea Miccichè.  

 
 
 

L'ombra della sposa a Orizzonti

Post n°13959 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema

VENEZIA - Venerdì 8 settembre in concorso a Orizzonti L'ombra della sposa diretto da Alessandra Pescetta che lo ha sceneggiato insieme a Claudio Collovà e con Giovanni Calcagno e Angela Ribaudo, prodotto da La Casa dei Santi in associazione con Recalcati Multimedia. Il film, l'unico sperimentale nella selezione veneziana, ripercorre gli ultimi istanti di vita di alcuni soldati nelle profondità del Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale, che si consumano insieme ai loro ultimi pensieri. Mentre sprofondano inesorabilmente in quel mare ammaliante e crudele, l’amore risuona nelle lettere di un marito in guerra alla sua sposa. Oggi ci sembra ancora di udire quei pianti sollevarsi dal mare. “C’è sempre un mare rosso, un mare vivo o morto, che si para davanti a chi va ramingo, in cerca di casa”, come scrive Stefano D’Arrigo in Horcynus Orca.   

Alessandra Pescetta si è diplomata in pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ha diretto molti videoclip (Ligabue, Elio e le storie tese, Subsonica, Planet Funk) e spot pubblicitari (tra cui Campari, Bulgari, Valentino, Disaronno). È docente al Centro Sperimentale di Milano. Dal 2004 insieme a Giovanni Calcagno coordina il gruppo artistico La casa dei santi, producendo e dirigendo opere cinematografiche, teatrali e di videoarte. Il suo primo lungometraggio La città senza notte del 2015 è stato selezionato nei Festival di tutto il mondo e ha ricevuto molti riconoscimenti. Sta preparando il suo secondo lungometraggio 100 Preludi, prodotto da Recalcati Multimedia. 

 
 
 

Trono di Spade, quando il successo distrugge il prodotto da lineadiretta24.it

Post n°13958 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

Trono di Spade Stark

Trono di Spade: “il protagonista”

TRONO DI SPADE, LE CRONACHE DEI FAN E DEL SERVICE – Si è conclusa da poche ore la settima, nonché penultima, stagione del Trono di Spade, la serie evento prodotta da HBO e tratta dalla saga di libri delle “cronache del ghiaccio e del fuoco” di Martin. Una serie che, in pochi anni, è riuscita a ridefinire i parametri del “fenomeno di culto” televisivo, arrivando a smuovere milioni di telespettatori in tutto il mondo, con una cassa di risonanza mediatica mai vista prima. Il successo del Trono di Spade è presto spiegato: ambientazione medioevale con contaminazioni fantasy sempre crescenti, intrighi di potere, animali mitologici e tanti tanti morti, con continui colpi di scena. Per chi ha avuto modo di scoprire questa saga attraverso i libri di Martin, è parso subito evidente come il vero punto di forza di tutta la questione fosse nell’assoluta mancanza di due elementi considerati cardine nella narrazione moderna, ovvero il protagonista e la morale.

Il Trono di Spade infatti ha spiazzato ogni singolo lettore con la morte di Ned Stark, presentato come il protagonista della vicenda e come il fulcro della narrazione, salvo poi scoprire che era solo la punta dell’iceberg. Addentrandoci infatti nel mondo dei Sette Regni abbiamo imparato a odiare alcuni personaggi (d’altronde, come si può non odiare uno che getta un bambino da una torre per non fargli rivelare il proprio segreto?) salvo poi trovarci a vivere quegli stessi personaggi, cambiando punto di vista e anche morale complessiva. Ci siamo trovati ad amarne altri, vedendoli morire in modo più o meno inaspettato o cruento. Il Trono di Spade è a tutti gli effetti un romanzo corale, dove male e bene sono sempre stati concetti molto relativi, costantemente declinati in sfumature di grigio, e dove tutti i personaggi sono stati fondamentali, ma nessuno era davvero intoccabile. Questa scelta ha creato un pathos vero e genuino, nel non sapere mai che fine avrebbe fatto il “nostro” protagonista o quale piega avrebbero preso gli eventi.

UN BEL GIORNO ARRIVA IL SUCCESSO – La serie televisiva ha giovato di quella stessa carica emotiva, arrivando ben presto a divenire la serie più seguita al mondo. La HBO, conscia di quanto si è trovata per le mani, ha investito moltissimo in questo prodotto, arrivando a sfornare un prodotto di qualità cinematografica. Anche dal punto di vista della comunicazione abbiamo assistito a qualcosa di mai visto prima. Aspettativa sulle puntate a livelli altissimi, persone in piedi alle tre di notte per sapere cosa sarebbe successo, puntate rubate e messe in rete di straforo, anticipazioni, teorie, spoiler. Il Trono di Spade ha rotto gli argini della normale fruizione ed è diventato un fenomeno totale, in grado di coinvolgere lo spettatore che a sua volta è diventato “prosumer” ovvero produttore di contenuti, oltre che fruitore passivo. Ed è proprio a questo punto che la magia si è spezzata, crollando come un castello di carte.

Chi ha preso in mano il prodotto, non ancora completo, di Martin si è trovato con la responsabilità di decidere come convogliare tutta l’enorme mole di personaggi ed aspettative, scegliendo quale strada intraprendere e qui è emersa tutta l’impotenza che il successo ha generato. Se infatti un’opera letteraria è qualcosa che rientra nel campo dell’arte e non ha necessariamente una funzione utilitaristica, potendosi permettere libertà di espressione totale, uno show televisivo deve fare i conti con costi e ricavi, con pubblicità e aspettative dei fan. La HBO ha quindi scelto di accontentare i fan, quegli stessi fan che invece erano stati catturati da una storia che tutto ha fatto tranne che accontentarli. Il paradosso del Trono di Spade è proprio questo, una serie che ha trovato la sua sublimazione nella mancanza di protagonisti, si trova a sceglierne due per accontentare milioni di persone che, pare evidente, non hanno idea di quello che realmente vogliono.

Trono di Spade, Jon e Dany

La coppia del momento

IL LIETO FINE LASCIAMOLO ALLA DISNEY (DA QUESTO PUNTO IN POI CI SONO SPOILER SULLA SETTIMA STAGIONE, CONTINUATE A VOSTRO RISCHIO E PERICOLO) – Fino a quando le cose hanno seguito l’idea del loro autore, abbiamo assistito a morti spiazzanti, abbiamo urlato di sgomento, ci siamo arrabbiati, abbiamo goduto e sofferto, ci siamo stropicciati gli occhi. Le ultime stagioni invece, quelle “della TV” si sono pian piano posizionate su un binario sicuro, fatto di tenere love story, di cattivi che muoiono quando devono morire (quando invece prima, magari, sarebbe morto uno dei “buoni”) di cose che vanno esattamente dove tutti vogliono che vadano, ovvero verso una rassicurante e prevedibile conclusione. La settima stagione da questo punto di vista è stata veramente disastrosa. Sorvoliamo sugli enormi problemi “logistici” della serie, come persone e corvi che sono più efficienti e veloci di messaggi di posta elettronica. Di draghi che vengono pescati da laghi gelati da zombie che non sanno nuotare con catene apparse dal nulla. Di eserciti che percorrono in una puntata distanze in passato coperte in intere stagioni. Insomma, non il massimo per un popolo, come quello dei fan di GoT, molto attento a errori e incongruenze, seppur minime.

Volendo tralasciare tutto questo, che in ogni caso contribuisce ad abbassare il livello della serie, proprio non va giù che la storia d’amore tra la regina dei draghi e il Re del Nord, costruita appositamente per far felici le milioni di “snowine” (fan di Snow) nel mondo. Sono quasi certo che il buon Martin, quando Jon cade nelle acque gelate del nord, morendo assiderato in pochi minuti come dovrebbe essere, lo avrebbe fatto tornare come generale dei non morti, pronto a cavalcare il drago caduto in battaglia, in uno scontro all’ultimo sangue contro Daenerys che avrebbe spiazzato e sgomentato tutti, fan in primis. La sensazione è che la voglia di rischiare o azzardare soluzioni “alla Martin” non sfiori nemmeno lontanamente la HBO, troppo occupata a covare gli ovetti d’oro del draghetto su cui ha messo gli artigli. Aspettiamo il 2019 per scoprire se Jon vivrà felice e contento come Re del Trono di spade accanto alla sua “Dany”, oppure gli sceneggiatori, spinti dalle feroci critiche che pioveranno da oggi in poi, si giocheranno qualche jolly a sorpresa. Nell’attesa non ci resta che sperare che Martin decida di mandare i suoi libri (ancora in fase di scrittura) da tutt’altra parte rispetto alla serie, facendo quello che gli riesce meglio, ovvero spiazzare tutti e regalarci quello che davvero vogliamo, qualcosa che non sappiamo di volere.

 
 
 

Aronofsky: "Se non vi piacciono le montagne russe, lasciate perdere mother!" da cinecittànews

Post n°13957 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA - Risate, buu e persino qualcuno che ha gridato "Vergogna!". Brutta accoglienza, o almeno controversa, per l'atteso mother! di Darren Aronofsky, l'horror biblico interpretato da Javier Bardem e dalla compagna del regista americano, la giovane star Jennifer Lawrence. L'autore di The Wrestler (Leone d'oro nel 2008) e Il cigno nero, ha portato in concorso un film che mette insieme spunti di genere - dal demoniaco al cannibalico con echi di Rosemary's Baby e de L'angelo sterminatore di Bunuel - per quella che è sostanzialmente la storia di una dimora di campagna che risorge dalle sue ceneri. Vi abitano uno scrittore di successo a corto di ispirazione (Javier Bardem) e la sua giovane moglie (Jennifer Lawrence) che si è dedicata con amore a ristrutturare l'abitazione dopo che un incendio l'aveva distrutta. E' il loro paradiso terrestre (anche se da subito un po' inquietante e sinistra) dove una sera arriva un medico che sta cercando alloggio nella zona e che è scosso da una brutta tosse (Ed Harris): lo scrittore, contro il parere della moglie, gli offre ospitalità e ben presto arriva anche la moglie dell'ospite sconosciuto (Michelle Pfeiffer). I due sono invadenti e molto loquaci e dal loro arrivo inizia una sequenza di disastri che mettono a ferro e fuoco la casa. "Questo film mi è nato di getto - ha spiegato Aronofsky in un conferenza stampa affollatissima e con molti applausi dei tanti fans - in genere le mie opere ci mettono molti anni per venire al mondo, ma questa era una storia molto intima e stavolta al sesto giorno la creazione era là". Il riferimento alla Genesi è chiarissimo e mother! attinge a piene mani a questo straordinario serbatoio di storie che è l'Antico Testamento (ci sono persino Caino e Abele che si scannano) pur mettendolo al servizio di una sorta di allegoria della creazione artistica ridondante di spunti e dettagli. L'ispirazione - prosegue Aronofsky - "è venuta fuori pensando a quello che sta succedendo sul nostro pianeta e non essere in grado di fare niente. È venuta fuori dalla rabbia, causata da questa angoscia ed impotenza, dall'osservare l'eterna insoddisfazione degli esseri umani e dal bisogno continuo di consumare tutto".

Tutto è raccontato dal punto di vista del personaggio di Jennifer Lawrence, che non ha un nome, e che vive in perenne stato di minaccia. "Tutto il film è una metafora - spiega il regista - e la casa per tutti noi è ormai come un regno inviolabile, anche se poi siamo tutti pronti a violare le casa altrui. Non sono in grado di dire con esattezza dove affondino le radici di questa storia. Però non è un caso che all'inizio del film ci sia la citazione del numero 6, che simboleggia il sesto giorno della Bibbia". "Per me - racconta l'attrice 27enne - è stato un ruolo completamente diverso da quelli del passato, mi ha tirato fuori qualcosa che non conoscevo di me. Ci sono voluti tre mesi di prove per metterlo a punto". Racconta Michelle Pfeiffer: "In fondo io sono un'altra versione della 'madre' ma con più esperienza e quindi cerco di svegliare la giovane padrona di casa, di farle capire che c'e qualcosa che non va nel suo paradiso". 
Javier Bardem riflette sul narcisismo dello scrittore, che vampirizza gli altri per cercare ispirazione. "Questo film si presta a molte letture e Darren mi ha invitato a scegliere quella che preferivo". Ci si può vedere anche una guerra tra il maschile e il femminile? Risponde Aronofsky: "Non mi sembra che parli del patriarcato ma piuttosto dell'insaziabilità del genere umano, però se volete ci sono echi di Barbablù e di un libro degli anni '70, Women and Nature The Roaring Inside Her di Susan Griffin, che parla dell'ambiente da un punto di vista femminista esplorando l'identificazione della donna con la terra come fonte di sussistenza per l'umanità e come vittima della rabbia maschile".  

Scatta il paragone con The Fountain L'albero della vita - altro film accolto male a Venezia - per il discorso della vita dopo la morte e della ciclicità dell'eterno ritorno. E a chi chiede all'attrice, Oscar per Il lato positivo, se non sia un'impresa impossibile recitare in un film tanto pieno di metafore, lei risponde che non cambia nulla. Non si sente a volte un po' cannibalizzata dai fans come accade allo scrittore del film? "Amo il mio lavoro e se non ci fossero i fans non potrei farlo. L'equilibrio lo trovo dentro di me". E Bardem scherza: "Finora non mi hanno mai mangiato".

Ma come si reagisce ai fischi? "Leggo i giornali e cerco di capire - ribatte tranquillo il regista - poi stasera è luna piena e questo film è il mio urlo alla luna piena. Vederlo è come andare sulle montagne russe, se non siete pronti, lasciate perdere".
In sala dal 28 settembre con la Fox. 

 
 
 

Volubilis: le rovine della civiltà nell’era dei ‘like’

Post n°13956 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA – Volubilis di Faouzi Bensaïdi, che passa alle Giornate degli Autori, è una storia d'amore tra le rovine di un mondo fatto di disperazione e bellezza. Nella città marocchina di Meknès, Abdelkader e Malika si sono sposati da poco e riescono appena a sbarcare il lunario. Sognano di stare per conto proprio e di abbandonare la casa che condividono con la famiglia. Un giorno, però, Abdelkader è coinvolto in un episodio violento al lavoro che sconvolgerà totalmente la loro vita. “Tutto parte da una riflessione – spiega il regista – su come va il mondo oggi, e decisamente c’è qualcosa che non va. Non siamo certo nel migliore dei periodi storici. 

Ovviamente non è un film che spiega tutto quello che non va, ma sono affascinato dalle figure dei perdenti, di quelli che non riescono a stare al passo con i tempi del mondo, del liberalismo selvaggio, del capitalismo senza cuore, dell’avanzata tecnologica, dell’ansia di guadagno. E’ una nuova umanità, che si sveglia presto e lavora, ma per cui purtroppo non vale il concetto per cui il lavoro equivale alla dignità. Lavorano tanto e, sebbene sposati, non possono permettersi di vivere sotto lo stesso tetto. E’ gente che dorme in macchina e non può comprare quello che gli serve per i suoi bambini. E il paradosso è che vengono anche colpevolizzati. I miei protagonisti si amano e credono in un futuro migliore ma faticano a vivere”: 

Volubilis è il nome di un sito archeologico romano, situato ai piedi del monte Zerhoun, a 27 km a nord di Meknes, città dove si ambienta il film: “E’ un posto molto suggestivo dove si va la domenica a trascorrere qualche ora di relax di fronte ai resti di un’antica civiltà. Trovo che sia molto significativo e racconti qualcosa. Si tratta di rovine. E quando i miei protagonisti vanno lì, succede qualcosa nel film che cambierà la loro vita. I toni diventano più noir, più duri, da tragedia moderna. E’ un centro attorno a cui si stravolge la storia. Finanziare un film così non è facile nel mondo dove contano i ‘like’ e la gente vuole andare a letto serena. Non è un film rassicurante, o di entertainment. E’ un film che attraverso le immagini porta arte e bellezza ma anche pensieri. Ma in Marocco abbiamo un buon Centro Sperimentale di Cinematografia che finanzia circa 25 film all’anno, niente in confronto al mondo ma tanto in relazione all’Africa e al mondo arabo. Questo film è costato 800mila euro per sei settimane di riprese. Il segreto è stato pianificare bene, sceneggiatura, casting, sopralluoghi per le location. Poi, nonostante questa precisione, ho cercato di non minare la spontaneità e la freschezza degli attori. Forse non faccio cinema propriamente sperimentale ma ogni volta cerco di fare qualcosa di nuovo. Mi piacciono i registi che provano tanti generi ma di cui si riconosce la firma. Ho due progetti in cantiere per il futuro e sono uno diverso dall’altro”.

 
 
 

Barbera: "Non sarà una Nouvelle Vague, ma l'Italia è effervescente"

Post n°13955 pubblicato il 08 Settembre 2017 da Ladridicinema
 

VENEZIA - Al giro di boa la 74esima Mostra è decisamente in crescita. A sottolinearlo, nell'incontro di metà percorso con la stampa italiana, è il presidente della Biennale, Paolo Baratta: "Il numero di biglietti venduti registra un +13,66%, pari a 27.300. Gli abbonamenti registrano un +17,3%, pari a 875. Le presenze in sala finora sono state circa 29.000 (+14,2%). Gli accrediti totali 9.000, con +10,7%: quelli a pagamento sono aumentati del 17,6% mentre quelli gratuiti sono diminuiti del 2,58%". Tornano i giovani. Merito anche della politica della Biennale, che ha curato accrediti agevolati e ospitalità ad hoc. 


Baratta è molto soddisfatto del successo della nuova sezione Virtual Reality. "Fino a lunedì 3.522 sono le persone che hanno visionato opere al vecchio Lazzaretto. Per i prossimi anni potrà esserci un'estensione della realtà virtuale anche nelle altre sezioni della Biennale, dall'Arte all'Architettura". 

Tocca ad Alberto Barbera dare una valutazione sul programma, mai come quest'anno apprezzato da pubblico e critica, ma con qualche perplessità su alcuni film italiani. "Forse devo rimangiarmi il paragone con la Nouvelle Vague, ma per il resto confermo il mio giudizio positivo rispetto al passato. C'è effervescenza e una nuova generazione di registi interessanti al di là del livello di compiutezza''. 

Il direttore racconta con un certo orgoglio come si sia lavorato per ricostruire un rapporto privilegiato con Hollywood. "E' passato il progetto di una Mostra diversa con il rinnovamento delle strutture e della logistica. Pochi grandi festival internazionali hanno cambiato così tanto in così poco tempo come abbiamo fatto noi''. Tra le novità il Co-production Market, il Biennale College (ora con sezioni dedicate agli italiani e alla Virtual Reality). Ma soprattutto è passata l'idea che Venezia sia una sorta di anticamera degli Oscar. ''Aver aperto con Gravity, Birdman, Spotlight e La La Land negli ultimi anni, ha ridefinito il profilo della Mostra. Oggi non siamo più noi a implorare Hollywood. E poi ormai sono i film che scelgono i festival, mentre i direttori si illudono di essere loro a scegliere". 

Però le scelte ci sono state, e anche dolorose. "Non farò nomi, non sarebbe corretto - sottolinea Barbera - ma abbiamo fatto delle rinunce, dei titoli offerti alla Mostra a cui abbiamo detto no. Vedendo i programmi di Toronto e Telluride potete farvi un'idea. Comunque il cartellone non si decide a priori, i film cominciamo a sceglierli a marzo, aprile, ma da giugno a luglio ne vediamo migliaia e spesso bisogna decidere su due piedi se invitarli o meno". Sulla scelta di Annette Bening come presidente di giuria, precisa: ''Volevamo una donna e non ce ne sono tante di quella levatura, le poche sono tutte super impegnate. All'inizio ci aveva detto di no, poi è saltato un impegno con una serie televisiva e ha potuto accettare''. Pare che i giurati stiano lavorando bene, di comune accordo, ''hanno già fatto due riunioni, la prima è durata quattro ore''. 

Sui contenuti è Baratta a lanciare una riflessione: "Ci sono tantissimi film sull'impossibilità della vecchiaia, specie da soli". E Barbera commenta: ''Il tema del fine vita è uno dei fil rouge dell'edizione. I registi non vogliono offrire soluzioni, ma sanno incanalare artisticamente un problema sociale sempre più diffuso con il cambiamento delle nostre società''. 

Infine sul budget, l'anno scorso il contributo del Fus è stato attorno agli 8 mln di €, cifra confermata dai decreti attuativi presentati proprio qui al Lido dal ministro Dario Franceschini

 
 
 

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