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La grotta dell'anima

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Lake City (9)

Post n°60 pubblicato il 05 Giugno 2013 da michele_porcaro

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I "maggiorenti" erano radunati presso la chiesa medievale di Santo Giulliaco. Erano un po' discosti, che proprio tre metri vicino al portale principale c'era il parroco, don Raniero. Quegli uomini avevano stima e fastidio di quel giovane capellone con il viso sporco di barba, un po' alla Gesù Cristo. Quel ragazzo era onesto, sincero,aveva le palle di dire quello che pensava e fare quello che diceva, di essere cristiano. Lo ammiravano per le sue qualità, ma non lo sopportavano perché rampognava chi se lo meritava, così come riempiva tutti del suo amore cristiano e della sua passione. Ora lui stava parlando con dei ragazzini. Qualcuno dei "maggiorenti" gli lanciò uno sguardo. Aspettava che facesse, dicesse o predicasse qualcosa per poter spedire la lettera diffamatoria al buon vescovo. Qualche altro già l'aveva fatto. Se Giorgio Velasco avesse saputo che era uno dei cosiddetti "maggiorenti" si sarebbe messo a ridere e avrebbe ricordato che siamo in democrazia. Era un uomo che si avviava verso la cinquantina, ma ancora in buona forma, spirito libero, ambizioso, capace, deciso e acuto. Aveva ottenuto la nomina di direttore dell'ufficio direttamene dal ministro dell'Economia. Lo affiancavano due uomini molto affini a lui caratterialmente: Roberto Pagnasco, suo vice, e Rosario Scala, consulente esterno. Roberto era un uomo pingue, dall'aspetto sonnolento, con i capelli brizzolati tirati indietro, gli occhi scuri e piccoli, ma attivissimo e deciso. Rosario era anche il dandy del gruppo. Giorgio era felicemente sposato con Fulvia, assistente sociale, e Roberto con Ilaria, insegnante di scuola media. Le due donne dovevano essersi imbucate con altre amiche nel giardino del Cagliostro per un aperitivo e qualche chiacchiera femminile. Questi erano stati i cooptati nell'ordine dei "maggiorenti". Se lo avessero saputo. Almeno Rosario lo sapeva e ci rideva e sghignazzava sopra. Il gruppo di ferro dei "maggiorenti" era composto dai sondrocottesi doc. Erano Alessandro Di Carmine, il pregiatissimo sindaco dal corpo e dallo sguardo placidamente bovino; Fidelio Arrobbato, marito della laureata vicaria della vice assistente della vicedirettrice della locale scuola media (lui aveva il diploma serale), e direttore della locale stazione ferroviaria. L'anziano avvocato Kurt Quintiliano, sempre avvolto nel suo decennale cappotto, sia il 15 agosto che il 25 dicembre, era figlio dell'avvocato don Giuseppe Quintiliano, di antica famiglia gentilizia sondrocottese. C'era una pergamena firmata da Berengario I, re d'Italia, che nominava Octon Quintilianus margravio di alcuni territori, tra cui Sondrocotto. Custode della regale pergamena della schiatta Quintiliano era il direttore del piccolo museo-biblioteca del luogo, Janez Carloni. Il direttore del museo-biblioteca "Saverio Angelo" si lisciava soddisfatto ed impettito i folti baffetti. Chi era Saverio Angelo, che aveva offerto il suo nome alla biblioteca e museo? Era stato un bibliofilo locale che nel 1703, dopo aver letto i Fioretti di San Francesco, forse già non troppo in regola con la testa, ebbe l'idea di fare il santo eremita in stile francescano senza informare nessuno, nemmeno l'ordine dell'omonimo santo che tanto l'aveva ispirato. Si dice che morì per una scorpacciata di intingoli offertigli dalla pia vedovella Ersilia Bona, che tanto segretamente e piamente spasimava per lui. Gli indigeni devoti lo onoravano come un santo e ne furono certi quando fece qualche guarigione. La più famosa capitò tre mesi dopo la chiamata in alto per scorpacciata. Il solerte ferraio ricevette una martellata su un pollicione dal poco sveglio figliolo. "Ah, santo Angelo! Saverio santo!", urlò (o imprecò?). Certo, poco dopo, il buon santo lo miracolò con la scomparsa di tutto il dolore. Questo sant'uomo lasciò anche un diario di una cinquantina di pagine, custodito nella sua biblioteca in stile post 1981. Ultimi in quel gruppo, a causa di impegni domenicali che coinvolgevano altri "maggiorenti", il geometra Zeno De Rossi e Umberto Rozzi, fedele consigliere del sindaco. L'unica cosa che differiva l'uno dall'altro erano l'età e il fatto che Zeno vestiva in tuta da ginnastica e Umberto in un liso completo color cammello. In più non si sopportavano, si schieravano per principio sempre in campi avversi, avevano una non insignificante conoscenza di forchette, intingoli, carni alla brace, salsette, salsicce, vini acidi. Insomma quei "maggiorenti" seguivano l'andazzo e la regola dei "maggiorenti".

 

 
 
 
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