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Istruzioni per l'architetto

Post n°27 pubblicato il 15 Novembre 2007 da haydee76
 

Il nostro disaccordo è di carattere concettuale. Lei ha eseguito quel bel progetto della mia casa e della mia biblioteca partendo dal presupposto - molto diffuso, purtroppo - che in una casa quel che è importante siano le persone e non gli oggetti. Non la critico per aver fatto suo questo criterio, indispensabile per un uomo della sua professione che non si rassegna a perdere clienti. Però la mia concezione di un focolare domestico è totalmente opposta. Vale a dire: in quel piccolo spazio costruito che chiamerò il mio mondo e che sarà governato dai miei capricci, la priorità numero uno andrà ai miei libri, ai miei quadri e alle mie incisioni; noi persone saremo cittadini di seconda categoria. Sono quei quattromila volumi e quel centinaio di tele e fogli stampati ciò che deve costituire la ragione primaria del progetto che le ho affidato. Lei subordinerà la comodità, la sicurezza e il benessere degli uomini a quella di questi oggetti.
E’ irrinunciabile il particolare del camino che deve potersi trasformare in forno crematorio di libri e incisioni che risultino in eccesso, a mia discrezione. Perciò la sua collocazione dovrà risultare molto vicina agli scaffali e a portata della mia poltrona, perché mi piace giocare all’inquisitore di calamità letterarie e artistiche seduto, non in piedi. Mi spiego. I quattromila volumi e le cento incisioni che possiedo sono numeri inflessibili. Non ne avrò mai di più, per evitare la sovrabbondanza e il disordine, ma non saranno mai le stesse perché si rinnoveranno senza sosta, fino alla mia morte. Ciò significa che per ogni libro che aggiungo alla mia biblioteca ne elimino un altro, e ogni immagine – litografia, acquaforte, silografia, disegno, puntasecca, serigrafia, olio, acquerello eccetera - che entra a far parte della mia collezione prende il posto della meno favorita delle altre. Non le nascondo che scegliere la vittima è cosa ardua e, a volte, straziante, un dilemma amletico che mi angoscia per giorni, settimane, e che poi viene ricostruito nei miei incubi. All’inizio regalavo i libri e le incisioni sacrificati a biblioteche e a musei pubblici. Adesso li brucio, ed ecco perché l’importanza del camino. Ho optato per questa formula drastica, che cosparge sull’affanno di dover scegliere una vittima il pepe di dover commettere un sacrilegio culturale, una trasgressione etica, il giorno, o meglio la notte, in cui avendo deciso di sostituire con un bel Szyszlo ispirato al mare di Paracas una riproduzione del barattolo multicolore di zuppa Campbell’s di Andy Wharol, ho capito che era sciocco infliggere ad altri occhi un’opera che ero giunto a considerare indegna dei miei. Allora, l’ho buttata nel fuoco. Mentre vedevo acartocciarsi quel foglio ho provato un vago rimorso, lo ammetto. Adesso non mi capita più. Ho spedito tra le fiamme decine di poeti romantici e di indigenisti e un numero non minore di pittori concettuali, astratti, informali, di paesaggi, di ritratti e di soggetti sacri, per conservare il numerus clausus della mia bibilioteca e della mia pinacoteca, senza dolore, e piuttosto, con la stimolante sensazione di esercitare la critica letteraria e quella d’arte come bisognerebbe fare: in modo radicale, irreversibile e ardente. Aggiungo, per completare questo paragrafo, che il passatempo mi diverte, ma non funziona affatto come afrodisiaco e, perciò, lo ritengo limitato e secondario, puramente spirituale, senza ripercussioni sul corpo.
Ho fiducia che non voglia intendere quel che ha appena finito di leggere – la predominanza che concedo a quadri e libri su bipedi di carne e ossa – come estro umorale o una posa da cinico. Non si tratta di questo, ma di un convincimento radicato, conseguenza di difficili, ma anche piacevoli, esperienze. Non è stato facile per me arrivare a una posizione che contraddiceva vecchie tradizioni – chiamiamole umanistiche con un sorriso sulle labbra – di filosofie e religioni antropocentriche, per le queli risulta inconcepibile che l’essere umano reale, struttura di carne e ossa periture, sia consdierato meno degno di interesse e di riguardo rispetto a ciò che è inventato, che appare, (se si sente più a suo agio così, diciamo riflesso) nelle immagini dell’arte e della letteratura. Le risparmio i particolari di questa storia e la conduco direttamente alla conclusione a cui sono giunto e che adesso affermo senza timore. Quello che mi interessa, quello che mi fa godere e soffrire, non è il mondo di mascalzoni semimoventi di cui lei e io facciamo parte, ma è quella miriade di esseri animati dall’immaginazione, dai desideri e dall’abilità artistica, presenti in quei quadri, libri e incisioni che con pazienza e amori di molti anni sono riuscito a raccogliere. La casa che costruirò a Barranco, quella che lei dovrà disegnare rifacendo dall’inizio il progetto, è per loro prima che per me o per la mia moglie nuova fiammante, o per il mio giovane figlio. La trinità costituita dalla mia famiglia, sia detto senza che sembri una bestemmia, è al servizio di quegli oggetti e dovrà esserlo anche lei quando, dopo aver letto queste mie righe, si curverà sul tavolo da disegno a correggere quel che ha fatto malamente.
Ciò che ho appena finito di scrivere è una verità letterale, non un’enigmatica metafora. Costruisco questa casa per soffrire e gioire, con loro, attraverso loro e per loro. Faccia uno sforzo per imitarmi nel breve periodo in cui lavorerà per me.
Adesso, si metta a lavorare.

             Mario Vargas Llosa, I quaderni di Don Rigoberto

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Commenti al Post:
Gli_Improvvisati
Gli_Improvvisati il 22/11/07 alle 22:59 via WEB
Ciao, Piccola Palletta Poffolosa! Mi sono sentito subito chiamato in causa e ho copiato le "Istruzioni per l'Architetto" in word..stanotte le uso come ninnanannna e poi ti faccio sapere! Comunque sprizza ciccità, questo Blog! Un abbraccio MR
 
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Un blog di: haydee76
Data di creazione: 23/03/2007
 
La vita è un rosario di miserie che il filosofo sgrana ridendo. Siate filosofi come me,immagine signori, mettetevi a tavola e beviamo; niente dipinge l'avvenire di rosa come guardarlo attraverso un bicchiere di chaubertin.

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