Creato da robertocass il 22/03/2011
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Storie di Famiglia

Post n°58 pubblicato il 17 Gennaio 2015 da robertocass
 
Foto di robertocass

8° Puntata

 

 

Giovanni da quando era morto il suo figlioccio non era più lo stesso, parlava poco e restava nella sua camera per ore, tanto che spesso Margherita andava a vedere come stava.

Era preso dai rimorsi per quello che era successo, pensava a quanto doveva aver sofferto per una situazione assurda che aveva dovuto subire e si domandava come mai non si fosse mai ribellato.

Ci pensava spesso, rivedeva le scene dove Alessandro era chiaramente a disagio e rivedeveva sé stesso far finta di niente.

Ci pensava spesso a come veniva trattato in casa dalla moglie e spesso dai figli, e come si appartava con le nipoti che invece lo cercavano per abbrac- ciarlo e per ascoltare le sue storie.

Ci pensava spesso e non si dava pace.

Quando ti muore un figlio, pensava, ti senti strano, non è normale che i vecchi piangono i giovani, e ti senti come in colpa, come se avessi fatto qualcosa di sbagliato, e non lo accetti e vorresti ribellarti.

E ti chiedi perchè è toccato a lui, non doveva essere così.

Non aveva mai voluto figli, la moglie aveva tanto insistito ed anche prima di morire gli aveva detto: vedi non ho nessuno che piange per me, non ho nessuno che verrà a mettere dei fiori sulla mia tomba.

Ma ci sono io.

Tu non verrai mai ne sono sicura.

E così era stato, dopo il funerale non era più stato al camposanto.

Non aveva voluto figli perchè pensava che non sarebbe stato un buon padre, non credeva nell'istinto paterno, non credeva in quello che taluni chiamano il richiamo del sangue.       Non credeva nella famiglia e non credeva nel matrimonio, l'aveva fatto solo perchè la sua povera moglie l'aveva tanto desiderato e poi aveva accettato solo quando lei malata da tempo l'aveva chiesto come ultimo regalo.

Però Alessandro lo era stato, era stato il suo figlio adottivo a cui non aveva dato ii suo cognome solo per motivi di convenienza.

E poi lo aveva anche derubato, gli aveva tolto tutto e lui si era fidato ciecamente.

E' vero che aveva già predisposto che alla sua morte tutto andasse a Margherita e quindi anche ai suoi figli, ma questo non gli bastava.

E poi era successo tutto in quel maledetto giorno e solo in quel giorno, dopo non c'era mai stato nessun accenno, nessun contatto, nessuna parola, per Margerita era come se non fosse mai successo.

I rapporti erano tornati subito quelli di sempre e nessuno avrebbe potuto immaginare quello che c'era stato, anche ora che Alessandro era morto lo avevano pianto insieme ma nulla era cambiato.

Erano passati talmente tanti anni da quel giorno che talvolta pensava che forse era stato solo un sogno e che forse aveva ragione Margherita, non era mai successo e lui l'aveva solo immaginato.

Pensava a questo mentre fumava il suo sigaro in cucina quando sente la porta che si apre.

Buongiorno zio.

Era Rino con Sabina che tornavano dal mercato.

Sabina dove sei?

Veramente aspettavo che mi aiutassi a portare le buste.

Oh scusa non ci avevo pensato, a proposito ci fai il caffè?

Sabina era piccola, esile, parlava sempre a voce molto bassa e poi con quella voce tremolante facevi fatica a capirla.

Non lo raccontava mai, ma da bambina aveva sofferto molto, era molto piccola quando cominciò a soffrire di attacchi epilettici, malattia che l'aveva molto segnata sia nel fisico che nella mente.

In quei tempi era una malattia che non si conosceva e che metteva paura, la madre era una contadina che aveva sempre e solamente lavorato la terra e se ne vergognava.

Per paura non ne parlava mai con nessuno, nemmeno con il medico condotto, e teneva la bambina segregata in casa, la faceva uscire solo quando era certa che nessuno l'avrebbe vista e la nascondeva se vedeva arrivare qualcuno.

La bambina cresceva poco, era magra, mangiava poco e soffriva sempre di mal di testa, la madre la curava a modo suo con qualche impacco di erbe e con tisane dal sapore disgustoso che avevano il solo risultato di peggiorare il suo malessere.

Tutto il paese parlava di questa bambina e si raccontavano le cose più assurde, che aveva un aspetto mostruoso o che era l'invenzione di una madre pazza, tutto fino alla voce, messa da qualcuno che l'aveva spiata e che aveva visto la bimba in un attacco epilettico, che era indemoniata.

La madre lo venne a sapere e non gli diede importanza invece l'ignoranza ed una chiesa cattolica che ha mai rinnegato queste pratiche, fecero diventare il problema di una bambina malata una questione di stato con il vescovo che interviene richiamando il parroco e inviando un esorcista.

La casa era fuori del paese, su una collinetta, quando la madre vide i due preti che si avvicinavano fu presa dal panico e cominciò ad urlare e a piangere, la bambina si era aggrappata alla sua gonna e guardava i due preti terrorizzata, sembrava di assistere ad una scena di un film dell'orrore.

Per fortuna i due preti si resero subito conto dello sbaglio e se la cavarono con una benedizione veloce, quattro preghiere e un fuggi fuggi generale.

La bambina fù presa poi in cura dal medico condotto e come lui stesso aveva predetto tutto passò crescendo, ma non quello che le era rimasto dentro.

Allora Sabina mi porti stò caffe?

 
 
 

Storie di Famiglia

Post n°57 pubblicato il 05 Novembre 2014 da robertocass
 
Foto di robertocass

7° Puntata

 

 

Rino stava fumando sulle scale di casa quando si sente chiamare.

Rino vuoi venire a finire il lavoro?  Sto aspettando da 10 giorni e non ho ancora l'acqua al bagno.

Va bene arrivo.

Si era messo in proprio, i suoi orari non andavano bene a nessuna azienda, ma non era cambiato il suo modo di lavorare, iniziava ma non finiva, lasciava le cose a metà ed erano sempre discussioni, con la gente che tutte le mattine veniva a chiamarlo a casa.

Alla fine ovviamente non lo pagavano mai e poi anche quando finiva il lavoro spesso non finivano mai di pagarlo.

Ma lui era così, non gli importava, a casa non spendeva nulla e lavorava solo per avere in tasca i soldi per lo sciupo.

Era sempre un amicone e quando si fermava nella bottega sotto casa per fare qualcosa, si spargeva subito la voce ed in poco tempo il locale diventava un circolo ricreativo con tutti a sentirlo raccontare le sue storie, con il risultato che non faceva mai quello che doveva fare e i tempi di chi aspettava si allungavano sempre.

Ma lo chiamavano tutti, il suo mestiere lo conosceva e poi costava poco, spesso solo un bicchiere di vino e un panino in compagnia.

Si era fidanzato, veramente non sapeva nemmeno lui come era successo, e la sua ragazza Sabina era piccola ma carina con una voce flebile che facevi fatica a sentirla, ma tanto non parlava mai, lui bastava per tutti e due.

Girava con un apetto e quando saliva anche lei, li vedevi lui grande e grosso occupare praticamente tutto lo spazio e lei praticamente schiacciata contro il finestrino.

Avevano deciso di sposarsi o meglio lo aveva deciso lei e Rino tanto per cambiare aveva acconsentito, a lui andava bene tutto l'importante era farlo vivere a suo modo, era capace di stare ore a guardare una farfalla posarsi su un fiore e fermarsi con la macchina per prendere un gattino senza preoccuparsi che lo stavano aspettando da qualche parte.

In macchina era sempre attento a vedere se attraversava un riccio o se era caduto un nido o se c'era qualsiasi altro animale in difficoltà.

Per lui contavano prima di tutto queste cose, per lui era importante fermarsi per vedere il tramonto del sole o il sorgere della luna, per lui era importante fermarsi a parlare con un amico e tutto il resto veniva sempre in secondo piano.

Un comportamento così era l'antitesi del lavoro e della produttività, non faceva mai alcun programma e il suo motto era non fare mai oggi quello che puoi fare domani. 

Ma ora doveva sposarsi, il giorno era arrivato ma si alzò come al solito in ritardo, non fece in tempo a cambiarsi e andò in chiesa praticamente come girava sempre tutti i giorni, ma nessuno se ne curò, era tipico di Rino e tutti gli volevano bene per questo.

Andarono a vivere a casa della madre, gli sembrava la cosa più logica e non vedeva il motivo di pagare un affitto, la convivenza però durò poco, Sabina cominciava a lamentarsi, sua madre la comandava sempre e a lei questo non andava.

Le code peggiorarono con la nascita della prima figlia, comiciavano a stare stretti e lui doveva decidersi, doveva trovare una casa in affitto ma prima ancora un lavoro per pagarlo.

E così a malincuore tornò a fare il dipendente, grazie al fratello prese contatto con una azienda che doveva fare dei lavori in Calabria e questo voleva dire diversi mesi lontano da casa.                                                                                                                              La cosa non gli dispiaceva è ora, pensava,di cambiare aria.

Sabina ho trovato una casa a Terni, è bella e poi è comodo per me per andare giù a lavorare, sono più di 12 ore di treno, così quando torno stò subito a casa.

E così fecero, dopo il trasloco e qualche cambiale per comprare i mobili, partì insieme ad un amico del paese che aveva convinto a seguirlo e che aveva fatto assumere.

In Calabria non doveva fare l'idraulico, faceva parte di un grosso cantiere che doveva realizzare l'autostrada.

Il lavoro era pesante con le mine da far brillare per fare spazio e per poi far intervenire le ruspe, un lavoro duro di pala e piccone per caricare camion di terra e quant'altro.

Rino però non era abituato a fare lavori pesanti e grazie al suo modo di fare e alla sua capacità manuale trovò subito un posto nella falegnameria, dove peraltro era bravo e dove fra un palo e l'altro trovava anche il tempo di costruire qualche mobiletto per il capoccia.  

Aveva cambiato zona e lavoro ma era riuscito a tornare praticamente al suo modo di fare, mandava i soldi a casa dove tornava ogni tre mesi e tutto filava liscio che era un piacere.

Fra un viaggio e l'altro era nata un altra bambina e per Rino le cose andavano alla grande, per lui vivere a suo modo era troppo importante e tutti i suoi sforzi erano sempre tesi a trovare il modo di lavorare poco e di avere spazio per le sue cose, per le sue piccole e grandi manie.

Pensava, forse sono davvero il figlio di Giovanni, siamo talmenti diversi io ed Egidio che comincio ad esserne sicuro.  

Non lo capisco con quella sua smania di primeggiare e di avere sempre qualcosa in più degli altri, a cosa serve avere più cose, perchè devo avere la macchina più grande se me ne basta una più piccola e perchè dovrei comprarmi un cappotto nuovo quando ho il vecchio che mi ripara lo stesso dal freddo?

Certo forse se tutti fossero come me forse saremmo rimasti all'età della pietra.

Ma ci serve tutto questo progresso?

Ne abbiamo veramente bisogno?

Mi prendono in giro quando mi fermo a guardare il cielo, quando mi fermo a contare le stelle, quando fermo la macchina per salvare un riccio.

Io penso che se tutti si fermassero ogni tanto cinque minuti a guardare un fiore le cose andrebbero meglio per tutti.

Rino vieni qui in compagnia, raccontaci quello che facevi da ragazzo e quella volta che siete usciti di notte a rubare i cocomeri.

 
 
 

Storie di Famiglia

Post n°56 pubblicato il 04 Ottobre 2014 da robertocass
 
Foto di robertocass

6° Puntata

 

 

 

Nazzarena stava dando da mangiare alle galline ed intanto guardava l'anello, un anello di fidanzamento non grande ma d'oro, sì d'oro vero, ne era sicura, l'aveva fatto vedere anche a Cecetta che l'aveva confermato.

Fra qualche mese si sarebbero sposati e lei diventava una signora.

Certo un signora che non si era mai truccata, che non aveva mai portato le calze, che aveva le mani rovinate dal lavoro, una signora che andava due volte l'anno dal parrucchiere.

Si sentiva inadatta, guardava le foto sulle riviste che trovava al bar e poi guardava sé stessa con quel vestitino scolorito, i calzini ai piedi, le gambe rosse dal freddo.

Sarò giusta per lui? E se poi non mi vuole più?

Era una ragazza semplice che era sempre vissuta in casa, che aveva lavorato sodo, che non era mai stata a ballare, una ragazza che non si sentiva neanche bella, troppo magra e senza forme, una ragazza che parlava poco e che non si metteva mai in mostra.

Quella sera stessa fuori casa prende coraggio e ne parla con il suo Egidio.

Ma che dici, se volevo una donna diversa andavo a prenderla in città, io ho scelto te, a me stai bene come sei, anzi non voglio che cambi niente, io mi sono innamorato della ragazza che è ora davanti a me e ti voglio così.

Presto ci sposeremo e andremo a vivere a Narni, ho già visto un bell'appartamento che non chiede tanto.

Certo che per te all'inizio sarà diverso, ma ti ci abituerai presto, è comodo avere l'acqua calda al rubinetti senza bollirla, avere il bagno dentro casa e i termosifoni quando hai freddo.

Stai tramquilla che ci si abitua presto al meglio.

Sarà come dici tu, io farò quello che dici e ti starò sempre vicina.

Si abbracciarono ma come sempre Anita era di guardia.

Ragazzi non esageriamo, Nazzarena a casa, Egidio ci vediamo domani.

Arrivò così il giorno del matrimonio, avevano acquistato due bei vestiti, per lei uno bianco molto semplice ma con un bel velo per lui uno scuro con una bella cravatta.

La cerimonia fù senza invitati e senza pranzo ma con un piccolo rinfresco a casa di Anita.

Avevano deciso di non fare il viaggio di nozze, troppo costoso, avevano le cambiali dei mobili e della vespa nuova e dovevano stare attenti.

Andarono subito a vivere a Narni, Nazzarena era felice, la casa era bella e lei aveva il suo corredo con quelle belle lenzuola di lino che aveva ricamato lei stessa.

La madre aveva cominciato a fare il corredo alle figlie appena nate, nessun regalo ma solo lenzuola e asciugamani, non avevano mai avuto giocattoli, a parte qualche bambola usata regalo di qualche vicina.

Anita metteva da parte i soldi e ogni mese acquistava della biancheria dal furgone che passava di paese in paese e che vendeva di tutto dal pane alle mutande.

E poi non era così semplice, tutto doveva essere numerato, tanti pezzi per tipo, tutti uguali e per ogni figlia.

Per lei era come una missione, ogni tanto apriva il baule e controllava se tutto era al suo posto, se gli asciugamani o le federe erano del numero giusto e se i colori si abbinavano bene.

A lei sua madre aveva fatto uguale e lei voleva che le sue figlie avessero il più bel corredo che poteva comprare.

Nazzarena però non voleva rovinarlo ed aveva comprato altra biancheria più economica per non rovinare quella del corredo, così alla fine utilizzava sempre la nuova mentre quella bella ingialliva dentro l'armadio.

Ogni tanto però la metteva al sole, gli piaceva guardarla, ero il ricordo di sua madre, morta ormai da qualche anno, ricordo che diventava vivo ogni volta che apriva il baule e tirava fuori le lenzuola e le tovaglie ricamate.

Egidio era entrato in una grande azienda di Roma e cominciò a star fuori casa sempre più giorni, anche se poi faceva il possibile per rientrare almeno il sabato.

Era entrato sempre come responsabile, a capo di cantieri con impianti sempre più complicati con tanti bagni, un numero enorme di termosifoni e di split per l'aria condizionata e tutto che doveva funzionare perfettamente.

Ma lui si sentiva a suo agio, era come se l'avesse fatto da sempre, aveva sotto di lui anche 30 operai, ma lui controllava tutto e diventava ogni giorno più bravo.

Solo che gli dispiaceva lasciare sola la moglie, erano nate anche due bambine

e lui non c'era quasi mai, ma gli piaceva troppo il suo lavoro, guadagnava bene e stava pensando di comprarsi una cinquecento.

Sì anche perchè con la vespa in 4 diventava sempre più complicato, partivano con la piccola davanti in piedi fra il padre e il manubrio, la grande in mezzo, con la madre che portava anche qualche pacco.

Quando passavano la gente si girava e vederli andare era un vero spettacolo.

Egidio aveva fatto però i suoi programmi e prima della macchina c'era Roma, tutto era pronto per il grande salto, aveva trovato un appartamento vicino alla Basilica di San Paolo ed aveva già fatto mettere l'acqua, il gas, la luce e persino il telefono che a Narni non avevano, doveva solo dirlo alla moglie.

Nazzarena senti pensavo di trasferirci a Roma, tu che ne dici?

Come a Roma, ma dove andremo a stare...., fermati ho capito hai fatto già tutto, quando facciamo il trasloco?

Presto ho già dato la caparra.

Per fortuna lei da brava ragazza di campagna era stata abituata a cavarsela sempre da sola ed anche se il pensiero di andare a vivere in una grande città con due bambine le metteva paura, era stata abituata a rimboccarsi le maniche ed era sempre pronta a partire.

La casa a Roma era nuova in un palazzo dove Egidio aveva fatto gli impianti, era al secondo piano ed aveva due camere, due camere grandi dove in una avevano fatto la camera da letto nell'altra quella da pranzo con due mobili letto per le bambine.

Era vicino ad un grande giardino, proprio davanti alla basilica, dove portavano sempre le bambine a giocare.

Tutto perfetto ma a lui mancava ancora qualcosa, qualcosa che venne qualche giorno dopo.

Nazzarena stava stendendo i panni quando sente chiamare il suo nome, si affaccia, è il marito che strombazza sotto casa alla guida di una fiammante 500 bianca.

Gli sorride sapeva benissimo che l'avrebbe fatto, sapeva bene che quando lui si metteva in testa qualcosa non c'era niente da fare, prima o poi riusciva a farla.

Dai scendete che andiamo a fare un giro.

Partirono verso l'EUR e si fermarono al laghetto in quella che sarebbe poi stata una tappa fissa, e mentre moglie e marito prendevano il caffè le bambine giocavano.

Egidio era felice, gli sembrava di toccare il cielo con un dito, tutto che quello che aveva sognato da ragazzo si stava avverando e lui era felice della moglie che aveva scelto, felice delle bambine che giocavano sull'altalena e che ogni tanto si giravano a salutarlo, felice dei suoi successi al lavoro.

Si sporge dalla sedia e vede la sua immagine riflessa dalla vetrina.

E' vero somiglio proprio a Domenico Modugno.

 

 
 
 

Storie di Famiglia

Post n°55 pubblicato il 04 Settembre 2014 da robertocass
 
Foto di robertocass

5° Puntata

 

 

 

Rino stava tornando a casa con il suo motorino, acquistato a rate con i suoi primi guadagni ed era contento.

Era felice di come gli andavano le cose, lui non cercava di fare carriera o di primeggiare, a lui importava avere uno stipendio per mantenersi e non gli importava niente che per trovarlo aveva dovuto muoversi il fratello.

Faceva quello che gli chiedevano, con molta calma in verità ed erano sempre discussioni, ma poi a fine lavoro dovevano sempre ricredersi, è vero che ci aveva messo più tempo, ma il suo era perfetto, con i tubi tutti allineati alla stessa altezza ed alla stessa distanza.

E così se la cavava sempre e faceva sempre quello che gli pareva.

Non era invidioso del fratello, capiva il suo disagio, ma le chiacchere davano fastidio più a lui, a lui che non sapeva nemmeno chi era il suo vero padre.

Ma come sempre non gli importava più di tanto, per lui contavano solo qualche soldo in tasca, le ragazze a cui piaceva e gli amici.

Sì piaceva alle ragazze, alto e simpatico, sempre con la battuta pronta, ma lui non si decideva a fidanzarsi, usciva sempre con una diversa e si era fatto la fama del dongiovanni.

La sera poi con gli amici era il suo trionfo, tutti intorno a lui che raccontava storielle e barzellette.

Raccontarle era la sua vera passione e le raccontava bene, vere od inventate che fossero, sentirlo era un vero spasso, sarebbero stati a seguirlo per ore.

E' questo quello che succedeva tutte le sere, sempre a fare tardi in osteria, sempre l'ultimo ad andare via.

Tutte le mattine però era un dramma, sentiva il fratello uscire all'alba ma lui si girava dall'altra parte e ci volevano tante di quelle chiamate per farlo alzare che alla fine vincevano perchè non ce la faceva più a sentirle.

Usciva tardi ed era sempre in ritardo al lavoro, ogni mattina minacce di licenziamento ma poi però recuperava la sera.

Sì per Rino il giorno comiciava tardi ma finiva anche tardi e quindi nessun problema a fermarsi per finire l'impianto, anzi spesso restava da solo, tutti andavano via e lo lasciavano a lavorare.

Bè proprio lavorare è una parola grossa, lui sempre con calma, prendeva la chiave inglese mai poi si fermava a vedere un gatto che miagolava o delle formiche che trascinavano un pezzo di pane.

Andava via che era notte e spesso non passava neanche a casa, andava direttamente all'osteria dove mangiava pane e prosciutto ed aspettava gli amici che puntualmente arrivavano per fare veglia con lui.

Quel pomeriggio però aveva fatto presto e tornava lentamente, la salita sembrava non finire mai e il motorino arrancava, tanto che alla fine decise che conveniva fermarsi per farlo raffredare.

Si ferma su un piccolo spiazzo, si siede sotto su un albero e si accende una sigaretta.

In quel momento passa una apetta con scritto grande Comune di Narni, è lo zio che sta facendo il suo solito giro per le strade di sua competenza.

Il lavoro di stradino, che fra l'altro Giovanni prendeva molto sul serio, consisteva nel controllo se vi erano impedimenti sulla strada, massi o animali morti, se si erano aperte buche da riempire con il cemento che portava sempre, nel pulire il ciglio da erbacce che potevano nascondere una curva, e così via, il tutto con grande cura e precisione, come se fosse qualcosa di estremamente importante.

Beh Rino che stai facendo? Non ti parte?

No zio tutto a posto, lo faccio raffredare, tanto oggi è presto.

Va bene, ci vediamo a casa.

Giovanni riparte pensieroso, doveva sbrigarsi, fra poco iniziava la riunione del partito e non voleva mancare.

Era sempre stato fra i socialisti e più di una volta gli avevano proposto un posto al comune come assesore.

Ma lui prima aveva sempre rifiutato, anche se oggi se ne pentiva, e poi non era stato più possibile.

Tutto era cominciato quando aveva preso in casa quel bambino che rimasto orfano non sapeva dove andare.

Alessandro era rimasto solo a 12 anni, non aveva altri parenti e il giudice non trovò di meglio che rivolgersi a quel cugino fra l'altro conosciuto come persona di tutto rispetto.

Non fù difficile diventarne il tutore con una delega fino a maggiore età di tutte le sue proprietà, che non erano poche e che facevano gola a tutti.

Giovanni in paese aveva tanti amici e tutto gli fù molto facile, aveva una posizione rispettabile, la moglie maestra, era colto e stimato da tutti.

Non fù nemmeno difficile passare dalla delega alla proprietà effettiva, Alessandro si fidava ciecamente di quello che considerava il suo nuovo padre e diventò tutto normale.

Giovanni rimase vedovo e decise di andare a vivere in campagna, in una piccola località fra Narni e Sant'Urbano.

Tutto sembrava portarlo ad una serena vecchiaia quando accade quello che non avrebbe mai immaginato: Alessandro porta a casa la sua ragazza Margherita e tutto diventa diverso.

La ragazza è bella, formosa da subito Giovanni ne rimane affascinato.

I ragazzi si sposano e vengono a vivere in casa, nasce Egidio e la casa non grande costringe ad una intimità che diventa subito morbosa.

Tutto diventa sconvolgente per Giovanni: la ragazza si toglie la camicia per allattare il bambino e mostra un seno florido che lo lascia senza fiato, riempie la bagnarola per farsi il bagno ma la porta è difettosa e rimane socchiusa e la vede quasi completamente nuda.

Giovanni perde completamente la testa e se ne innamora perdutamente.

Il paese è piccolo e la situazione diventa ben presto sulla bocca di tutti, le chiacchere diventano macigni quando nasce Rino con una somiglianza che non può passare inosservata.

Giovanni perde il suo posto al partito e perde qualsiasi possibilità di venire eletto, lo richiamano ad una condotta più consona al suo ruolo, ma lui non cede, non vuole perdere Margherita e rinuncia a tutto.

Alla fine gli danno quel posto di stradino, una specie di liquidazione per tutto quello che aveva fatto.

A questo pensa ancora una volta mentre guarda la strada alla ricerca di qualcosa da fare, chissa se sarei diventato assessore, ma non mi pento, non la voglio perdere e non ci rinuncio, certo mi dispiace per quel ragazzo che considero un po' mio figlio, ma non riesco a farne a meno.

 
 
 

Storie di Famiglia

Post n°54 pubblicato il 06 Agosto 2014 da robertocass
 
Foto di robertocass

4° Puntata

 

 

 

La mattina dopo si alza come sempre all'alba.

Gli piaceva alzarsi presto, lo aveva sempre fatto e poi a quell'ora dormivano tutti, evitava così chiacchere inutili, prendeva il caffè che la madre lasciava al caldo davanti al camino ed usciva, non prima di aver aggiunto della legna e ravvivato il fuoco.

Quella mattina aveva però perso più tempo davanti allo specchio, si era fatto con cura la barba ed aveva sistemato i baffi, i capelli all'indietro con un po' di brillantina, ecco a posto.

Gli piaceva che dicessero che somigliava a Domenico Modugno, sotto sotto se ne vantava anche se faceva finta di nulla.

La Vespa era lucida come non mai., un ultimo controllo, a posto si parte.

Era nervoso e si accese una sigaretta, aveva chiesto il permesso proprio per arrivare presto al prato dove Nazzarena portava le sue pecore al pascolo.

Buongiorno.

Buongiorno Egidio come stai?

Bene senti sono venuto presto perchè voglio parlarti, ci sediamo qui all'ombra?

Senti sono anni che ci conosciamo ed io volevo dirti.....

La ragazza lo guarda diventare rosso, ha capito bene ma vuole che parli lui.

Dimmi.

Oh non è facile per me, insomma volevo chiederti se vuoi fidanzarti con me.

Mi conosci, sono un bravo ragazzo, già lavoro e guadagno bene, io ho intenzioni serie, voglio venire a casa tua, io ti voglio sposare.

Aveva detto tutto di corsa come per togliersi un peso.

Sì anche tu mi piaci, aspettavo questo momento.

Egidio la guarda, una bella ragazza con i capelli chiari e gli occhi celesti, un bel figurino, forse un po' troppo alta, ma l'aveva scelta, era lei la donna con la quale voleva vivere tutta la sua vita, era lei la donna che aveva scelto come moglie e madre dei suoi figli.

L'abbraccia e la bacia teneramente.

Attento che ci guardano.

E che mi importa ormai siamo fidanzati e questa sera vengo a presentarmi a tua madre.

Rimangono seduti a parlare, Egidio si sentiva proprio bene, tanto che si era dimenticato che doveva andare al lavoro ed aveva fatto tardi.

Senti scappo via , ci vediamo questa sera a casa tua.

A Nazzarena batteva forte il cuore, era felice, quel ragazzo gli era sempre piaciuto, gli piaceva come era riuscito già a farsi una posizione, gli piaceva anche se poi non si erano mai riusciti a frequentarsi.

Lei lavorava sempre, i fratelli erano piccoli e solo lei poteva aiutare sua madre, le cose da fare erano tante, avevano un po' di campagna e per fortuna da mangiare non era mai mancato, anche durante la guerra, anche se avevano dovuto nascondere tutto.

Ogni tanto passavano, tedeschi e fascisti, e vernivano a chiedere da mangiare, se non stavi attenta ti rubavano l'olio, il vino, il prosciutto, la farina, tutto quello che avevano messo via con tanta fatica.

Quando arrivavano, Anita, la madre, mandava via le figlie e preparava da mangiare, preparava della pasta con del pane e del vino.

Loro entravano e si sedevano, mangiavano senza parlare e poi ringraziavano e andavano via.

Anita era un donnone grande e grosso, li guardava e sempre senza parlare faceva un cenno col capo.

E così tutte le volte che capitava, ma grazie a questo era riuscita ad andare avanti.

Era stata sfortunata, si era sposata due volte e due volte era rimasta vedova, aveva così avuto una figlia dal primo marito e quattro dal secondo, tre femmine e un maschio.

Veramente non si era risposata, aveva una buona pensione come vedova ed avevano insieme deciso che non conveniva perderla, tanto era uguale, fra l'altro avevano lo stesso cognome, anche se non erano parenti, e quindi nemmeno quello era un problema.

Ma era rimasta sola di nuovo, gli anni della guerra erano stati duri, da sola, tutte donne.

Il maschio era partito ma era finito prigioniero, era tornato solo due anni dopo, stremato, dimagrito, ma vivo.

Il suo grande aiuto era quella figlia che somigliava tanto a lei, energica e risoluta, avevano lavorato tanto insieme, andavano d'accordo anche se non parlavano quasi mai.

Erano entrambi di poche parole ma sapevano quello che dovevano fare ed ognuna faceva il suo, gli bastava uno sguardo per capirsi e senza tante smancerie e abbracci e senza tante chiacchere andavano avanti.

Nazzarena era felice.
Mamma, ti ricordi di Egidio? Stasera viene qui a presentarsi ufficialmente, ci siamo fidanzati.

Bene, è un bravo ragazzo, hai fatto bene.

E così la sera ci fù l'incontro, Egidio venne con la cravatta e con un vassoio di paste.

Dopo la cena lo accompagnò fuori per stare un po' da soli.

Allora?

A posto, ci sposeremo presto stai tranquilla, solo il tempo di mettere da parte qualche soldo.

A proposito guarda che ti ho portato.

Un vestito, ma è bellissimo, non ne ho avuti mai di così belli, anzi veramente ne ho solo due, uno per l'estate e uno per l'inverno.

Vieni che lo faccio vedere a casa.

Guardate un po' che mi portato Egidio.

Tutte furono intorno a lei a vedere come era bello e tutte con un po' d'invidia per quella sorella che aveva trovato proprio un bel partito.

Egidio guardava e sorrideva, gli piaceva fare il grande, si sentiva importante e realizzato.

Non poteva sperare in niente di meglio.

 
 
 
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