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La visita del merlo. Berenson, Viaggio in Sicilia. Wilde

Post n°942 pubblicato il 15 Maggio 2017 da giuliosforza

Post 871

Dopo il passero, un grosso merlo dal becco giallo (preso in un primo momento per un corvo imperiale, il difensore del nido dell’aquila reale che plana sui faggi del mio Pellecchia) ha visitato me assente lo studio, smerdandolo in ogni angolo di pavimento ma risparmiando rispettosamente, incredibile a dirsi, suppellettili e libri.  Al mio rientro, come un caccia impazzito, di quelli che scortavano le formazioni di bombardieri anglo americani  solcanti con rombi cupi i cieli della mia infanzia diretti a distruggere ogni traccia di civiltà al di sopra della Linea Gotica, nel tentativo di uscire si impigliava nella tenda, e invece di farsela sotto dalla la paura, come avviene normalmente agli umani, stringeva lo sfintere e cessava dallo scacazzamento. Il primo istinto fu quello di punirlo e di finirlo a colpi di scopa, poi la mia pietà prese il sopravvento e l’aiutai a riprender la sua libertà. Finirà che lo immortalerò, su di esso poetando come, primo forse fra i poeti, feci per il porco ed il geco,  ambedue celebrati nei Canti di Pan e ritmi del thiaso con versi …immortali.

*

Finito di leggere il breve Viaggio in Sicilia (Leonardo editore, Milano, 1992, pp. 91) di Bernard Berenson, lo storico dell’arte lituano trapiantato prima negli Stati Uniti poi in Italia, sulle colline fiesolane, dove è ancora visitabile la sua bellissima villa ‘I Tatti’ a Settignano. Si tratta di un diario di viaggio (compiuto, lui beato, a ottantotto anni!) che non solo ci restituisce le emozioni estetiche intensamente vissute in quel museo a cielo aperto che è la Sicilia, ma anche ci rallegra con numerosissimi richiami culturali attinti in ogni ambito del sapere nel corso della lunghissima vita. Giustamente si scrive nel risvolto di copertina: “Non è uno svagato adoratore di armonia e purezza delle forme classiche, il Berenson che, nella primavera 1953, gira per la Sicilia andando incontro a paesaggi mutevoli, a opere d’arte sorprendenti, a testimonianze piccole e grandi di un glorioso passato che puntigliosamente, come un grande viaggiatore dei bei tempi, annota e commenta nel suo taccuino. E anche se si lascia rapire volentieri da un sogno impossibile al cospetto di tanta bellezza (“Se soltanto uno potesse impadronirsene e serbarla entro sé sarebbe un dio”, così chiude l’opuscolo), il suo resta il tempo della storia, non quella del mito. Un tempo misurabile, creatore di contesti e produttore di cronache, dove c’è spazio per Antonello da Messina e per Alcide De Gasperi”.  E c’è spazio per Goethe, Heine e August von Platen, guardati con ironico disincanto ma anche con spirito critico. Un Goethe che gira per la Trinacria incurante di tutto ciò che non sia memoria classica (paradossale la limitatezza dei suoi gusti rispetto alle arti visive), alla ricerca spasmodica della sua principale fissazione, la Urpflanzt, la Pianta archetipo primigenia. Un Heine e un von Platen che si sferrano vicendevolmente acerrimi assalti, irridendo di volta in volta l’uno dell’altro l’ebraismo o l’omosessualità.

P. S.

Ho appena finito di stendere queste note che apprendo dal Sole 24 Ore domenicale, in una lunga recensione di Marco Carminati dal limitativo e in qualche modo fuorviante titolo ‘Tutte le donne di Berenson’, essere disponibile  presso Adelphi la traduzione italiana del saggio di Rachel Cohen Bernard Berenson tra Boston e Firenze (pagg.336, euro 32), una biografia che promette di far luce su una esistenza segnata sì dalla sorella Senda, dalla moglie Mary, dalla mecenate Isabella e dalle amanti, fino a Nicky Mariano, ultimo angelo custode, ma anche su tutta la frenetica attività estetica ed interpretativa (e…mercantile) di colui che fu, con Roberto Longhi e Federico Zeri, meno di lui fortunati, il più grande storico d’arte del nostro Novecento. Da non perdere.

*

… e continuo con Lettori selvaggi, mi diverto e mi irrito. Mi irrito ad esempio quando vedo trattati D’Annunzio e Richard Strauss con la solita prevenzione figlia per lo più di ideologie oscurantiste (del primo son salvate e lodate solo alcune liriche di Alcyone - in particolare ‘Meriggio’, la cui citazione non poteva essere immune dal solito refuso, questa volta particolarmente esilarante,  poiché trasforma il ‘verzicante’”del terzo verso in ‘vendicante’-, e riconosciute, guarda un po’, e osannate la vibratilità e la novità della lingua;  del secondo si esaltano gli ultimi Lieder, a proposito dei quali è detto “…dopo aver scritto musica sempre raffinatamente e inconsapevolmente volgarotta da grande Esteta, tra il 1946 e il 1948, superati gli ottant’anni, fuori del suo tempo, compose i Vier Letzte Lieder: in quei quattro Lieder della fine  avvenne qualcosa che lo portò al di là di se stesso con tutto se stesso, come se l’esteta non fosse sparito ma si fosse infine liberato dall’occhiolino  strizzato all’appariscente, lasciando infine che la pura bellezza delle superfici riflettesse la nostalgia della più abissale Romantik… (p.1071). I Poemi sinfonici e le opere all’Esposito non dicono niente, e peggio per lui.  Mi diverto, e mi erudisco, quando scopro un Wilde inatteso che non conoscevo, quello dell’Anima dell’uomo sotto il socialismo ove il frivolo dandy si fa critico spietato dei nuovi falsi miti democratici (“Democrazia significa semplicemente bastonatura del popolo da parte del popolo in nome del popolo”) e dei luoghi comuni che celebrano come progresso e civiltà scienza e tecnologia, quest’ultima già trasformata in tecnocrazia  inaugurante la schiavitù meccanica, la schiavitù della macchina da cui dipende il futuro del mondo; ma come nel Capitale non la macchina è il nemico, il nemico è la schiavitù dell’uomo asservito al lavoro mediante la macchina. 

Gli  inattesi paradossi economici di Wilde mi fan prima pensare poi mi divertono, i suoi celebrati  aforismi prima  mi divertono poi mi  fan pensare. Ma in ambedue i casi lo stile del dandy non si smentisce.

    ­­­_______________________

 

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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