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Marcello Veneziani, Magnifici ribelli, varia

Post n°1183 pubblicato il 14 Febbraio 2024 da giuliosforza

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   Ho recentemente condiviso su fb la copertina del saggio di Marcello Veneziani dedicato, lepidamente, a Vico dei miracoli (con riferimento alla zona di Napoli ove è situata via San Biagio dei Librai, a lungo residenza del Filosofo) perché lo ritengo, oltre che istruttivo, assai divertente. Il prof Luciano Pranzetti, presentissimo su questi spazi, che onora con la sua formidabile scienza e intelligenza, ha così reagito: “lo acquisterò per tre motivi: 1) - per essere proposto dal migliore docente italiano: Giulio Sforza; 2) - per essere Vico il miglior filosofo italiano; 3) - per essere scritto da Veneziani, il migliore pensatore libero italiano.

Mi son limitato per il momento all'area italiana”.

  Per quanto mi riguarda non negherò ipocritamente di essere andato in sollucchero per l’esagerato e birboncello elogio, che solletica non poco la mia innata nota modestia. Ma mi piacciono soprattutto le altre due motivazioni, che condivido con una riserva: metterei Vico, per la vita e per l’Opera, se non sopra alla pari sì con gli altri tre geniacci della Magna Grecia, gloria del Rinascimento filosofico italiano: Telesio, BRUNO (la maiuscola non è un refuso) e Campanella; pari, se non per sistematicità, indubbiamente per originalità e complessità.

Per Veneziani, d’accordissimo; di lui prossimamente su questo diario virtuale, a conferma, mi prenderò la libertà di condividere un suo coraggiosissimo, visti i tempi, articolo apparso su La Verità del 6 febbraio scorso.   

 

*

Mi sono appena regalato uno dei libri più lodati e reclamizzati, in questi giorni, dalle amanti e dagli amanti di Sophia: "Magnifici ribelli. I primi romantici e l'invenzione dell'Io' (editrice la Luiss University Press, l' italianissima Libera Università Internazionale di studi sociali Guido Carli', traduzione di Antonella Salzano) della scrittrice tedesco-indiano-inglese Andrea Wulf. I 'Magnifici ribelli' sono quei giovani, giovani chi più chi meno, famosissimi Pensatori rispondenti ai nomi di Fichte Hegel Schelling Novalis Schiller eccetera, dibattenti (e trincanti) nel così detto Circolo di Jena attorno al tavolo moderato da un tal Johann Wolfgang Goethe, personaggi che stavano davvero cambiando il mondo.

A vent'anni, nel pieno della mia conversione (anzi presa di coscienza: chi perde una fede seria non l'ha mai posseduta, chi la trova l'ha sempre posseduta ) all'Idealismo presto maturato in Neo-Idealismo, sentivo di essere stato, circa tre vite fa, ragazzo-garzone in quel ritrovo di Geni (al quale ho poi molte volte pellegrinato in vita), ragazzo curioso e distratto perché incantato dai discorsi rivoluzionari di quei Profeti della nuova Bibbia filosofica, presto diventato loro intimo e familiare, e vezzeggiato come loro mascotte. Questo avverto ancora e perciò, sfidando il freddo pungente e imprudentemente non tenendo conto dei miei mal d'ossa ormai quasi invalidanti, salgo in macchina, corro alla mia libreria di riferimento che è a pochi minuti da casa, ed eccomi a leggere il prologo dell 'autrice che fa ben sperare dopo le solite presentazioni laudative di critici illustri, fra le quali una, per fortuna breve, perché nociva, di Andrew Roberts che evidentemente non ha letto il libro se ne colloca le vicende "nella Germania di fine Ottocento".

Sento che si tratta del libro che mancava alla mia curiosità vorace. Lo divorero'. E ne riparleremo presto, se i Fati lo consentiranno.

 Nota.

   Luciano Pranzetti, l’onnisciente (non scherzo) e onnipossente mio ex discepolo, lettomi mi condivide la sua pessima opinione e del libro e dell’autrice. Secondo lui l’autrice non sarebbe né una storica né una filosofa e non farebbe che incollare una appresso all’altra citazioni di seconda mano. Gli rispondo: Sesto Empirico a me consiglia prudenza ed epoké, la scettica ‘sospensione del giudizio’. Invidio la tua categoricità e le tue sicurezze,  stai  come ‘torre che non crolla per soffiar di venti', ti è consentito esser "dogmatico", abbarbicato come sei alla roccia delle tue certezze. Me la Conoscenza ha reso fragile, vacua ombra 'che la luna attraversa scintillando'...

 

 *

   Il mio fine settimana. Ascoltato e visto o solo visto:

  un Uto Ughi splendido nella beethoveniana Sonata a Kreutzer, da cui il vecchio Tolstoi trasse il titolo del suo omonimo romanzo ultramoralistico, non certo un capolavoro. Oltretutto Lev fraintende, anzi calunnia, il compito di Frau Musika, rendendola colpevole del decadimento morale ecc. ecc. Da ridere. Saepe etiam magnus dormitat Homerus…

   di Feydeau, Sarto per signora, uno spasso;

   di Dumas figlio, La signora dalle camelie, riduzione per la tv di Cottafavi, con Rossella Falk e Arturo Dominici. Qualche differenza dalla Traviata di Verdi, libera trasposizione in note, come è risaputo, della Dame aux camélias. A proposito di Traviata, ecco un’opinione di Daniel Oren, espressa oggi in un Prima della prima di rai5, che dirige cantando e saltando da sfondare, gigantesco come è, il podio. Secondo lui la Traviata è un’opera più francese e soprattutto più tedesca che italiana, il che le farebbe onore. Originale, ma discutibile. Per metà convengo. Ricordo la sua prima direzione a Roma, Auditorium Conciliazione, tanti tanti anni fa. Era giovanissimo e come sempre indossava il kippah. Con Maria Teresa crepammo dal ridere, non per il kipah, per il personaggio, destinato a rimanere tale. Oggi, a quasi settanta anni, numero biblico, lo ho visto tale e quale, solo un po’ più in carne. Ma la sua voce baritonale e intonatissima è ancora intatta (ben si vede che studiò canto) salta un po’ meno, ma è identica la gestualità. Settanta volte sette può essere il suo finale traguardo. Auguri, Maestro!      

*

   Notte Santa come è descritta nel Protovangelo apocrifo di Giacomo.

   Una delle mie più frequenti citazioni bibliche è quella  ripresa dal Libro della Sapienza XVIII, 15-16 della Vulgata: “Dum medium silentium tenerent omnia et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens Sermo tuus, Domine, a regalibus sedibus venit” . Mentre tutte le cose erano immerse nel più profondo silenzio e la notte era a metà del suo corso, il tuo onnipotente Verbo, Signore, discese dalle sue sedi regali”. Questa mi par di ritrovare nella descrizione del Protovangelo di Giacomo della Notte Santa immersa nel suo panico attonimento, nel cuore della stagione della Quiete alcionia. Come in un infantile gioco delle belle statuine il moto dell’Universo s’arresta, la musica dei mondi si tace perché quella solo del Verbo incarnato risuoni. Tutto ciò ed altro ritrovo nelle prime pagine dell’apocrifo Protovangelo di Giacomo.

   “…E io Giuseppe stavo camminando, ed ecco non camminavo più. Guardai in a ria e vidi che l’aria stava come attonita, guardai la volta del cielo e la vidi immobile e gli uccelli del cielo erano fermi. Guardai a terra e vidi posata lì una scodella e degli operai sdraiati intorn, con le mani nella scodella; e quelli che stavano masticando non masticavan più, e quelli che stavano prendendo del cibo non lo prendevanopiù, e quelli che stavano prottgandolo alla bocca non lo portavano più, ma i i visi ditutti erano rivolti in alto. Ed ecco delle pecore erano condotte al pascolo, e non camminavano, ma stavano ferme; e il pastore  alzava la mano per perquterle col bastrone, e l sia mano restava per aria . Guardai alla corrente del fiume e vidi che i capretti tenevano il muso appoggiato e non bevevano;… e insomma tutte le cose, in un momento, furono distratte dal loro corso”. (I Vangeli apocrifi, a cura di Marcello Craveri, Biblioteca Einaudi 2014, p.20)

   Gioco universale delle belle statuine che Diego Valeri, citato dal curatore (op.cit. p.20 in nota), in una ingenua poesia così descrive: “Maria dentro la grotta si posò / E Giuseppe a Betlemme si avviò. /Ma un momento sentì che mentre andava / a mezzo il passo il piè gli si arrestava. / Vide attonita l’aria e il cielo immoto / e uccelli stare fermi in mezzo al vuoto. / E poi vide operai sdraiati a terra / e posata nel mezzo una scodella: / e chi mangiava, ecco, non mangia più / chi ha preso il cibo non lo tira su, / chi levava la man la tien levata, / e tutti al cielo volgono la faccia. / Le pecore condotte a pascolare / sono lì che non possono più andare: / fa il pastor per colpirle con la verga / e gli resta la man sospesa e ferma. / E i capretti che all’acqua aveano il muso / ber non possono al fiume in sé rinchiuso… E poi Giuseppe vide in un momento / ogni cosa riprender movimento”.

   Gioco universale delle cose alle belle statuine!

 *

 Sarà veramente di Menandro l’abusata affermazione on oi theòi philoùsin, apothneskei neos, muor giovane colui che gli dei amano? O gliela avranno messa in bocca gli oligarchi guerrafondai per mandare a morire in guerra milioni di giovani, come fanno da sempre le grandi potenze belligeranti? Non è allora da preferire la retorica patriottarda di una canzonetta, come quella musicata nel 1826 da Mercadante nella sua opera Donna Caritea, su parole del conte Paolo Pola?

   Chi per la patria muor
   vissuto è assai;
   la fronda dell’allor
   non langue mai.
 
   Più tosto che languir
   per lunghi affanni,
   è meglio di morir
   sul fior degli anni.
 
   Chi muore e che non dà
   di gloria un segno
   alla futura età,
   di fama è indegno.

  O vivere e morire è parimenti insignificante?

  Pensieri negativi crepuscolari. Nuove albe s’annunciano. S’avvicina il tempo delle rinascite.

*

   Ho sognato il Venosino e la commemorazione (‘Orazio educatore’) che ne tenni tanti anni fa, all’aperto tra il fitto verde e l’ombra dei pioppi, presso i ruderi della Villa di Orazio al Fons Bandusiae splendidior vitro, dulci digno mero non sine floribus di Licenza di Roma, chiamato a sostituire indegnamente Ettore Paratore malato, e l’ho di nuovo in sogno declamato per un ristretto pubblico di amatori.

   Fuori di sogno:

   Invitare un modesto teorico dell’educazione, ‘anarchico’ e nicciano, a sostituire un filologo e latinista eccelso, uno dei ‘conservatori’ più contestati dai sessantottini della Sapienza, fu certo un azzardo, ma la novità non dispiacque al pubblico e forse nemmeno ad Orazio. Non piacque molto a qualcuno degli organizzatori, che a posteriori si pentì della scelta e si chiese: ma come ha potuto venirci in mente di chiamare uno come costui, teorico della dis-educazione estetica e della de-gregazione? Anche io me lo chiesi e continuo a chiederlo. Probabilmente la colpa fu di un mio ex alunno musicista diplomato al Conservatorio che aveva voluto laurearsi in Pedagogia e faceva parte del comitato. (Ciao Maestro Prof Moscetti.  Organizzate ancora costì l’annuale celebrazione?)

   Naturalmente non fui più richiamato. Ma ogni tanto mi richiamo da solo e mi ritmo perfettamente in solitudine i bei saffici del birbone venosino, e anche me li canticchio e me li suono all’organo sulla musica dell’Inno a Roma pucciniano: i versi saffici di Fausto Salvatori musicati dal Lucchese ne adottano alla perfezione il ritmo e s’adattano splendidamente a quelli dell’autore del Carmen saeculare.

   Per il mio sogno stanotte, biblico vecchione novantenne ormai ridotto a voyeur, ho scelto la lascivetta Ode C. I 30 del primo libro. Provate a cantarla con me e vi renderete conto della perfetta intesa Quinto Orazio Flacco venosino- Giacomo Puccini lucchese.

   O Venus regina Cnydi Paphique  

   Sperne dilectam Cypron et vocantis

   Thure te multo Glycerae decoram

   Transfer in aedem.

   Callidus tecum puer et solutis

   Gratiae zonis, properentque Nymphae

   Et parum comis sine te Iuventas

   Mercuriusque.

  Quanti sogni simili amerei tornare a fare, per ripagarmi della conturbante, per cervello e muscolo cardiaco, solita fantasmagoria orrifica delle mie notti inquiete!

*

   Vengo da un bel pianto liberatorio all’ascolto di Amarilli Nizza in  Suor Angelica. Chi ama Puccini non può non amare Suor Angelica, l’atto unico, Opera-capolavoro, tra le sue Opere, che egli, per sua stessa confessione, amò di più.  

__________________                           

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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Biblioteca-enoteca dello Spirito, Vangeli apocrifi ed altro

Post n°1182 pubblicato il 14 Febbraio 2024 da giuliosforza

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   Qualcuno mi spieghi il senso del seguente sogno.

   Mentre un Venditti giovane, che non ho mai amato, biascica parole senza senso passando tutto felice lo strofinaccio sul vasto pavimento inesistente di un immenso salone vuoto inesistente d’una mia casa inesistente, io scrivo per lui una canzone, parole e musica, con pasta di fagioli grandi di Spagna schiacciati coi piedi.

   Sogno realizzato in una strana notte in cui non mi sono alzato più volte, come ormai da anni, ma ho fatto, come suol dirsi, tutta una tirata dalle 22.00 di ieri sera alle 04.25. Ieri mattina avevo assistito in Tivoli, col cuore straziato, in una mattinata  serenissima ma glaciale, nella  orrenda chiesa-ghiacciaia parrocchiale di San Michele Arcangelo nota come ‘il Gesù’, orrendamente e miracolosamente incuneata tra il mucchio di case affastellate lungo il versante est (quello che guarda verso l’Abruzzo) della una volta amena collina Braschi  devastata dall’abusivismo politico post bellico,  all’ennesimo funerale (ciò ormai mi tocca alla mia età, che qualcuno ha il coraggio di invidiarmi); il funerale, questa volta, del carissimo Pino, di circa vent’ anni di me più giovane, già anima del fu Coro Polifonico Tiburtino che egli mi aveva circa quaratacinque  anni fa chiamato a dirigere.

  Balugina ora l’alba di una giornata serenissima e prevista freddissima (0°C).  Il parco è paralizzato e gli uccelli lo disertano. Quiete panica. Inaugurerò il nuovo colbacco giuntomi a tempo di record da Amazon. E leggerò e scriverò, con Elaine Pagels, Geno Pampaloni e Marcello Craveri, di Vangeli apocrifi gnostici e di storia scritta dai vincitori.

Amo la cristologia gnostica.

 

P. S. Ecco due fra i commenti

Fio Rella:

   “Direi…il tuo per fortuna inguaribile senso del bello e dell’armonico vorrebbe sostituirsi al becerume del comunemente orecchiabile. Quanto ai fagioli non so se conosci la fiaba dei fagioli magici che crescevano fino al cielo affinché il bambino che li aveva piantati potesse avere una gallina dalle uova d’oro e un’arpa dal suono meraviglioso…nel tuo sogno quei mezzi di facile ricchezza del corpo e dell’anima li hai tenuti a bada sotto i piedi perché potessi essere tu su questa terra ad elargire quei doni”.

 Claudio Leoni

   “Mi sembra facile. Volevi rimettere a posto le cose: via il superfluo e avanti con ciò che conta davvero. I fagioli e la Terra origine di tutto! Buona giornata Giulio!

*

   Mi sono sempre interessato ai Vangeli ‘apocrifi’ ma senza accedere direttamente alle fonti. L’ultimo saggio che lessi al riguardo fu l’interessante studio di Elaine Pagels, I Vangeli gnostici (Arnoldo Mondadori Editore 1981, pp. 233) che in sei capitoli riassume gli aspetti fondamentali dello Gnosticismo diffuso nei primi anni del cristianesimo: 1) La controversia sulla resurrezione di Cristo: evento storico o simbolo; 2) «Un solo Dio, un solo vescovo»: la politica del monoteismo; 3) Dio Padre, Dio Madre; 4) La passione di Cristo e la persecuzione dei cristiani; 5) Quale vera chiesa?;  6) Gnosi: conoscenza di sé come conoscenza di Dio. Quando poi studiai Plotino e il suo Gnosticismo più prettamente filosofico, mi si riacuì la curiosità ma non potei saziarla, distratto da altri interessi. Solo recentemente e casualmente (ma come è vero che i veri problemi resistono fino alla morte!) essa mi si è risvegliata, in occasione della scelta dei libri da regalare a Natale: mentre frugavo tra testi di archeologia mi imbattei nel libro che capii subito fare al mio caso: I Vangeli apocrifi. Biblioteca Einaudi 2014, prefazione di Dario Fo, saggio introduttivo di Geno Pampaloni, curatela di Marcello Craveri.

   Se il nome di Fo, indubbiamente grande giullare, ma non certo filosofo e critico, insignito di uno strano Nobel, mi insopettì e non poco infastidì, fui subito rassicurato dai nomi di Geno Pampaloni e di Marcello Craveri. E acquistai per me il bel volume di seicentotre fittissime pagine con la copertina arricchita dalla riproduzione di un particolare del “Riposo durante la fuga in Egitto” del Caravaggio, che amo, al quale mi sto da un mese con grande piacere dedicando. Ora ho modo di verificare alla fonte la lettura della Pagels, approfondire le questioni più rilevanti sollevate dal fenomeno gnostico, quelle stesse che nella mia gioventù mi crearono inquietudine durante i miei studi di teologia neotomistica che affiancavano quelli filosofici universitari. Avevo avuto sentore, nel 1945, appena tredicenne, della scoperta fatta casualmente da un contadino, a Nag Hammadi nell’Alto Egitto, di una giara di terracotta contenente tredici volumi di papiro rilegati in cuoio, che si sarebbero rivelati i Vangeli apocrifi (nascosti”, “segreti”, “proibiti” da chi ne temeva la diffusione). Ma chiaramente quei codici furono subito riseppelliti dentro di me e troppo a lungo vi restarono.  Leggerli oggi mi dà la sensazione di abbeverarmi all’acqua cristallina delle fonti, non ancora inquinate dal veleno delle ideologie politiche e religiose. Non mi sono mai fidato della storia scritta dai vincitori e delle fonti così dette “canoniche”. I codici di Nag Hammadi mi sanno di autenticità proprio in quanto dai vincitori dannati a non essere ricordati (oh dannata damnatio memoriae!), ma provvidenzialmente riemersi alla luce. Se poi anche di essi dovessi sentirmi insoddisfatto non sarà un problema: mi resterà sempre la speranza, non cieca e prossima a realizzarsi, di un Oltre che anche su questo faccia luce! Per ora mi cullo nella rasserenante fiducia della scoperta, tutto è possibile, che tutta la cristologia “ortodossa” e le sue implicazioni morali politiche sociali intellettuali vengano dagli “apocrifi” rivoluzionate.

   Che il Cristo dagli apocrifi consegnatomi sia quel Cristo che da sempre ‘io nel pensier mi fingo’?

   Staremo a vedere.

 *  

   In un momento di entusiasmo alquanto irrazionale m’ero auspicata la rinascita del nostro “Gruppo corale Metanoesi”. Oggi ho così scritto ai membri:

   “Bei giovani, il 2024 ha già preso il galoppo. La rinascita è stata una pia illusione. Ma bella, no? Eppure, eppure qualche cantatina estemporanea alla memoria ce la dovremo pur fare! Magari allo scadere del mio 91esimo, di cui già ho eroso ben cinque mesi!

   Vi riauguro un sacco di cose belle. Celebrate a scapicollo la Vita anche per me! E cantatela sempre, nonostante tutto, senza mai maledirla. Ubriacatevi di Vita, seguendo i consigli, ricordate? di quei due nostri immensi  Amici e Protettori: man muss immer trunken sein, il faut être toujours ivres. Tenete sempre desti i dèmoni a legioni che vi inabitano. E ricordatevi ogni tanto del vostro Pan”.

   Condivido con piacere a tutti gli amici di FB. 

 *

Biblioteca-Enoteca dello Spirito

   Si dice alla mia età bleffando: io non rimpiango nulla! Io dico: quante cose rimpiango! Per esempio, di non aver fatto, almeno per gioco (a tempo perso, nel mio caso ritrovato), il sommelier. E dire che, essendo stato io oltretutto cultore appassionato di cose hegeliane e gentiliane, ed  avendo prediletto  del primo la fresca giovanile e perciò fondamentale (diceva Goethe che di un autore, filosofo letterato artista o scienziato  che sia, un solo libro è veramente originale, il primo, attorno al quale poi tutta l’ulteriore  produzione  divaga) Fenomelogia dello Spirito, e del secondo la Teoria generale dello Spirito come Atto puro (copia del quale, non so quanto celiando, Gentile diceva di aver visto esposta per la prima volta nella vetrina di una farmacia!) c’erano in me tutte le premesse per avere successo nel campo.  Tra Spirito divino e Spirito di-vino non è forse mirabile analogia? Non è forse Dioniso un dio al par d’Atena e d’Apollo?  Trascorrere una vita ad ‘assaggiare degustando’, con tutti i sensi, interni ed esterni, il nettare di turno nel chiuso-apertissimo di una enoteca, immersi in una atmosfera di sensuali e sensuosi aromi, è forse meno nobile dolce e decoroso, dignum et iustum, aequum  et salutare, che viverla al chiuso, sovente stantio, di una biblioteca? Cantine ambedue, ambedue santuari ove religiosamente si custodisce e si celebra la religione dello Spirito!

   Si acuisce il rimpianto ogni qual volta leggo su questi spazi un intervento del nostro amico Francesco (Franco) Cerini, squisitissimo sommelier le cui descrizioni della degustazione del nobile vino di turno sono operazioni, meglio celebrazioni, poetiche e insieme liturgiche. “Cantina dello Spirito”. Così se, in barba a Śiva e al suo e mio olismo disindividualizzante, rinascerò, e rinascerò individuale e universale insieme, ho intenzione di titolare l’immensa Biblioteca-Enoteca dello Spirito che impianterò (auspicabilmente col determinante e illuminante contributo Franco, che son disposto ad attendere volentieri mill’anni) fra le rovine di quel nostro caro Castrum belvedere, uno dei belvederi più belli del mondo,  quod dicitur  Vivarium in terra equo-sabino-marsicana, auspicabilmente affiancata dalla Cervisioteca (o zythoteca che dir si voglia) che  Giulio iunior Mastro birraio polimusico e polimantico sta ora co-gestendo in terra gaelica.

P. S.

   Su Wikipedia (controllare prego) la Fenomenologia dello Spirito viene presentata dall’anonimo estensore come ‘romanzo’ (sic) di Georg Friedrich Hegel. Straordinario. Esilarante. E bella idea per un Romanzo dello Spirito che potrebbe esser il mio canto del cigno. Ma in fondo che altro è questo mio zibaldone virtuale? Quasi quasi cambio titolo a Dis-Incanti e mi risparmio la fatica.

 

*

   Mentre ringrazio quanti da lontano o in presenza hanno preso parte alla celebrazione apollineo-dionisiaca del mio novantesimo compleanno, voglio partecipare un fatto curioso. In seguito allo spostamento dei mobili resosi necessario per rendere più agibile il poco spazio della sala, ho rifatto caso, fra i tanti poster-ricordo dei miei viaggi-pellegrinaggi alle principali città d'Europa poeticamente e musicalmente rilevanti, a uno in particolare, quello qui riprodotto della casa editrice musicale Metzler, lipsiese se non vado errato, reclamizzante i suoi principali successi editoriali, e, come si può notare, fra gli italiani mi par presente solo Puccini: di Giuseppe Verdi nemmeno l'ombra. Evidentemente il Bussetano, coetaneo ed emulo di Wagner, fra i teutonici non fa mercato. Me la cosa non meraviglia più di tanto. Voi?

   Ecco qualche risposta:

Elio Lops

   Puccini vale per tutti!

Franco Moscetti

   Me invece meraviglia non poco.

Lorenzo Fortunati

   Onestamente sorpreso

Suzanne Barbeau

   " La Bohème" di Puccini piace molto ma Giuseppe Verdi, con tutto la sua opera, y compris Rigoletto (“Le Roi s’amuse,” di Victor Hugo) e la Traviata ("La Dame aux Camélias de Dumas fils) ha marcato un secolo

Anna Fonio

   Il grande Verdi può solo compiacersi di questa biliosa dimenticanza

Marco Bertelli

   Ma non può essere che quella casa editrice non avesse legalmente i diritti per pubblicare certi autori?

Giulio Sforza

   Io non mi pongo il problema. Per non farlo avranno avuto le loro buone ragioni. Io sono più wagneriano che verdiano, anche se ritengo i due Mostri complementari

*

   Il Vegliardo va ora a morire, i giovani  amici vanno a vivere.

“Ora egli s’avvia a varcare serenamente, per mano a Frau Musika, le misteriose porte della Morte, essi si avviano a celebrare intensamente, come a quel ‘dono grande e terribile del Dio’ s’addice, la Vita. Ma di chi sia la sorte migliore gli Dei soli lo sanno”.

   (Ultime parole consolatorie di Socrate, leggermente parafrasate, secondo il Fedone platonico).

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et    absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 
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Mille colombes, Natale di sangue, Steiner Settimana di Natale

Post n°1181 pubblicato il 14 Febbraio 2024 da giuliosforza

 

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   Mi sveglio con nelle orecchie la vecchia commovente canzone di Mireille Mathieu Mille Colombes, bellissima anche perché il refrain, il ritornello, è ripreso pari pari (e Bellini è correttamente citato come coautore) dal coro belliniano che fa da sfondo a Casta Diva.

   Qualora l’intento di riorganizzare (estrema mia sfida?) il Gruppo Corale “Metanoesi” della nostra 'Associazione culturale di Varia Umanità e Musica “VIVARIUM”', riuscisse, vorrei proprio fosse reinaugurato con questa canzone, debitamente, ma semplicemente, da me trascritta per coro di quattro voci dispari, che è talmente adatta ai tempi tristi che stiamo vivendo da parer essere stata pensata in questi giorni. Ecco le parole:

 "Mille colombes

  L’hiver est là sur les toits du village,

   Le ciel est blanc, et j’entends

   la chorale des enfants'

   dans la vieille église,

   sur un orgue aux couleurs du temps.

 Refrain':

 Que la paix soit sur le monde

   pour les cent mille ans qui viennent

   donnez-nous mille colombes,

   à tous les soleils levants.

   Donnez-nous mille colombes

   et des millions d’hirondelles,

   faites un jour que tous les hommes

   redeviennent des enfants.

 

   Demain c’est vous, et demain plus de guerres,

   demain partout les canons

   dormirons sous les fleurs.

   Un monde joli

   est un monde où l’on vit san peur".

*  

  

Natale di Sangue.

   Nel tempo della devastazione e della morte, in cui l’umana Razionalità sembra essere ridotta  all’invenzione di sempre più complessi e tragici  congegni di distruzione; nell’epoca del crollo di tutte le certezze, di tutte le fedi dogmatiche e di tutte le laiche ideologie progressiste, rivelatesi incapaci di garantire un minimo di serenità all’Homo viator nel deserto di un mondo in cui  par non essere più posto  nemmeno per la speranza (“vero è ben, Pindemonte, anche la Speme / ultima dea fugge e i sepolcri…)” ; io, alla mia tenera età, decido, in un uggioso e funereamente silenzioso mattino di Natale, di non arrendermi, e di scavare dentro me stesso per tentar di trovare nel  profondo del mio essere il bandolo di una matassa salvifica che m’aiuti ad uscire dal labirinto della disperazione. E torno a farmi guidare dallo Seelekalender, il Calendario dell’anima, del teorico goethiano della teosofia come antroposofia Rudolf Steiner, che in cinquantuno brevi strofe irregolari poetico-prosastiche, tante quante le settimane dell’anno che giustamente nel Calendario dell’Anima inizia dalla Primavera, mi conduce alla ricerca progressiva esoterica  del Verbo increato negli abissi (dalla Ragione partecipativa, non da quella oggettivante -lessico marceliano- sondabili) dello Spirito, sicchè il ‘pensiero poetante’ di oggi, trentottesima settimana dell’anno steineriano, dedicato  alla Weihenachtstimmung, Atmosfera di Natale, così descrive il concepimento ‘del Figlio dello Spirito’ in grembo all’ Anima:

  “ Ich fühle wie entzaubert

Das Geisteskind im Seelenschoss;

Es hat in Herzenshelligkeit

Gezeugt das heilige Weltenwort

Der Hoffnung Himmelsfrucht,

Die jubelnd wächst in Weltnefernen

Aus meines Wesens Gottesgrund

 che con qualche libertà traduco:

 Io avverto come estasiato e sgomento

Il Figlio dello Spirito nel grembo della mia Anima;

Il santissimo Verbo universale

Ha generato nella luce del mio cuore

Il celestiale frutto della Speranza,

Che dal profondo abisso della mia Essenza

S’invola giubilando per la profondità degli Universi.

 Come dire: concepimento e nascita del Verbo universale dentro di me, unico segreto per la rinascita della Speranza.

Gloria in profundis Deo.

*

   Sto ascoltando, e godendomi, 'Verklärte Nacht' (Notte chiara), poemetto sinfonico del giovane Schӧnberg, che a me pare ancora tardoromantico, e perciò dal mio orecchio ancora sopportabile. Lo Schӧnberg dodecafonico non è fatto per il mio organo uditivo, che non possiede i decibel adatti; e non è un …’Belmonte’, come suona in italiano il cognome, ma una 'Dunklestal', una Vallescura. Se poi penso che 'Tal', valle, in tedesco è neutro, la valle oscura diventa, non so perché, alla mia percezione oscurissima.

   Lambiccamenti poco natalizi, già da Giovedì Santo?

   Forse che sì forse che no.

*  

   Fidelio. Capisco perché Wagner adorasse Beethoven e lo ritenesse l’ultimo e più grande compositore di musica assoluta e perciò suo maestro e precursore. Nel Fidelio ormai voce umana e strumentazione orchestrale si confondono, essa stessa diventa uno strumento fra gli altri, anche se il più nobile, e non necessita più di alcuna altra servitù strumentale o intermediazione. La lirica sarà essa stessa d’ora in poi musica assoluta.

   Seguendolo oggi riproposto da rai5, quello che inaugurò la stagione del Teatro alla Scala il 7 dicembre 2014 di ciò maggiormente mi convinco, ma anche mi libero del luogo comune che fa del capolavoro beethoveniano esclusivamente un dramma politico, mentre è la storia di una donna pronta a tutto per salvare l’uomo che ama. Questa almeno l’opinione, da me attinta dalle rete e senza sforzo condivisa, del Direttore Daniel Barenboim alla sua ultima stagione da Direttore Musicale della Scala, e della regista Deborah Warner che ritiene il Fidelio “la ricerca della verità nel buio di una prigione, la scoperta dell’ingiustizia alla luce del sole e il potere dell’amore di vincere tutto: Fidelio è fatto di questo. Non credo che al centro ci sia l’idea della libertà, credo che ci sia assolutamente l’idea dell’amore”. Per parte mia  ritengo le due interpretazioni non essere  contrastanti, se mai complementari, quanto la vicenda dell’in-dividuus (non divisibile) è complementare a quella del naturaliter socialis (‘anthropos physei politikon zωon’ – tà politikà, 1252/a)  se si accetta la concezione dello Stagirita.

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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Tetrastici saffici a Fiammetta

Post n°1180 pubblicato il 05 Gennaio 2024 da giuliosforza

 

1074

   Un’amica mi ha chiesto di condividere una breve ode saffica da me composta per le nozze d’oro con la vita della mia figliola più giovane, Fiammetta, l’ultima, con le sorelle Beatrice e Laura, ad omaggiare nel nome l’insuperabile Triade trecentesca (Ermione, a me altrettanto cara, non se n’abbia). Ed eccola accontentata. Per affetto amicale mi espongo al ludibrio dei latinisti, rendendo pubblica questa cosuccia: nella mia debordante produzione poetica neoclassica in volgare poco o nullo spazio ha trovato il metro “barbaro” saffico catulliano-oraziano, quello che nella metrica moderna accentuativa consiste di tre endecasillabi e un quinario. Nei saffici a Fiammetta mi muovo alla maniera del Carmen Saeculare del Venosino, del quale riproduco il tetrastico centrale “Alme Sol curru nitido diemqui et coetera come inizio tale e quale, solo sostituendo il termine Roma col nome Flamma. Ho scelto tale metro per un preciso motivo: perché si presta ad essere cantato sulle note dell’Inno a Roma pucciniano nella versione di Renato Salvatori del 1918, omaggio ad hoc per Fiammetta che canta da trenta anni in un noto Coro polifonico di Roma, “Entropie armoniche”, amatoriale ma ai confini del professionale, tanta la ricchezza la varietà la complessità del suo repertorio, sacro e profano, antico e moderno; uno di quei cori ai cui membri dovrebbe essere riconosciuta una laurea in Canto Corale! Le quattro strofe dell’ode (perfettamente riprodotte in caratteri gotici e tricromatismo su carta similpergamena da una nobile Signora, decima Musa e quarta Chàrite insieme, che di sé abbella e aggrazia il quartierino ex rurale di periferia ove abito, che l’incuria comunale e l’inciviltà di molti dei residenti deturpano) tradotte in prosa così recitano: “Almo Sole, che sul tuo carro splendente apri e nascondi il giorno sempre nuovo e sempre diverso, che tu non possa vedere nulla di più bello della nostra Fiamma che compie cinquanta anni. La madre e il padre, il figlio, lo sposo, le sorelle e i nipoti per lei fanno mille auspici. Il suo solare sorriso vinca, Febo, il tuo, e nei secoli la luce dei suoi occhi risplenda a rallegrare l’universo, e come una stella a incendiarne la notte. Le muse del Canto la proteggano, lei intima della dolce Euterpe”.

   In Roma, alla vigilia delle None decembrine, nell’anno duomillesimo settecentesimo settantesimo

settimo dalla fondazione di Roma”.

   Cosuccia amatoriale, dicevo. Non sono il cantore delle Myricae, non vincerei concorsi internazionale di poesia latina, non mi costruirei coi loro proventi nessuna casa a Castelvecchio, di cui non intonerei i Canti. A me Musae non dant panem. O sì?

 

A

FIAMMETTA 

Per Il Suo 50° Compleanno

Versi saffici alla maniera del Carmen Saeculare oraziano

da cantarsi sulle note dell’Inno a Roma pucciniano

*

Alme Sol curru nitido diemqui

Promis et celas aliusque ed idem

Nasceris possis nihil nostra FLAMMA

Visere maius

 

Quinquagesimum annum agenti. Mater

Et Pater, Filius, Vir atque Sorores

Nepotesque illi ex corde deprecantur

Omina mille.

 

Eius solaris tuum Phoebe risus

Vincat et per saecla eius oculorum

Splendor circum reluceat totum mundum

Ad oblectandum

 

Et siderum modo universi noctes

Ad incendendum. Musae canticorum

Protegant eam intime familiarem

Dulcis Euterpes.

*

Romae, pridie Nonas Decembres Anno MMDCCLXXVI

ab Urbe condita

 

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   Chàirete Dàimones!

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Presepe e 'raccoglimento', la mia 'siepe' in 6 versi, Elektra e Salome

Post n°1178 pubblicato il 05 Dicembre 2023 da giuliosforza

 

1073

   Come tutti gli anni nel periodo natalizio anticipo di molto i tempi ed espongo in un angolo del mio studio salottino-biblioteca (ma la mia casa è tutta  una biblioteca, in sua funzione tutto il resto è concepito)-angolo cottura (nutro il corpo dove più voracemente nutro lo spirito), il mio piccolo presepio dal gusto infantile, sempre lo stesso da tempo immemore, solo via via diverso per qualche nuovo particolare; e vicino alla culla una bella composizione tratta da non ricordo quale rivista che in un simpatico fotomontaggio mostra, chini e pensosi attorno al Neonato sorgente di luce diffusa ad illuminarne i volti, svelato con celestiale pudore dalla Madre, nell’ordine Nietzsche, Dostoevskij, Tolstoj, Kierkegaard, Hugo, e un timido intrus); e un esergo recita: “Nietzsche lo rigettava come ‘alfiere  dei sofferenti e dei falliti’ ( tranne poi a firmarsi, nei tempi della estrema lucida follia, ‘il Crocifisso -nota mia), Hugo lo relegava tra i ‘vagabondi flagellati’, Tolstoj vi vedeva l’incarnazione di un ideale morale altissimo. Ma come scrisse Oriani ‘ credenti o increduli, nessuno sfugge all’incanto di quella figura”. 

   Il presepio non solo mi fa molta compagnia ma mi concilia quel ‘raccoglimento’, quel riunire attorno al ritto della coscienza la dispersa vita interiore, quel moto dell’anima che (cito il me stesso di Metaproblematico e Pedagogia. Motivi marceliani) “rappresenta il nostro miglior indice ontologico perché è in grado di rivelarci l’intervallo intercorrente fra il nostro essere e la nostra vita, il silenzioso recupero di noi medesimi o, meglio ancora, per dirla direttamente con Marcel, ‘un’opera di paziente riunificazione della nostra dispersione interiore’. Per il raccoglimento riattingo la mia unità e l’unità del tutto in me; esso è l’atto per il quale io ‘sento’, come la Violaine dell’Annonce faite a Marie di Claudel, le cose esistere in me’, l’atto per il quale recupero quella solitudine che Lamartine disse poter essere riempita solamente da un Dio”. Il raccoglimento è insomma uno stato  supremamente mistico che va sì vissuto in intima, non necessariamente  anche esteriore, solitudine,  ma pure  nutrito attraverso la rilettura dei grandi mistici, e non solo quelli della tradizione cristiana ai quali così tanta e dotta  attenzione diedero Mircea Eliade ed Elemire Zolla (amico e collega alla Sapienza e a RomaTre) ma anche quelli di altre tradizioni, compresi quegli esoteristi nostrani di cui un personaggio  come Julius Evola, a lungo rimosso dalla cultura ufficiale  per  soliti meschini pregiudizi ideologici, rappresenta in Italia la vetta. Saranno Evola quest’anno coi suoi Il Cammino del Cinabro e La via della realizzazione di Sé secondo i Misteri di Mithra, Zarathustra col suo Zend Avesta. Confucio coi suoi Quattro libri, Lao Tse con La Regola celeste, ad alimentare il mio  raccoglirmento. Saranno essi con me attorno alla Culla quest’anno, sulla quale, vicino all’immancabile Cometa, apporrò un cartiglio recante  sei miei versi (son anni ormai che non faccio poesia in versi, bastano i circa trentasettimila, sic!, che ho dato per me e per gli amici, in tre volumi in mio ricordo, alle stampe) venutimi spontanei giorni orsono in occasione di una rilettura  de ‘L’ora di Barga’, dai pascoliani Canti di Castelvecchio:

   Dal mio cantuccio donde non vedo 

   se non le luci del mio presepe 

   il mio pensiero s’innalza e vola 

   ben oltre il muro di quella siepe

   e squarcia il velo di quel Mistero

   che cela il Bello, che cela il Vero.

Brutti versi ma …elaborati (forse proprio per ciò brutti?) coi quali oso misurare, si licet magna…, la mia, di siepe, con quell’altra famosa del troppo abusato geniaccio malinconico di Recanati. Sei versi che solo nel ritmo evocano Pascoli, dallo spirito del poeta delle Myricae distanti anni luce.

*

    Scopro oggi Paolo Castaldi, un musicista quasi mio coetaneo, nato nel 1930 morto nel 2021. Come ha fatto a sfuggirmi? Da quel poco che oggi ascolto di Seven  slogans  si tratta di un ingegno straordinario che fa non solo del fine intellettualismo ma con grande ironia usa la musica contro se stessa.  Precisamente quanto fa Nietzsche  con la filosofia. Da approfondire.

*  

   Due splendide Elektra e Salome dal Comunale di Bologna, di seguito. Ho finito per amare Richard Strauss più di Richard Wagner. Ma senza Richard Wagner non ci sarebbe stato Richard Strauss. Delizie della mia giovinezza e della mia vecchiezza. Vertici e Vertigini.

 *

   "Ecce nova facio omnia", dice Colui che siede sul Trono nell'Apocalisse giovannea. Io colui che fa nuove tutte le cose l'ho trovato senza dover aspettare gli Ultimi Giorni. Si chiama Eleuterio, quegli che col suo fratello Giuseppe gestiva un bel negozio di elettrodomestici in quel di Tor Tre Teste Nuova, dove per un trentennio abitai, nei pressi della famosa Chiesa del Millennio di Meier. Nelle ore morte il suo negozio si trasformava in un salotto bene dove una decina di intellettuali e non, ma tutti curiosi e assetati di Conoscenza, ci si incontrava. Eleuterio era naturalmente il moderatore, e debbo dire con grande classe gestiva le nostre vivaci discussioni. Un giorno mi presentai a lui col piccolo televisore verde Thomson Life e il Grundig che vedete e che da anni giacevano in cantina ormai completamente inutilizzabili. Ero loro molto affezionato, compagni come erano stati delle mie notti insonni. E in uno di questi giorni Eleuterio e Giuseppe mi hanno fatto la sorpresa: sono venuti a farmi visita recando con sé il magnifico dono di televisore e radio recuperati, da ormai oggetti d'antiquariato, splendidamente a novella vita.

Come ringraziare Eleuterio, che ha in più promesso di impegnarsi a ...rifar nuovo anche me?

* 

   Stanotte a un incubo nella fase Rem ha fatto seguito all’alba un sogno meraviglioso, forse il sogno più bello della mia vita.

   Ho visto le tre Cariti, le tre Grazie, Eufrosine Aglaia e Talìa (la portatrice di fiori, non la Musa della prosperità) uscire dalla tela di Botticelli e dal marmo di Canova, confondersi diventando sei e unirsi, Febo corifeo, in una danza castissimamente erotica (il più letificante degli ossimori) in un giardino più bello di quello dell’Eden; il giardino che un Voce lontana annunciava essere per accogliermi.

   Son desto e non vaneggio.

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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Wagner e Strauss, Tistan und Isolde e Morte e Trasficurazione

Post n°1177 pubblicato il 20 Novembre 2023 da giuliosforza

1072

   Siamo ancora nel mese dei Morti, mi è ancora consentita una breve riflessione in tema col periodo.

   Leggo che in un Medioevo …acronico esistevano, e ancora forse esistono, presso ordini religiosi e congregazioni laicali, ritualità macabre, rivolte in particolare agli adolescenti da iniziare alla vita claustrale, dette Atto di preparazione alla morte, nelle quali una voce guida funerea e quella tremante di ognuno degli adepti si alternavano nella descrizione, il più teatralmente realistica possibile, di tutti i vari momenti dell’agonia. Poveri adolescenti, che entusiasmante iniziazione alla Vita! E povera anch’essa la guida, dannata al triste ruolo di necrofora!

   Ripensavo a tale pratica ascoltando ieri Tod und Verklärung, Morte e trasfigurazione, breve Poema sinfonico op. 24 di Richard Strauss, anch’esso giovanile ‘riflessione’, ma ‘melodica’ riflessione (e il melos per sua natura conduce per mano - come mirabilmente detto, suonato e cantato, nel ‘Singspiel’ Zauberflӧte, Flauto Magico mozartiano - ad oltrepassare serenamente la soglia misteriosa della Morte) sul grande ineluttabile Evento. Venticinquenne era Richard quando lo compose nei quattro noti movimenti: Largo (Il malato, in prossimità della morte), Allegro molto agitato (La battaglia tra la vita e la morte non offre alcuna tregua per l'uomo), Meno mosso (La vita del moribondo passa davanti a lui,) Moderato (La trasfigurazione). E l’età s’avverte. Ma quanto diversa l’atmosfera, quanto diverso il pathos! Io li respiro, e me li godo, nel loro complesso evocante la serena atmosfera, il sereno pathos feuerbachiani (il Feuerbach anch’egli giovanissimo dei Reimverse auf den Tod, Versi sulla Morte) che li avvolge.

   Davvero non mi dispiacerebbe avere, come sottofondo alla mia eventuale agonia (negata dalle morti improvvise) questa musica, insieme all’altra sublime, inarrivabile del Liebestod  (morte d’amore, o  per amore)  che conclude il Tristan und Isolde dell’altro Richard: “Ertrinken, Versinken, Unbewusst, Hӧchste Luft! Affogare, Profondare, come in Estasi, Gioia suprema”!

   Amore e Morte. Berniniana  Estasi  di Santa Teresa.


*

 Nella Guida all'ascolto del Tristan und Isolde, testo di Oreste Bossini  tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia, Roma, Auditorium Parco della Musica, 29 maggio 2004,  

 leggo: 

   «Schopenhauer, nel Mondo come volontà e rappresentazione, osservava che nella mitologia indiana ("di tutte la più saggia") il dio che incarna la distruzione e la morte, Shiva, possiede come attributi la collana di teschi e il linga, la pietra fallica. Il conflitto permanente tra l'individuo e il mondo, tra l'impulso vitale e l'indifferenza della natura, indicato da Schopenhauer, aveva trovato nel Tristan und Isolde di Wagner la sua più alta forma di rappresentazione. Amore e morte è il tema cruciale dell'opera.

   La scena finale dell'opera, il canto di Isolde sul corpo di Tristano, cerca la soluzione di quel conflitto nella trascendenza, nel passaggio a una forma "altra", diversa da quella umana, di concepire quel desiderio di vita, che costituisce la fonte inesauribile dell'eros. Wagner chiamava il Liebestod di Isolde una Verklärung, una trasfigurazione.

   Mahler e Strauss concepirono il proprio mondo in sintonia con la cultura del loro tempo, in cui le voci moderne erano Schopenhauer, Wagner, Nietzsche. Su questo sfondo di idee e di sensibilità si collocano entrambe le musiche in programma nel concerto odierno, malgrado le loro grandi differenze formali e spirituali.

   La soluzione che Wagner aveva prospettato nel finale di Tristan costituisce lo sbocco poetico anche della terza Tondichtung di Richard Strauss, Tod und Verklärung (Morte e trasfigurazione). La musica fu composta tra il 1888 e il 1890, anno in cui Strauss diresse la prima esecuzione del lavoro a Eisenach. Il programma ideale del pezzo è sintetizzato dall'autore in una lettera del 1894, indirizzata all'amico Friedrich von Hausegger: «Sei anni fa mi venne in mente l'idea di rappresentare musicalmente in un poema sinfonico i momenti che precedono la morte di un uomo, la cui vita fosse stata un continuo tendere ai supremi ideali: un tale uomo è per eccellenza l'artista».

   Tod und Verklärung descrive l'ultima notte di un malato, che giace assopito nel ricordo di un momento di felicità. Il sonno leggero è interrotto da un soprassalto del male, finché l'allentarsi della morsa del dolore gli permette di ripensare alle grandi aspirazioni della sua vita. Avvicinandosi alla morte, l'uomo si rende conto che gli ideali per cui ha vissuto e combattuto giungeranno a compimento nella forma più splendilida solo nello spazio eterno, in cui la sua anima troverà finalmente riposo.

L'argomento è esposto in una poesia di Alexander Ritter, che accompagna la partitura. Lo stile enfatico e declamatorio dei versi mescola il Kitsch al gusto macabro ampiamente diffuso tra i giovani artisti dell'epoca, come dimostrano certe pagine di Arrigo Boito o di Iginio Ugo Tarchetti nella nostra letteratura. È interessante però notare come il motivo della trasfigurazione rimanga un tema duraturo nella sua opera. In uno dei Vier letzte Lieder, Im Abendrot, composto a quasi sessantanni di distanza da Tod und Verklärung, Strauss cita molto delicatamente, come un ricordo lontano, il tema della Verklärung intrecciato a quello dei fruendliche Träume, dopo che la voce ha terminato di cantare "è forse questa la morte?". Non fu, per Strauss, l'ultima citazione di Tod und Verklärung. Quirino Principe racconta così gli ultimi giorni del musicista:

   Ai primi di settembre disse ad Alice: "È come se ascoltassi musica!". "Vuoi carta da musica?" "L'ho già scritto sessantanni fa, in Tod und Verklärung. È così, è proprio così...". Uremia, angina pectoris, maschera d'ossigeno: l'ultima sua maschera. Erano le 14.12 di giovedì 8 settembre 1949, e un nome fu pronto per l'albo dei rimpianti e delle vanità.

   Tod und Verklärung è un'eloquente testimonianza della crisi in cui si trovarono coinvolti i compositori venuti dopo Wagner. La parte narrativa è sviluppata in uno stile naturalistico, che rende problematico il rapporto tra gesto e metafora. Strauss, però, è attento ad articolare il percorso della vicenda su una struttura musicale solida, in una forma riferita all'arco di tensione classico: esposizione - sviluppo - ripresa.

In questa fase, incluso il tentativo della prima opera Guntram, Strauss era impegnato a forgiare i mezzi per creare un'originale drammaturgia musicale. Una folta schiera di suoi contemporanei inclinava verso l'imitazione degli aspetti esteriori della musica di Wagner, senza comprendere il senso autentico del suo teatro, che nasce dal ceppo delle forme musicali. Strauss, invece, cercò di continuare in modo moderno la strada di Wagner, mescolando l'idea di dramma musicale con il linguaggio strumentale del suo tempo.    L'intero percorso dei Poemi Sinfonici è interpretabile come un grande periodo d'apprendistato teatrale, in cui Strauss mise a punto gli strumenti utili per il mondo prediletto dalla sua natura, quello dell'opera. La ricca immaginazione dell'autore arriva così a ricoprire d'immagini un torso sinfonico, che non è già autentico teatro musicale, ma solo la locandina di un dramma ancora da rappresentare.

È facile seguire sulla partitura, con un occhio al programma poetico, la sequenza degli episodi: la debole pulsazione del battito cardiaco, il sogno di un antico sorriso, l'insorgere della crisi, la lotta contro la morte, il quietarsi del dolore, la visione dell'ideale trascendente. Norman Del Mar ha osservato che Tod und Verklärung si apre su una scena d'opera vera e propria. Si potrebbe forse aggiungere che somiglia piuttosto all'espressionismo del cinema muto, dove l'attore, privato della parola, torce il volto e muove il corpo con gesti esagerati, nell'urgenza di comunicare le emozioni.

   Non è da sminuire questa fase di passaggio verso forme più originali. Il desiderio di dar vita con la musica a un repertorio d'immagini corrispondeva alla ricerca di un'accelerazione della drammaturgia. Lo stile di Strauss è sempre diretto, anche in queste opere di apprendistato. Il secolo correva più in fretta e l'autore sentiva la necessità di modellare la scena in pochi, essenziali quadri di rapida presa. Non era più il momento delle interminabili notti wagneriane, al loro posto l'autore cerca la plasticità immediata dei gesti e la contrapposizione sintetica delle situazioni. Tod und Verklärung è ricca di riferimenti a Wagner, ma la trasfigurazione della vita nella morte avviene ora all'interno di un tempo scandito dal ritmo dei motori».

Oreste Bossini

Talmente ricco ed esauriente questo testo, che approfondisce i pochi temi da me appena accennati nel precedente paragrafo, da meritare una citazione completa. Grazie a Bossini da parte mia e dei lettori.

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   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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's ch'io fui sesto tra cotanto senno', Ruccello, 'Ferdinando', Mahler 'VIII Sinfonia in Mi bemolle maggiore'

Post n°1176 pubblicato il 17 Ottobre 2023 da giuliosforza

 

1071

   Maria Stuarda di Schiller. La grande tragedia dedicata agli ultimi tre giorni antecedenti la decapitazione ed agli ultimi momenti di Maria Stuarda di Scozia ha colmato il mio primo pomeriggio. Coprotagoniste colossi del teatro come Anna Proclemer nelle vesti della regina di Scozia, Lilla Brignone in quelli della cugina regina d’Inghilterra Elisabetta; Albertazzi e Gora, tra i Lords variamente allineati sui diversi fronti, comprimari. Edizione degli anni Cinquanta Sessanta in uno straordinario, densissimo bianco e nero, che nessun colore riuscirà mai ad eguagliare. Oggi non è dato vedere in giro un centesimo di cotanta ‘vis dramatica’. L’Arte di Melpomene ne esce ancor più magnificata. Giuro sui miei novant’anni che è verità, nient’altro che verità. Lodo Dio per avermi concesso di rigoderne e di esserne testimone.

   E stamane era stata la volta de I Puritani di Bellini, stessa epoca, stessa atmosfera, con Diego Florez nella parte del protagonista maschile. Mamma mia che giornata!

*

   Dei miei oltre cento bastoni di ogni origine di ogni natura e per ogni evenienza, il più semplice, il più giocoso, il più ironico ed autoironico (mica poi tanto), il più ciarlatanesco, in sostanza il più scemo, è quello che ha l’impugnatura a dado con su ognuna delle cinque facce libere: Filippo Bruno Nolano in arte Giordano faccia in alto, Beethoven Wagner Nietzsche D’Annunzio facce laterali (a Goethe e ad altri sono dedicati bastoni singoli). Sul fusto quattro mie foto e la scritta “sì ch’io fui sesto tra cotanto senno” (Inf. IV 102).

   Dopo questo mio ulteriore sputtanamento perderò gli ultimi dei pochi amici che mi sono rimasti.

*

   Può sembrare fiaba, invece è realtà.  

   Non è necessario essere Francesco, Jean-Jacques o Ludwig per prediligere il passeggiare ‘solo e pensoso’, ‘a passi tardi e lenti’, per lo più a capo chino (chino perché …oberato di pensieri?): che è un rilassante modo di passeggiare ma anche limitante, poiché in tal modo della natura circostante più l’intensità dei profumi, a scapito della varietà dei colori, si percepisce. Così io, dell’Aretino, del Bonniense, del Ginevrio da sempre intimo, amo quotidianamente, è noto, abbandonarmi, alle prime luci dell’alba, alle Rêveries del ‘promeneur solitaire”, caricarmi la sporta dell’animo di emozioni e di pensieri per poi svuotarla nel segreto del mio studiolo-frantoio-palmento, spremerne le essenze e affidarne i contenuti scrupolosamente selezionati alla carta o alla memoria informatica. Questa mane ho risalutato, sì, i fiori e gli alberi del parco, ho risposto al canto dei primi uccelli flautisti e clarinettisti danti il cambio ai colleghi notturni cornisti, ma ho anche  molto rivolto lo sguardo intorno e in alto, e sono stato premiato: sulla cupola del gelsomino azzurro (dall’orrendo nome scientifico di piombaggine) un’altra incombeva: quella di un grande melograno dai rami  carichi di frutti, sporgenti sulla recinzione d’un giardino condominiale.

   Il melograno non mi è caro solo per la miriade di simboli di cui il suo frutto, la melagrana, è carico, simboli religiosi, filosofici (vedi dialettica Uno-Molteplice), massonici e variamente esoterici, ma soprattutto perché ebbe una parte importantissima in un momento decisivo della mia vita. Vivevo la prima, la più grave, delle mie grandi crisi esistenziali e dovevo operare una difficilissima scelta sicché, esauriti gli argomenti pro e contro, determinai di affidarmi alla sorte; e non avendo una margherita a disposizione per il gioco del m’ama non m’ama, ricorsi a una magnifica melagrana nel pieno del suo fulgore, dipinta di mille delicati colori l’uno nell’altro sfumanti come quelli d’una gota d’adolescente, stipata al suo interno di mille arilli stillanti il loro dolcissimo succo rossoviolaceo. Per ogni arillo piluccato ripetevo con parole diverse il m’ama non m’ama, ben attento a non saltare un grano. Dai seicento ai mille pare siano gli arilli d’una melagrana: immaginarsi  l’ansia, immaginarsi il tempo che mi fu necessario per portare a termine l’operazione; ma ne valse la pena, ché essa si  concluse felicemente col m’ama, ed io esplosi in urla di gioia tali che il mio animo ancora ne risuona. Placatomi, ricomposi il globo di dura scorza saldandone le parti e lo deposi su uno scaffale; ed eccolo ancor qui, superati indenne tre traslochi,  magnificamente mummificato. La melagrana che gli è accanto, quella fresca dai magnifici colori pastello, è quella rubata stamane; essa gli resterà accanto usque in finem, a colorare dei suoi colori, gli stessi delle albe, il mio tramonto.

   Aprirò una melagrana in solitudine la notte di capodanno, delicatamente ne spremerò e  succo che sostituirà lo champagne nel calice antico.

  

   Annibale Ruccello (1956-1986) col suo “Ferdinando”, Mahler con l’ottimismo epico della’ Sinfonia dei Mille’, hanno dato senso ad una giornata altrimenti inutile ed uggiosa, di quelle da poter tranquillamente cancellare dal calendario senza che alcuno se ne accorga, clima esteriore da bonaccia e clima torpido dell’anima particolarmente consonanti. Una Isa Danieli nella parte della protagonista Donna Clotilde nel pieno della sua forma, mai così vitale come nel ruolo autoimpostosi di perenne malata, invasiva e petulante; una efficacissima  Alessandra Borgia in quella di Gesualda, zitella famelica acida frustrata e vendicativa, un Giuliano Amatucci in quella di Don Catello, prete meschino e ambiguo, un Adriano Mottola in quella di Ferdinando, ragazzo dalle fattezze angeliche e dalle malignità diaboliche in grado di creare lo scompiglio nell’ipocrita equilibrio di una borghese convivenza, cooperano ognuno al suo meglio  a dare risalto a quel tanto di geniale che una commedia squisitamente napoletana di sapore gattopardesco contiene, un capolavoro che fa del troppo presto sparito Ruccello una degli autori più rappresentativi della nuova scuola napoletana.   

   E un Mahler, titanico quanto Beethoven, che nella VIII Sinfonia in Mi bemolle maggiore, o ‘dei Mille’ (12 settembre 1910) fa dell’Ottimismo cosmico, col Veni Creator e con l’ultima scena del Faust, la conclusione del suo iter estetico ed esistenziale. Nel das Ewigweibliche zieht uns hinan, difatti, il Femminino eterno, meglio traducibile col neologismo Evità, che diventa con l’articolo senza apostrofo  Levità, si trasforma nella Levità dell’Evità che trae in alto (o in basso, hinab: cielo e inferno per la Conoscenza s’identificano) allorché  Eva vince la  sfida con se stessa e  con  Dio -un  improbabile iddio che fa l’uomo a sua immagine e somiglianza poi gli vieta di partecipare al suo più altro attributo, l’Onniscienza, mediante la Conoscenza- scegliendo la ‘dannazione’ della Conoscenza e ponendo così le basi dell’elevamento della stirpe umana al Divino.

   Mi incoraggia questo ultimo Mahler steineriano.

 *

   Ai vegliardi non resta che sognare. E io di sogni sono maestro insuperabile.

   Oggi domenica 10 sedttembre  mi sono svegliato come al solito verso le quattro solari, ho avviato la cucina domenicale e mi sono messo davanti alla tv dello studio-salotto con angolo cottura (così son uso dire uno spazio che è in realtà è un enorme bazar), nella lunga attesa di un “Barbiere di Siviglia” molto reclamizzato, in replica dall’Arena di Verona. E mi sono riaddormentato in poltrona.

   Si faceva in sogno con gli studenti una delle nostre meravigliose “Giornate di Natura e Cultura” para accademiche, quelle che erano anche occasione per grandi passeggiate tra foreste monti borghi e valli del preappennino laziale-abruzzese. Si faceva a chi era più spericolato, si cantava e si scherzava, poi ogni tanto una sosta per riprendere l’argomento del giorno, dedicato come sempre in simili circostanze a quelle che l’Aquinate e i suoi colleghi della Sorbona dicevano Quaestiones quodlibetales, domande a piacimento. Al termine di nuovo in marcia tra vezzi e lazzi, e io facevo fatica a tenere il passo degli scatenati goliardi. Giunto il momento della separazione tre studentesse si avvicinano per salutarmi con l’abbraccio di rito, io le stringo paternamente al petto e sussurro loro: “E se morissi ora fra le vostre braccia? Non sarebbe la più bella delle morti?” Ma il sogno non mi dà tempo di scorgere le loro eventuali reazioni, perché proprio in quel punto improvvisamente mi sveglio tra i  forti profumi di pollo al forno e quelli più delicati di zucchine in padella, miracolosamente salvi e saporitissimi.

   Quasi due ore di sogno, con le studentesse a farmi addirittura da …timer!  Un sogno non previsto durato quasi due ore! Pagherei non so quanto per rifarlo, e magari proseguirlo.   

_______________

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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Le verghe mosaiche di pap, Pitigrilli e la Madonna di Lourdes stratega. Cronaca minima

Post n°1175 pubblicato il 08 Settembre 2023 da giuliosforza

 

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   Le verghe …’mosaiche’ di papà, Pitigrilli e la Madonna di Lourdes stratega. Cronaca minima

   Con quello di oggi sono già dodici i giorni consumati del mio novantunesimo anno. E non posso dire siano stati tra i giorni più felici della mia vita. Quello di ieri in particolare, per motivi sì di salute e d’altra natura che non dico, sarebbe risultato particolarmente uggioso e gravoso ai limiti dell’insopportabile se non ci fosse stato un Pitigrilli, alias Dino Segre di buona memoria, a restituirmi il buon umore con i suoi vaneggiamenti di convertito fresco, perciò ingenuo freschissimo visionario, ad un cattolicesimo bigotto e fondamentalista, e perciò   particolarmente predisposto a bersi e ingollarsi  anche le fole più strampalate,  robetta, stile e contenuti da peggior Brosio. C’è da rimanere basiti. Nemmeno più le vecchiette analfabete del mio paese reggerebbero a tanta stupidità contrabbandata per verità, che la sofferta verità di un’autentica conversione discredita e umilia. La citazione di Bergson poi, non documentata e fuori contesto, umilia il grande Filosofo e ne fa uno dei tanti rivenduglioli di rimasticata saggezza che in rete imperversano. Forse il pezzo di Pitigrilli non merita nemmeno il risolino voltairiano, tanto meno il cachinno mefistofelico. Meriterebbe solo un silenzio pietoso. Ma io oggi ho bisogno di divertirmi e perciò dedico all’ex (forse presunta) spia di origine ebraica dell’OVRA, la polizia politica fascista,  per tale presunto reato processata, un poco del mio tempo ricopiando e pubblicando il pezzo giornalistico ‘Ciò che la storia -quella  della Menzogna Ufficiale- non dice’, e qualche divertente divagazione che fa bene alla mia salute e al mio umore, e spero anche a quelli di qualche lettore.

    Pitigrilli mi ha dunque ieri terribilmente innervosito ma anche divertito per la vasta copia di imbecillità di cui le pagine che trascrivo, datate 8 settembre ’65 (sarei curioso di sapere quale giornale, e non penso a La Croix, gliele accettò) traboccano, in me risvegliando  il voltairiano che, in maniera più o meno latente, sempre fui, anche quando curai per Armando con animo non del tutto  benevolo un’edizione scolastica del Candide, spesso e volentieri non concordando con l’Arouet. Avessi ieri avuto Pitigrilli sottomano mi sarei divertito a rompergli le ossa con le verghe …’mosaiche’ di puro pero selvatico, alte più di due metri, del mio gigantesco papà, quelle che vedete riprodotte in foto e che, si narra, lui e il minuto Giampietro usarono per avventurarsi in un anfratto del colle San Biagio onde misurare la profondità dello strato nevoso raggiunta nell’invernata del Novecentoventinove, una delle più rigide e nevose del secolo. Le tre verghe da circa un secolo sono al Frainile, qui traslocate dalla casa paterna di cui rappresentano uno dei cimeli a me più cari, e narrano la loro storia dall’angolo del piano terra che è tra l’Organo Farfisa e l’invetriata che dà sul verde, di nuovo intenso e rigoglioso dopo i temporali di questi giorni, del giardino. Anche ora che scrivo alzo ogni tanto lo sguardo a quei cimeli e mi commuovo, ma la commozione trapassa al Segre che sto odiando di tutto cuore. Mi sento dal Pitigrilli che conosco tradito, nemmeno dalla bocca dei ‘missionari’ passionisti della mia infanzia che imperversavano dal pulpito della mia chiesa ogni anno nella settimana santa sarebbero uscite cotante idiozie.

Gli increduli per natura, gli scettici di mestiere e i negatori per eleganza, davanti ai racconti di apparizioni domandano: «Ma perché la Vergine appare sempre a contadinelli analfabeti?». Risponderò: probabilmente perché a proposito di bimbi, la Madre la pensa come suo Figlio. Rileggere il Vangelo. Molto più sospette sarebbero le sue apparizioni e le sue parole, se scendesse da un albero del giardino dell’Eliseo per parlare a De Gaulle, o se fermasse Sartre sulla soglia del café de Flore. Quando Papa Pio XII vide accanto al suo letto Gesù e gli parlò, non tutti,. fra gli ecclesiastici, ci hanno creduto, e un alto prelato francese, alludendo all’illustre infermo e alle malefatte dell’arteriosclerosi, disse con ironica indulgenza: «C’este de son âge», ossia sono cose che accadono alla sua età.

   Abbiamo oggi la rivelazione di un fatto meraviglioso, diverso dai soliti. Nel 1915 e 16, sul fronte e  nelle trincee francesi corse una voce relativa alla battaglia della Marna. Si alludeva all’apparizione della Vergine (8 settembre del ’14) che avrebbe avuto una potenza decisiva nel rovesciamento non altrimenti spiegabile della situazione. Lo spirito depresso dei Francesi, il deperimento morale e lo sfacelo fisico dei combattenti facevano prevedere che la Francia sarebbe stata invasa. Un soldato che partecipò alla ritirata dal Belgio fino alle vicinanze di Parigi, un cattolico, forse un sacerdote del quale non si fa il nome, pubblica in una rivista questo racconto che ha tutto il sapore dell’obiettività.

   I racconti dei giornali della fine d’Agosto e del principio di Settembre del ’64 (cinquantenario della Marna) alludevano al miracolo militare che da quest5o storico fiume prende il nome, limitandosi a esaltare il sussulto, la ripresa, il recupero inatteso dei soldati del 1914, che l’8 settembre avevano respinto l’invasore. Per qualcuno che prese parte a quegli avvenimenti, lo scatto delle truppe francesi avrebbe potuto, secondo la scienza degli strateghi, trattenere il nemico per 24 ore, o 40 al massimo. Il documento che ho sotto mano, scrive il narratore nella rivista   Le Monde et la Vie e che era caduto nell’oblio, lancia una luce nuova su quegli avvenimenti e chiarisce il mistero del capovolgimento della situazione. È un ritaglio di giornale (Le Courier de la Manche, 8 gennaio ’17) che riferisce ciò che avrebbero detto i tedeschi fatti prigionieri dopo il combattimento famoso. Frattanto si viene a sapere che a Pontmair i Padri posseggono un incartamento completo della vicenda.  Esse sono riportate dal Courier de Saint-Lô. (8 gennaio ’17). Un prete tedesco ferito e fatto prigioniero alla battaglia della Marna e morto in un’ambulanza francese nella quale si trovava una suora, avrebbe detto: «Come soldato dovrei mantenere il silenzio, custodire il segreto, ma come sacerdote debbo dire ciò che ho visto. Durante la battaglia della Marna, noi, Tedeschi, eravamo stupiti di venire respinti, perché eravamo legioni al confronto dei Francesi, ed eravamo sicuri che saremmo arrivati a Parigi. Ma noi abbiamo visto la Vergine, tutta vestita di bianco, con una cintura azzurra, inclinata verso Parigi. Volgeva le spalle a noi e con la mano destra sembrava che ci respingesse». Nei giorni in cui questo sacerdote parlava così, due ufficiali tedeschi feriti vennero raccolti in un’altra ambulanza della Croce Rossa, accompagnati da una dama infermiera che parlava la loro lingua. Quando entrarono nell’ospedaletto dove si trovava una statua di Notre-Dame de Lourdes, dissero: la Vergine della Marna!

  (A questo punto non posso non concedermi un irriverente intervallo e citare l’esilarante scena delle Lusiadi di Camoes ove si dice

   Più in là una religiosa che curava i feriti a Issy-le-Mouleneaux scrisse: «Era dopo la battaglia della Marna. Fra i feriti in cura all’ospedale di Issy si trovava un tedesco gravemente colpito, che i medici davano per irreparabilmente perduto. Grazie alle cure, visse ancora un mese. Era cattolico e manifestava grandi sentimenti di fede. Gli infermieri erano tutti sacerdoti. Ricevette i conforti della Fede, e non sapeva come dimostrare la propria gratitudine. Finalmente il giorno in cui ricevette l’Estrema Unzione, disse alle infermiere:

    Mi avete curato con infinita carità. Voglio fare qualche cosa per voi, narrandovi un fatto che non giova, militarmente, al prestigio dei tedeschi, ma che vi farà piacere, Pagherò così il mio debito di riconoscenza. Se mi trovassi sul fronte sarei fucilato dopo un processo sommario e simbolico, perché è vietato, sotto pena di morte, narrare ciò che sto per dirvi. Quando siamo giunti quasi alle porte di Parigi, abbiamo dovuto fermarci lì. Non ci è stato possibile andare oltre, perché una vergine stava davanti a noi con le braccia distese, respingendoci indietro ogni volta che ricevevamo l’ordine di avanzare. Durante molti giorni ci domandammo se era una delle vostre sante nazionali, Genoveffa o Giovanna d’Arco. Abbiamo compreso poi che colei che ci immobilizzava su quel piccolo fiume che sfiora Parigi era la Vergine stessa. L’8 settembre ci fece indietreggiare con tanta energia, che tutti noi, come un sol uomo, ci siamo messi a fuggire.

   Così disse il tedesco e concluse:

   Ciò che ho narrato io, lo sentirete ripetere più tardi, perché siamo in centomila ad averlo visto.

   Il miracolismo strategico e logistico dei tassì della Marna racimolati per le vie di Parigi che portarono i soldati al fronte, fa parte della gloria oleografica dei libri scolastici e delle epigrafi sotto i monumenti al generale Gallieni, governatore di Parigi. L’intervento della Vergine non è celebrato negli Annali della Storia, cioè della Menzogna Ufficiale. Ma la Madonna non ha bisogno che ricevano pubblicità i suoi gesti stupefacenti, perché tutto ciò che ci circonda nel mondo, è stupefacente. Ci sono dei fatti che dovrebbero convincere, dice Bergson, se la convinzione fosse unicamente questione di intelligenza e intuizione, e se i pregiudizi e la ‘routine’ non c’entrassero spesso in gran parte. Verrà il giorno i cui nessuno comprenderà l’opposizione di tanti spiriti. Ma questi comprenderanno allora e crederanno (sottolineato da Bergson). Il grande filosofo ebreo, con la sua conversione intima, se non ufficiale, ha dimostrato di credere”.

 *

minima  

   Domande estemporanee di una allieva al suo prof. e relative risposte.

   D.

   Dopo tante elucubrazioni, ci dice, prof, in estrema essenziale sintesi cosa è per lei 'educare'?

   R.

   'Dis-educare', 'de-gregare'.

   D.

   Cioè?

   R.

   Strappare pecore al gregge, servi ai padroni, schiavi ai tiranni.

   D.

   Che tipo di padroni, che tipo di tiranni?

   R.

   Soprattutto i padroni e i tiranni delle Anime.

   D.

   Con quali armi?

R.

   Le armi del Pensiero e dell'Arte

   D.

   Utopia utopia utopia!

   R.

    La sola utopia per la quale vale vivere, per la quale vale morire   

 

    Il breve questionario, pubblicato su FB, ha avuto molte risposte di gradimento e un commento inatteso mi ha commosso. È di Nensi Bego Kristuli: Sono una di quelle pecore strappata dal gregge dal Prof. Sforza. Da allora ho sempre cercato maestre e maestri che gli somigliassero nell’animo e nel pensiero. Leggo questo proprio ora, dopo un meraviglioso ritiro di danza dove abbiamo vissuto l’Utopia”.

   Così fosse, che non sia vissuto del tutto invano? 

 

*

   José Saramago, Caino, Universale Economica Feltrinelli, sesta edizione luglio 2023 

   Gradito dono di Isabel e Lisa.

   Densa, giocosa, irriverente, impertinente rivisitazione del mito biblico da parte del Nobel portoghese nel suo ultimo romanzo.

   "La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui." (Cap. VI, p. 74)

   Sintesi editoriale:

   Se non fosse stata l’invidia a spingere Caino a uccidere Abele, ma il disprezzo del padre celeste? Condannato comunque a una vita errabonda, il fato di Caino è quello di un picaro senza requie, Ora da protagonista, ora da semplice spettatore, questo avventuriero un po’ mascalzone attraversa tutti gli episodi più significativi della narrazione biblica. Riscrittura ironica e personalissima della Bibbia. Caino mette in scena l’assurdo di un dio più crudele del peggiore degli uomini”.

*  

   Ricevo in dono un biscione visconteo-sforzesco metallico, ma senza il trucido particolare del bambino semiingoiato (che lo renderebbe emblema della setta degli educatori divoratori di fanciulli,) da indossare a mo’ di collana; piuttosto angue zarathustriano simbolo dell'eterno ritorno dell'identico. Io d'ora in poi ogni tanto ne inanellerò  miei foulards per gratitudine non solo verso chi (quasi come me vecchio ma già da tempo della schiera dei dementi farneticanti) ignoro con quale intenzione me lo ha donato; ma in omaggio a colui della nobile stirpe che volle includermi nel folto elenco dei frutti dei suoi amori ancillari. C'è un rischio, quello di esser preso per un milanista, come poco fa ha subito fatto il revisore della mia vecchia saxo. Sia ben chiaro, non ho niente contro il Milan, semplicemente odio il calcio, moderno oppio dei popoli, al cui confronto il presunto oppio della religione diventa una gradevolissima salvifica tisana.

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   Chàirete Dàimones!

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Mario Gennari, recensione Sforza, "Variazioni sul tema", L'Elisir d'Amore, 'Fonte della Nocchia'

Post n°1174 pubblicato il 12 Agosto 2023 da giuliosforza

 

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   Ritrovo casualmente la recensione che Mario Gennari, direttore del Dipartimento di Pedagogia dell’Università di Genova, fece a suo tempo, non richiesto, di uno dei miei ultimi libercoli di mestiere. Nella sua brevità il testo di Gennari coglie l’essenziale del libro e in generale di me, e per questo lo ripubblico affidandolo alla rete, venendo incontro al desiderio  di amiche e amici curiosi.

 “Giulio Sforza, Variazioni sul Tema, Roma, Anicia, 2007, pp. 160.

 «Raccolgo qui ancora una volta alcune fronde sparse e le rendo al vecchio tronco nella speranza (nella illusione?) di restituirle a novella vita» (p. 5). Si apre con tali parole - non prive di una loro pensosa melanconia - l’ultimo libro di Giulio Sforza in cui soggiace quella “ragione partecipativa” che offre senso a tutta l’opera di un pedagogista attento alla poesia, all’arte, alla musica, alla letteratura assunte per la loro forza formativa.

Autore di studi coordinati secondo un impianto teorico rivolto alla ri-fondazione continua del discorso pedagogico, situato nella duplice dimensione della ricerca e della critica: da Metaproblematico e pedagogia a Educazione e sinistra tra conformismo e liberazione, da La funzione didattica (spunti per un discorso sul metodo come episteme) a Musica in prospettiva europea, da Studi Variazioni Divagazioni all’opera poetica Canti di Pan e Ritmi di Thiaso, l’impegno di G. Sforza s’indirizza alla costruzione di un homo aestheticus interpretato attraverso una profonda e partecipata indagine letteraria e religiosa, pedagogica e didattica, storica e filosofica dimensionata all’interno dei nuclei costitutivi della conoscenza.

Amico di Gabriel Marcel, traduttore raffinato di autori francesi (dalla Held a Lévy, da Polin a Daniélou fino a Bergounioux), musicista e poeta, Sforza ha insegnato Pedagogia Generale e Metodologia dell’Educazione Musicale nell’università di Roma “La Sapienza” codificando il proprio magistero entro una dimensione estetologica che lo ha portato a un confronto progressivo con la cultura europea. Di ciò rendono conto i saggi raccolti in questo volume, pubblicato dall’Editore romano Anicia.

Essi si rivolgono ai temi pedagogici dell’educazione religiosa, musicale, storica, artistica. Il riferimento è alla paideia classica – che Sforza implicitamente distingue dalla polymathia e dalla polièideia – nei suoi rapporti con il mito e la filosofia. Fra gli interlocutori moderni che l’autore privilegia vi sono Thomas Mann e Voltaire, Gentile e Don Bosco, Novalis e Wackenroder, Rilke e Zolla.

E proprio da Elémire Zolla sono attinte quelle «tessiture della fede» con cui Sforza sviluppa il tema della religiosità umana: « Se la vera religiosità è (…) liberante, una educazione che si proponga il fine della liberazione non può che essere “religiosa”» (p. 32). La pedagogia di Sforza costituisce un invito ad un «aprirsi all’io nuovo della metantropologia» (p. 32), a compiere la scelta intellettuale propria di chi si assume la responsabilità etica di sentirsi un «Versucher» (p. 60) – un ricercante – , ad emanciparsi dal «dogmatismo» (p. 45) e dai suoi atteggiamenti mentali imprigionati nella prassi della omologazione, infine a liberarsi di ogni «assolutismo politico» (p. 47), ripensando così una «scuola in atto» dove i bimbi siano finalmente riabituati a leggere il grande «Libro della natura» di là dal quale si trovano soltanto le schegge inutili della dis-educazione”.

Mario Gennari

*

   L'Élisir d'amore

   Di tutte le versioni registiche e scenografiche dell’Opera donizettiana che in questi ultimi tempi ho avuto modo di comparare e dal mio punto di vista valutare, questa è quella che mi ha dato meno fastidio. La rilettura di Damiano Michieletto, pur nella sua, insieme delicata e un tantino  farouche manipolazione (e si sa quanto io ce l’abbia contro la mania di forzosa ‘modernizzazione’ di tempi e ambienti in cui le opere liriche si svolgono creando una per me imperdonabile dissonanza con testo e musica - chiaramente solo fino ad un certo punto e dal direttore manipolabili - e scenografia) vuol essere un divertente giocoso tentativo di accordarsi al carattere buffo e ridanciano  dell’Opera senza stravolgerla. Michieletto è in grado di contentare anche un irriducibile conservatore quale, solo in questo campo, io non mi vergogno di essere, e mi sento di condividere quanto nel trafiletto del programma, che presumo di sala e che rubo alla rete, gli si fa affermare:     

“Una spiaggia in scena e il mare rappresentato idealmente dal pubblico, guardando verso la costa maceratese: è L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti proposto in un divertente e innovativo allestimento firmato da Damiano Michieletto e messo in scena al Macerata Opera Festival nel 2018. Lo spettacolo è stato prodotto dal Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia e dal Teatro Real di Madrid. Nella rilettura di Michieletto l’azione dell’Elisir d’amore ha luogo in un lido sulla battigia. «Ho cercato, dice Damiano Michieletto - un luogo che rendesse esplosive le relazioni tra i personaggi e al tempo stesso eliminasse i toni antiquati con cui spesso viene rappresentata quest’opera. Tutta la vicenda è ambientata su una spiaggia, durante una giornata al mare, prosegue il regista. Nemorino è un bagnino un po’ sfigato che deve ripulire i cestini, riordinare le sdraio e gonfiare i materassini; ha costantemente nei suoi occhi Adina, la più desiderata della spiaggia, proprietaria di un chiosco che porta il suo nome e nel quale lavora Giannetta. Belcore invece è un marinaio sbruffone che cerca di conquistare quante più ragazze può nel minor tempo possibile. E poi c’è Dulcamara, per il quale mi sono ispirato a un personaggio che ho realmente incontrato: un venditore da spiaggia che con i suoi abbronzanti antirughe e anticellulite, approfitta delle paranoie da prova-costume dei bagnanti. Ma è anche un personaggio con un lato oscuro, celato dietro la vendita del suo celebre Energy drink. Ci sono moltissime occasioni comiche e leggere all’interno dell’opera e ho cercato, per quanto possibile, di metterle in evidenza. Mettendo in scena una commedia mi piace che il pubblico rida e si diverta».

   Lo scenario estivo, soleggiato, fresco e all’aperto è quindi in immediato dialogo e confronto con l’ambiente dello Sferisterio e con le esigenze di un palcoscenico così grande e inusuale come quello maceratese. Le scene sono firmate da Paolo Fantin, i costumi da Silvia Aymonino, mentre il light design è curato da Alessandro Carletti.  Il pubblico ascolterà un cast di star acclamate sui palcoscenici di tutto il mondo, in cui brillano i nomi di Mariangela Sicilia (Adina), di John Osborn, che debutta come Nemorino, Iurii Samoilov (Belcore) e Alex Esposito (Dulcamara)……”.

   Michieletto assolto! Alla prossima.

*

  Fonte della Nocchia

  Era il 1949 e già da qualche anno vivevo in esilio in una delle più amene, e più remote, terre dei Celti cisalpini. La malinconia e la nostalgia della piena adolescenza mi divoravano mente cuore e visceri. Passavo i miei giorni e le mie notti a piangere segretamente, a invocare mamma, le persone e i luoghi più amati della mia sofferta infanzia, e ad affidare ai miei primi struggenti tentativi poetici i miei affanni. Tra le mie nostalgie più vive, era una sorgente di acqua purissima che sgorgava a possenti fiotti sotto un immenso antico pioppo ai piedi di una località detta "Puzzu ella nee", Pozzo della neve. Ad essa stamane ho ripellegrinato e, immerso nel silenzio cosmico della pre-alba e nel foltissimo verde che la circonda, attendo di dare il mio saluto al nuovo giorno. Oggi la fonte perenne canta ancora, ma da una piccola graziosa rustica fontanella che, in seguito alla costruzione del serbatoio e al conseguente abbattimento del pioppo, distribuisce senza sosta, come da millenni e millenni, resistente alle ardenze estive e ai rigori invernali, il suo tesoro. E mi sovviene dei sedici ingenui tetrastici di endecasillabi, rimanti secondo lo schema ABBC, che, appena quattordicenne, ad essa dedicai, e che ricordo a mente. La mia Musa, matura poi senile, prolissa e arzigogolata, e troppo pensante, un poco ne sorrise, ma non smise mai di rimpiangerli. Eccoli:
   
   "Sotto l'immenso pioppo sgorghi, o fonte / nata dal monte che ora mi ridesta, / come una volta nei bei dì di festa, / il desiderio di salire su, /
   con la brigata spensierata a cogliere, / tra i folti rovi nido delle serpi, / nude le gambe tra tra pungenti sterpi, / il dolce frutto che non gusto più.
   Limpida sgorghi e mormori all'intorno, / tutto silenzio come il camposanto / che guardi in fronte, quel tuo dolce canto / quella canzone che sai solo tu,
   che ho qui nel cuore impressa e mi ripeto / sol con me stesso, quando resto solo, / quando mi preme il male, e mi consolo / pensando a cose belle come te.
   O fonte della Nocchia che perenne- / mente fluisci fra gli aridi sassi, / ricordi quando dirigevo i passi / verso di te, nel bel tempo che fu?
   con Benedetto, con gli zii, al mattino / mentre del pioppo il vertice indorato/ movevasi alla brezza e, rinnovato, / correa il ruscello più veloce giù...
   Salutavamo Sant'Antonio all'ombra, / la Madonnina candida del Ponte / dentro la roccia, mentre il sol la fronte / le irradiava dal bel cielo blu.
   E tu cantando ci accoglievi, lieta / di rinfrancarci col tuo licor sano; / mentre s'udiva il primo di lontano / scampanellar dei bovi, ch'ivan su,
   per il pendio della Scentella, al duro / lavoro dei petrosi campi. Noi / sorridevamo fra gli scherzi...poi / con le riserve partivam da te.
   O fonte della Nocchia che ristori / le forze e dai dolcezza blanda al cuore, / quant'era bello il tempo in cui all'aurore / non succedeva il tramontar del sol!
   Quando il sereno rimaneva terso / per tutto il giorno, quando alla mattina / non si scorgeva ancor troppo vicina / la tetra notte con i suoi terror!
   Tu che hai la forza di ridar vigore / ai corpi infermi, possiedi l'incanto / d'astergermi, mentre ti penso, il pianto / dagli occhi, frutto dell'età che va /
    verso il declino? O fonte che perenne / sgorghi dai sassi senza mai morire, / ascolta chi è sul punto di partire / verso un futuro ignoto, ed ha un sol dì!
   Dimmelo, fonte, dimmi, sai il segreto / per rimanere sempre bimbi? Sai / qual è il segreto per non morir mai? / Dimmelo se lo sai, dimmelo tu /
   che sgorghi sotto il pioppo sempre nuova / nata dal monte che ora mi ridesta / come una volta nei bei dì di festa / il deiderio di salire su /
   con la brigata spensierata a cogliere / tra i folti rovi nido delle serpi, / nude le gambe tra pingenti sterpi, / il dolce frutto che non gusto più".
   
   Questo chiedevo alla fonte, e alla vicina 'madonnina candida del ponte', a quattordici anni. Che le chiederò nei miei novanta?

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    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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Pitigrilli. Mahler, 'Das Lied von der Erde'

Post n°1173 pubblicato il 26 Luglio 2023 da giuliosforza

 

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   Leggo in Pitigrilli (“Le donne di 30,40,50,60 anni”, Casa Editrice Sonzogno, Milano 1967, pp. 49-62, inaspettatamente riemerso dallo sgombero della cantina: cinquantotto brevi variazioni giornalistiche di circa 3 pagine l’una dedicate ad argomenti diversi sempre gradevolmente curiosi) di varie superstizioni e pratiche magiche, tipo anche quelle  vaudouiste dello spillo, alle quali io ho sempre poco creduto, se si eccettuano il malocchio e quella che i francesi chiamano choc en retour, colpo di ritorno, Ho avuto modo di verificar più volte in vita fenomeni di questo tipo: spesso ho visto tornare la maledizione come un boomerang su  chi l’aveva lanciata; se la  maledizione non aveva raggiunto il maledetto, si era ritorta tale e quale sul maledicente. L’ho verificato più di una volta, lo giuro, anche su me. Fate attenzione. 

*

Su rai5 Mahler, Das Lied von der Erde. Finalmente.

  Si tratta, come ben sanno i patiti delle musiche post e tardoromantiche, di una delle ultime composizioni del Genio viennese morto a 51 anni nel 1911, nella quale voce per contralto tenore e grande orchestra si rincorrono e compenetrano scambiandosi, in un ricco gioco dialogante, i ruoli per poi fondersi in unico evento musicale di grande suggestione in cui  il meglio si rivela del suo animo tormentato. Egli non riuscì a sentirne l’esecuzione essendole premorto ad appena 51 anni di ritorno dall’America. Quirino Principe, il dotto critico musicale e musicologo suo storico goriziano, in un suo volume ha scandagliato come nessun altro (vedi Mahler, Rusconi, Milano i983) l’animo sensibilissimo di questo post-wagneriano sui generis, mai come nel Lied von der Erde rivelantesi.

  Cito qui, dei sei brani che lo compongono, il primo e l’ultimo. Sono quelli che, a mio avviso, rendono meglio lo stato d’animo del compositore al momento della loro creazione. La traduzione è mia.

DAS TRINKLIED VOM JAMMER  DER ERDE

Schon winkt der Wein im gold'nen Pokale,
Doch trinkt noch nicht, erst sing' ich euch ein Lied!
Das Lied vom Kummer soll auflachend n die Seele euch klingen.
Wenn der Kummer naht, liegen wüst die Gärten der Seele,
Welkt hin und stirbt die Freude, der Gesang. Dunkel ist das Leben, ist der Tod.


Herr dieses Hauses!
Dein Keller birgt die Fülle des goldenen Weins!
Hier diese Laute nenn' ich mein!
Die Laute schlagen und die Gläser leeren.
Das sind die Dinge, die zusammen passen.
Ein voller Becher Weins zur rechten Zeit
Ist mehr wert als alle Reiche dieser Erde!
Dunkel ist das Leben, ist der Tod.


IL BRINDISI DEL DOLORE DELLA TERRA

Il vino già ammicca dal boccale d'oro, ma ancora non bevete: prima vi canto una canzone. La canzone del dolore deve risuonarvi nell’anima come un riso. Quando il dolore s’avvicina il deserto invade i giardini dell’anima. Gioia e canto avvizziscono e muoiono. Buio è il vivere, è un morire.

Padrone di questa casa!
La tua cantina nasconde una grande quantità di vino dorato! Qui invoco il mio flauto! Pizzicare il liuto e vuotare i bicchieri. Queste sono le cose che stanno bene insieme. Un bicchiere colmo di vino al momento giusto val più di tutti i regni di questa terra. Buio è il vivere, è un morire!

DER ABSCHIED

Die Sonne scheidet hinter dem Gebirge.
In alle Täler steigt der Abend nieder
mit seinen Schatten, die voll Kühlung sind.
O sieh! Wie eine Silberbarke schwebt
der Mond am blauen Himmelssee herauf.
Ich spüre eines feinen Windes Weh'n
hinter den dunklen Fichten!
Der Bach singt voller Wohllaut durch das Dunkel.
Die Blumen blassen im Dämmerschein.

Die Erde atmet voll von Ruh' und Schlaf.
Alle Sehnsucht will nun träumen,
die müden Menschen geh'n heimwärts,
um im Schlaf vergess'nes Glück
und Jugend neu zu lernen!
Die Vögel hocken still in ihren Zweigen.
Die Welt schläft ein!

Es wehet kühl im Schatten meiner Fichten.
Ich stehe hier und harre meines Freundes;
ich harre sein zum letzten Lebewohl.
Ich sehne mich, o Freund, an deiner Seite
die Schönheit dieses Abends zu geniessen!
Wo bleibst du? Da lässt mich lang allein!
Ich wandle auf und nieder mit meiner Laute
auf Wegen, die von weichem Grase schwellen.
O Schönheit! O ewigen Liebens,
Lebenstrunk'ne Welt!

Er stieg vom Pferd und reichte ihm den Trunk
des Abschieds dar. Er fragte ihn, wohin
er führe und auch warum es müsste sein.
Er sprach, und seine Stimme war umflort: «Du mein Freund,
mir war auf dieser Welt das Glück nicht hold!
Wohin ich geh'? Ich geh', ich wandre in die Berge.
Ich suche Ruhe für mein einsam Herz.
Ich wandle nach der Heimat, meiner Stätte.
Ich werde niemals in die Ferne schweifen.
Still ist mein Herz und harret seiner Stunde!
Die Liebe Erde allüberall
blüht auf im Lenz und grünt
aufs neu! Allüberall und ewig
blauen Licht die Fernen!
Ewig... ewig...».

L'ADDIO

Il sole tramonta dietro la montagna.
Scende la sera per ogni valle
con le sue ombre, colme di frescura.
Oh, guarda! Come una barca argentea la luna dondola su lago azzurro del cielo. Io sento l’alito di un vento leggero tra gli oscuri abeti! Il ruscello armoniosamente canta nell’oscurità. I fiori sbiancano nel Crepuscolo.


La terra respira piena di quiete e di sonno, tutta pace e sonno. Ogni brama vuole ora sognare, gli uomini, stanchi, rientrano per ritrovare nel sonno giovinezza e felicità dimenticate. Gli uccelli tacciono sui loro rami. Il mondo sprofonda nel sonno.

Fa fresco all’ombra dei miei abeti. Io sono qui in attesa ansiosa del mio amico. Lo aspetto per l’ultimo addio. Amico mio, desidero godere al tuo fianco la bellezza di questa sera! Dove sei? E mi lasci così a lungo solo! Io faccio su e giù col mio liuto per sentieri solitari, su un tappeto di erba morbida. Oh Modo, ebbro d’amore e di   vita eterna!

Scese da cavallo e gli porse il bicchiere dell’addio

Egli scese da cavallo, e gli offrì il bicchiere
dell'addio. Gli chiese dove fosse diretto e perché. Parlò e la sua voce era velata; “Amico mio, a me su questa terra la fortuna non ha sorriso! Dove vado allora? Vago tra i monti. Cerco pace per il mio cuore solitario. Torno a casa, alla mia patria. Di lì mai più mi muoverò per vagare lontano. Il mio cuore tace e ansiosamente aspetta la sua ora. L’amata terra ovunque rifiorisce e rinverdisce a primavera! Ovunque e in eterno luce e orizzonti si colorano d’azzurro. Per sempre…per sempre!


  

   Più in consonanza col tempo nel suo trascorrere e nel suo mistero  è il Lied von der Erde, e con esso il suo autore Gustav, vittima del Destino e di …Alma Schindler Mahler (poi Gropius poi Werfel,) femme fatale  che, con la sua bellezza la sua intelligenza la sua arte (fu anche discreta musicista e compositrice di Lieder) condite di non poca civetteria, ebbe la sua non piccola parte nella  prematura scomparsa  del follemente innamorato e geloso marito. Con evidenza traspare la mia antipatia nei confronti della Musa ispiratrice di non pochi famosi artisti tra cui Klimt e l’amante Oscar  Kokoschka. Gli è che Alma mi ricorda Clara Wieck Schumann, un'altra straordinaria creatura, che ho odiato per non aver reso felice Robert. Alle mie amiche femministe in questo, solo in questo, non ho ceduto: nel convincimento che al Genio, femminile o maschile che sia, si deve esser pronti a sacrificare tutto, anche la vita.

   L’ispirazione cinese del Lied, nel riadattamento del poeta Hans Bethge, mi piace particolarmente. Fin da giovane ho frequentato autori cinesi, miti e leggende e canti di quella terra in ogni senso smisurata. Questa mia grande passione l’ho voluta fissare anche su uno dei miei bastoni etnici, quello appunto cinese. Vi ho scritto: “…et me iterum puerum draconis terra habuit viatorem et Kung Fu Tzu humanas  Lao Tsu coelestes me docuerunt Regulas

                  Nel  Lied von der Erde l’animo di Mahler si placa, quasi presago del sereno Addio che l’attende.

__________________                            

  

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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