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Post n°487 pubblicato il 28 Luglio 2014 da enodas

 

 

 

Lo "spezapreda", così nacque. Così inizialmente si firmava. Il tagliapietra, figlio di uno scalpellino della Verona del Seicento. Nasceva il Veronese, ben presto, quando iniziò a dipingere. Iniziò guardando a Mantova ed all'Emilia, rievocando le forme forti e possenti di Giulio Romano, ed i profili delle donne emiliane. Lo faceva appropriandosi del colore, quel colore vivo e sgargiante, il rosa, il giallo il blu e soprattutto il verde, quel verde che diventerà "verde Veronese". Ed infina, carico dei suoi segreti svelati, del linguaggio pittorico che fondeva la pittura dei maestri emiliani con quella della cerchia romana, lasciò Verona e giunse alla Serenissima. Paolo Caliari, Paolo Veronese. Chiamato dalle più alte committenze, ad affrescare le pareti degli edifici più prestigiosi. Fu allora che divenne "il maestro dell'illusione", quella di fondere spazi architettonici reali con la scena che entrava nel muro, lo apriva su un mondo nuovo che era quello delineato dai suoi pennelli, dai suoi colori. E non poteva essere altrimenti, per quell'artista nato "spezapreda" e che la pietra traslata nell'elemento architettonico compariva già entro le sue prime tele.
Così l'illusione, così l'architettura, organizzava lo spazio delle prime cene, un tema famoso di Paolo Veronese, lungo tutta la sua carriera artistica ed anche oltre, quando le maestranze che lavoravano alla sua bottega cercarono di raccoglierne infine il testimone. Allora comparivano le figure della società veneziana, in un clima disteso ed una scena ricca di particolari in cui niente era laciavto al caso.
Ed accanto alle committenze pubbliche fiorivano quelle private, pronte a contendersi uno dei pittori più apprezzati del momento. Paolo l'illusionista diventava allora l'artista del soggetto mitologico, colmo di sensualità ed un pizzico di ironia, o di episodi tratti dalla Bibbia. Ovunque, le sue donne, belle ed eleganti, un po' ispirate alle bellezze veneziane, esprimevano tutta la loro sensualità.
Oppure traducevano il proprio messaggio d'amore virtuoso attraverso una serie di richiami allegorici, vestite di tessuti preziosi ed elaborati, panneggi che giungevano a San Marco dalle lontane terre d'oriente.
Nella sfera privata il pittore illusionista si cimentava infine coi temi legati alla tstretta devozione religiosa, dando vita a scene di raccolta intensità che parlavano dritto al cuore del committente.
Tutto questo, uno stile proprio di far pittura e di collocarsi in confronto ad una vasta scala di temi trattati rimase trasferito a coloro che si erano formati nella bottega del pittore, con alterne vicende. Il figlio Carlo si spense giovane privando del proprio nome i libri di storia dell'arte, mentre in altri casi la maestria del pittore andava attenuandosi nei pennelli dei suoi allievi. Anche questo, in fondo, é ciò che separa il genio e lo fa emergere oltre l'oblio delle pieghe del tempo.

 

 

Devo dire che questa mostra mi é piaciuta molto, rivelandosi particolarmente interessante. Ben curata, nella scelte, nella suddivisione delle sezioni che allo stesso tempo distinguevano tematiche ed evoluzione artisitica del pittore, e nei dipinti. Paolo Veronese, così apprezzato in vita, per quanto rimasto nell'Olimpo dei grandi della pittura del suo tempo, viene considerato ed appreso a volte come figura leggermente in ombra rispetto i suoi contemporanei, quasi come decoratore che pittore. Questo percorso illumina invece la maestria e l'importanza dei suoi lavori, così come nella vastità dei contesti in cui nascevano le sue opere, nelle affascinanti figure femminili, nella bellezza dei vestiti e nella cura descrittiva degli spazi così come delle figure umane che li popolavano, così come, infine nella bellezza e nell'intensità dei colori. Questa mostra mi é piaciuta perché mi ha fatto apprezzare questo pittore e mi ha guidato tra significati intrinsechi e rimandi incrociati delle opere. Perché Paolo Veronese fuse scuole diverse e filosofie diverse. In questo, sono di straordinario interesse i disegni che corrono paralleli alla mostra, ad ogni tappa, alcune volte addirittura in rapporto univoco coi dipinti esposti alle pareti. Bellissimi, svelavano tutta la bravura di quest'uomo, ma anche l'attenzione che questi dedicava alla fase del disegno, un po' in contrasto alla tradizione veneziana che si concentrava sul colore. Matita, penna, tratti ad acquerello. Rimanevano come modelli, una specie di archivio, nella bottega del maestro, a fungere da rimandi per i soggetti più complicati o per lo studio di figure. Su questi fogli si svelava cosa c'era dietro il risultato finale impresso sula tela. Quella storia nella storia, che rende il cammino lungo queste sale più ricco ed un po' più prezioso, sulle orme di un grande pittore.

 

 

"Scopo della rassegna è di illustrare la grandezza del maestro cinquecentesco che fu antesignano del Manierismo sulla laguna, capace di celebrare con la sua pittura innovativa, fatta di luce, colore, ardite prospettive, il vivere civile di Venezia, l'apertura intellettuale della citta', quando ancora non avevano preso piede i rigidi dettami della Controriforma. Per questo, anche in epoche successive, influenzo' generazioni di artisti, tra cui Van Dyck, Rubens, Watteau, Tiepolo, Delacroix. Figlio di uno scalpellino, Paolo Caliari nasceva nel 1528 a Verona, dove si svolgeva la sua prima formazione artistica nella bottega di Antonio Badile. Ma e' il suo mentore, Michele Sanmicheli, a introdurlo alle suggestioni della 'maniera nuova', sia quella di provenienza tosco-romana, rappresentata soprattutto da Giulio Romano, a lungo attivo nella vicina Mantova, sia il suo versante emiliano, riconducibile all'opera di Correggio e Parmigianino. Una matrice questa che caratterizzera' la sua cifra anche durante tutto il periodo veneziano, nonostante gli innegabili influssi di Tiziano, a cui fu legato da vicendevole ammirazione.
La pittura del Veronese, al contrario della scuola veneta, assegnava un ruolo assolutamente centrale al disegno, mentre al tonalismo spesso preferiva campiture ben definite, caratterizzate da decisi cangiantismi. Eppure, una volta operativo a Venezia, fu proprio il Vecellio a sostenerlo presso le autorita' cittadine, a introdurlo nella cerchia di Palladio che stava rivoluzionando l'architettura del tempo. Tanto che le decorazioni pittoriche di Villa Barbaro sono tra i capolavori assoluti del Veronese. Tra i maestri piu' contesi della Serenissima, Paolo Caliari fu chiamato a dipingere pale monumentali nelle chiese piu' importanti del Veneto. Furono una sua invenzione le scene corali dedicate ai banchetti evangelici, comunemente indicate come 'Le Cene', in cui l'artista trovava il pretesto per raccontare in tutto il loro splendore le sontuose feste dell'aristocrazia veneziana del tempo. Veronese e' quindi famoso per queste straordinarie, complesse visioni delle allegorie, per le storie mitologiche e gli impareggiabili ritratti.
La mostra alla Gran Guardia ne racconta la grandezza in un percorso espositivo suddiviso in sei sezioni: la formazione a Verona, i fondamentali rapporti dell'artista con l'architettura e gli architetti (da Michele Sanmicheli a Jacopo Sansovino a Andrea Palladio), la committenza, i temi allegorici e mitologici, la religiosità, e infine le collaborazioni e la bottega, importanti fin dall'inizio del suo lavoro. Oltre ad un'ampia scelta di capolavori dell'artista, la mostra comprende quindi numerosi disegni di eccezionale qualità e varietà tematica e tecnica, con l'obiettivo di testimoniare il ruolo della progettazione e riflessione grafica non solo nel percorso creativo di Paolo ma anche nella dinamica produttiva del suo atelier."

 

 

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