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Contro la pena di morte nel mondo

 

Autunno caldo 3

Post n°1030 pubblicato il 20 Novembre 2009 da hesse8

Alcoa, scatta la protesta

 

 

 

 

 

 

 

Tre dirigenti sono rimasti «bloccati» all'interno dello stabilimento dell'Alcoa di Portovesme da quando è in atto la protesta dei lavoratori dopo l'annuncio della cassa integrazione e della chiusura della fabbrica. In un primo momento si era diffusa la notizia di un sequestro da parte degli operai infuriati ma è arrivata la smentita sia dei rappresentanti dei lavoratori che delle forze dell'ordine. Un sindacalista – sentito telefonicamente dall'Agi – si è limitato a dire che i tre «per il momento non possono uscire dallo stabilimento». Nel frattempo nella direzione dell'Alcoa di Portovesme, occupata da stamane da circa settecento lavoratori, si sta svolgendo un'assemblea per decidere le iniziative da adottare nelle prossime ore.

GUARDA IL VIDEO

Sono riuniti in assemblea assieme con i dirigenti e i sindaci del territorio i 400 operai che dal primo pomeriggio hanno occupato lo stabilimento Alcoa di Portovesme, nel sulcis-iglesiente. I cancelli restano bloccati in entrata e uscita, mentre davanti alla fabbrica stanno arrivando altri operai convocati dalle organizzazioni sindacali. Nello stabilimento sono stati richiamati anche gli operai in turno di riposo per organizzare, dopo l'occupazione, altre forme di protesta. Molti degli operai sono appena rientrati dalla trasferta romana di mercoledì scorso, al termine della quale il ministro delle Attività produttive Claudio Scajola aveva fornito garanzie sul proseguimento dell'attività. Nessuno dei dirigenti dell'Alcoa che si trovano all'interno dello stabilimento sarebbe stato costretto contro la sua volontà. Le dichiarazioni in questo senso, è stato spiegato da fonti sindacali e delle forze dell'ordine, sono scaturite dall'esasperazione di alcuni manifestanti.

Foto di Angelo Cucca

20 novembre 2009
 
 
 

E' si "priva" anche l' acqua

Post n°1029 pubblicato il 19 Novembre 2009 da hesse8

Acqua, via alla privatizzazione
Sì definitivo al decreto Ronchi
Montecitorio

Sì definitivo della Camera al decreto legge Ronchi, già approvato dal Senato, il cui 'cuore' è la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa l'acqua. I voti a favore sono stati 302, 263 i contrari

Sì definitivo dell'Aula della Camera al decreto legge Ronchi, già approvato dal Senato e il cui 'cuore' è la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa l'acqua. I voti a favore sono stati 302, 263 quelli contrari. Sul testo ieri il governo ha incassato la fiducia. Dopo le divisioni emerse durante la votazione di ieri sulla fiducia, in Aula a votare c'era anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

 
 
 

Autunno caldo 2

Post n°1028 pubblicato il 18 Novembre 2009 da hesse8

Circa 200 dipendenti dello stabilimento siciliano chiedono l'intervento del Comune
"Serve un incontro con il ministro Scajola per bloccare il piano di chiusura"Fiat, gli operai di Termini Imerese
occupano il municipio per protesta
Manifestano anche i lavoratori dell'Alfa Romeo di Arese, tutti in cassa integrazione
E lanciano un appello alla Lega: "Anche questa è Padania, voi dove siete?"

Fiat, gli operai di Termini Imerese occupano il municipio per protesta

Gli operai di Termini Imerese all'uscita dello stabilimento


TERMINI IMERESE (Palermo) - Circa 200-300 operai dello stabilimento Fiat di Termini Imerese e dell'indotto hanno occupato il municipio. Questa mattina, dopo un'assemblea davanti ai cancelli della fabbrica, le tute blu si erano messe in marcia verso il centro abitato. In questo momento, spiega il segretario della Uilm Vincenzo Comella, sindacati e lavoratori sono riuniti in assemblea con il sindaco Salvatore Burrafato, per concordare una linea comune sulla vertenza contro il piano dell'azienda, che prevede di fermare dal 2011 la produzione automobilistica nell'impianto siciliano. La nuova Lancia Y, infatti, sarà realizzata in Polonia. Proprio oggi sono partire le ulteriori due settimane di cassa integrazione.

Contro il piano Fiat si era espressa con forza sabato la Cgil, in occasione della manifestazione di protesta contro la politica economica del governo tenuta a Roma.

I circa 200 operai che si trovano in municipio hanno "eletto" un proprio sindaco. L'operaio ha indossato la striscia tricolore: "Se le istituzioni non prendono in considerazione i nostri problemi - dicono gli occupanti - cercheremo di fare da soli". Gli operai chiedono inoltre che le autorità comunali li aiutino a fissare un incontro con il ministro Claudio Scajola, prima che la Fiat presenti ufficialmente il piano industriale. Altrimenti "staremo qui ad oltranza", dicono. In particolare si rivolgono al vicesindaco Gianfranco Miccichè, che è anche sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri con la delega al Cipe.

La protesta dell'Alfa Romeo di Arese. Protestano anche i lavoratori dell'Alfa Romeo di Arese, tutti in Cassa integrazione, davanti alla sede di Assolombarda, mentre una delegazione sindacale sta discutendo con i rappresentanti della Fiat del trasferimento del Centro Stile da Arese a Torino. Numerosi gli striscioni e le bandiere di Slai-Cobas, Fiom-Cgil e Flmu-Cub.

"La chiusura dell'Alfa - spiega Corrado Delle Donne dello Slai-Cobas - è uno sfregio per tutta Milano, l'Alfa Romeo è stata regalata alla Fiat a suon di tangenti, e Torino, dopo aver incassato 2 mila miliardi per Arese a fondo perduto vuole chiudere tutto, toghe rosse cercasi". Secondo Delle Donne "al danno si aggiunge la beffa, perchè Fiat se ne va da Arese ma lascia a comandare l'area un suo ex manager, Luigi Arnaudo".

Davanti alla sede di Assolombarda è stata posata la riproduzione di un bonifico da 4 miliardi di lire eseguito l'11 marzo 1992 da Credito Italiano alla Banque Internationale de Luxembourge a favore del cliente 'Gabbiano'. "Quel Gabbiano - ha spiegato Delle Donne - era Bettino Craxi e l'assegno fu staccato da Cesare Romiti perchè l'Alfa venisse ceduta alla Fiat anzichè alla Ford". I lavoratori hanno rivolto anche un appello alla Lega Lombarda: "Anche L'Alfa Romeo è in Padania, non è Terronia, voi dove siete?".

 
 
 

Sara' 1 autunno caldo

Post n°1027 pubblicato il 17 Novembre 2009 da hesse8

"Aderiamo alla giornata internazionale per i diritti degli studenti e condividiamo pienamente gli obiettivi per i quali il movimento degli studenti manifesta domani. Siamo con loro per difendere il loro e il nostro futuro. Esso mai, prima d’ora, era stato messo tanto pesantemente in discussione da una sciagurata e reazionaria politica della destra che, col diritto allo studio e al sapere, con la privatizzazione della scuola e dell’Università cancella il futuro di milioni di giovani e dell’intero Paese.
Il PdCI aderisce e partecipa alla manifestazione nazionale del gruppo Omega indetta dai sindacati del gruppo Eutelia/Agile/Omega, che si svolgerà domani a Roma. Alla manifestazione sarà presente il segretario nazionale Oliviero Diliberto.
"Vogliono distruggere la scuola pubblica, difendiamola". La Fgci, a fianco dell'Uds, sarà domani presente con cortei, presidi e occupazioni simboliche alla giornata di mobilitazione studentesca.  "Sarà una giornata di lotta dura e determinata - afferma Flavio Arzarello, coordinatore nazionale dell Fgci, l'organizzazione giovanile del PdCI - a difesa della scuola pubblica, che questo Governo classista, amico di Confindustria e dellle gerarchie vaticane, vuole cancellare, in sfregio alla Costituzione". La Fgci racconterà la giornata con la ripresa video della mobilitazione e la messa in onda su pdcitv, la web tv del PdCI.

 
 
 

A fianco degli agricoltori in lotta, in marcia verso Roma

Post n°1026 pubblicato il 16 Novembre 2009 da hesse8

AGRICOLTORI IN MARCIA VERSO ROMA. TRATTORI DI TUTTA ITALIA ANDATE A ROMA. E’ L’ORA DELLA PROTESTA !!

trattori_a_roma2

Mentre la crisi nelle aree rurali italiane diventa sempre più pesante, sono in corso in Sicilia, Basilicata, Sardegna, Puglia e nelle Regioni Meridionali, mobilitazioni degli agricoltori e degli allevatori per riconquistare il diritto al futuro e la dignità del lavoro per le aziende agricole ed allevatrici.

Le ragioni delle mobilitazioni degli agricoltori sono fortemente sostenute da Consigli Comunali e Provinciali e partecipate da movimenti di cittadini e consumatori.

Le vertenze degli agricoltori, mantenendo con forza le piattaforme regionali, si stanno coordinando ed, in alleanza con i Municipi costituiti nella Rete dei Municipi Contadini, stanno unificando le loro vertenze attorno ad una piattaforma unitaria di crisi che chiede a Regioni e Governo Nazionale misure urgenti entro quest’autunno

In Sicilia ed in Basilicata abbiamo ottenuto con le mobilitazioni che le Regioni dichiarassero lo Stato di Crisi del settore agricolo, prima condizione perché il Governo e le Regioni adottino provvedimenti straordinari anche in deroga alle regole comunitarie ed i dettati di Maastricht.

Le realtà siciliane e Lucane, insieme al Coordinamento dei Comitati degli agricoltori ed alla Rete dei Municipi Contadini chiama ad estendere l’iniziativa e ad una forte mobilitazione perché tutte le regioni meridionali dichiarino lo Stato di Crisi, il Governo nazionale lo sostenga e stanzi immediatamente sulla finanziaria le risorse necessarie ad impedire l’aggravarsi della crisi delle aziende.

Tutti e tutte a Roma il 16 Novembre 2009, per portare le delibere regionali già conquistate e chiedere alla Conferenza Stato Regioni, al Governo ed al Parlamento di garantire fondi e provvedimenti immediati.

A Roma ci arriveremo con i trattori percorrendo in marcia le nostre terre (migliaia di km) e incontrando i cittadini, i movimenti, i nostri colleghi, le istituzioni, per rafforzare l’unità degli agricoltori in lotta e l’alleanza per chiedere la svolta e la Riforma per la Sovranità Alimentare: Reddito alle aziende, salario e diritti ai lavoratori agricoli, prezzo, qualità e diritto al cibo per tutti i consumatori

SOVRANITA’ ALIMENTARE PER SALVARE LE AZIENDE SENZA SE E SENZA MA!

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L’appello degli agricoltori siciliani : andiamo a Roma con i trattori

    CHIEDENDO:

- Che venga dichiarata dal Governo la crisi socioeconomica delle aziende agricole nelle campagne del Mezzogiorno per assumere provvedimenti straordinari anche in deroga alle regole comunitarie e venga istituita una unità di crisi per l’agricoltura formata dal Governo, dalla Conferenza Stato Regioni e dai rappresentanti degli Enti Locali

- Che si ridiscutano e si riaprano i termini della ristrutturazione e delle modalità della soluzione per i contenziosi ed i pregressi INPS in modo da consentire a tutti la fuoriuscita dalle pendenze e non solo alle banche di speculare; si avvii la riforma dell’INPS in agricoltura, sempre promessa e mai realizzata.

- Che Governi Nazionali e Regionali stanzino urgentemente, come sta accadendo in altri Paesi Europei, risorse finanziarie aggiuntive sulle prossime leggi finanziarie nazionale e regionali anche in deroga alle regole comunitarie, per sostenere il mancato reddito delle aziende agricole e zootecniche che sta determinando forte indebitamento e rischio di chiusura.

- Che si realizzi un piano urgente di tutela e rilancio delle produzioni mediterranee con l’obiettivo di restituire reddito alle aziende, diritti e salario giusto ai lavoratori, prezzo, sicurezza alimentare ed accesso ai cittadini.

- Che si dichiari la Moratoria di tutte le esecuzioni in danno delle aziende agricole e si rinviino pagamenti per il tempo utile a risolvere la crisi e nelle more dei tempi necessari a varare un piano di rilancio dell’agricoltura mediterranea italiana; si sblocchino urgentemente le risorse e gli incentivi dovuti agli agricoltori in attesa da anni

 
 
 

Convegno sui fatti di Vaddara ovvero lotte bracciantili i nel '50

Post n°1025 pubblicato il 14 Novembre 2009 da hesse8

61 anni fa i fatti della Vaddàra

 

Il 19 ottobre del 1948 Lentini e i Lentinesi scrissero una delle pagine più intense della lorostoria.
Si era da poco usciti dalla guerra e non si riusciva a fronteggiare adeguatamente la fame e la disoccupazione. Da circa un anno era in vigore il decreto sull’imponibile di manodopera, che avrebbe dovuto spingere i proprietari terrieri ad eseguire i lavori necessari sui terreni agricoli, ma una forte e generalizzata resistenza ne impediva la piena applicazione. I braccianti lentinesi, spinti dal bisogno e guidati dalla Federterra, da alcuni giorni cercavano di costringere i proprietari all’applicazione del decreto andando a lavorare abusivamente negli agrumeti bisognosi, dato il momento, di zappatura (sciopero a rovescio). La mattina del 19 ottobre, dunque, circa 85 lavoratori disoccupati scavalcarono i cancelli di una delle proprietà del barone Beneventano, in contrada Reina-Vaddara, e iniziarono a zappare. Verso le 10,30, su richiesta del proprietario sopraggiunse un nutrito gruppo di poliziotti e carabinieri per identificarli e mandarli via. L’arresto immediato e, a parere dei lavoratori, ingiustificato del dirigente delle Federterra Mario Strano (successivamente deputato all’ARS) diede vita ad una vibratissima protesta che man mano degenerò fino a diventare scontro fisico tra braccianti e forze dell’ordine. Vi furono diversi feriti da una parte e dall’altra e altri arresti. I lavoratori nella stessa mattinata inscenarono una violenta protesta presso il Municipio dove i registrarono il ferimento del sindaco Filadelfo Castro e dell’assessore Severino Ielo e vari danni a porte e vetrate. Alla fine centinaia di persone denunciate, processate e condannate.
I fatti misero in luce lo straordinario senso di solidarietà del popolo lentinese in due modi: nella stessa mattinata degli scontri centinaia di braccianti che lavoravano regolarmente ingaggiati nei fondi vicini a quello di Benventano lasciarono il lavoro per sostenere i loro compagni (per questa ragione i denunciati furono molto di più dei lavoratori abusivi); nei mesi successivi i 240 denunciati latitanti furono ospitati da famiglie di parenti ed amici; tenuto conto della necessità di cambiare spesso “rifugio”, si può calcolare che le famiglie solidali con i braccianti furono almeno un migliaio (Lentini all’epoca contava circa 6.000 famiglie)

 

 
 
 

Turi Vaccaro l' irriducibile pacifista finisce in carcere

Post n°1024 pubblicato il 13 Novembre 2009 da hesse8

Vicenza: Turi Vaccaro entra nel Dal Molin per ‘seminare’ pace, arrestato

Hanno scavalcato la recinzione e sono entrati all'interno del cantiere dell'ex aeroporto portando bandiere, un libro e dei semi da piantare.

turri_vaccaro_pacifista_scalzo.jpg

Ma l’azione simbolica intrapresa ieri pomeriggio è finita con l’arresto di Turi Vaccaro, che qualcuno ha ribattezzato negli anni scorsi ‘il pellegrino di pace’ e di Agnese Priante, del Presidio No dal Molin, che lo ha accompagnato nel blitz. I due sono stati portati alla caserma Ederle: la donna è stata rilasciata, Vaccaro è stato arrestato e trasferito al carcere di S. Pio X.

Questa la ricostruzione del blitz dal sito www.Nodalmolin.it: «Turi Vaccaro, noto pacifista siciliano, è entrato nell’area del Dal Molin accompagnato da una donna vicentina, Agnese Priante del gruppo donne del Presidio, per dar vita alla “semina di S. Martino”.
Dopo aver scavalcato la recinzione - continua la nota sul sito dei No base -, portando con se bandiere della pace, volantini, un libro sulla guerra nucleare, un disegno di Alice (una bimba di Firenze) e delle palline di argilla che avvolgono dei semi di alberi da frutto raccolti lungo il cammino da Napoli a Vicenza conclusosi l’8 novembre, Turi e Agnese hanno seminato le palline utilizzando il metodo Fukuoka (esperto giapponese in agricoltura non violenta - permacultura – che suggerisce il metodo delle palline di argilla lasciate sul terreno al posto dell’aratura). Intendiamo – hanno scritto i due – protestare così, in maniera non violenta, contro l’inizio dei lavori di questa nuova base di guerra»; concludendo il loro testo con le parole del Profeta Isaia: «Pace, gioia, forza e amore, forgiamo le spade in aratri».

Ma il carattere suggestivo, simbolico e chiaramente non violento della protesta non è piaciuto comunque agli apparati di sicurezza che controllano e presidiano l’area sequestrata alla città per essere trasformata in un’enorme base militare statunitense.
Fermati e trattenuti prima al comando Setaf presso il Dal Molin e in seguito alla Ederle, Agnese è stata rilasciata durante in nottata mentre Turi è stato trasferito presso il carcere S.Pio X di Vicenza.
«A lui e ad Agnese va il ringraziamento del movimento NoDalMolin, per quel che fa quotidianamente: l’iniziativa di questo pomeriggio dimostra che ognuno può trovare le sue forme per opporsi concretamente alla guerra e alla militarizzazione».
Dopo aver partecipato alla Marcia per la Pace e la nonviolenza di Domenica, non sopportava l'idea che ci fosse un'altra base militare e voleva ribadire la priorità degli usi civili della terra.

Turi sarà processato domani per direttissima dal Tribunale di Vicenza.
I No Dal Molin hanno convocato per oggi pomeriggio una manifestazione alle 18.30 nel piazzale antistante al carcere di S. Pio X. Sostegno all'azione di Turi Vaccaro è arrivato anche dalla Casa per la pace, Tavolo della Consultazione e Comitato vicentino della Marcia Mondiale mentre in una nota la Rete Nazionale Disarmiamoli ne chiede l’immediata scarcerazione: «Noi tutti conosciamo Turi Vaccaro "pellegrino di pace" - scrivono - perché nel 2005 è stato protagonista in Olanda di una storica azione pacifista: penetrato in un aeroporto militare della Nato aveva reso inservibili 2 aerei da combattimento F16 distruggendone i comandi a martellate». Gesto che gli costò 6 mesi di carcere e una richiesta danni di 750 mila euro.

La solidarieta' dei fratelli e compagni "No da Molin"

 
 
 

Finalmentee......La CGIL che mi piace

Post n°1023 pubblicato il 11 Novembre 2009 da hesse8

«Ora basta, questo clima sudamericano deve terminare»


Adesso basta.Non è tollerabile che in Italia un gruppo di lavoratori che difendono pacificamente il loro posto venga aggredito da squadristi incappucciati al soldo diun managerirresponsabile. Nemmeno i padroni delle ferriere si comportavano così, questo è un clima da dittatura sudamericana. È bene che il governo e la politica intervengano subito per fermare e reprimere questi fenomeni. La Cgil starà con i lavoratori in lotta e non si farà intimidire da queste azioni». Guglielmo Epifani è arrabbiato e preoccupato. Il segretario della Cgil aggiorna il lungo elenco delle aziende in crisi, delle chiusure, del ricorso alla cassa integrazione che in molti casi sta per finire lasciando migliaia di lavoratori senza un futuro certo. Ripete da mesi l’allarme per la tenuta del tessuto sociale davanti a una crisi che avrà i suoi effetti più pesanti sull’occupazione nei prossimi mesi. Mal’allarme suona a vuoto a Palazzo Chigi. Berlusconi pensa ad altro.

Epifani, l’aggressione ai lavoratori ex Eutelia apreuna nuovafase nella crisi di questo autunno italiano?

«È un fatto gravissimo. Vedo in questa azione violenta una vera minaccia alle regole democratiche della nostra vita sociale, delle nostre relazioni industriali. Proprio nel momento in cui più grave è la crisi e più pesanti sono i suoi effetti sulle famiglie, nessuno può pensare di cercare scorciatoie come l’aggressione e la minaccia ai lavoratori. È un fatto che la Cgil denuncia con forza, così comehanno fatto la Fim-Cisl e le forze politiche. Quello che è accaduto all’ex Eutelia non si deve ripetere, spero che il governo lo comprenda e agisca di conseguenza».

Cosa la preoccupa?

«Mi preoccupa che ci sono centinaia di aziende in difficoltà o addirittura che stanno chiudendo, migliaia di lavoratori sono in lotta, molte fabbriche sono presidiate. Nonsi può pensare che questa emergenza economica e sociale venga affrontata con provocazioni e violenze squadriste. C’è un limite che non si può superare. Il governo deve dare risposte più incisive alla crisi, lo chiediamo e lo ripetiamo da tempo, ma qui si parla d’altro, della riforma dei processi, della prescrizione. Prima occupiamoci della gente senza lavoro, di chi non sa come arrivare alla fine del mese».

La vertenza ex Eutelia si trascina da mesi, senza soluzione, pare non interessi nessuno...

«È una vertenza difficile, per questo abbiamo sollecitato la presidenza del Consiglio a prendere in mano la situazione. Il gruppo ex Eutelia ha quasi diecimila dipendenti, si occupa di informatica e di call center, gestice aspetti delicati della comunicazione pubblica e ha una proprietà complessa, da ricostruire. Aggiungo che la società avrebbe anche un mercato di un certo interesse se fosse gestita con criteri razionali e seri. Invece non paga gli stipendi, mette in mobilità e in cassa integrazione i lavoratori. Non si capisce cosa vogliono fare e se hanno una strategia per il futuro. Il governo deve richiamare l’azienda alle sue responsabilità».

Il primo passo qual è?

«Un tavolo di confronto a Palazzo Chigi. Solo così si può arrivare a unasoluzione razionale del problema. Almeno cerchiamo di risolvere la vertenza prima che il quadro si deteriori ulteriormente».

Potrebbe non bastare il richiamo alla responsabilità.

«Abbiamo proposto uno sciopero unitario per sostenere la lotta dei lavoratori ex Eutelia. Penso che su questi temi ci può essere una forte convergenza delle organizzazioni sindacali e delle forze politiche».

Sabato la Cgil sarà di nuovo in piazza a Roma. Perchè?

«È un’iniziativa forte e importante che ha già raccolto molte adesioni e che si inquadra nel lungo, più ampio impegno della Cgil per dare voce al mondo del lavoro. Porteremo a Roma i volti della crisi, quelli che gli italiani non possono vedere ai tg della sera: i cassintegrati, gli operai delle fabbriche, i precari chehanno perso il lavoro e il reddito. Chiederemo ancora al governo di estendere la cassa integrazione oltre le 52 settimane, di aiutare i precari, di sostenere i redditi dei lavoratori e dei pensionati anche con una più giusta politica fiscale. Andremo avanti, non ci fermeremo sabato».

 
 
 

La farsa del ponte di Messina

Post n°1022 pubblicato il 10 Novembre 2009 da hesse8

Giorgio Frasca Polara  GRANDI OPERE.

Via libera del Cipe alla speculazione sullo Stretto. Disponibili 30 milioni su 6,3 miliardi di euro. Nel 2020 parte il cantiere. Peccato che quei soldi servivano per le frane. E che la gara d’appalto sia tutta da rifare. Altro grottesco capitolo, nelle ultime ore, della (tragica) farsa del Ponte sullo Stretto. Con una soffiata a un’agenzia amica del Cavaliere si è fatto sapere che, ieri mattina, in una seduta-lampo, il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) «ha dato via libera alla prima fase della progettazione esecutiva già annunciata a metà ottobre dall’ad della Società dello Stretto, Pietro Ciucci», lo stesso boiardo che presiede l’Anas. Disponibilità? Trenta milioni di euro, stanziati da tempo: una bazzecola rispetto ai 6,3 miliardi necessari (ma su questa cifra torneremo) per l’attraversamento stabile tra Scilla e Cariddi. Ancora: «Entro il 2010, dunque, verrà avviato il cantiere principale». E allora questa briciola di 30 milioni a che serve? Serve per un’opera che con il Ponte - lo ripetiamo per l’ennesima volta non c’entra un fico secco. Serve soprattutto per lo spostamento di un tratto della linea ferroviaria sulla costa calabrese, la cosiddetta Variante Cannitello progettata da anni per far pronte alle frane e agli smottamenti continui nell’area di Villa San Giovanni. Il Cipe spaccia quest’opera come “l’avvio di lavori propedeutici”. In realtà tutti sanno, in Calabria e in Sicilia, che l’assenso all’opera è stato dato delle due Regioni con una condizione ferrea: sia chiaro che la Variante non ha nulla a che vedere con il Ponte. Ma il punto non consiste nemmeno in queste penose e grossolane bugie ripetute ossessivamente. L’apertura dei cantieri - sbandierata anche dal presidente del Consiglio, e proprio nella meno opportuna occasione della sua visita al disastroso esito delle frane e degli smottamenti nel messinese, con decine e decine di morti - è del tutto improponibile almeno per quattro buoni motivi. Il primo motivo: non esiste (ripeto: non esiste) a tutt’oggi non solo un progetto esecutivo che consenta di aprire i cantieri del Ponte, ma nemmeno quel progetto definitivo che serve a completare la obbligatoria procedura di valutazione di impatto ambientale. E' appena tornato a ricordarlo il Wwf, pensando ai problemi delle correnti dello Stretto, al progressivo spostamento delle due coste, e soprattutto al permanente, gravissimo rischio sismico. Il secondo motivo: il governo non ha le risorse tanto sbandierate per realizzare il Ponte. Facciamo un po’ di conti. Con una delibera Cipe (del marzo scorso, ma che ogni giorno, da allora in avanti, viene riproposta come nuova) il governo ha deciso di immobilizzare appena 1,3 miliardi su 6,3 del costo realistico dall’opera faraonica. Ma neppure questa cifra di 1,3 miliardi è immediatamente disponibile: sarà centellinata di anno in anno dallo stesso Cipe come è stato stabilito dall’ultimo decreto anticrisi. Il terzo motivo riguarda il grosso della cifra per la quale si farà ricorso a capitali privati attraverso il sistema del project financing (sistema tutto da verificare, e i cui costi, comunque, saranno poi a carico del contribuente che dovrà pagare per l’attraversamento del ponte un pedaggio con cui il capitale privato non solo si rifarà dell’investimento ma vorrà pure guadagnarci). Fatto è che si devono ancora rivedere e aggiornare - quant’è che gli ambientalisti battono su questo tasto? - i valori dell’offerta del General contractor (Gc) e le convenzioni tra la concessionaria pubblica, quel carrozzone dello Stretto di Messina spa, e il Gc capeggiato da Impregilo, come ha ammesso anche qualche settimana fa il ministro delle Infrastrutture Matteoli. Già, perché il Gc ha vinto la gara sulle progettazioni definitiva ed esecutiva, come la realizzazione del Ponte e delle opere connesse, sulla base di un maxiribasso che stimava il costo dell’opera in 3,9 miliardi di euro. Ma sette mesi fa il Servizio studi della Camera dei deputati aveva fornito una valutazione assai maggiore e talmente non contestata da essere diventata senso comune anche per il governo: 6,3 miliardi, all’aprile scorso! Il quarto motivo: nel dibattito sul disastro a Messina, tutte le opposizioni - di fronte alla insopportabile insistenza con cui Berlusconi è tornato a cianciare del Ponte - si sono richiamate al monito del capo dello Stato: non è proprio il momento di evocare opere eccezionali, cerchiamo di provvedere alle più elementari (e già costosissime) esigenze delle popolazioni. Insomma, come si fa a parlare del Ponte mentre vengono giù, e continuano a venir giù, i monti Peloritani e i Nebrodi; mentre non si fa fronte all’abusivismo, all’abbandono delle campagne, allo stato pauroso della viabilità interna e della stessa rete ferroviaria quasi sempre e solo a binario unico? Non a caso questi temi sono stati ripresi anche in sede extraparlamentare, da chi non ha oggi voce nei Palazzi. Quella di Berlusconi, ha sottolineato infatti il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, è una scelta «non solo incomprensibile ma irresponsabile: vuol sperperare i soldi dei cittadini italiani mentre la vera priorità (Messina docet) è rappresentata dalle infrastrutture inesistenti, come la messa in sicurezza del territorio e la lotta al dissesto, le ferrovie, gli acquedotti». E ha annunciato che i Verdi «si opporranno con tutti i mezzi, anche giuridici, alla costruzione di quest’opera inutile e dannosa per l’ambiente». A quando la prossima puntata della farsa?

 
 
 

Malasanita' e legge dell' accorpamento

Post n°1021 pubblicato il 08 Novembre 2009 da hesse8

 

Non c’è posto
nei reparti
Per partorire
finisce a Ragusa


FRANCOFONTE


Una trentenne al settimo mese di gravidanza partòrisce dopo aver girato tre ospedali. successo ad una donna rumena che da tempo vive regolarmente con la propria famiglia nella città agrumicola. KL., casalinga e madre di una bambina, il marito ,lavora nel comparto agrumicolo, ha partorito nell’ospedale di Ragusa rischiando per se stessa e per il nascituro. La storia si è verificata nella notte tra domenica e lunedì, la signora si è sentita male e ha capito subito che il bambino stava per nascere prematuramente, allora la scelta di correre al vicino ospedale di Lentini. Nonostante il nosocomio non ha più il reparto di ostetricia e ginecologia è stata visitata dai medici del pronto soccorso i quali hanno costatato che il bambino stava per nascere quindi la scelta di trasferire la partoriente all’ospedale di Augusta. Una volta arrivata ad Augusta, la signora è stata nuovamente visitata, ma considerata la delicatezza del parto prematuro è stato deciso il trasferimento all’ospedale di Ragusa. Lì è nato un maschietto di 2 chili e 100 grammi, posto in incubatrice secondo il protocollo per i bambini prematuri. «La giovane donna ha rischiato per sé e per il proprio figlio a causa del fatto che l’ospedale più vicino, quello di Lentini, è oggi sprovvisto del reparto di ostetricia - dice Carmela Pisano, consigliere comunale di Alleanza siciliana, vicino alla famiglia-. È stata sballottata per chilometri prima di poter dare alla luce. Questa testimonianza deve fare riflettere tutti». ANGELO LO PESTRI

N.B. il reparto di ginecologia e' stato trasferito ad Augusta

Scannerizzato dal "giornale di sicilia" del 8-11-2009

Il percorso


 

 
 
 
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