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Contro la pena di morte nel mondo

 

Rabbia a Teheran contro la nostra ambasciata:Quanto tempo tempo dobbiamo sopportarlo?

Post n°1086 pubblicato il 09 Febbraio 2010 da hesse8

 

Iran, Frattini: assaltata ambasciata italiana a Teheran

Assalto all'ambasciata italiana a  Teheran, al grido di «Morte all'Italia, morte a Berlusconi». A darne notizia, durante un'audizione in Senato, è stato il ministro degli Esteri Franco Frattini, che ha annunciato di aver dato disposizione al nostro ambasciatore a Teheran, Alberto Bradanini, di non partecipare alle cerimonie di giovedì in occasione del 31mo anniversario della Repubblica islamica.

 «Vi comunico - ha detto Frattini - che si è appena svolta una manifestazione ostile verso l'ambasciata italiana a Teheran. Un centinaio di basji, che si sono resi protagonisti di violazioni contro civili hanno tentato di assaltare l'ambasciata a colpi di pietre e al grido di 'Morte all'Italia e a Berlusconì e lo stesso stanno facendo con l'ambasciata di Francia e Olanda».

Per questa ragione, «l'Italia non invierà l'ambasciatore alle manifestazioni dell'11,», ha annunciato il ministro, secondo cui «c'è
una consultazione europea per capire se vi sarà una sorta di osservazione diplomatica da parte delle cancelliere europea, ma credo che quello che è stato deciso dall'Italia sarà condiviso da altri Paesi, come Germania e Gran Bretagna».

Il ministero degli Esteri iraniano ha convocato domenica l'ambasciatore italiano a Teheran, Alberto Bradanini, per trasmettergli una protesta ufficiale per le parole pronunciate dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nella recente visita in Israele. Lo hanno riferito oggi all'ANSA fonti locali attendibili che hanno voluto mantenere l'anonimato.

Dopo l'assalto, ha riferito ancora Frattini, non ci sono stati «danni seri» all'ambasciata italiana a Teheran, contro cui sono state lanciate pietre e uova da parte di manifestanti favorevoli al regime iraniano. L'ambasciata resta aperta.

 
 
 

Non criticate la Gelmini nei forum e la sua riforma

Post n°1085 pubblicato il 08 Febbraio 2010 da hesse8

 


Scuola, riforma superiore. La Gelmini oscura i forum

di ma.ier.tutti gli articoli dell'autore

L'ha definita una "riforma epocale", frutto di "un ampio confronto" con il mondo della scuola. Ma subito dopo lo show a Palazzo Chigi spalleggiata da Silvio Berlusconi, la maestra "unica" dell'istruzione ha oscurato tutti i forum sul riordino della scuola superiore dal sito istituzionale Indire, l'Agenzia nazionale per lo sviluppo dell'autonomia scolastica.

Una vera e propria censura per docenti, studenti e genitori. Sul web sono stati oscurati tutti i i thread intitolati "Conosci e commenta la riforma". Un atto che la Gelminini ha compiuto senza alcun preavviso e senza alcuna motivazione.

Lo denuncia con rabbia  il Coordinamento nazionale dei docenti di Diritto e Economia, materia scolastica che per altro la Gelmini ha pressochè "bandito" dalla sua scuola.

 
 
 

Carlo Lucarelli e l' inno alla memoria

Post n°1084 pubblicato il 07 Febbraio 2010 da hesse8

 


"Bella ciao" inno alla memoria

Sarà perché sono appena tornato da Auschwitz con il treno degli studenti della provincia di Modena ma le cose che riguardano la memoria in questo periodo mi colpiscono particolarmente per cui ho ascoltato con interesse le parole del nostro presidente del Consiglio al parlamento israeliano. Mi riferisco a quello che ha detto riguardo alla vergogna delle leggi razziali, che sarebbero state riscattate dalla Resistenza.
È vero. È grazie alla Resistenza e alla guerra di liberazione che il nostro Paese ha riconquistato dignità agli occhi del mondo libero, quando un gruppo di patrioti di tanti colori - tra cui parecchie sfumature di rosso - hanno cacciato i tedeschi che lo occupavano assieme ai collaborazionisti della Repubblica di Salò, facendo giustizia anche di quello che aveva prodotto tutto questo, e cioè il fascismo delle leggi razziali e dell’alleanza col nazismo.
È per questo che una canzone come Bella Ciao - che una volta ho sentito erroneamente contrapposta a Fratelli d’Italia da qualcuno che evidentemente non ne aveva capito lo spirito - è una specie di inno nazionale ufficioso, che dovrebbe unire tutti quelli che si riconoscono in quel momento di patriottismo e considerano quelle leggi razziali una vergogna. È da lì che nasce la nostra Repubblica ed è quello lo spirito di quella canzone.
Sarebbe bello ricordarsene più spesso della resistenza come liberazione. Che il presidente del Consiglio e molti dei suoi alleati - ma anche alcuni di quelli che stanno all’opposizione - lo dicessero altre volte, e con chiarezza.
Insomma, ad essere coerenti, mi aspetterei che Berlusconi, da presidente del Consiglio o anche da privato cittadino, fosse presente il prossimo 25 aprile, in piazza, a cantare Bella Ciao.

 
 
 

Sardegna: manifestazione pro-Alcoa quando ci vuole ci vuole

Post n°1083 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da hesse8

 

Lavoro, si ferma la Sardegna. In 500mila in corteo a Cagliari

Cresce la partecipazione all'imponente corteo che sfila dalle 9.30 di stamane per le vie di Cagliari in occasione dello sciopero generale della Sardegna proclamato dalle segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil.

Dopo la partenza dei manifestanti, inizialmente oltre 15 mila ma diventati almeno 50.000, secondo le stime dei sindacati (20.000 per la questura), sono arrivati in piazza Giovanni XXIII, luogo del concentramento di lavoratori e pensionati di tutta l'isola, circa altri 100 pullman provenienti dal nord Sardegna.

La testa del corteo ha raggiunto via Sonnino ed è diretta nella centrale piazza Yenne per i comizi finali. Marciano con i lavoratori del territorio anche i 23 sindaci del Sulcis Iglesiente in fascia tricolore, che tengono uno striscione con la scritta «Sindaci in marcia per il lavoro». Tra loro anche il presidente regionale dell'Anci, Tore Cherchi.

I primi cittadini sono preceduti dai lavoratori dell'Alcoa di Portovesme, la fabbrica di alluminio di cui la multinazionale americana ha annunciato la fermata con la conseguente messa in cassa integrazione di centinaia di dipendenti: gli operai sventolano bandiere dei sindacati e indossano i caschi da lavoro.

 
 
 

Caricati a Rosarno portati a Roma : ora sparite!

Post n°1082 pubblicato il 03 Febbraio 2010 da hesse8

 

Vivono per strada a Roma i lavoratori africani di Rosarno

di Emilia Zazzatutti gli articoli dell'autore Caricati su un treno e portati a Roma. All'arrivo solo due parole: «Ora sparite». Sono i circa trecento lavoratori africani cacciati da Rosarno che ora sopravvivono per le strade di Roma. Chiedono un permesso di soggiorno per motivi umanitari, un lavoro e un posto dove dormire, cosi' come ''concesso agli 11 africani rimasti feriti a Rosarno perche' anch'essi vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per la strada''.

GUARDA LE IMMAGINI

Il 31 gennaio si sono costituiti nell'«Assemblea dei lavoratori africani di Rosarno», a Roma, e oggi hanno tenuto una conferenza stampa a piazza s. Marco. Hanno raccontato della loro condizione di lavoro e di vita in Calabria: ''Un lavoro sottopagato, dalle 6 del mattino alle 20 per 25 euro che non finivano neanche nelle nostre tasche; sfruttati di giorno e cacciati di notte dai figli dei nostri sfruttatori, braccati come bestie, prelevati e qualcuno sparito per sempre''.

Poi la loro spiegazione: "Non potevamo piu' attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perche' siamo invisibili, non esistiamo per le autorita' di questo Paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza''. E se alcuni di loro sono stati ''rinchiusi nei centri di accoglienza per immigrati, molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, alcuni sono sparpagliati nelle citta' del sud'' e ''noi siamo a Roma, senza lavoro, senza un posto per dormire, senza i nostri bagagli e con i salari non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori''.

Nella totale assenza delle istituzioni, il territorio e alcune associazioni si sono organizzate per aiutarli. Loro stanchi di abbassare la testa chiedono che «il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità».

(Foto e video a cura di Emilia Zazza)

 
 
 

No-daMolin: questa base non s' ha da fare

Post n°1081 pubblicato il 01 Febbraio 2010 da hesse8

A Vicenza i No Dal Molin invadono il cantiere Usa


Ieri mattina 50 attivisti del presidio permanente No Dal Molin di Vicenza sono entrati all'interno del cantiere della nuova base Usa. I vicentini contrari alla base si sono incatenati alle gru srotolando dall’alto dei macchinari una grande bandiera della pace per chiedere lo stop immediato dei lavori...

Il cantiere al Dal Molin si deve fermare». È questa la richiesta del presidio permanente No Dal Molin di Vicenza il giorno dell’ingresso di 50 attivisti all’interno dell’area dove si sta costruendo la nuova base militare statunitense. L’azione del presidio permanente è scattata domenica mattina: i vicentini contrari alla base sono entrati nel cantiere incatenandosi alle gru e srotolando dall’alto dei macchinari una grande bandiera della pace per chiedere lo stop immediato dei lavori.
«Oggi il cantiere si deve fermare – hanno detto i No Dal Molin – Prima di procedere nei lavori, deve essere realizzato uno studio approfondito sullo stato attuale della falda acquifera che coinvolga tecnici comunali, delegati dell’autorità di bacino e personalità indipendenti». Un’azione pacifica, che non ha fatto scattare alcun fermo da parte delle forze dell’ordine.
«È un’azione che scatta in un momento di cambiamento della questione Dal Molin – spiega Francesco –: il ritrovo dei reperti paleoveneti all’interno del cantiere fa del Dal Molin un sito di interesse culturale e archeologico inaspettato». Dopo l’annuncio fatto dalla sovrintendenza per i beni archeologici del Veneto e la denuncia del presidio permanente No Dal Molin sulla presenza dei reperti nell’area del cantiere, i lavori per la costruzione della nuova base militare sono stati bloccati sul 30 per cento dell’area, per permettere di mettere in salvo i beni archeologici.
«Non solo vogliono compromettere il nostro futuro e il presente militarizzando il territorio in cui abitiamo, ma vogliono anche distruggere il nostro passato, compromettendo il patrimonio che si trova nell’area del cantiere della nuova base Usa», avevano detto i No Dal Molin nel diffondere un appello – «Difendiamo la storia di Vicenza», che si può leggere e sottoscrivere sul sito www.nodalmolin.it] – per la salvaguardia del patrimonio archeologico al Dal Molin.

Entrando al Dal Molin i presidianti hanno potuto notare come buona parte del cantiere sia allagata. «A maggio 2009 il livello della falda acquifera era pari a 55,70 metri sul livello del mare. Oggi l’altezza è scesa a 51,40 metri – fa notare Guglielmo, ingegnere del presidio – Tuttavia, nonostante la falda generale sia più bassa, le fondamenta del cantiere sono allagate perché in questi mesi è entrata in funzione la battipali: i pali che sono stati messi nel cantiere a sostegno delle costruzioni della futura base comprimono il terreno e la falda e provocano così delle esondazioni a livello locale».
«Da dentro abbiamo attraversato circa un quarto dell’area del cantiere, di cui circa la metà è allagata – conferma Francesco – Le conseguenze che potrebbe avere la costruzione della nuova base su un bacino idrico come quello che sta sotto al Dal Molin non tardano a farsi vedere: in questo modo, la falda potrebbe essere danneggiata seriamente».
«Con questa azione volevamo creare uno shock per rimettere in moto la battaglia sul Dal Molin, a partire dalla città: anche per questo, domani sera [oggi, ndr] torneremo in piazza con una fiaccolata attraverso il centro storico per mostrare alla città le foto che abbiamo scattato all’interno del cantiere e raccontare quello che abbiamo visto e per chiedere lo stop immediato dei lavori e l’avvio di uno studio sullo stato attuale della falda acquifera».
Ricomincia da qui una nuova campagna per Vicenza e contro la nuova base militare, una nuova fase di mobilitazione a partire da tre parole chiave, «le tre s», come le hanno chiamate i presidianti: «salute, sicurezza ambientale e storia».

«Questa iniziativa ci offre nuovi strumenti per riattraversare la città con argomenti forti, e ci permette di aprire una nuova discussione politica che incalzi l’amministrazione comunale», dice Olol. «Dobbiamo tornare a indignarci e a informare i cittadini di quello che sta succedendo – continua Martina –: organizziamoci per fare dei volantinaggi e mostrare a tutti le foto del cantiere. La nostra mobilitazione sarà ancora lunga: da oggi ci sono nuovi obiettivi e nuove cose da fare per fermare la costruzione della nuova base militare». Sarà ancora lunga – «sarà lònga!», dicono in dialetto veneto i No Dal Molin, richiamando il motto dei valsusini No Tav «sarà dura!» –: chi pensava che la lotta contro il Dal Molin militare fosse ormai finita si sbagliava, e la determinazione delle donne e degli uomini del presidio apre qualche nuova speranza.

Oggi alle ore 12 i No Dal Molin hanno convocato una conferenza stampa in Comune per mostrare alla stampa le foto scattate ieri all’interno del cantiere: le foto saranno poi consegnate anche al sindaco di Vicenza, Achille Variati.
Stasera, l’appuntamento per la fiaccolata per chiedere lo stop del cantiere della nuova base statunitense è alle ore 20,30 in piazza Castello, nel centro storico della città [tutte le informazioni sul sito www.nodalmolin.it].

 
 
 

Termini Imerese:Scendono dal tetto i "13" ma la lotta è sempre dura e' senza paura

Post n°1080 pubblicato il 31 Gennaio 2010 da hesse8

 

Termini, la Fiat non risponde


Cosimo Varvaro è stanco, commosso. Mentre scende dal capannone della Fiat, dà un ultimo sguardo a quella che per dieci giorni è stata la sua casa. Giù ad aiutarlo ci sono i vigilantes della Fiat, che hanno fatto quel che potevano per assistere i 13 lavoratori della Delivery, che hanno trascorso all'addiaccio nove notti, al freddo, al vento, con temperature vicine allo zero. Una protesta passata quasi sotto silenzio, mentre Marchionne annunciava il dividendo per gli azionisti e Marcegaglia benediceva la chiusura di Termini Imerese. 
Scende Cosimo, i suoi compagni lo guardano da sopra, giù ci sono i familiari, mogli, figli. Cosimo era pronto a festeggiare ieri sera 47 anni con i colleghi, compagni con i quali ha condiviso paure, mortificazioni e speranze. «È un compleanno amaro, ma a vado a casa dai miei figli. Domani vedremo», dice con la voce spezzata. Sono stremati, smagriti, ammalati. Volevano continuare la protesta, ma amici e familiari li hanno convinti a desistere. Da Roma, via telefono, Roberto Mastrosimone (Fiom) e Vincenzo Comella (Uilm) hanno riferito che qualche risultato dalla riunione al ministero dello Sviluppo per loro era emerso. La Delivery, ditta dell'indotto che si occupa della pulizia dei cassoni per Fiat, ha revocato i licenziamenti e dopodomani sindacati e Regione siciliana concorderanno la richiesta di cassa integrazione in deroga con l'impegno alla ricollocazione nell'ambito delle soluzioni che saranno trovate per la Fiat. 
Li hanno definiti «gli operai sul tetto», ma hanno tutti un nome e una storia: Giuseppe Concialdi, 34 anni; Giacomo Lo Curcio, 42 anni; Giuseppe Semiti, 57 anni; Vincenzo Castronovo, 49 anni; Cosimo Varvara, 47 anni; Tommaso La Bua, 37 anni; Vincenzo Nasca, 47 anni; Giovanni Gargano, 42 anni; Angelo Fascella, 49 anni; Marco Sperandeo, 50 anni; Salvatore La Barbera, 43 anni; Mario Galfo, 47 anni; Antonio Tarantino, 43 anni. Per diversi giorni sul capannone c'erano anche Michele Balsamo, Domenico Terrasi e Agostino Picone: si sono sentiti male e sono stati trasferiti in ospedale. La Fiat ieri li aveva pure denunciati, scatenando un coro di critiche. «La denuncia sarà ritirata», assicura ora Mastrosimone. Rimane però la «macchia».
Cosimo e gli altri avranno la Cig per un po', poi seguiranno le sorti degli altri 2000 di Fiat e indotto. Ieri, il Lingotto ha confermato la chiusura della fabbrica per fine 2011, dando la disponibilità a cedere gli impianti, per i quali ci sarebbero 7 manifestazioni d'interesse, tra cui quelle del fondo Cape del finanziere Simone Cimino, dell'imprenditore Gian Mauro Rossignolo e di un gruppo automobilistico cinese. 
Voci che a Termini Imerese lasciano quasi indifferenti. Tra molti operai c'è rassegnazione. I più stanchi sono quelli della Fiat, soprattutto chi è vicino alla pensione o chi con una mobilità lunga si metterà alle spalle le paure cominciate nel 2002, anno in cui il gruppo di Torino per la prima volta parlò di chiusura dello stabilimento. «Otto anni fa ho fatto le barricate - ricorda Giovanni, autotrasportatore - caricavo sul camion i compagni per andare a bloccare l'autostrada o gli imbarcaderi a Messina. Ma è cambiato tutto, sono stanco e oggi penso ad altro». Giovanni era il più arrabbiato quando le mogli degli operai della Delivery martedì scorso hanno bloccato l'ingresso della fabbrica, impedendo ai tir di entrare e uscire dallo stabilimento. «Mi hanno sequestrato per due giorni», blatera davanti la fabbrica, circondato dalla polizia e dai carabinieri, chiamati dall'azienda per identificare chi bloccava i cancelli. 
In realtà dopo il sit-in delle donne, nessun operaio ha bloccato la fabbrica, tanto che i lavoratori sono rimasti sorpresi dalla decisione del Lingotto, assunta martedì sera, di sospendere l'attività di produzione a tempo indeterminato. «Motivi di sicurezza» e «blocco delle merci», ha scritto Fiat in un telegramma indirizzato ai sindacati e a diverse autorità (Regione, comune, questura, prefettura, Asl, Inail, ispettorato del lavoro) per giustificare lo stop. «Non era mai successo: Fiat aumenta la tensione e intende mettere i lavoratori l'uno contro l'altro», dice Agostino Cosentino, operaio della Fiat. Per molti la sorpresa è arrivata quando si sono presentati ai cancelli per lavorare. «Come ti chiami... No, non sei in lista. Oggi non lavori», è la risposta che mille operai si sono sentiti dare dai vigilantes, ai quali i dirigenti hanno consegnato le liste con i nominativi di chi poteva o non poteva entrare. L'ingresso, da martedì scorso, è consentito solo agli impiegati e ad alcuni lavoratori individuati dall'azienda per partecipare a corsi di formazione per attività che in passato la Fiat affidava all'esterno ma che ha deciso di accorpare. Come quelle svolte finora dalla Delivery mail. 
Alla stanchezza di molti operai della Fiat fa da contraltare la rabbia delle tute blu della Bienne Sud e della Lear, aziende dell'indotto, il cui futuro è appeso a un filo. Seicento lavoratori in totale. La maggior parte di questi operai è giovane: trenta, quarant'anni. «Se Fiat chiude, noi siamo i primi a rimanere in mezzo a una strada», dice Marco, 34 anni. Sono arrabbiati alla Bienne Sud e vorrebbero spaccare il mondo. Parlano di occupazione, di sciopero a oltranza, di manifestazioni clamorose. Ma vorrebbero con loro tutti gli altri, soprattutto quelli della Fiat. «Siamo tutti sulla stessa barca - spiega Roberto, 38 anni - Non possiamo far finta di niente e aspettare la fine del 2011 quando Marchionne ci dirà: grazie, è stato un piacere, andati tutti a casa». Vogliono reagire subito. Rispetto al 2002, però, gli operai si sentono meno soli. Il governo di Raffaele Lombardo (Mpa) ha reagito, con più concretezza rispetto all'ex governatore Totò Cuffaro. «Non permetteremo che la Fiat trasformi i suoi operai specializzati in venditori di stoviglie e lampadine», ha chiarito Lombardo al tavolo con Scajola, chiudendo le porte a Ikea, il gruppo svedese che guarda con interesse all'area industriale di Termini per costruire un grande centro commerciale.
 
 
 

Omsa che...... crisi le operaie dello stabilimento lottano

Post n°1079 pubblicato il 29 Gennaio 2010 da hesse8

 

Omsa, che crisi: a Faenza lavoratrici in rivolta

di Rinaldo Gianolatutti gli articoli dell'autore

Lo stabilimento Omsa costeggia l’autostrada, un lungo cubo basso e grigio profilato di giallo. Al casello di Faenza si esce, si svolta a destra, poche centinaia di metri ed ecco i cancelli. Sono presidiati. Un tendone, un prefabbricato. Le bandiere di tutti i sindacati. Si gela ed è tornata pure la neve. Un paio di stufe fai-da-te attutiscono il freddo, un uomo taglia i bancali per far legna, una giovane lavoratrice col cappellino di lana targato Dolce & Gabbana organizza i turni del presidio: quattro ore a testa per ventiquattr'ore, senza mollare. Si raccolgono le disponibilità per l’intero mese di febbraio, si fa l’elenco dei numeri di telefono, ci si organizza per il cibo e il caffè. In caso di emergenza la “rete” mobilita tutti i lavoratori in pochi minuti.

«Da qui non entra e non esce più niente, non vogliamo che si portino via i macchinari e i prodotti. Questo è il nostro posto di lavoro, non ce ne andremo così facilmente» avverte Valentina Drei, 35 anni, dipendente del «re del collant», il gruppo Golden Lady di Castiglione delle Stiviere, di proprietà di Nerino Grassi leader mondiale delle calze per donne. Questa non è solo una vertenza sindacale, è una battaglia civile e politica. C’è dentro tutto, è un caso esemplare di quest’Italia malmessa e sfilacciata. I dipendenti dello stabilimento sono 350, di cui 320 donne. E sono loro a guidare la lotta. Le parole che si sentono sono sagge, nessuno alza la voce. Sono persone abituate a faticare per andare avanti, a trainare la famiglia e i figli, a distinguere tra diritti e privilegi, a mostrare coi fatti la solidarietà e a fare politica, quella vera, partendo dalle cose concrete come ha insegnato la cultura di queste parti.

Faenza è una città splendida, il centro storico è di una bellezza commovente. Le trattorie offrono «il menù a prezzo fisso per operai e studenti». Qui la democrazia affonda le radici nella Resistenza. In questo pezzo di Romagna ci sono ancora le sezioni del Pri, e fanno quasi tenerezza. Questa è la città di Benigno Zaccagnini, segretario di una dc presentabile, e qui è nata Laura Pausini che gira il mondo a cantare. Per decenni lo sviluppo è stato nel solco del “modello emiliano”, ammesso che esista ancora: crescita economica da primato accompagnata dalla stabilità sociale. Ma oggi la crisi mette in discussione conquiste che sembravano definitive. «Tutto il nostro territorio sta soffrendo, dalla ceramica alla meccanica, ma a volte la crisi è una giustificazione per le aziende per realizzare riorganizzazioni che in altri momenti non avrebbero nemmeno pensato» spiega Samuela Meci, giovane sindacalista della Camera del lavoro. Davanti a certe ristrutturazioni, a dolorose scelte aziendali dovrebbe essere la politica a intervenire, a dettare le condizioni. Ma la politica industriale è stata dimenticata e tra i politici si fa fatica a trovare qualcuno credibile. «Siamo sotto elezioni, davanti alla fabbrica c’è la sagra dell’assessore, e va bene... ma non vogliamo farci strumentalizzare, stiamo parlando del futuro di centinaia di famiglie» aggiunge l’esponente della Cgil.

Il caso Omsa è difficile da capire. Il gruppo va bene, è una società di profitti, ha la leadership di mercato, una proprietà familiare e solida. E allora? Lo stabilimento di Faenza va chiuso non perché non funziona, ma per spostare le produzioni nel distretto mantovano e nelle fabbriche in Serbia dove gli operai costano poco. Tagliare i costi, tagliare, tagliare per fare più profitti. Ma la delocalizzazione, a volte, non è così semplice, comporta problemi.

Gli operai serbi (oltre 1600) della Omsa hanno fatto quattro giorni filati di sciopero per avere un aumento di cento euro al mese (il salario era attorno ai 300 euro) e un direttore di stabilimento è stato malmenato dai lavoratori inferociti che non avevano ricevuto il cedolino della retribuzione. Un’impresa può anche decidere di delocalizzare per sfruttare meglio i lavoratori a basso costo, ma poi, alla fine, magari qualcuno s’arrabbia.

Le donne dell’Omsa sono di fronte a un impegno gravoso e dall’esito per nulla scontato. Emanuela Nanni, 47 anni di cui 23 passati in fabbrica, lavora alle confezioni. Spiega: «Golden Lady è un grande gruppo, non è pensabile che a Mantova facciano gli straordinari, che in Serbia vogliano assumere ancora centinaia di operai e noi invece chiudiamo tutto. Se ci sono difficoltà, se davvero c’è la crisi allora spalmiamola un po’ su tutti, facciamo i contratti di solidarietà che ci consentono di andare avanti, di prendere fiato e di studiare altre soluzioni per il futuro. Ma non si può mandarci a casa con un calcio nel sedere, qui non si trova più lavoro bisogna difendere quello che abbiamo».

Le operaie Omsa sono un bastione della città. L’azienda nacque nel 1940 per iniziativa dei conti Orsi e Mangelli, imprenditori del petrolio da cui traevano la fibra per le calze. Negli anni Settanta la società occupava mille dipendenti, diventando sinonimo di successo grazie anche a una comunicazione pubblicitaria efficace e alla sponsorizzazione di Miss Italia. «Omsa, che gambe...» si ascoltava a Carosello. Poi la società fu acquisita dalla famiglia Grassi di Mantova e gli addetti sono diminuiti nel tempo. Una volta la fabbrica era in centro città, le lavoratrici avevano addirittura la manicure in azienda perché le unghie dovevano essere sempre a posto per evitare di danneggiare i fili e il tessuto. Bisognava togliersi anelli, spille, orecchini, nulla doveva minacciare la produzione della calza. «Una volta eravamo legate, c’era più solidarietà anche se oggi ci siamo ritrovate, stiamo facendo una bella battaglia insieme» racconta Marina Francesconi, 49 anni, un figlio di 23 anni e un marito metalmeccanico, «il padrone con la nuova fabbrica ci ha voluto dividere, lo ha studiato: nella vecchia fabbrica andavamo in mensa tutte insieme, ora si fanno i turni anche nello stesso reparto, non si riesce mai a parlare, a discutere dei problemi del lavoro». Le tecnologie non hanno alleviato il peso delle linee e dei turni ( qui si lavora dalle 5 alle 13 e dalle 13 alle 21), anzi.

Roberta Donati, 46 anni, di cui 25 a fabbricare calze, argomenta: «La macchina, la tecnologia ti impone ritmi sempre più accelerati e tu devi rispettare i tempi. C’erano certe mie colleghe che per far bella figura col capo stavano dietro a quei ritmi sempre più elevati, ma non ne vale la pena. Le più esperte tra di noi guadagnano 1000-1050 euro al mese, le nuove arrivano a 900 euro, diciamo che il padrone i soldi non ce li regala, ce li sudiamo tutti».

Il lavoro per le donne è stata una garanzia, una strada di crescita. «Le famiglie hanno fatto i passi in avanti perché c’era il lavoro, la gente si è comprata la casa e ha mandato i figli a studiare perché lo stipendio era sicuro alla fine del mese» racconta Nadia Liverani, 46 anni, «adesso cosa facciamo? L’età media delle lavoratrici dell’Omsa è appena sopra i quarant’anni, dove andiamo se perdiamo il lavoro?».

Qualcuno ha dovuto rivedere i propri progetti di vita. Daniela Ghiselli, da 25 anni in fabbrica, separata, un figlio di 18 anni: «Con questo stipendio da sola non ce la faccio, non posso pagare l’affitto e fare la spesa. Sono tornata dai miei genitori, mi danno una mano».

 
 
 

Io non dimentico (giornata della memoria)

Post n°1078 pubblicato il 27 Gennaio 2010 da hesse8

 

Napolitano: «Israele viva in sicurezza». Khamenei: «Sarà distrutto»

Nel Giorno della Memoria, che nel mondo segna il ricordo dell'Olocausto, la Guida Suprema dell'Iran ha di nuovo invocato la scomparsa di Israele. «Di sicuro», ha detto Ali Khamenei accogliendo il presidente della Mauritania, Mohammed Ould Abdel Aziz, «verrà il giorno in cui le nazioni della regione vedranno la distruzione del regiime sionista...I tempi di questa dipendono dal modo in cui le nazioni islamiche affronteranno il tema». Le frasi di Khamenei, che rilanciano l'appello del presidente Mahmoud Ahmadinejad a «cancellare Israele dalla mappa del mondo» e a interpretare l'Olocausto come un «mito», sono riportate sul sito web della Guida Spirituale, impegnata con Ahmadinejad a compattare la Repubblica Islamica contro il nemico storico anche per superare le difficoltà politiche interne. Khamenei ha invitato la Mauritania a troncare definitivamente le relazioni con Israele; una strada che Nouakchott aveva già cominciato a percorrere nel gennaio del 2009 con la sospensione delle relazioni diplomatiche.

«Per affrontare l'antisemitismo è importante aiutare i giovani a non dimenticare ». Lo ha detto l'Ambasciatore d'Israele Ghideon Meir, partecipando al momento di riflessione dedicato a tutte le vittime della Shoah organizzato dal Comitato "Memoria, dialogo, pace" presso Palazzo Valdina. «In passato agli ebrei è stato negato il diritto a esistere - ha detto Meir - Oggi è lo Stato d'Israele a vedere negato il suo diritto a esistere».

«Dal primo giorno della sua fondazione, Israele ha dovuto affrontare minacce esistenziali molto serie. La minaccia oggi è rappresentata dal nucleare e dall'Iran - ha sottolineato - che vuole cancellare lo Stato di Israele dalla cartina geografica. Questo Iran rappresenta un pericolo non solo per Israele ma per tutto il mondo occidentale, perchè finanzia elementi fondamentalisti sostenendo Hamas e gli Hezbollah».

«Per questo - ha proseguito - è importante aiutare i giovani a non dimenticare per poter affrontare l'antisemitismo. Ognuno di noi può dare il suo contributo». L'Ambasciatore ha poi aggiunto che «sono di profondo valore e massima importanza i viaggi degli studenti e dei docenti ad Auschwitz, negli altri luoghi di sterminio e allo Yad Vashem di Gerusalemme», auspicando di incrementare la collaborazione in tal senso con l'Italia in occasione della visita del premier italiano Silvio Berlusconi in Israele.

Questa mattina, intanto, le celebrazioni ufficiali nel ricordo del 65/mo dell'abbattimento dei cancelli del campo di sterminio di Auschwitz si sono aperte al Quirinale con una cerimonia alla quale il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha invitato le alte cariche dello Stato, gli amministratori locali e molti ex deportati, i loro familiari e studenti che hanno partecipato al concorso che premia i lavori scolastici rivolti ad approfondire la conoscenza della Shoah. Ospite d'onore il premio Nobel Elie Wiesel. Hanno ricordato la tragedia dello sterminio degli ebrei il presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna, e il sottosegretario all'Istruzione Giuseppe Pizza. Il presidente della Repubblica ha premiato le scuole vincitrici del concorso ed ha conferito una medaglia d'oro al merito civile alla memoria della signora Emilia Marinelli Valori, che tra il 1938 e il 1945, a Meolo (Venezia) «a rischio della propria vita offrì sostegno alle forze partigiane e organizzò un'attività clandestina per dare ospitalità e assistenza a molti ebrei e ad altri perseguitati, che riuscì a sottrarre alla deportazione e alla morte». La medaglia è stata ritirata dal figlio, Giancarlo Elia Valori. Ai sopravvissuti nei campi di sterminio sono state conferite altre 80 medaglie.

«Non chiediamo di meglio che trasmettere il testimone ai giovani a nome dello Stato». Così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è rivolto, con la voce rotta dall'emozione, agli studenti presenti nel salone dei Corazzieri del Quirinale per la celebrazione del Giorno della memoria. Il presidente ha insistito sul fatto che la memoria di quella «tragica esperienza carica di insegnamenti e valori» debba essere conservata e trasmessa per il futuro dai giovani di oggi. Napolitano ribadisce inoltre il diritto dello Stato di Israele a vivere in sicurezza. Salutando Eli Wiesel, il presidente della Repubblica ha espresso ammirazione «per il suo impegno incessante a trasmettere la memoria, a lottare per i diritti dell'uomo, la libertà e la pacifica convivenza tra i popoli». Sono «ideali comuni», come anche «la lotta per la libertà e il pieno riconoscimento dei diritti dei popoli, e in particolare per il diritto dello Stato di Israele di vivere in sicurezza» ha aggiunto.

«Ogni uomo oggi è ebreo. Anche io oggi sono ebreo»: sono le parole conclusive dell'intervento pronunciato dal presidente del Senato Renato Schifani «emozionato e commosso», come lui stesso ha detto, alla Risiera di San Sabba nel Giorno della Memoria.

«Vi sono manifestazioni gravi di antisemitismo come le azioni dei gruppi neonazisti, la negazione dell'Olocausto o il suo ridimensionamento. Poi vi è l'antisemitismo collegato alla messa in discussione dell'esistenza dello Stato di Israele predicata anche da diversi Paesi sovrani come l'Iran»: lo ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini prendendo parte alla prima audizione dell'Indagine conoscitiva sull'Antisemitismo promossa dall'Onorevole Fiamma Nirenstein con il sostegno congiunto delle Commissioni Affari Esteri e Affari Costituzionali della Camera dei Deputati.

 
 
 

7° giorno degli operai sul tetto della fiat di termini imerese

Post n°1077 pubblicato il 25 Gennaio 2010 da hesse8

Fiat: Termini, operai da 7 giorni su tettoNon molliamo, riapriremo tavolo dopo riassunzioni (ANSA) -
PALERMO, 25 GEN - Dopo 6 notti e 7 giorni, i 13 operai della Delivery Mail non hanno intenzione di scendere dal tetto dello stabilimento Fiat di Termini I. Martedi' scorso i 13 sono saliti sul tetto dopo aver ricevuto dalla ditta una lettera di licenziamento dal primo febbraio. Il forte vento e le basse temperature non scoraggiano gli operai, che in questi giorni hanno visto tre loro compagni star male e dover rinunciare alla protesta. La riunione tenutasi oggi in prefettura non ha cambiato la situazione.

 

 
 
 
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