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Draghi ha parlato dei problemi del Pil. Ma è un altro il colpo che aspetta le imprese

Post n°4412 pubblicato il 18 Marzo 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 18 Marzo 2019

di Flaminio de Castelmur per @SpazioEconomia

Risale a dieci giorni fa l’intervento di Mario Draghi che ha illustrato le ultime decisioni operative della Bce. I tassi fermi sono stati enfatizzati dai commentatori forse più dell’altra operazione annunciata, un nuovo round di TLTRO a scadere nel 2021.

Soffermarsi su questo evento porterà ad analizzare il vero stato dell’economia europea, forse più della manovra sui tassi. La giustificazione è la problematica aspettativa riguardante il Pil dell’Eurozona e, aggiungeremmo, l’entrata in vigore dei nuovi criteri di analisi dei bilanci dei clienti affidati da parte delle banche, a seguito dell’entrata in vigore dei nuovi principi contabili IFRS9.

Nella ricerca di una regolamentazione sempre più adeguata a prevenire i dissesti bancari, la Bce ha previsto l’obbligo per gli Istituti di credito di ragionare sulle probabilità di default dei crediti in portafoglio con una visione prospettica e non più statica. Con l’introduzione dell’IFRS 9, la valutazione degli accantonamenti non avviene più solo come copertura dei crediti deteriorati (incurred loss) ma sulla base delle perdite attese sugli impieghi che potranno deteriorarsi in futuro (expected loss).

In sostanza, le analisi della solidità creditizia dei clienti dovranno essere effettuate con una visione di almeno tre anni, per prevenire la possibilità che gli stessi crediti possano addivenire ad un deterioramento qualitativo nel breve termine. Si è creata anche una nuova categoria di crediti, la Stage 2 o underperforming, che conterrebbe i crediti in bonis che, per una combinazione di eventi, potrebbero trasformarsi in inesigibili.

La conseguenza più diretta di queste nuove norme sarà l’aumento del patrimonio di vigilanza da accantonare per i crediti Stage 2 identificati dai nuovi sistemi di allerta (Trigger AQR) che le Banche saranno obbligate ad adottare al fine di anticipare i processi di deterioramento dei crediti, accantonamento che ridurrà naturalmente i fondi elargibili per nuovi crediti, creando tensioni sui mercati.

Quanto sopra svolgerà pienamente i suoi effetti dalle metà dell’anno, con la pubblicazione dei bilanci e le conseguenti revisioni degli affidamenti, ed è in quel momento che il nuovo programma di TLTRO (Targeted Long Term Refinancing Operations) dovrebbe fornire capitali freschi alle banche europee. La situazione italiana, afflitta dalla cronica situazione di crisi dei consumi e travagliata anche dai problemi causati al commercio internazionale dalle prese di posizione americane con i dazi imposti a mezzo mondo, amplificherà ulteriormente gli effetti delle norme, in considerazione anche alle performance spesso scadenti del sistema bancario nostrano.

Ma per le imprese italiane i problemi non si limitano (!) a questo. Entrerà in vigore al 15 agosto di quest’anno, la nuova normativa relativa alle situazioni di crisi d’impresa che riforma il vecchio codice del fallimento. E la combinazione di queste disposizioni con la stretta creditizia sopra paventata, potrebbe essere un colpo tremendo al sistema imprenditoriale italiano.

Il decreto legislativo n. 14 del 12 gennaio 2019 recante il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, in ottemperanza a quanto stabilito nella legge delega (L. n. 155/2017) è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 38, del 14 febbraio 2019. L’intento esplicito del Legislatore, prevedere cioè l’introduzione dii strumenti di prevenzione del dissesto definitivo dell’attività, introdotto nel nostro sistema regolamentare l’istituto delle procedure di allerta e di composizione assistita della crisi d’impresa. Si cerca in questo modo di prevenire l’incancrenirsi di situazioni che potrebbero portare ad una procedura concorsuale, permettendo all’impresa che potrebbe ancora svolgere una funzione corretta di produzione di ricchezza e benefici per la collettività, di adottare misure di aggiustamento della situazione debitoria e gestionale.

Lo svolgimento concreto della procedura prevede che venga segnalata la situazione di crisi con l’allerta sollevato da  in primo luogo, dall’imprenditore, per il quale la corretta attivazione è stata “stimolata” tramite misure premiali o punitive, anche penali (art. 25); in secondo luogo (art. 14) dagli organi di controllo societari, dal revisore contabile e dalla società di revisione , i quali devono rendere noti gli indizi del dissesto all’organo amministrativo e, se quest’ultimo non si attiva, direttamente all’Ocri (organismi di composizione della crisi d’impresa, da istituirsi presso le camere di commercio (art. 16); in terzo luogo (art. 15), dall’Agenzia delle entrate, dall’Agente della riscossione e dall’Inps.

Zonaeuro | 18 Marzo 2019

 
 
 

Banca Giappone critica teoria MMT, ma la applica da 30 anni

Post n°4411 pubblicato il 15 Marzo 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 15 Marzo 2019, di Mariangela Tessa

 

Il numero uno della Banca centrale del Giappone, Haruhiko Kuroda, critica la MMT, Modern Monetary Theory, bollandola come “estrema”. Dichiarazioni che sollevando un polverone sul web, visto che come ricordato alcuni osservatori, il Giappone pratica questa teoria da circa trent’anni.

“Penso sia una teoria estrema, che non dovrebbe essere accettata. Il governo ha la responsabilità della propria politica fiscale” ha spiegato Kuroda, parlando con i giornalisti, dopo la due giorni di riunione della BoJ, ricordando che il  debito del Giappone è molto alto ed è quindi importante che  migliori le casse pubbliche nel lungo termine.

Sulla base della MMT, quando uno Stato o un’altra autorità centrale emette la moneta con la quale stampa i propri titoli di debito, virtualmente ha sempre la possibilità di ripagare le proprie obbligazioni mediante monetizzazione dei deficit. 

Ne consegue il fatto che per poter finanziare gli investimenti pubblici utili per poter ridare slancio alla ripresa economica e alla domanda, lo Stato non sia costretto ad incrementare la pressione fiscale.

Questa teoria trova piena applicazione in Giappone, dove tra l’altro le politiche ampiamente espansive degli ultimi anni e confermate anche oggi hanno avuto poco o nessun effetto sull’inflazione.

Come ha scritto Gearoid Reidy su Bloomberg:

“Kuroda finalmente ha affermato che la politica monetaria moderna è un’ idea estrema. Ovviamente il Giappone ha praticamente applicato la MMT negli ultimi tre decenni, con un’eccezione cruciale: quando deve fingere di preoccuparsi davvero del debito”.

 

 
 
 

IL DOPPIO STANDARD, commerciare con la Cina è un "peccato" ma con paesi come l'Arabia Saudita è un 'dovere'

Post n°4410 pubblicato il 14 Marzo 2019 da ninograg1
 

Fonte: Informazione consapevole Di Salvatore Santoru

In questi giorni si sta parlando molto degli accordi economici che l'Italia dovrebbe fare con la Cina. Tali accordi sono alquanto criticati da una certa parte delle cosiddette 'élite occidentali' e una delle principali motivazioni, tra le altre, sarebbe il fatto che il paese asiatico non sia conforme al modello liberal-democratico occidentale.

Tale preoccupazione è certamente fondata ma, d'altro canto, non si può non segnalare un certo 'doppio standard'.
Difatti, se è pur vero che esistono situazioni controverse e discutibili in Cina, che dire di paesi come l'Arabia Saudita o gli Emirati (ecc) ?

Con tali paesi, governati da regimi ben poco rispettosi di diritti umani/civili, l'Italia e altri paesi occidentali fanno molti accordi ma ciò non desta sospetto in quanto 'il commercio è sempre commercio'.

D'altronde, la maggior parte di tali stati risultano alleati storici degli Stati Uniti o di altre potenze occidentali e quindi il problema (nel caso cinese) sembrerebbe maggiormente di carattere geopolitico piuttosto che una mera questione di diritti e di sicurezza.

Il punto di tale breve articolo non è contrastare le legittime e anche abbastanza condivisibili perplessità nei riguardi degli accordi con la nazione asiatica ma, semmai, segnalare un certo 'interessato allarmismo' e tale 'doppio standard'.

 

 
 
 

Commerzbank Deutsche Bank: come la Germania aggira il bail-in

Post n°4409 pubblicato il 13 Marzo 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 13 Marzo 2019, di Alessandra Caparello

 

Diventa sempre più concreta la fusione tra i due colossi tedeschi Deutsche Bank e Commerzbank. Tante le indiscrezioni di stampa, da quelle del Welt am Sonntag a quelle di Reuters, secondo cui i colloqui starebbero andando avanti  da un po’ di tempo e starebbero diventando seri.

Deutsche Bank, prima banca tedesca, è in crisi da anni e solo nel 2017 ha registrato una perdita da mezzo miliardo. Per salvare l’istituto di Francoforte la soluzione messa in campo dal governo di Angela Merkel è la fusione con una banca più in salute, Commerzbank per l’appunto.

Un funzionario vicino al governo tedesco ha affermato che il ministro delle finanze Olaf Scholz e l’Spd, il partito socialdemocratico, stanno lavorando attivamente all’operazione, ma anche i conservatori guidati da Merkel avrebbero accettato l’idea della fusione. Il nodo principale pare che riguardi il processo di implementazione.

La fusione ha grosse implicazioni in Europa

Ma la fusione è un progetto che ha implicazioni non solo tedesche ma anche europee, visto che porterebbe alla nascita del secondo polo finanziario dell’Eurozona dietro Bnp Paribas. Si tratterebbe di un colosso con circa 2.000 miliardi di euro di asset, 845 miliardi di euro di depositi, oltre 2.500 filiali e 141.000 addetti. Di contro si parla di 30mila posti di lavoro che andranno persi in Deutsche Bank.

Come ci sarà la fusione ancora non è dato saperlo ma quello che balza subito agli occhi è che a pagare il conto non saranno i risparmiatori tedeschi, visto che Berlino non userà le regole del bail-in come successo peraltro con la NordLb.

Ancora una volta la Germania che ha tanto spinto per attuare le norme sul salvataggio delle banche in Ue, le aggirerà e come scrive MilanoFinanza  la Commissione Ue, dopo aver fatto le pulci all’Italia, dovrà dare l’ok alla maxi-fusione con denaro pubblico dopo lo stop al sostegno a piccole banche da parte del Fitd finanziato con soldi privati.

 

 
 
 

I PRIMI DATI Reddito di cittadinanza: Lombardia e Piemonte tra le prime cinque regioni che ne hanno fatto richiesta

Post n°4408 pubblicato il 11 Marzo 2019 da ninograg1
 

Fonte: Identità Insorgenti (ma pure sulla versione cartacea del Fatto Quotidiano di oggi e su altri media anche online)

Dopo tanto parlare di Reddito di Cittadinanza i media mainstream si aspettavano lunghe code agli sportelli del Sud per consegnare la documentazione: ma alle Poste e nei Caf, dove i dipendenti erano pronti a giornate più intensa delle altre, sono state ore abbastanza tranquille, a dispetto di chi diceva che ci sarebbe stato l’assalto alla diligenza da parte dei cittadini meridionali.

Invece sorpresa delle sorprese: tra le prime cinque regioni che stanno chiedendo il reddito di cittadinanza, la prima è la Lombardia. E solo due sono le regioni del sud in classifica. La Campania, seconda (che però se la gioca al fotofinish con la regione del Nord, in costante testa a testa). E la Sicilia, quarta. Terza regione è il Lazio, quinta il Piemonte.

Nella due giorni grillina a Milano, il vicepremier Luigi Di Maio ha sottolineato il primato della Lombardia. “Proprio la Lombardia, in queste ore, è  la prima regione per numero di richieste di reddito di cittadinanza. Ci tengo a evidenziarlo per dire che a tutti puà capitare di avere delle difficoltà ed è quando ci sono le difficoltà inattese che capisci se hai uno Stato dalla tua parte o non ce l’hai”. Il dato che vede la Lombardia guidare la classifica, che anche Matteo Salvini ha sottolineato con “orgoglio”, sembra però dimostrare due cose: che l””assistenzialismo”, come molti hanno definito la misura del governo per il riequilibrio sociale, sembra piacere molto anche al Nord. E che evidentemente nella povertà siamo tutti fratelli d’Italia…

I dati dei primi cinque giorni

Questo il primo bilancio, che riguarda solo Poste Italiane e non i caf. Dopo cinque giorni sono oltre 122 mila le domande pervenute a Poste italiane nei primi tre giorni di avvio del reddito di cittadinanza. Di queste 95.994 sono state presentate presso gli uffici postali e 18.292 online. A comunicarlo ufficialmente è sempre una nota del ministero del Lavoro. Le prime cinque regioni per numero di richieste, al momento, sono Lombardia, Campania, Lazio, Sicilia e Piemonte.

 
 
 
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