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Russia liquida quasi tutti i titoli di Stato Usa in portafoglio

Post n°4281 pubblicato il 18 Luglio 2018 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 18 luglio 2018, di Daniele Chicca

 

Quando i rendimenti obbligazionari Usa hanno fatto un netto salto in avanti in aprile, la spiegazione che in molti esperti e commentatori si sono dati era una: Vladimir Putin stava liquidando una grossa fetta dei titoli di Stato americani in portafoglio.

Difatti, quel mese la quota in possesso della Russia è scesa di 47,4 miliardi di dollari, in area $48,7 miliardi totali, il livello più basso dal 2008. In marzo la cifra delle riserve di Bond statunitensi era di $96 miliardi.

Mentre Donald Trump è impegnato a negoziare, Putin passa all’azione. Il presidente americano continua a fare il doppio gioco con la Russia, minacciando ulteriori sanzioni da una parte mentre cerca di ricucire i rapporti con il Cremlino dall’altra, incontrando anche di persona Putin.

Cosa fa la Russia nel frattempo? Non smette di liberarsi di Treasuries. Sembra insomma che quando il presidente russo ha avvertito che avrebbe diversificato le riserve statali del paese, diceva sul serio.

A maggio Putin ha deciso di liquidare ancora le sue posizioni, con il valore in mano al Cremlino che è crollato di altri 40 miliardi (82%) attestandosi a 9 miliardi da 48,7 miliardi di dollari. All’inizio dell’anno la cifra toccava i 100 miliardi.

Una liquidazione massiccia del genere da parte di Putin non può che avere delle ragioni politiche e ha l’effetto di mettere ulteriori pressioni sul suo “avversario” alla Casa Bianca.

 

 
 
 

Piano A di Savona: “recuperare 50 miliardi a UE”

Post n°4280 pubblicato il 17 Luglio 2018 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 17 luglio 2018, di Alessandra Caparello

 

“Preferisco parlare del piano A”. Così il ministro per gli Affari Europei Paolo Savona racconta in una lunga intervista a La Verità il progetto del governo per stimolare la crescita e rispettare gli obiettivi di bilancio e annuncia l’intenzione di chiedere all’Europa margini per poter finanziare 50 miliardi di investimenti pubblici.

“L’Italia da tempo vive al di sotto delle proprie risorse, come testimonia un avanzo di parte corrente della bilancia estera. Tale avanzo non può essere attivato, cioè non possiamo spendere, per l’incontro tra i vincoli di bilancio e di debito dei Trattati europei. Questo nonostante abbiamo ancora una disoccupazione nell’ordine del 10% della forza lavoro e rischi crescenti di povertà per larghe fasce di popolazione. L’avanzo sull’estero di quest’anno è al 2,7% del Pil, per un valore complessivo di circa 50 miliardi: esattamente ciò che manca alla domanda interna (…) Una politica della domanda centrata sugli investimenti, una scelta che, con l’avvento della Commissione Juncker era già stata effettuata sotto la spinta dell’opinione pubblica rappresentata dal Parlamento europeo”.

Da qui se c’è l’ok dell’Ue, dice Savona, allora si potrà parlare di introdurre le riforme del governo, dalla flat tax al reddito di cittadinanza.

“Se l’Ue lo accetta, meglio ancora se propone essa stessa, nel reciproco interesse, un piano di investimenti di tale importo, la crescita del Pil che ne risulterebbe può consentire un gettito fiscale capace di coprire allo stesso tempo la quota parte delle spese correnti implicite nelle proposte di Flat Tax, salario di cittadinanza e revisione della Legge Fornero senza aumentare né il disavanzo pubblico, né il rapporto debito pubblico/Pil su base annua”.

E a chi gli fa notare che rimane il nodo coperture, il ministro risponde a tono:

“I grandi progressi dell’umanità hanno avuto origine dalle utopie, che furono definite necessarie perché senza di esse non si sarebbero mai raggiunti risultati importanti”.

 

 
 
 

Germania “ossessionata” da Italia: domande irrituali alla Bce

Post n°4279 pubblicato il 16 Luglio 2018 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 16 luglio 2018, di Alessandra Caparello

 

Risale al 13 giugno scorso, subito dopo il rialzo alle stelle dello spread sotto la zavorra dell’incertezza polita, la lettera che il Parlamento tedesco ha scritto alla Vigilanza Bce. Oggetto: le banche italiane.

Nella missiva in particolare il Bundestag  tramite il presidente nonché ex ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha chiesto alla Bce innanzitutto i dati sulle esposizioni delle banche italiane ai titoli di Stato. Poi, come scrive oggi MilanoFinanza, ha fatto altre domande irrituali.

“In quale modo gli aumenti nei tassi dei titoli di Stato italiani siano incorporati negli stress test e se gli scenari considerassero un’uscita dall’euro. Addirittura il Parlamento tedesco ha chiesto «il tasso al quale le banche sarebbero dichiarate in dissesto o a rischio di dissesto» e «sarebbero una minaccia per la stabilità finanziaria”.

A rispondere direttamente la presidente della Vigilanza Bce Danièle Nouy la quale ha ricordato che  per determinare se una banca è in dissesto o a rischio ci sono le linee guida Eba. Inoltre la Nouy ha rimarcato che per far scattare la decisione sul fallimento occorre un’analisi complessiva degli elementi oggettivi sia qualitativi che quantitativi, considerando tutte le altre circostanze e informazioni rilevanti sulla banca.

“Dato il numero di fattori da considerare al momento della valutazione, non è possibile determinare ex ante un livello dei rendimenti dei titoli di Stato in cui le banche fallirebbero o rischierebbero di fallire o sarebbero una minaccia per la stabilità finanziaria.

Quanto alle domande sugli stress test, la Nouy ha detto che gli esami considerano “un significativo allargamento degli spread» e si basano su una valutazione dei rischi attuali. E infine ha risposto che l’euro è irrevocabile e non è appropriato che la Bce faccia riflessioni su ipotesi non previste dal Trattato sul funzionamento dell’Ue”.

Una serie di domande che ancora una volta dimostrano l’attenzione che a volte sfocia nell’ossessione da parte della Germania quando si parla di titoli di Stato italiani e banche.

 

 
 
 

Trattato Ue-Canada, a essere contrari al Ceta non sono solo i sovranisti

Post n°4278 pubblicato il 15 Luglio 2018 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 15 luglio 2018 

Si torna a parlare di Ceta, il Trattato di libero scambio tra Ue e Canada, perché il processo di ratifica entra in un momento delicato. Il Presidente austriaco, ed ex leader dei Verdi, Alexander van der Bellen due giorni fa si è rifiutato di ratificare l’adozione del Trattato da parte del Parlamento, bloccandola fino alla decisione della Corte Ue sulla compatibilità della clausola Ics (Investment Court System), ossia l’arbitraggio sugli investimenti che possono essere danneggiati da norme pubbliche, con il diritto comunitario.

Inoltre, il neo Ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha annunciato che anche l’Italia voterà contro. Ricordo infatti che questo trattato ha la particolarità che, per essere definitivamente adottato (e nonostante questa sia una competenza esclusiva della Ue), deve essere ratificato, oltre che dal Parlamento europeo, anche da tutti i parlamenti nazionali della Ue all’unanimità.

In due articoli pubblicati su la Repubblica e sul Corriere, Ruffolo e Fubini criticano aspramente questa decisione come protezionista e sovranista. Sono assolutamente d’accordo con la dura critica al modo in cui Di Maio ha presentato l’opposizione al Ceta (un puro “sovranismo” per difendere corporazioni specifiche), ma non lo sono affatto con il limitare l’opposizione al Ceta solo a questo approccio. Al contrario. Il movimento che si oppone a questo accordo e che ha guidato le mobilitazioni europee è in gran parte europeista e convinto che dazi e barriere possano essere sì un gravissimo limite, reazionario e negativo, ma sono le priorità della politica commerciale europea che devono cambiare.

Non vedere questo sarebbe non solo perdere un’occasione di discussione in Italia su come migliorare la politica commerciale europea, da sempre sottomessa a una ideologia liberista a senso unico e pro-multinazionali (a prescindere dal loro comportamento in materia fiscale e sociale); significherebbe anche lasciare ogni critica al Ceta al campo dei sovranisti; per l’opposizione a questo governo significherebbe anche continuare a perdere terreno persino fra chi, tra gli attivisti e le forze politiche – con o senza maglietta rossa – è inorridito dalla sua deriva illiberale, razzista e nazionalista.

Ripeto: il Ceta non trova oppositori solo nel campo della società chiusa di Di Maio e Salvini, nelle corporazioni attente ai loro interessi particolari e pochissimo alle regole ambientali e sociali; la campagna è stata guidata dai sostenitori della società aperta dei diritti, dell’ambiente e della giustizia, da forze politiche come i Verdi che, al Parlamento europeo e in vari parlamenti nazionali e assemblee regionali, hanno intavolato una discussione lontanissima dalle meschine e superficiali ragioni di Di Maio. Il fatto di prestare attenzione esclusivamente a quest’ultime significa ancora una volta manipolare e non fare avanzare la discussione, polarizzandola in modo distruttivo. Ma quale sarebbe il problema con Ceta? Ce ne sono vari e di natura diversa.

La dura battaglia per trasparenza e contenuto del mandato avvenuta al Parlamento europeo ha funzionato in parte per il Ttip, ma assolutamente no per il Ceta. Gli interessi di importanti multinazionali sono stati tenuti di conto ben prima della sua pubblicazione e si è scoperta l’esistenza di un fast track inaccettabile, venuto alla luce troppo tardi per cambiare il contenuto dell’accordo.

Notiamo anche che quello con il Canada è il primo accordo che contiene una lista negativa di servizi che ogni Stato può escludere dalla competizione non europea, aprendo invece tutti gli altri; i brevetti europei sulle medicine potrebbero aumentare a dismisura i costi per il sistema pubblico canadese; il Canada è il terzo produttore di Ogm al mondo e l’accordo facilita l’impatto già notevole e sempre attivo della lobby pro-Ogm sul processo decisionale europeo e sulle regole esistenti che lasciano molti spazi in questo senso; il Ceta, inoltre, attacca leggi e regolamenti in sostegno di comunità e municipalità locali favorendo le multinazionali, né prevede direttive vincolanti sulla protezione dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. C’è poi la clausola che ha motivato il blocco del Presidente austriaco van der Bellen e che prevede tribunali privati che tutelano gli investitori stranieri e permetterebbero loro di intentare processi contro gli Stati, qualora considerassero i loro interessi commerciali danneggiati da norme interne. Queste clausole esistono già, ma non su una scala così ampia fra Paesi sviluppati; presentano rischi concreti di “giustizia parallela”, in particolare in materia ambientale e sociale. Questo è stato il punto della pessima fama del Ttip, prima dell’arrivo di Trump che lo ha chiuso forse per le ragioni sbagliate.

Insomma, apriamo anche in Italia un dibattito su meriti o demeriti del Ceta e su come si può rilanciare un commercio attento ai diritti dei piccoli produttori, delle comunità locali, aperto e di qualità, trovando le alleanze contro i sovranisti e demagoghi nostrani, invece che rafforzarli ancora riducendo i fronti pro e contro Ceta a quello fra sovranisti e internazionalisti.

Politica | 15 luglio 2018

 

 

 
 
 

Corbyn ai partiti Ue di sinistra: "Dite no all'austerity o gli elettori..."

Post n°4277 pubblicato il 13 Luglio 2018 da ninograg1
 

Fonte: Affari italiani Venerdì, 13 luglio 2018 - 18:21:00  di Carlo Patrignani

L'ipotesi di una 'Brexit progressista', ossia di una uscita 'a sinistra' dalle politiche di austerità dell'Ue, ispirata al programma di riforma strutturale del capitalismo finanziario del leader laburista Jeremy Corbyn, tiene in apprensione l'establishment di Bruxelles: il timore è dover far i conti, anche a breve per le crescenti difficoltà della Premier Teresa May, con una maggioranza di governo non più nelle mani dei conservatori, i Tories.

Si tratta per ora di segnali ma molto significativi, ricavati dall'attivismo di Corbyn, probabile neo Premier a Downing Street nel caso di elezioni anticipate, che in Olanda ha lanciato un chiaro messaggio: "se i partiti socialisti e socialdemocratici europei non rifiutano le politiche di austerità e il neoliberismo saranno rifiutati dagli elettori".

Così ha titolato giorni fa The Indipendent: 'Corbyn tells European social democrats: Reject austerity and neoliberalism or voters will reject you', in un lungo reportage - trascurato dai nostri media - sull'incontro avuto dal leader laburista con i laburisti d'Olanda.

L'ampio intervento di Corbyn, a un convegno del Partito laburista olandese, ha messo in chiaro, da una parte, che l'immigrazione non è di per se il problema principale: è più 'un'arma di distrazione di massa' che una questione reale, dato che non c'è alcuna invasione e dall'altra la persistenza di un 'deficit strutturale' della cultura politica - persino working class è sparita, come se i lavoratori fossero inesistenti - della sinistra in Europa che ha favorito la diffusione dei populismi di destra e ha finito per rafforzare le elite di Bruxelles.

"E' tempo di cambiare in Europa - è stato l'incipit di Corbyn - Ma i partiti socialisti europei porteranno questo cambiamento solo se c'è un chiaro rifiuto di un modello economico e sociale che mette gli operai l'uno contro l'altro, che vende la nostra ricchezza (i cosiddetti beni comuni) collettiva a prezzi stracciati e dà un immeritato sussidio ai banchieri e ai capi delle corporazioni. Se non guidiamo questo cambiamento, altri lo faranno sicuramente. Il sistema fallito ha fornito terreno fertile per la crescita della politica xenofoba e del capro  espiatorio: se non offriamo una alternativa chiara e radicale e una speranza per un futuro migliore e più prospero, la politica dell'odio e della divisione continuerà ad avanzare nel nostro continente".

Quindi, rivolto ai partiti socialisti e socialdemocratici europei, ha aggiunto "rifiutate l’austerità o vi troverete ad affrontare il rifiuto dei votanti. Se i nostri partiti sembrano solo un'altra parte dell’establishment, che sostiene un sistema economico fallito, disegnato per le élite ricche del mondo economico, saranno rifiutati. E i falsi populisti e chi sfrutta la questione dei migranti (la destra) riempiranno tale vuoto". 

La preoccupazione - derivata dall'attivismo di Corbyn - che aleggia nelle alte sfere, le elite, dell'Ue è quella di dover far a breve i conti con il progetto culturale e politico del leader del Labour Party che si basa sull'analisi e la critica del capitalismo - tema lasciato cadere dalle sinistre europee dopo il crollo del Muro di Berlino - rimettendo al centro le nazionalizzazioni dei taluni servizi pubblici universali: sanità, trasporti, istruzione, casa; l'occupazione e il lavoro; la tutela dei beni comuni; la qualità della vita e la libera circolazione non solo delle merci ma anche e soprattutto delle persone.

E questa preoccupazione è alimentata da una campagna di mobilitazione perchè non si realizzi la Brexit della May che permetterà ai Tories - sostiene il tank tank Another Europe Is Possible - "di liberalizzare ulteriormente l'economia, di ridurre i diritti dei lavoratori e le protezioni ambientali, di punire i migranti per i fallimenti delle élite", ma, appunto, di promuovere 'A Brexit progressive', una Brexit di marca progressista, ovviamente ispirata da Corbyn.

"I laburisti di Corbyn hanno mobilitato milioni di persone, offrendo speranza per un governo per molti non pochi, for the many, not the few - è la campagna di Another Europe Is Possible - E' nell'interesse di un futuro governo laburista fermare i Tories e mantenere la Gran Bretagna nell'Ue". Per realizzare il suo programma e per dar man forte alle sinistre europee.

 
 
 
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