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Italiani euroscettici? Buttiamo via gli ideali e ci teniamo pure l’acqua sporca

Post n°4325 pubblicato il 18 Ottobre 2018 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 18 ottobre 2018 

 

 

Beni, bravi, bis. Ci stanno riuscendo, ci sono riusciti. Con una variazione, buttare via il bambino e tenersi l’acqua sporca. Lo sancisce il sondaggio che ci restituisce l’immagine di un’Italia legata alla moneta e scollegata dai valori. Davvero una specie di appendice dei paesi di Visegrad. Legata dalla paura per i propri risparmi e per il proprio tenore di vita ad una moneta, ritenuta sbagliata dalla gran parte della meglio economia, ad una congerie di numerini e parametri ritenuti stupidi dagli stessi ideatori, o sbagliati dagli stessi elaboratori.

Ma una moneta, ma parametri che ci vengono ogni giorno ribaditi come irreversibili, indispensabili, inalterabili, con un martellamento propagandistico a base di titoloni sullo spread se sale e titolini sullo spread se scende. Una moneta talismano da avere in tasca anche se la misura della saccoccia si fa più stretta di anno in anno, chissà cosa potrebbe accadere dovessimo perderla. Ma talmente stufa di come ha vissuto questi vent’anni, che ci erano stati spacciati come il bengodi, da essere pronta a rinunciare alla costruzione complessiva. Altro che generazione Erasmus!

Così come siamo riusciti a buttare il bambino della idealità comunista, gli uomini son tutti uguali, insieme all’acqua lurida di sangue dei suoi realizzatori, adesso siamo pronti a buttare il bambino che ci unisce di fronte a una chiesa cistercense, a una cantata del protestante Bach in una chiesa cattolica, a un romanzo pietroburghese o a una tragedia del Bardo, alle colonne doriche da Agrigento a Paestum ad Atene, ai semicerchi dei teatri da Merida a Trieste. A buttare l’Europa, questo faticoso, sanguinoso, esperimento di cultura comune in mezzo alle guerre e alle rovine che sempre sa riallacciarsi rinnovandosi. Ma a tenerci l’acqua sporca di una moneta che a creare tutto questo non ha contribuito, semplicemente perché non c’era e non se sentiva il bisogno.

Cioè qualcuno sapeva perfettamente a cosa sarebbe servita, e ce lo ha pure detto. Eccoci quindi qui pronti. Guardate che può succedere. E’ già successo tra i nostri cugini al di là della cortina di ferro, riapprodati alla democrazia ma incapaci di apprezzarla fino in fondo. Grandi privazioni ti privano di ogni senso di comunanza. Pronti al 60%. Senza riflettere sulla scelta. E come se fossimo pronti a ripudiare chi disse lasciate che i bimbi vengano a me perché lo sbocco sono talvolta le distopie di Gilead e Pillon, talvolta gli orchi in tonaca, invece di limitarci a respingere i disegni di legge e incarcerare gli orchi.

E quindi che facciamo? Continuiamo a tenerci cara la moneta, e a buttare tutto il mondo in cui siamo cresciuti. Oppure ci liberiamo del bubbone e proviamo a curare il resto del corpo. Che volete fare?

Zonaeuro | 18 ottobre 2018

 

 

 

 
 
 

Una proposta alternativa per abbattere il debito

Post n°4324 pubblicato il 17 Ottobre 2018 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 16 ottobre 2018, di Daniele Chicca

 

L’idea originale per abbattere la montagna di debito pubblico italiano, superiore al 130 del Pil, si poggia su due fondamenta principali: allungare la vita media del debito, incrementando i Btp a tasso fisso, per approfittare dei tassi di interesse ancora (per poco) storicamente molto bassi, e aumentare le riserve auree per “incominciare la produzione di un supercarrier di ultima classe”.

L’ha avanzata l’imprenditore e investitore Marco Venti sul suo profilo sul social media Quora nel rispondere a una domanda sul come mai in Italia nessun partito abbia mai proposto di usare una parte delle riserve auree per ridurre il debiti. Un’altra opzione per risparmiare è quella di smettere di fare hedging con gli Interest Rate Swap (IRS), una strategia che come si può vedere “ha comportato perdite per €38miliardi, ora scese a ‘soli’ 32″.

“Oppure potremmo comprare HMS Queen Elizabeth (R08) o HMS Prince of Wales (R09) dagli inglesi, visto che pare che stiano avendo problemi con il budget della difesa e la Brexit sembra rivelarsi una scelta infelice”: tutto ciò comporterebbe un grosso deficit, ma anche molta occupazione.

L’inflazione abbatterebbe così il peso del debito e “si spera che con la ripartenza dell’economia si intravedano aumenti di salari reali. “Se qualche folle volesse poi uscire dall’euro, a questo punto avremmo molto debito detenuto in mano agli italiani, una buona difesa grazie al supercarrier – sarebbe lì solo per scena, come a dire, con gli italiani non si scherza – e le maggiori riserve auree a cui eventualmente ancorare parzialmente la moneta per non avere carta straccia”.

Allungare la vita media del debito pubblico

Si tratta di fantapolitica, chiaramente, ma con il secondo debito più alto dell’area euro, i margini di manovra e negoziazione con Bruxelles sono ridotti al lumicino come scopriremo nelle prossime due settimane in cui la legge di bilancio appena approvata passerà al vaglio della Commissione Europea. Le cose devono cambiare se l’Italia vuole ambire a qualcosa di più di una crescita del Pil dell’1% circa.

Allungandone le scadenze si può consentire al governo di spendere di più ora e meno in futuro, quando diventerà più caro il costo del denaro. Farei passare una legge secondo la quale i BTP a scadenza più elevata vengano tassati allo 0,0 o niente se si è cittadino italiano e si porta il titolo a scadenza, oppure al 50% se vendi entro 2 anni, al 35% se si vende prima di 5 anni, al 25% se si vende prima di 7, al 18% prima di 10″.

In questo modo, scrive sempre Venti, “sia i fondi pensione che i risparmiatori avrebbero incentivi a tenere i titoli più a lungo e a supportare il nostro Paese, mentre gli speculatori che giocano sul nostro debito si vedrebbero dimezzati i potenziali guadagni”.

Riserve auree per costruire infrastrutture

La terza economia dell’area euro ha un enorme debito pubblico, per finanziare il quale spende più di 70 miliardi di euro l’anno. In compenso ha immense riserve auree (le quarte al mondo), pari a 2.451 tonnellate d’oro, ossia 100 miliardi di euro.

Il problema è che le riserve auree sono una voce di stato patrimoniale in attivo, quindi andare ad attingere da quelle risorse per pagare la spesa su interessi permetterebbe di conservare 30 miliardi su 100, ma non contribuirebbe a ridurre lo stock del debito, voce di stato patrimoniale in passivo, che rimarrebbe perfettamente invariato.

Le spese per interessi sono una voce di conto economico, quindi ricorrente al contrario di quelle patrimoniali, in passivo. I €100miliardi di riserve auree potrebbero invece, suggerisce Venti, “essere utilizzati per pagare il debito ma che puoi usare per costruire strade, ospedali” e altre infrastrutture. “Potresti semplicemente cedere riserve auree e poi costruire queste opere”.

 

 
 
 

L’Italia come la Grecia? La storia non si ripete, ma spesso fa rima

Post n°4323 pubblicato il 16 Ottobre 2018 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 14 ottobre 2018 

 

La storia non si ripete ma spesso fa rima, è quanto scrive il Financial Times riguardo alla comparazione tra l’attuale crisi italiana e quella greca del 2010. C’è ottimismo in questa frase e nell’articolo dell’editorialista dal momento che chi scrive non prevede una reazione simile a quella del 2010 da parte di Bruxelles.

In effetti negli ultimi 8 anni gli scenari politici sullo scacchiere internazionale sono molto cambiati, in parte anche a causa delle conseguenze delle decisioni prese nel 2010. Non bisogna dimenticare che la risposta dell’Unione Europea alla crisi del debito sovrano greca è stata politica e proprio per questo i costi sono stati elevatissimi. Sarebbe stato meglio dare alla Grecia i 9 miliardi di euro e così facendo lanciare un messaggio chiaro e limpido ai mercati che l’Ue è un’istituzione compatta e solida invece di imporre una punizione esemplare, i.e. l’austerità economica, e diffondere il panico sui mercati.

E’ possibile che qualcuno ai vertici dell’Unione Europea segretamente abbia fatto lo stesso ragionamento? Naturalmente, di queste cose non si parla pubblicamente ma certamente il raziocinio invita alla riflessione, anche se solo in privato, sugli errori del 2010. La verità è che la politica imposta non ha prodotto i frutti sperati e oggi nessuno vuole seguire lo stesso copione, con la Brexit letteralmente dietro l’angolo qualsiasi tentennamento da parte dell’Unione Europea potrebbe causare conseguenze ben più serie della crisi del debito sovrano. Il timore è politico. Mentre nel 2010 l’asse Parigi-Berlino aveva saldamente in mano le redini dell’unione oggi questo asse è debole.

La proposta del governo italiano di aumentare il rapporto debito Pil per rilanciare l’economia, pur infrangendo i vincoli di bilancio e fiscali imposti dalla disciplina austera di Bruxelles, potrebbe, dunque, essere accettata. Una vittoria per i due partiti al governo e un’ulteriore sconfitta per gli euro burocrati e in fondo anche per l’istituzione dell’Unione Europea, la Banca centrale, il Fondo monetario.

Tutto ciò invita a una riflessione di lungo periodo. L’ascesa della destra populista in Europa e negli Stati Uniti è la risposta popolare alla crisi delle istituzioni democratiche, su questo tutti sono d’accordo. Ciò non significa che la democrazia ha fatto il suo tempo o che tali istituzioni devono essere abolite, come avvenne negli anni Trenta, al contrario, il vento populista potrebbe essere sfruttato per riformarle e modernizzarle. C’è bisogno di un’opposizione interna alle istituzioni, un’opposizione illuminata, che riesca ad andare oltre le fazioni politiche e che invece lavori per introdurre riforme necessarie. Si materializzerà?

Uno sguardo alla vecchia sinistra europea non incoraggia una risposta positiva, ma, come si dice, la speranza è l’ultima a morire. Di certo, per la prima volta nella storia dell’Unione, le elezioni del parlamento europeo avranno un grosso peso. E’ all’interno di questa istituzione ancora in fasce che il riformismo illuminato potrebbe nascere e consolidarsi. La destra europea lo ha capito da tempo ed è per questo che punta a conquistare la maggioranza, per imporre una sterzata conservatrice. Anche se la storia non si ripete la rima è pericolosamente serrata.

 

Economia Occulta | 14 ottobre 2018

 

 

 
 
 

Spread? No, la vera paura è l’Italexit: lo dicono i CDS

Post n°4322 pubblicato il 13 Ottobre 2018 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 12 ottobre 2018, di Alessandra Caparello

 

Non lo spread che viaggia sui 300 punti base e anche oltre, ma la peggior paura dei mercati è l’Italexit, ossia la possibile uscita dell’Italia dalla moneta unica. Una paura che emerge dalle quotazioni dei Cds, i credit default swap, come calcola Calypso, società specializzata in questo settore speciale di derivati.

Attualmente i prezzi dei CDS – contratti per assicurarsi contro un eventuale default del debito – segnano una bassa probabilità per l’ipotesi di insolvenza delle finanze pubbliche italiane, mentre aumenta del doppio nel caso dell’ipotesi che il paese torni alla lira: si va da un 14,2% al 23,8 per cento. Ciò a riprova che le rassicurazioni del governo nelle scorse settimane non sono bastate a convincere gli investitori e rassicurarli.

La percentuale del 23,8% è calcolata in base a un’ipotesi di svalutazione della lira del 30% e a una correlazione con il default creditizio del 50%.

Lo rende noto Il Sole 24 Ore, riportando i dati della società Calipso (vedi grafico sotto).

“I mercati non sono Nostradamus. Spesso sbagliano le previsioni, ma il problema non cambia: attualmente questa è la loro percezione e giusta o sbagliata che sia su questa percezione gli investitori basano le loro scelte”.

Intanto ieri anche il quotidiano britannico liberal conservatore The Telegraph ha affermato che la situazione politico-finanziaria dell’Italia sarebbe sull’orlo di una “spirale catastrofica”. I problemi citati sono diversi, a partire dallo scontro in atto con la Commissione europea sulla Legge di bilancio italiana e il deficit per il 2019.

Secondo i commentatori del giornale la situazione potrebbe precipitare, fino a innescare l’uscita dell’Italia, la terza potenza economica d’Eurozona, dal blocco della moneta unica.

 

 
 
 

Cina emette bond in dollari: prove tecniche di “opzione nucleare”

Post n°4321 pubblicato il 11 Ottobre 2018 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 11 ottobre 2018, di Alberto Battaglia

 

La Cina è pronta lanciare una nuova sfida agli Stati Uniti. Nel bel mezzo dell’escalation protezionistica fra le due economie Pechino è pronta a emettere bond a 10 e 30 anni per 3 miliardi di dollari. E lo farà proprio in valuta statunitense.

La mossa segue, un anno dopo, la più grande vendita di titoli di stato americani da parte della Cina, che secondo alcuni scenari potrebbe ala dismissione del proprio portafoglio multimiliardario di T-bond per cercare di influenzare i rendimenti e i costi di finanziamento del debito pubblico americano – la cosiddetta “opzione nucleare”.

L’emissione di obbligazioni in dollari contribuirebbe a esercitare una certa pressione sui rendimenti, oltre che dimostrare la forza con la quale Pechino può attirare moneta americana nella sua economia. “La guerra commerciale in corso, il picco dei rendimenti dei Treasuries statunitensi, unita alla volatilità dei mercati emergenti e all’offerta di obbligazioni in dollari anticipate fino alla fine dell’anno stanno facendo sì che gli investitori prendano una visione più cauta ” e che chiedano un premio maggiore per la vendita, ha affermato a Bloomberg l’executive director presso JPMorgan Chase di Hong Kong, Anne Zhang.

Il recente rialzo dei rendimenti dei buoni del tesoro Usa sembra confermare questo scenario. Ovviamente 3 miliardi di dollari sono una somma insignificante se paragonata ai 600 miliardi circa di valore delle attività e degli scambi commerciali tra Usa e Cina. Ma la Cina con l’iniziativa sta mandando un segnale forte ai mercati e all’America, ossia che volendo è in grado di incrementare i tassi di interesse Usa emettendo Bond in dollari o svendendo i Treasuries in suo possesso.

“C’è un elemento di geopolitica in gioco se si guarda al momento dell’emissione di titoli in dollari emessi dalla Cina”, ha detto Paul Lukaszewski, responsabile del debito societario asiatico presso l’Aberdeen Standard Investments a Singapore, “la Cina vuole dimostrare a tutti gli osservatori che ha un facile accesso ai finanziamenti in dollari a costi molto bassi“.
Questo non avrà certo la portata dell’ “opzione nucleare” vera e propria, ossia la dismissione aggressiva di T-bond. Anche se c’è chi mette in dubbio che alla Cina possa avere i risultati sperati mettendola in pratica:

“Le vendite di buoni del tesoro in un certo senso sono facili da contrastare, dato che la Fed ha gioco molto facile nell’acquistare e vendere titoli del Tesoro per conto proprio”, ha scritto Brad W. Setser, ricercatore per l’economia internazionale presso il Council on Foreign Relations, “ho spesso detto che gli Stati Uniti detengono in fin dei conti le carte migliori: la Fed è l’unico attore al mondo che può acquistare [Treasuries] più di quanto la Cina possa mai vendere”.

 

 
 
 
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