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Trump bannato da Facebook, è giusto affidare l’etica dell’informazione a un social network?

Post n°4642 pubblicato il 06 Giugno 2021 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Loretta Napoleoni Economia Occulta - 6 Giugno 2021


La notizia che l’organo preposto da Facebook alle questioni etiche abbia permutato da permanente a due anni l’esclusione di Donald Trump da tutti i social controllati dall’impresa ha fatto il giro del mondo. Si è così colta l’occasione di rivisitare gli eventi che hanno portato lo scorso gennaio all’assalto a Capital Hill. Tutti gli opinionisti sono tornati a parlare della censura esercitata da Facebook nei confronti dell’ex presidente, quelli a favore dell’ex presidente hanno ricordato che più di 70 milioni di americani hanno votato per Trump, e dunque mettergli la museruola nei social equivale a privarli della possibilità di interagire con lui attraverso questi canali. Chi invece è anti Trump è rimasto sorpreso che l’esclusione sia stata ridotta a due anni, meglio quella permanente insomma.

Prima di proseguire soffermiamoci per un paragrafo sul potere immenso di organizzazioni come Facebook, imprese private bisogna ricordare, multinazionali che grazie alla loro presenza capillare nel villaggio globale riescono a pagare le tasse dove le aliquote sono più basse e anche a evitarle. Facebook può mettere a tacere chiunque, questa volta è toccato all’ex presidente degli Stati Uniti, la prossima potrebbe toccare a uno di noi. La decisione viene inizialmente presa dagli algoritmi e, nel caso di personaggi come Trump, revisionata dal management e da un gruppo di 20 consulenti. Nessuno di costoro è stato eletto democraticamente e quindi non deve rispondere all’elettorato. A prescindere da quello che Trump abbia scritto sui post e tweet la vera domanda da porsi è la seguente: è giusto affidare l’etica dell’informazione ad un sistema di questo tipo?

La notizia che invece non ha fatto il giro del mondo ed è rimasta confinata nei periodici specialistici è un’altra: la Commissione europea ha aperto un’indagine antitrust formale nei confronti di Facebook. Lo scopo è valutare se l’impresa abbia violato le regole di concorrenza dell’Ue utilizzando i dati pubblicitari raccolti, in particolare quelli degli inserzionisti, per competere con loro nei mercati in cui Facebook è attivo come gli annunci economici. L’indagine formale valuterà anche se Facebook collega il suo servizio di annunci pubblicitari online “Facebook Marketplace” al suo social network, in violazione delle regole di concorrenza dell’Ue.

Il vicepresidente esecutivo Margrethe Vestager, responsabile della politica di concorrenza dell’Ue, ha dichiarato: “Facebook è utilizzato da quasi 3 miliardi di persone su base mensile e quasi 7 milioni di aziende fanno pubblicità su Facebook in totale. Facebook raccoglie grandi quantità di dati sulle attività degli utenti del suo social network e oltre, consentendogli di rivolgersi a gruppi di clienti specifici. Esamineremo in dettaglio se questi dati diano a Facebook un vantaggio competitivo indebito, in particolare nel settore degli annunci economici online, dove le persone acquistano e vendono beni ogni giorno e dove Facebook compete anche con le aziende da cui raccoglie i dati. Nell’economia digitale di oggi, i dati non dovrebbero essere utilizzati in modi che distorcono la concorrenza”.

Il modello di Facebook poggia sulla raccolta e sullo sfruttamento dei nostri dati, Facebook è il minatore e noi la miniera. Si tratta di un’organizzazione a scopo di lucro che non ha quale fine la divulgazione dell’informazione, ad esempio un quotidiano o una rete televisiva, ma la massimizzazione dei profitti. È quanto l’indagine dell’UE ci ricorda.

Tornando alla domanda di cui sopra forse è il caso di riformularla: non è pericoloso affidare l’etica dell’informazione ad un’impresa che la usa quale materia prima di scambio?

 
 
 

Bitcoin, euro digitale e contanti: indovina chi è l’intruso

Post n°4641 pubblicato il 01 Giugno 2021 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Beppe Scienza Economia & Lobby - 30 Maggio 2021

 

Parlano e straparlano di bitcoin soprattutto soggetti in conflitto d’interesse: intermediari che guadagnano sulle compravendite o docenti di corsi sulle cosiddette criptovalute, sciaguratamente anche in ambito universitario. Costoro addirittura lo consigliano come riserva di valore e per la diversificazione dei propri investimenti. Merita quindi chiarire alcuni punti.

Non è una moneta. A parte le intenzioni di chi l’ha inventato e i vaneggi di tanti suoi adoratori, il bitcoin non è una moneta. Non è usato come strumento di pagamento – una delle tre funzioni della moneta – salvo in fattispecie insignificanti. Ma soprattutto non funge da unità di conto, altra funzione precipua della moneta. In nessuna parte del mondo i prezzi di merci e servizi sono espressi in bitcoin, salvo forse in ambito criminale: offerta di materiale pedopornografico eccetera. Alcuni accettano pagamenti in bitcoin, ma mica li usano nei loro listini.

Un nuovo genere di attività. Il bitcoin rientra in una nuova categoria di investimenti (o attività), inesistente fino ad alcuni anni fa, quella appunto delle criptovalute. È innegabile poi che il bitcoin sia altamente speculativo. Si veda nel dicembre 2017 un crollo nell’ordine del 40% in due giorni. O negli ultimi due mesi un’escursione dai 63.000 ai 35.000 dollari. Per cui esso è inadatto a svolgere la terza funzione peculiare delle monete, quella di riserva di valore. Per giunta un’autorevole scuola di pensiero lo ritiene una versione digitale delle catene di sant’Antonio o schema Ponzi. Un risparmiatore prudente non metterà quindi nulla in bitcoin.

Euro digitale. La sua emissione è nei programmi della Bce e anche al riguardo c’è molta confusione. Infatti per alcuni aspetti informatici il futuro euro digitale assomiglia alle criptovalute. Ma giuridicamente e sostanzialmente è tutt’altra cosa: si tratta di una forma più evoluta, in quanto elettronica e non cartacea, del denaro contante. Per capire l’euro digitale bisogna quindi partire da esso, che non è quella cosa brutta e sporca, in odore di evasione e criminalità, che le banche e la stampa italiana vogliono fare credere. Al riguardo si veda una dichiarazione di Christine Lagarde: “Le banconote fanno parte della nostra economia, della nostra identità e della nostra cultura” o anche il mio precedente post “Ecco perché ho scritto ‘Viva i contanti’”.

Che l’euro digitale veda la luce non è certo. In ogni caso l’obiettivo è fornire ai cittadini un’alternativa digitale altrettanto affidabile quanto le banconote, che sono più sicure dei conti in banca, perché moneta della banca centrale e non delle banche private. Queste ultime infatti a volte saltano, mentre la Banca Centrale Europea non può fallire.

Per altro in nessun caso la nascitura moneta elettronica si presterà ad attività speculative. Un euro digitale varrà né più né meno di una moneta da un euro e 100 euro digitali né più né meno di una verdeggiante banconota da 100 euro. Banconote ed euro digitale sono due facce della stessa medaglia.

Segnalo un webinar gratuito sull’argomento per il 10 giugno, richiestomi da alcune associazioni di consumatori: https://www.ilrisparmiotradito.it/evento/webinar10giugno

 

 
 
 

Khaby Lame, se l’italiano più seguito sui social non è italiano

Post n°4640 pubblicato il 24 Maggio 2021 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Erasmo Palazzotto Diritti - 23 Maggio 2021

 

Nei giorni scorsi i media si sono molto occupati della storia di Khaby Lame, l’italiano più seguito sui social, così è stato raccontato. Con una bizzarra peculiarità: in realtà non è italiano.

Si sono accorti di lui perché 65 milioni di follower non passano inosservati e l’hanno ritratto come un emblema dell’italico genio che a 21 anni, con una lettera di licenziamento in tasca, ha un’idea brillante e ottiene più follower di Mark Zuckerberg.

Solo che Khaby ha lasciato il Senegal con i suoi genitori ed è arrivato in Italia quando aveva un anno. Oggi lo immagino parlare con cadenza piemontese.

Per tutto il mondo è italiano ma non per lo Stato di quello che lui ritiene il suo Paese. E come lui migliaia di ragazze e ragazzi senza cittadinanza. Bambini e bambine, che vivono in Italia che si percepiscono come italiani e tali sono percepiti dai loro coetanei ma che di fatto non sono giuridicamente cittadini italiani.

È esattamente su temi come questi, politicamente irrisolti, e in generale nell’ambito più ampio dei diritti civili e umani, che in questi anni la sinistra e più in generale il campo progressista ha fallito.

Ha fallito perché i diritti umani e civili o sono veramente di tutti o non sono di nessuno.

Davvero abbiamo bisogno del caso eccezionale per sollevare di nuovo la mai compiuta battaglia dello Ius Soli e Ius Culturae? È parecchio deprimente oltre che anacronistico.

Ancora una volta, nel momento in cui noi accettiamo che i diritti di una persona valgano meno di un’altra per il colore della sua pelle, per il passaporto che ha in tasca, per il Dio in cui crede, allora accettiamo che questa discriminazione toccherà anche noi cittadini europei, fermamente convinti di esserne esenti e intoccabili.

Khaby è cittadino italiano ed è ingiusto che non lo sia anche giuridicamente.

Viviamo in un mondo in cui tutto si muove molto rapidamente. Tutto tranne le persone, il cui movimento è sempre ostacolato da muri e frontiere. Un mondo così è un mondo destinato a crollare. Dobbiamo ripensare le nostre politiche e dobbiamo farlo in modo che guardino al fenomeno migratorio e alla mobilità umana come qualcosa di strutturale del nostro tempo.

Nelle nuove generazioni nel nostro Paese non devono e non possono esistere differenze legate al colore della pelle, all’orientamento sessuale, alla religione o provenienza geografica. Non sia lo Stato a creare diseguali tra gli uguali, negando la cittadinanza a chi è nato in Italia solo perché ha genitori nati in un altro Paese. Come possiamo pensare di costruire una società inclusiva se permettiamo che un ragazzo attenda la cittadinanza per vent’anni?

Non abbiamo più scuse, riformare le regole per l’ottenimento della cittadinanza è sì un atto di giustizia ma soprattutto di buonsenso.

 

 
 
 

Soros, dopo il crac Archegos ha acquistato i titoli più svenduti dalle banche

Post n°4639 pubblicato il 18 Maggio 2021 da ninograg1
 

fonte: W.S.I.  17 Maggio 2021, di Alberto Battaglia

 

La Soros Fund Management ha acquistato per svariati milioni di dollari una rosa di titoli azionari fortemente colpiti dal default del family office Archegos guidato da Bill Hwang.

Gli acquisti sono avvenuti nel corso del primo trimestre e, a quanto appreso da Bloomberg in via riservata, sono avvenuti dopo il crac di Archegos di fine marzo. La società d’investimento del finanziere George Soros, secondo quanto si legge in una dichiarazione resa alle autorità di vigilanza, ha acquistato nel primo trimestre azioni ViacomCBS per 194 milioni di dollari, Baidu per 77 milioni, Vipshop Holdings per 46 milioni, Tencent Music Entertainment per 34 milioni. Infine Soros si sarebbe aggiudicato anche una quota in Discovery, società che oggi (17 maggio) è sotto i riflettori in seguito all’annuncio di una futura fusione con WarnerMedia (lo ha annunciato la AT&T, dall’operazione nascerebbe un nuovo colosso in cui Cnn, Eurosport, HBO e Discovery sarebbero parte della stesso gruppo).

Soros, acquisti “scontati” dal caso Archegos

Il crac di Archegos, che secondo le dichiarazioni delle banche colpite, sarebbe costato circa 10 miliardi di dollari agli istituti con i quali Hwang faceva affari, si sarebbe così trasformato in un’opportunità d’investimento per George Soros. Per il momento però, nessuno fra i titoli svenduti in seguito al caso Archegos si è poi ripreso in Borsa: tutti, rispetto alla chiusura del 31 marzo, si trovano oggi ulteriormente indeboliti.

Ricordiamo che le banche più colpite dall’implosione del family office di Bill Hwang sono state Credit Suisse (impatto da 5,5 miliardi di dollari); Nomura (2,9 miliardi); Morgan Stanley (911 milioni); Ubs (861 milioni).

Parallelamente la Soros Fund Management ha venduto circa 435 milioni di dollari in azioni Palantir Technologies, che sono risultate l’operazione di alleggerimento più notevole nel primo trimestre.
Dal rapporto trimestrale della società d’investimenti di Soros, che gestisce 27 miliardi di dollari, è emersa una performance del 30% nei 12 mesi al febbraio 2021.

 

 

 
 
 

Vaccini Covid, sospendere i brevetti potrebbe non servire a nulla

Post n°4638 pubblicato il 11 Maggio 2021 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Loretta Napoleoni Economia Occulta - 9 Maggio 2021


Ultimo colpo di scena nella tragedia Covid, Joe Biden, presidente degli Stati Uniti, dichiara di essere favorevole alla sospensione dei brevetti farmaceutici per dare la possibilità ai Paesi poveri di farseli in casa. A prima vista questa è una dichiarazione di “sinistra”, anticapitalista, umanitaria, ecc. e tutti l’hanno applaudita, e perché no? Ricordiamo che non c’è industria più odiata al mondo di Big Pharma.

 

Passato il momento di euforia, analizziamo quanto avvenuto dettagliatamente per accorgerci che il colpo di scena è un altro: dietro le parole di Biden non c’è una strategia che mira a compensare gli squilibri tra mondo ricco e mondo meno ricco o mondo povero in materia di vaccini, ma la solita propaganda politica, la stessa aria fritta che la pandemia ha tristemente smascherato. E spieghiamolo.

In primis, nessuna nazione era preparata per la pandemia anche se dallo scoppio della Sars virologi, medici e scienziati esortavano i governi ad avere un piano d’azione di emergenza contagio. Ancor meno preparata era l’Organizzazione mondiale della sanità, che come tutte le istituzioni internazionali è obsoleta perché è stata creata a misura di un mondo che non esiste più da almeno 30 anni.

In secondo luogo, la carenza di vaccini non è dovuta ai brevetti ma allo scompenso tra domanda e offerta, non ci sono fabbriche né tecnici a sufficienza per produrre i vaccini a un ritmo più elevato di quello attuale, né abbiamo sufficienti materie prime per farlo. Siamo al massimo della capacità mondiale. L’idea che si possano fabbricare i vaccini dovunque e che il processo possa essere svolto da chiunque abolendo i brevetti è una favola perché l’ostacolo è industriale e strutturale. Liberalizzare i brevetti significherebbe aumentare la concorrenza su un mercato mondiale che non ha capacità addizionale e quindi far gravitare i costi di produzione. E qui è bene fare una riflessione. La proprietà intellettuale proprio perché intangibile appare meno significativa di quella, ad esempio, artistica, ma tutta l’industria della biotecnologia ruota intorno ai brevetti, l’investimento, a volte massiccio, dietro la ricerca scientifica, ricerca che può durare decenni, è motivato dai brevetti. Senza questo investimento moriremo di influenza e di tante altre malattie come i nostri antenati.

Ed è giusto che una volta ottenuto il risultato che si sperava di ottenere, chi ha investito nella ricerca riceva una ricompensa. I brevetti farmaceutici, si noti bene, non durano in eterno. La domanda da porsi è perché questo sforzo finanziario non lo fa lo stato? Perché la ricerca scientifica in settori come i vaccini, di interesse nazionale, non è condotta dalla stato?

Non solo lo stato è praticamente assente, sospendere i brevetti avrebbe serie ripercussioni sulla ricerca scientifica e sulla contraffazione dei vaccini. I brevetti garantiscono l’autenticità del prodotto. Basti menzionare che la tecnologia usata per i vaccini, mRNA, è ancora in via di sperimentazione per curare altre malattie come quelle cardiache ed il cancro, aprire le porte a tutti permetterebbe il saccheggio intellettuale e scoraggerebbe investitori futuri in ricerche sperimentali simili perché’ creerebbe un precedente storico.

In terzo luogo, se davvero l’intenzione è vaccinare tutti il mondo e la capacità di produzione è la massimo allora perché il ricco occidente una volta vaccinato se stesso non paga e invia i vaccini a chi non li ha? Ma per prendere una decisione di questo tipo bisogna assumersi la responsabilità di distribuire i vaccini e nessun governo ha intenzione di farlo per tanti motivi, tra cui la possibilità di esporsi a fallimenti logistici, vedi cosa è successo in Europa. Meglio dichiarare di essere d’accordo a sospendere i vaccini e passare la patata bollente agli avvocati. E già perché nel mondo libero e capitalista dove lo stato non investe nella ricerca, i brevetti sono protetti da recinti legati spesso invalicabili. Biden, che ha quasi ottant’anni, lo sa benissimo. Questo film, infatti, il mondo lo ha già visto.

Alla fine degli anni Novanta abbiamo assistito allo scontro sui costosi trattamenti per l’Hiv tra Big Pharma e diversi Paesi tra cui Brasile e Sud Africa. Le nazioni che lottavano per contenere l’epidemia volevano produrre farmaci generici per l’Hiv, ma le aziende che li avevano sviluppati li hanno accusati di voler violare gli accordi sui brevetti, la battaglia legale è durata anni impedendo la produzione di cure a basso costo. In realtà la dichiarazione di Biden ha menzionato i tempi lunghi di negoziazione necessari per accordarsi sulla sospensione di brevetti, un controsenso dal momento che il problema della pandemia e dei contagi è pressante, o si risolve adesso o ci penserà l’immunità di gregge.

Morale: l’esortazione a sospendere i vaccini ha trovato l’approvazione dei potenti del mondo, non solo Biden è d’accordo anche Putin si è detto favorevole alla proposta. Peccato che non servirà a nulla, non solo perché se mai si riuscisse a metterla in essere ciò avverrebbe quando la pandemia sarà un triste ricordo del passato, ma soprattutto perché non aumenterebbe la produzione di vaccini, con molta probabilità ne farebbe invece aumentare i costi di produzione.


 
 
 
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