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Sovranismo, le ragioni del successo elettorale in Italia per classi di reddito

Post n°4445 pubblicato il 25 Maggio 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 23 Maggio 2019 

 

di Gianmarco Oro*

1. Con l’avvicinarsi delle Elezioni europee è possibile che alcuni governanti uscenti vengano colti da un qualche presagio e che istintivamente cerchino di scongiurarlo attraverso una decisa rivendicazione dei propri risultati oppure una mite ammissione di colpa: è questo il caso di Jean-Claude Juncker. Con un intervento a Strasburgo, il presidente della Commissione europea ha infatti ammesso l’imprudenza con cui sono state adottate le politiche di austerità del fiscal compact e si è rammaricato della “mancanza di solidarietà nel momento di affrontare la crisi greca”.

Non c’è dubbio che Juncker abbia preso nota dei recenti sondaggi elettorali e che si sia accorto che, oltre alla congiuntura economica e alla fatalità della crisi del debito sovrano, possono essere state proprio quelle politiche a innescare la bomba del sovranismo. Infatti, egli ha precisato che in nessun modo la Commissione voleva “sanzionare chi lavora o chi è disoccupato”, proprio perché sembra avere finalmente riconosciuto le categorie sociali che stanno adesso chiedendo conto della propria condizione economica attraverso il voto politico. In particolare, sono stati i risultati delle ultime elezioni italiane a far materializzare la “controparte” della classe politica europea al governo (Ppe+Pse), ormai distante dagli interessi dei cittadini comuni (i forgotten men che in America hanno votato Donald Trump) e privata di ogni visione ideologica, tanto da arrivare a confondere il suo europeismo con la pura e semplice eurocrazia.

La storia del sovranismo italiano si sviluppa in tre fasi distinte: la prima risale alla situazione che ha preceduto la crisi del debito sovrano del 2011, la seconda è stata la fase dei vari governi tecnici (con supporto dei partiti di centro-destra e di centro-sinistra) nominati all’unico scopo di applicare il Patto di bilancio europeo pur di rientrare “nelle grazie” della Commissione (e dei mercati finanziari), e infine la fase della presa di coscienza (di classe) dei ceti medi. Per ripercorrerle basta osservare alcuni dati macroeconomici.

2. Non è una novità che, dall’adozione della moneta unica, l’Italia non sia riuscita a trarre quei benefici economici che alcuni prospettavano. Questo si deve al fatto che la politica italiana ha cercato per molto tempo di sostenere le esportazioni (una componente rilevante della produzione) ricorrendo alla svalutazione del cambio che, quando conduceva a un processo inflazionistico interno, riusciva anche a contenere il rapporto debito-Pil. In altre parole, la politica comunitaria di contenimento dei prezzi, volta ad assicurare la valorizzazione del capitale dei “paesi produttivi”, ha generato un divario tra questi e i paesi del “Mezzogiorno europeo” e in particolare l’Italia, che ha subito un rallentamento della crescita causato dalla bassa produttività del lavoro e dalle rare opportunità di investimento. La prima fase, pertanto, è stata segnata dalla limitata governabilità dell’economia nazionale all’interno di quei vincoli finalizzati a uniformare i bilanci pubblici dell’Eurozona.

Se l’Italia era già affaticata sul piano finanziario e produttivo, la sua condizione è peggiorata dopo la situazione critica del 2011 che, secondo il pensiero economico egemone, avrebbe potuto risolversi soltanto impartendo a quei paesi indebitati una severa lezione di stabilità finanziaria. Sono seguiti dunque gli anni dell’austerità, ovvero di quelle misure introdotte allo scopo di ridurre il rapporto debito-Pil agendo essenzialmente sul suo numeratore. E mentre lo Stato si defilava da ogni intervento economico, la ricetta prevedeva anche un ulteriore abbassamento del costo del lavoro dipendente (già perseguito peraltro dagli anni Novanta), nella promessa di una crescita degli investimenti privati ed esteri. Tuttavia, tale orientamento politico ha prodotto dei risultati ben diversi.

Continua su economiaepolitica.it

*Cultore della materia in Storia del Pensiero economico – Università di Macerata

 

Zonaeuro | 23 Maggio 2019

 

 

 
 
 

Dannata liquidità, gli italiani risparmiano tanto ma investono poco

Post n°4444 pubblicato il 23 Maggio 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 23 Maggio 2019, di Alessandro Piu

 

L’articolo è tratto dal magazine Wall Street Italia di maggio e fa parte del lungo dossier dedicato a come investire la liquidità parcheggiata sui conti correnti dagli italiani.

Tanta fatica per nulla. Gli italiani sono bravi a risparmiare ma poi tengono i soldi nel conto corrente. Il risultato è un progressivo impoverimento

Tutti conoscono la storia della cicala e della formica. La prima godereccia e sprecona, la seconda intenta a mettere via provviste per l’inverno. La morale è presto detta: risparmiare è saggio. Tuttavia essere diligenti formiche oggi non basta più, bisogna essere anche bravi investitori. Gli italiani, popolo di risparmiatori dotato di una ricchezza finanziaria pari a 4.244 miliardi di euro (dato Abi), difettano della seconda caratteristica.
A mostrarlo sono gli impietosi numeri contenuti in una ricerca condotta da Allianz in collaborazione con Euler Hermes. Cento euro investiti da un italiano nel 2003 sarebbero diventati 124 nel 2017 per un rendimento del 24%. Con gli stessi 100 euro iniziali un finlandese avrebbe ottenuto 221 euro a fine periodo, per un rendimento del 121%.

Perché tutta questa differenza? Mentre i finlandesi hanno dedicato quote rilevanti dei loro risparmi all’investimento sui mercati azionari, gli italiani hanno scelto in maggior misura liquidità e titoli di Stato. Proprio questo è il problema degli italiani: detenere un terzo della ricchezza finanziaria (1.379 miliardi di euro circa) in improduttivi e costosi conti correnti.

«Essere risparmiatori disciplinati è importante ma non è sufficiente – ha spiegato a WSI Arne Holzhausen, autore della ricerca con Benedikt Fritz -. Da qualche anno viviamo in un contesto di bassi tassi di interesse. I tradizionali asset sicuri, come le obbligazioni governative o i depositi bancari, non rendono quasi nulla. È comprensibile che in periodi di elevata incertezza molti risparmiatori scelgano il rifugio sicuro e la liquidità, tenendosi lontani dai mercati azionari. Il risultato della scelta è però opposto a quello desiderato: alla fine ci si ritrova più poveri».

Prendiamo l’Irlanda. La ricchezza finanziaria degli irlandesi, tra il 2003 e il 2017 è cresciuta dell’65%. Il 93% di questo incremento è stato generato dall’aumento di valore dei loro investimenti mentre solo il 7% è imputabile a nuovi risparmi. In Italia la situazione è invertita. La ricchezza finanziaria è cresciuta del 24% e l’incremento è riconducibile per l’87% a nuovi risparmi e solo per il 13% all’aumento di valore degli investimenti.
Se si considera che nel periodo di tempo analizzato gli irlandesi hanno superato gli italiani in quanto a ricchezza finanziaria pro-capite, si può capire come tutto lo sforzo profuso dai secondi nel risparmiare denaro sia stato premiato ben poco.

Far lavorare i soldi. Oltre ai finlandesi e agli irlandesi, il trucco lo hanno capito anche gli olandesi e gli spagnoli. I risparmiatori di questi Paesi fanno fruttare il loro denaro lasciandolo investito in maggiore misura sui mercati azionari. In altre parole fanno in modo che i soldi lavorino per loro.
Cosa accade invece a noi italiani, ma anche ai tedeschi e ai portoghesi? Corriamo a destra e a manca per risparmiare fino all’ultimo centesimo e poi lo mettiamo a riposare in un comodo conto corrente. Qui siamo noi a lavorare per i soldi.
Non solo, ci perdiamo anche il beneficio dell’interesse composto, ossia il guadagno derivante dagli interessi sugli interessi, un concetto sconosciuto alla maggioranza degli italiani. Si può spiegare con un semplice esempio. Se investo 1000 euro oggi a un tasso di rendimento del 2% annuo, fisso per tutti i successivi dieci anni, alla fine potrò ottenere: 1219 euro se lascio tutto il capitale e gli interessi che maturano ogni anno investiti fino al termine del periodo; 1.200 euro se ogni anno incasso gli interessi maturati lasciando investito solo il capitale iniziale. Una differenza dell’1,58% che invita a lasciare investiti i soldi nel lungo periodo. La maggior parte degli italiani, purtroppo, non lo sa.
«È della massima importanza – conclude Holzhausen – cambiare il comportamento dei risparmiatori, creando gli incentivi e aumentando le conoscenze finanziarie per fargli comprendere l’importanza di investire i risparmi con un orizzonte di lungo termine».

 

 

 
 
 

Finanza, “il neoliberismo è al tramonto. La Cina detterà il nuovo ordine, con controlli sugli investimenti speculativi”

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 22 Maggio 2019

Siamo alla vigila di un nuovo ordine finanziario globale di impronta cinese, con un maggiore e più selettivo controllo sui movimenti di capitali? È la domanda finale a cui prova a rispondere il documentatissimo libro di David Lubin Dance of the trillions. L’autore è responsabile della ricerca economica sui paesi emergenti di Citi, e il saggio ripercorre la storia dei controversi effetti che la piena mobilità di capitali ha avuto sui paesi in via di sviluppo nell’ultimo mezzo secolo. Si tratta di un contributo importante e prezioso, in un’epoca di diffusi ripensamenti sulla globalizzazione e di “limbo” per quanto riguarda le politiche economiche. La stagione di adesione quasi incondizionata al dogma neo liberista implementato nella pratica da Margareth Thatcher e Ronald Reagan sembra al tramonto ma ancora stenta a prendere forma una nuova visione sostitutiva. Molto probabilmente, argomenta Lubin, arriverà da Oriente.

Le 130 pagine del libro si aprono con il racconto di quella che fu la prima grande ondata di afflusso di capitali nei mercati emergenti. Negli anni ’70 i paesi produttori di petrolio iniziarono ad accumulare immense ricchezze nelle banche occidentali. La corsa delle quotazioni del greggio aveva spinto a livelli stratosferici gli avanzi di bilancio dei paesi Opec. Nel 1974 l’Arabia Saudita raggiunse un surplus pari al 51% del suo Pil. Negli Stati Uniti però l’inflazione era alta e i tassi relativamente bassi, addirittura negativi in termini reali. Il denaro proveniente dai produttori di petrolio venne quindi investiti in larga parte in titoli di Stato dei paesi emergenti, dove i rendimenti erano maggiori e la crescita economica sostenuta. Brasile, Argentina e altri sperimentarono così la pericolosa seduzione del “plata dulce”, il denaro facile che affluivano nelle casse dei governi finanziando spese pubbliche allegre. Nel 1979 però tutto cambia. La Federal Reserve, guidata da Paul Volcker, avvia una politica di vigorosa lotta all’inflazione, i tassi Usa salgono, i rendimenti tornano positivi e i soldi “tornano a casa”, interrompendo il flusso verso i mercati emergenti provocando forti sofferenze ai bilanci pubblici locali. Fu la prima testimonianza del fortissimo influsso che la Federal Reserve aveva, e continua ad avere, sui mercati emergenti. La “tirannia della Fed”, che sovraintende al sistema dollaro, mostrerà i suoi effetti in numerose altre occasioni, a cominciare dalla crisi delle “tigri asiatiche” nella metà degli anni ’90 e nelle crisi di Brasile e Argentina agli inizi degli anni 2000.

Alla sbornia di capitali degli anni 70 segue così un decennio di crisi. In America Latina sarà ricordato come la decade perduta con il reddito pro capite che, tra il 1980 e il 1990, crolla dal 40% al 28% di quello delle economia avanzate. Tra il 1976 e il 1982, ricorda Lubin, nei 14 più grandi mercati emergenti affluirono 83 miliardi di dollari, nei 7 anni successivi fuoriuscirono 134 miliardi. Ad essere colpiti sono anche paesi europei come Polonia prima e Romania poi. Nel 1989 Nicolae Ceausescu dichiarava che il paese era riuscito finalmente a ripagare il suo debito estero di 10 miliardi di dollari, “grazie al lavoro del nostro popolo”, eufemismo per descrivere feroci privazioni inflitte alla popolazione, senza riscaldamento e a corto di beni di prima necessità. L’ipotesi alternativa di una ristrutturazione del debito era stata respinta dalle banche creditrici. Grecia 2009, vent’anni prima.

L’Unione Sovietica collassa, il muro di Berlino crolla, per il denaro non esistono più confini. Il genio della globalizzazione è ormai uscito dalla lampada. Prima il flusso di capitali era principalmente da governi a governi attraverso l’hub delle banche. Ora a muoversi sono soprattutto soldi privati. Ancora di più, ancora più affamati di rendimenti, ancora più veloci. Denaro bollente. E si scotteranno in tanti: Messico, Thailandia, Russia, Turchia, Brasile, Corea, Indonesia, Filippine, Indonesia per citare solo le crisi più gravi. Colpiti direttamente e nei loro sistemi bancari. Dopo la crisi del 1997 l’Indonesia spenderà una cifra pari al 57% del suo pil per salvare le proprie banche. La Thailandia il 44% del Pil, la Corea il 32%. Nel 2001 la Turchia staccherà un assegno per le sue banche pari al 32% del suo Pil.

I paesi coinvolti iniziano a imparare la lezione: le loro economie non sono adeguatamente equipaggiate per far fronte alla volatilità dei flussi di capitali internazionali. Devono imparare a proteggersi, a “wrapping up warmly”, coprirsi bene per stare al caldo anche nel mezzo delle tempeste finanziarie. Il punto di maggiore vulnerabilità sono bilanci pubblici traballanti e riserve di valuta insufficienti. In queste condizioni la combinazione tra tassi di cambio fissi, o in qualche modo ancorati al dollaro, e la totale mobilità di capitale si dimostra tossica. Studi dettagliati non rivelano nessuna particolare relazione positiva tra integrazione nei mercati finanziari internazionale e tassi di crescita dell’economia. Si corre ai ripari, le riserve in valuta estera dei paesi in via di sviluppo, esclusa la Cina, passano dai 325 miliardi di dollari del 1997 ai 2mila 500 miliardi del 2017, un valore pari al 350% del loro debito estero a breve scadenza. Nel 2002 il rapporto debito/pil di questi paesi era in media del 62%. Nel 2008 era sceso al 34%.

Si inizia comincia a distinguere tra diversi investimenti esteri e a filtrarli. Quelli “buoni” sono gli investimenti diretti esteri (per esempio una multinazionale che costruisce una filiale), più stabili e che portano con se tecnologie. Quelli cattivi sono gli investimenti di natura più speculativa, gli “hot money” che vanno e vengono in un batter di ciglio. Paesi come il Cile alzano barriere per filtrare i capitali in entrata, altri come la Malaysia per contenere quelli in uscita. Qui David Lubin ricorda anche l’equivoco che si è creato nel corso degli anni sul cosiddetto “Washington Consensus”. L’idea originaria era quella dell’eliminazione delle barriere per gli investimenti diretti, ma non per tutti i tipi di flussi di capitale. Sotto la pressione di banche e istituzioni finanziarie nel corso degli anni si è invece sviluppata una versione impura di questa dottrina, orientata ad una liberalizzazione totale.

Arriviamo quindi ai giorni nostri e al ruolo crescente di Pechino. Tra il 2002 e il 2011 le materie prime iniziano uno dei periodi di crescita dei prezzi più lungo della storia. Il 43% di questa produzione è assorbito dalla Cina, la cui crescita tumultuosa trascina con se molti paesi emergenti produttori di commodities rinsaldando i legami con gli Stati coinvolti. A titolo di esempio l’export del Cile verso la Cina valeva l’1% del Pil nel 2001 e l’8% nel 2011. La Cina ha sempre applicato la versione pura del “Washington Consensus”: nessuna o poche barriere per gli investimenti esteri, controlli rigidi sugli altri movimenti di capitale. Tra il 1993 e il 2005 sono affluiti nel paese investimenti stranieri pari in media al 3% del Pil cinese. Nel 2005 il 58% dell’export cinese era riconducibile a imprese a proprietà straniera. Dal 1981 ad oggi non c’è mai stato un solo anno in cui il debito in valuta estera del paese abbia superato il valore delle riserve in valuta straniera. Una garanzia di solidità. La Cina ha potuto permettersi di scegliere grazie alla disponibilità di risparmi privati domestici, contando quindi sulle proprie risorse per fornire carburante alla crescita economica. Non tutti i paesi emergenti possono fare lo stesso.

È chiaro che il “Beijing Consensus” prevede una gerarchia tra diversi tipi di capitali. Alcuni possono entrare, alcuni solo a determinate condizioni, altri no. L’altro gigante emergente, l’India, sembra sostanzialmente condividere questa impostazione. Man mano che i due paesi aumentano la loro influenza, il sistema finanziario globale prenderà la forma che essi prediligono. Esattamente come è stato per gli Usa nell’ultimo mezzo secolo. Controllare i capitali è difficile ma non impossibile. Nuove regole internazionali, una struttura simile al WTO ma destinata a regolamentare e vigilare capitali e non merci, non sono più ipotesi fantascenifiche. Il libro si chiude ricordando le parole di Keynes, pronunciate alla Camera dei Lord nel 1944 sugli accordi di Bretton Woods: “Non semplicemente per una fase di transizione, ma in modo permanente, gli accordi attribuiscono ad ogni paese membro il diritto esplicito di controllare qualsiasi movimento di capitali. Quello che prima era eresia, ora è ortodossia”. Quello che era un’eresia nel sistema finanziario disegnato dagli Stati Uniti, conclude Lubin, si appresta a diventare l’ortodossia del nuovo ordine finanziario cinese.

@maurodelcorno

di | 22 Maggio 2019
 
 
 

Europee: aziende terrorizzate da risultato anti-Ue, invitano i cittadini al voto

Post n°4442 pubblicato il 21 Maggio 2019 da ninograg1
 

Fonte: W.S.I. 21 Maggio 2019, di Mariangela Tessa

 

Spaventati dall’idea che un risultato anti-UE possa affondare i loro affari e danneggiare i loro profitti, i big dell’industria europea (Volkswagen, Spotify, Iberdrola per citare alcuni nomi) scendono in campo per sollecitare i cittadini dell’Unione europea a votare in occasione delle elezioni chiave del Parlamento europeo, in calendario questo fine settimana.

L’insolito intervento nell’arena politica, che ha visto tra i protagonisti anche società statunitensi tra cui Microsoft, nasce anche dalla paura che l’affluenza alle urne, come è successo nell’ultimo appuntamento elettorale quando l’affluenza si è attesta al il 43% nel 2014, possa decretare il successo di populisti, euroscettici e partiti di estrema destra, che rappresentano una minaccia per i valori democratici dell’UE. Gli ultimi dati hanno mostrato che questi gruppi eterogenei sono destinati ad aumentare la loro quota di posti a scapito dei gruppi principali.

La tedesca Volkswagen, la più grande casa automobilistica del mondo che realizza  metà delle sue vendite in Europa, ha fatto appello in 16 lingue ai suoi 490.000 impiegati europei per invitarli al voto, affermando che un’Europa unita è nell’interesse di tutti. Per promuovere la sua campagna “Volkswagen Votes for Europe”, l’azienda ha srotolato un enorme striscione con lo slogan sulla sua fabbrica di Wolfsburg, una delle più grandi fabbriche del mondo.

“Il mercato unico europeo, il commercio transfrontaliero e la libertà di circolazione per specialisti e lo scambio di conoscenze sono prerequisiti essenziali per la nostra competitività”, ha detto la società in una nota. “Tuttavia, un’Europa unita è più di tutto ciò: ha portato il continente alla libertà e alla prosperità dopo secoli di sanguinose guerre e dispute”.

Nelle società scese in campo a favore dell’Europa unita,  spicca anche la compagnia aerea tedesca Lufthansa, che ha dipinto la sua nuova campagna di marchi globali “SayYesToEurope” sulla fusoliera di un Airbus A320.

E ancora. Il gigante tedesco dell’ingegneria ThyssenKrupp ha pubblicato una serie di poster dai colori vivaci e uno slogan “L’Europa siamo noi”. “Qual è il punto di avere auto a guida autonoma se devono fermarsi a ogni confine?” un poster ha detto.

Infine, il produttore spagnolo di energia Iberdrola.  Il mese scorso, l’amministratore delegato Ignacio Galan, ha scritto sul giornale tedesco Handelsblatt, che solo un’Europa più unita può garantire prosperità e sicurezza ai suoi 500 milioni di cittadini.

 

 
 
 

Glifosato, terza batosta per Bayer. Ora i cittadini europei vogliono risposte

Post n°4441 pubblicato il 20 Maggio 2019 da ninograg1
 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 17 Maggio 2019 

 

E sono tre! Dopo la sentenza nel processo intentato dal signor Dewayne Johnson, il giardiniere ammalatosi di un linfoma non-Hodgkin anche a causa dell’esposizione al RoundUp; dopo quella nella causa incardinata dal signor Andrew Hardeman, agricoltore californiano, anch’egli colpito dallo stesso terribile male; è arrivato qualche giorno fa il terzo provvedimento contro Monsanto in Bayer: quello nel procedimento in cui erano ricorrenti i signori Alva e Alberta Pilliod, affetti da un cancro. Sentenze di condanna, ovviamente.

In tutti e tre questi giudizi, le Corti, sulla scorta di “evidenze preponderanti”, hanno sancito che l’esposizione al glifosato – contenuto nel celeberrimo RoundUp, prodotto ammiraglio della fu multinazionale di Saint Louis – cui sono state sottoposte per anni queste persone, è stato “un fattore sostanziale nella causazione” delle rispettive patologie tumorali che hanno rovinato la loro salute e, con grande probabilità, abbreviato il corso delle loro vite. E, se nei primi due casi, la nota “multinazionale che ci voleva bene” se l’era cavata, per così dire, con risarcimenti rispettivamente di 78 e 80 milioni di dollari, stavolta la botta decretata dalla giuria di Oakland è da oltre 2 miliardi di dollari.

Ma l’aria, per la creatura industriale frutto dell’atto d’amore tra Monsanto e Bayer, inizia a farsi poco salubre anche nei tribunali del Vecchio continente. Poco più di un mese fa, la Corte d’appello di Lione l’ha condannata a risarcire i danni derivanti da malattia neurologica subiti dal signor Paul Francois, un agricoltore che aveva inalato il diserbante “Lasso”, naturalmente tossico.
Qualche mese fa, sempre a Lione, un Tribunale amministrativo aveva annullato l’autorizzazione alla messa in commercio del RoundUp Pro 360, il già citato fiore all’occhiello della Monsanto. Secondo i giudici francesi, l’Anses – l’Agenzia nazionale di sicurezza sanitaria e dell’alimentazione, dell’ambiente e del lavoro – ha commesso “un errore di apprezzamento con riferimento al principio di precauzione”, autorizzando la messa in commercio di questo prodotto a marzo del 2017.

Ecco, il principio di precauzione! Quello sancito nella legge fondamentale della sicurezza alimentare dell’Unione europea, il Regolamento n. 178/2002, che all’art. 7 statuisce: “Qualora, in circostanze specifiche a seguito di una valutazione delle informazioni disponibili, venga individuata la possibilità di effetti dannosi per la salute ma permanga una situazione d’incertezza sul piano scientifico, possono essere adottate le misure provvisorie di gestione del rischio necessarie per garantire il livello elevato di tutela della salute che la Comunità persegue, in attesa di ulteriori informazioni scientifiche per una valutazione più esauriente del rischio”.

Principio che, peraltro, governa il più complessivo ambito della tutela ambientale in ambito unionale in forza di un’altra norma, ancor più cogente perché contenuta nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, al cui art. 191 si dispone che “la politica dell’Unione in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela, tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni dell’Unione. Essa è fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché sul principio ‘chi inquina paga’”.

Alla fine dello scorso mese di febbraio, è stato pubblicato un altro studio in materia di effetti sulla salute del glifosato. Si tratta di una meta-analisi dell’Università di Washington, ossia una ricerca particolarmente rilevante perché “fornisce l’analisi più aggiornata delle correlazioni tra glifosato e il linfoma non-Hodgkin, includendo uno studio del 2018 su oltre 54mila persone che nelle loro attività lavorative utilizzano pesticidi autorizzati”, come ha spiegato Rachel Shaffer, co-autrice della ricerca. L’esito del lavoro scientifico in questione è difficilmente equivocabile: “Complessivamente, in accordo con le evidenze che vengono dagli studi sperimentali sugli animali e da quelli meccanicistici, la nostra attuale meta-analisi degli studi epidemiologici umani suggerisce un legame convincente tra esposizioni al Gbg [glifosato, ndr] e aumento del rischio di Nhl (linfoma non Hodgkin)”.

Qualche mese fa, è stato reso noto un rapporto commissionato da eurodeputati di Verdi, S&D e Gue in ordine alla procedura di rinnovo dell’autorizzazione all’uso del glifosato conclusasi a fine 2017 con la nota decisione dell’Unione europea di rinnovo quinquennale. Secondo il rapporto, l’agenzia federale tedesca Bfr, che ha effettuato la valutazione del rischio, avrebbe fatto copia-incolla di oltre il 50% degli studi che i produttori, tra cui l’ovvia Monsanto, avevano presentato a sostegno della domanda di rinnovo della licenza. In pratica, il controllato ha scritto più della metà del parere rilasciato dal controllore. Parere che alla fine è stato favorevole. Chi l’avrebbe mai detto!

Due innocenti domande finali:
1. quanto è compatibile quell’autorizzazione con quell’elevato livello di tutela che, come visto, l’Ue dovrebbe avere come suo obiettivo “costituzionale”?
2. quante e quali altre “informazioni disponibili” bisognerà ancora accumulare prima che scattino le misure di tutela previste dall’art. 7 del Regolamento sulla sicurezza alimentare? Insomma, quand’è che si potrà applicare finalmente il principio di precauzione al glifosato?

Sono quesiti semplici, tanto che se li pone, a quanto pare, un numero sempre crescente di cittadini italiani ed europei. Forse è proprio per quella semplicità che rende inspiegabile – intollerabile, più che altro – il fatto che quelle domande continuino a restare senza risposte di senso compiuto che domenica 19 molti di quei cittadini marceranno, in vari luoghi, contro i pesticidi e contro il glifosato in particolare. Magari le domande in marcia avranno qualche chance di risposta in più.

Ambiente & Veleni | 17 Maggio 2019

 

 

 
 
 
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