Creato da Taniello il 06/01/2007

La Sdraio

Diario saltuario di cinema e recensioni...

 

 

Nuovo blog!

Post n°376 pubblicato il 18 Aprile 2017 da Taniello

Nuova versione del blog raggiungibile qui!

 
 
 

La ragazza senza nome - Wild

Post n°375 pubblicato il 26 Marzo 2017 da Taniello
 

lfi   w

Mi andava di fare un parallelo tra due recenti visioni, perché entrambe basate sullo stesso tema di donne che cercano cose in seguito a sensi di colpa.

La ragazza senza nome (2016)
Ho da sempre un debole per il cinema dei fratelli Dardenne e sono sicuro che il pubblico di tutti i festival europei dove, con cadenza biennale, si fanno vivi non manchi mai di accoglierli (mettendo la boccuccia a culo di gallina) calorosamente al suono di "toh! i fratelli Dardenne!".
Da sempre storie di gente povera che combatte in squallidi contesti urbani o squallide periferie limitrofe, con annessi squallori, sfruttamenti, sofferenze, dolori. E sempre con pochi mezzi, camera a spalla che si muove, sequenze lunghissime e apprensive. Qui è un medico di base o "condotto" come si diceva una volta, a fare di tutto e a rischio della pelle per dare nome a una povera crista a cui avrebbe potuto dare una mano se... 
La camera non stacca mai dal volto e dal dolore del medico, che incontra altri dolori, altri disagi... insomma, è un piacere!
La regia, come sempre, riprende le cose come stanno e vince a mani basse anche questa volta.

P.S.
Per sopperire alla gravissima colpa di aver co-prodotto uno dei peggiori film della storia dell'unamità (Pericle il nero, con Scamarcio!), devono ancora fare tanti film, ma proprio tanti. Poi si vedrà.

Wild (2014)
Qua invece c'è Reese Whiterspoon che intraprende un percorso di trekking lungo millemila miglia sul versante del Pacifico. Lo fa perché si deve liberare dai mostri del passato e ricominciare. Il film è pieno di luoghi comuni che, però, funzionano e sono ripresi decentemente (non ho mai sentito parlare del regista), mentre la scrittura è di Hornby, lui, quello famoso. Lo scenario domina potente e riempie gli occhi tra flashback a sprazzi (davvero ben fatti e fotografati), mentre la tizia porta ovviamente a termine l'impresa.
Non male, sono quegli USA un poco indipendenti all'aroma di Sundance che hanno sempre il loro fascino e che, grazie soprattutto alle serie TV e a piattaforme di distribuzione contemporanee, si stanno vedendo un po' più spesso.

 
 
 

Sully

Post n°374 pubblicato il 10 Marzo 2017 da Taniello
 
Tag: Sully

sully

Come al solito, nei film di Clint, ci sono veri uomini, scelte difficili, valori non negoziabili. Tutto il resto (storia, effetti, certi facili richiami) è marginale e c'è solo perché sennò il film non va nelle sale di grande distribuzione e non ha la visibilità che serve a ripagare lo sforzo produttivo.
Da sempre, quando nei titoli di testa compare "MALPASO"  si sa che il protagonista di turno dovrà superare ostacoli tosti di qualsiasi ordine.

Questa volta l'eroe è tale già dall'inizio del film (novità) e dovrà vedersela con certi ingranaggi del sistema che hanno interesse a ridimensionarlo. Ma lui è l'eroe di un film di Eastwood e tanto fa, tanto dice, tato butta il sangue che poi è come dice lui.
Eroico.

 
 
 

Un padre, una figlia

Post n°373 pubblicato il 11 Febbraio 2017 da Taniello
 

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Annotiamo doverosamente questo film, praticamente un capolavoro. Non ci si distrae un solo attimo dalla vita che ci viene mostrata e nella quale veniamo gentilmente immersi. L'ambientazione, le vicende, i luoghi, i volti, tutto è dannatamente vivo, vero, presente.

Cinema vero, in purezza, assoluto. E la Romania è esattamente come l'Italia.

 
 
 

Captain Fantastic

Post n°372 pubblicato il 29 Gennaio 2017 da Taniello
 

cp

Mi annoto questo film senza un motivo particolare, semplicemente perchè è fatto bene e da roba fatta nel 2016 già va bene questo. Siamo nell'ambito di quel cinema indipendente USA da Sundance e quei fatti là, con qualche piede messo nei festival europei e già questo dice molto.
E poi c'è roba fulminatissima tipo hippysmo stralunato, decrescita, caccia e Marx.

Dicevo che non ci sono particolari motivi di rilievo perché il tutto si mantiene sempre (volontariamente credo) basso, non ci sono slanci poetici violenti, ci si mantiene in un ambito nonostante tutto realistico. Vince la piacevolezza di immagini sempre belle, attori magnifici e credibili, fatto molto molto bene. La base, diciamo.

 
 
 

I magnifici 7

Post n°371 pubblicato il 19 Gennaio 2017 da Taniello
 
Foto di Taniello

Un film costruito intorno al finale. Un omaggio a un classico che era già a sua volta un remake. Un esercizio di tecnica registica, maestria d'armi e coreografia della sparatoria. Un test per impianti audio e per la sensibilità dei vicini di casa. Tutto sommato funziona bene: i personaggi sono ben caratterizzati, c'è pochissima retorica, quel minimo che serve a scatenare i fatti. Ci sono la mitragliatrice Gatling e la ddinamite. Non mancano unq spolverata di messaggio politicamente corretto e la vendetta. Un inno al divano e al volume alto. Centomila anni al western. 

 
 
 

Mr. Pig

Post n°370 pubblicato il 03 Gennaio 2017 da Taniello
 
Tag: Mr. Pig

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Caso tipico dove non conta tanto la stramaledettissima storia, conta più il modo di far vedere le cose. Innanzitutto è un road movie e se non li fanno gli americani (o gli australiani) vorrei sapere chi diavolo li deve fare. E quindi c'è il viaggio, dobbiamo stare appresso a 'sto vecchiaccio testardo all'inverosimile e al suo maiale. Ripeto, qua il maiale è una scusa, potevano anche non farlo vedere ma già che c'erano il maiale c'è e soprattutto si sente praticamente l'odore. L'obiettivo è farti chiedere sin dall'inizio cosa diavolo si sia ficcato in testa Danny Glover, te lo chiedi fino a quando comincia a venire fuori che si tratta di uno che come tanti su questo pianeta non ci sta più bene, l'età è l'escamotage. E si viaggia a cercare (con la scusa del maiale) posti dove è stato felice perché, come rinfaccia alla figlia che tenta disperatamente di condurlo alla ragione, l'unica cosa di cui veramente gli sia importato è avere un po' di "fun", divertimento alla lettera.
Non perfetto ma funziona.

 
 
 

La foresta dei sogni

Post n°369 pubblicato il 25 Dicembre 2016 da Taniello
 

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Gus Van Sant è uno a posto, uno che da anni si barcamena tra cose un po' "ua' fra' mo faccio una cosa più sperimentale con la componente onirica e il flusso di coscienza e la ripresa fatta un poco così che poi a Toronto spacco tutto" e cose invece un poco più convenzionali ma di buon mestiere come Milk e Promised Land.
In quest'ultimo filone arriva "La foresta dei sogni", dove già a partire dal fatto che c'è Matthew mcCommecazzschiam capisci che ci saranno atroci sofferenze e dolore inenarrabile (per lui). Insomma, per onorare una promessa alla moglie va a fare un fatto in Giappone dove la componente di ambientazione (la foresta del titolo) salva il salvabile del film. Poi quello che accade (nella foresta) fa a cazzotti con tutti i meccanismi che entrano in gioco nella mente di ognuno. E va a finire che ti vedi il film solo perché è troppo tardi per iniziarne un altro. Vabbeh, riprovaci Gus.

 
 
 

Jason Bourne

Post n°368 pubblicato il 28 Novembre 2016 da Taniello
 
Foto di Taniello

Vittima forse di qualche senso di colpa verso attori e registi italiani ho deciso di sfottere un sano esempio della maggior potenza produttrice mondiale. Si tratta dell'ultimo capitolo di quel giramondo di Jason Bourne e di quei mattacchioni della CIA (capeggiata da Tommy Lee Jones, questa volta hanno buone possibilità).
Qui abbiamo Matt Damon che si guadagna da vivere combattendo in incontri di boxe clandestina nei Balcani. La sua ex collega della Cia va a un raduno hacker a Reykjavik dove "buca" la CIA. La CIA se ne accorge e mette una cimice software sulla hacker per farsi portare da Bourne. L'incontro avviene a piazza Syntagma ad Atene durante gli scontri (di piazza). La CIA grazie al sw di riconoscimento facciale trova tra milioni di persone sia la hacker sia Matt Damon (perché è famoso). Il killer della CIA (Vincent Cassel) li insegue ma loro scappano in moto (sempre mentre in piazza sono in corso gli scontri polizia-manifestanti). La hacker muore, Bourne va a Berlino per farsi decriptare da Snowden una cosa ma anche lì sfugge per un soffio alla CIA. Va poi un attimo a Londra a chiedere un fatto a uno ma pure qua Vincent Cassel sbaglia (perché evidentemente è francese). Tutti insieme si danno poi appuntamento a Las Vegas dove Bourne, essendo in realtà Matt Damon, passa i controlli in aeroporto fischiettando. Al convegno a Las Vegas tra Zuckerberg, CIA e Bourne succede l'apocalisse ma Bourne sopravvive e se ne va come faceva il protagonista de L'incredibile Hulk (la serie), cioè ripreso di spalle che si allontana con una musica triste. 
Questi, almeno, scherzano.

 
 
 

Hell or High Water

Post n°367 pubblicato il 24 Novembre 2016 da Taniello
 

Ok, sarò ripetitivo ma si capisce molto meglio ciò che bofonchia, ciò che farfuglia il vecchio Jeff Bridges in texano originale rispetto a ciò che strascica e bisbiglia il 90% del "recente" cinema italiano. A parte questo, Hell or High Water è un classicissimo western contemporaneo (cioè con i pick up invece dei cavalli, che bisogna spiegare tutto qua sopra ). Ci sono i bank robber, i texas ranger, i paesini minuscoli dove la pistola te la regalano al battesimo, l'ipoteca sul ranch, il sudore, la famiglia, i casinò. 
Meraviglioso. Benedetto sia Netflix che lo ha anche prodotto. 

 
 
 

La pazza gioia

Post n°366 pubblicato il 23 Novembre 2016 da Taniello
 

Ci sono due possibili modalità per mettersi di fronte a questo film:
1) Conosci Virzì e sei tuo malgrado costretto a riconoscere che tutto sommato ha fatto anche cose simpatiche, quindi modalità "speranzosa".
2) Sei ormai prevenuto verso la patetica deriva del cinema italiano, controlli il cast, la trama e dici "ho paura".

Aggiungi poi che il tema è di quelli delicati (il disturbo mentale) e capisci quindi che o te ne esci con la sensibilità (come in La prima cosa bella)  o fai una gigantesca puttanata, non ci sono terze vie.

Veniamo al dunque: il buon Virzì funge sempre da ufficio di collocamento per tutta una serie di attori e attrici che in un articolo serioso di Repubblica potrebbero essere definiti attori "feticcio", qui invece si chiamano moglie e amici. Fin qui tutto bene e nulla di nuovo. 

Lo stile, poi: vorrebbe essere agile e scanzonato per donare leggerezza alla gravosità di ciò che viene raccontato ma non funziona molto bene, spesso ciò che si vede non è realistico, si va ben oltre la licenza poetica, cioè non è possibile, mi stai facendo vedere cose che non esistono. 

Le protagoniste: Sì ok, nelle buone intenzioni si volevano forse rappresentare volubilità, depressione e bipolarismo ma il filo logico ne risente e l'effetto comico è in agguato. Io poi continuo a non sentire bene ciò che dicono (mi capita solo con i film italiani, non è il mio udito o la qualità audio di casa). Quando poi chi interpreta la depressa biascica in toscano il fatto si fa veramente tragico.

Poi la componente politica (una delle due vorrebbe essere un prodotto del ventennio berlusconiano) non ho capito a cosa serve, cosa voleva dire, è fuori luogo, vaffanculo.

Quando a un certo punto le due si infiltrano tra le comparse di un set, si fregano una spider d'epoca e diventano per qualche minuto Thelma & Louise si raggiunge l'apice del ridicolo. Mi piace pensare che sia il momento in cui lo stesso regista ammette di aver fatto una cazzata.

Ah, poi c'è sempre l'ipotesi che l'estensore di questa nota sia un sessista esterofilo, eh, ma ci credo poco.


 
 
 

Youth

Post n°365 pubblicato il 12 Novembre 2016 da Taniello
 
Tag: Youth

Al IV tentativo è andata in porto. I primi tre erano finiti miseramente in abbiocchi feroci quasi sempre nei primi venti minuti o giù di lì. Questa volta invece, complici castagne-vino e una giornata nervosa si è potuto fare. Attimi di cedimento ci sono stati verso la fine (a causa del vino?) ma il riavvolgimento del nastro è vivo e lotta insieme a noi.
Che dire. Sempre bellissime immagini e involontaria comicità,  senza offesa, eh. Il fatto è che quel bravo uomo di gusto ha travalicato (con La grande bellezza) quel momento in cui diventa possibile (e forse un po' inevitabile) la presa per il culo, il ghigno dovuto alla parodia di sé stessi (dei suoi film). Nessuno per esempio può negare che Michael Caine interpreti Toni Servillo prima ancora che il direttore d'orchestra in pensione. La differenza è che qua si doveva dare il respiro internazionale vista la copiosità della collaborazione alla produzione. I segni tipici sorrentini (non ancora sorrentiniani, forse più in là) si palesano con monologhi travestiti da dialoghi dove si fanno affermazioni definitive. Oppure in dialoghi abbastanza telefonati dove puoi scommettere sulle battute che stanno per arrivare. E in ogni virgola del film, giustamente.
Il passo è costante e solenne, ogni sequenza è degna di essere vista perché le immagini, i quadri, sono sempre belli. Come bella è la fotografia, belli i movimenti nei posti e delle persone. Molto studio e molta cura come sempre ma c'è un ghigno costante che non abbandona i baffi di chi guarda. Non che sia male, oh. La musica lascia un buonissimo segno come anche il suono (nessuno bisbiglia, tutto è ben articolato! In lingua originale, almeno). Insomma, anche se non sembra, mi è piaciuto. Il guaio è che il sottoscritto non può togliersi dalla testa quella bellezza de Le conseguenze dell'amore: acerbo e fatto con pochi soldi, porca puttana.

 
 
 

Pericle il nero

Post n°364 pubblicato il 17 Settembre 2016 da Taniello
 

pericle

Finalmente ho visto il film più brutto della mia vita. Cioè, ne avrò visti centinaia di film brutti ma questo si posiziona senz'altro in quell'empireo di telecomandi quasi scagliati contro lo schermo, di bestemmie per i minuti di vita buttati e per la corrente elettrica sprecata. Quel livello così infimo che puoi spingerti solo fino alla fine perché vuoi vedere fin dove è veramente possibile arrivare. Insomma una vera iattura che auguro solo ai veri nemici.

Devo doverosamente annotare che a portarmi su questa strada scassata è stato essenzialmente il nome dei fratelli Dardenne alla produzione (chiaramente truffati e, voglio sperare, in procinto di chiedere i danni).
Il merito di tanto male è da attribuirsi in massima parte a quel cane assoluto di Scamarcio, qui davvero al massimo dell'essere cane. La regia? Non mi voglio neanche ricordare chi è ma prima di scrivere ho visto su wikipedia che ha fatto documentari su Claudia Cardinale e Paz, quindi non deve essere, non può essere così animale.
E se le uniche cose buone sono le immagini e la fotografia (roba di Calais e Belgio, quei fatti nuvolosi e ventosi) può essere solo perché i Dardenne sono passati a dare due dritte. Veniamo al cane Riccardo: nel film bisbiglia e farfuglia in un napoletano falso come quello cantato da Pavarotti. Poi parla anche un francese sufficientemente chiaro (forse grazie ai sottotitoli). Quindi non si fa capire in una lingua parente alla sua mentre si fa capire in una straniera: ciò perché evidentemente desidera fare di tutto affiché allo spettatore vada di traverso finanche la saliva. 
L'unica cosa che avrebbe potuto (in parte) lenire il dolore derivante da cotanta prova di forza canina doveva essere un minimo di sceneggiatura credibile, invece no. Scamarcio picchia tutti unicamente con un sacchetto di sabbia, va a trascorrere le giornate nella famiglia di una divorziata conosciuta cinque minuti prima e decide improvvisamente che vuole la vita normale.
Deve passare un guaio. La signora Golino è più brava. E ho detto tutto.

 
 
 

The homesman

Post n°363 pubblicato il 29 Luglio 2016 da Taniello

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Questo va annotato perché per l'ennesima volta il west si rivela ambietazione potentissima per il drammone spietato sulla crudeltà umana.

Tommy Lee Jones è uno di quelli che ancora ci crede (con Kevin Kostner e Robert Duvall) e si fa accompagnare da Hilary Swank e Meryl Streep (verso la fine, in città, ché la signora ha una certa età) lungo un viaggio dove classicamente si incrociano il male, il peggio, la spietatezza, l'onore e l'umiltà.

Giustamente schifato dalla distribuzione cinematografica (una rete fognaria, praticamente), perché il pubblico, si sa, è sovrano.

Lodi sperticate.

 
 
 

La grande scommessa

Post n°362 pubblicato il 11 Luglio 2016 da Taniello
 

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Una recente uscita che merita di essere annotata se non altro perché tiene traccia con sufficiente chiarezza e senza noia di quella cosa strana che è stata definita negli anni scorsi  come "la crisi", quella stessa cosa che stava (e sta ancora) in bocca a tutti quelli che hanno esaurito i più comuni temi da ascensore quali il meteo o il calcio ma che di fatto ha inculato di più solo quelli che per loro disgrazia avevano forti dipendenze dai rubinetti delle banche. Il pregio del film è senz'altro l'andatura con brio, da un personaggio all'altro (alcuni tagliati un po' con l'accetta ma è il didascalismo americano) con il rispettivo punto di vista. Le caratterizzazioni funzionano ma l'effetto "superstar" (Pitt & Gosling) lascia un certo ghigno sotto i baffi. Il cinismo impera e l'opera contribuisce ad annientare (in quei pochi che ancora ne blaterano) concetti ormai vetusti quali leggi, legalità, democrazia. Non imprescindibile ma significativo.

 
 
 

Suburra

Post n°361 pubblicato il 25 Maggio 2016 da Taniello
 
Tag: Suburra

Suburra

L'ondata fortunata delle Gomorre e dei Romanzi Criminali associata alla continua fornitura di spu(n)ti di cronaca hanno consentito l'uscita di sporadici tentativi di cinema "di genere" che sognano di rinverdire i fasti del passato. 

"Suburra" è uno di questi tentativi ma fa inevitabilmente i conti con i limiti oggettivi delle produzioni canine nostrane, come ad esempio:

1) Il livello assolutamente canino di alcune recitazioni, soprattutto femminili. In Suburra si possono annoverare ben 2 cagne maledette (cit. Ferretti Renato) afflitte dalla patologia del bisbiglio incomprensibile (perché bisbigliare se tu e l'interlocutaore state da soli? Perché? Perché? Perché?). Detto bisbiglio risulta poi aggravato dal disperato e fallimentare tentativo di usare il romanesco, manco fosse una lingua morta sconosciuta ai più.
Vorrei qui evidenziare che il prosieguo della visione è stato possibile solo grazie ai sottotitoli messi gentilmente a disposizione da Netflix.

2) Il livello assolutamente canino di alcune recitazioni, soprattutto maschili. Qui la fanno da padrone gli occhi spalancati da pazzo esagitato, con un esito falso come Giuda (dove il comportamento di Giuda risulta comunque giustificato dai 30 denari). Altro dramma è la deriva bisbigliosa maschile, frutto evidente di un processo di arricchionamento generalizzato e inarrestabile.

3) il livello assolutamente canino della sceneggiatura. Il contributo di Bonini, nota firma di Repubblica, è evidente nella sequenza dei fatti che fanno da sfondo alla canea recitativa. La tecnica utilizzata deve essere stata pressappoco simile a "Aho', vedo che è successo a Roma dal giorno x al giorno y e cerco de mettece tutto". Vorrei qui precisare che la tecnica è la stessa dei classici del poliziottesco (dove si mischiavano comunque riferimenti a trame segrete di stato e bollori proletari) ma è la messa in pratica che risulta penosa, faticosa, abborracciata, leziosa, forzata, artefatta.

Fine.

P.S.

Ancora sul bisbiglio. Mi piacerebbe poter chiedere a un fonico o a un qualsiasi addetto ai lavori sul set di una di questi disastri: ma che davvero voi non vi accorgete di nulla? Ma davvero danno l'ok? Ma che cazz!

P.P.S
L'impianto audio è di ottima qualità.

 
 
 

Il Caso Spotlight

Post n°360 pubblicato il 11 Marzo 2016 da Taniello
 

cs

Un po' didascalico ma classicamente ben fatto. Che gli vuoi dire? I mericani hanno la stampa indipendente che mette la notizia al primo posto, si sa. E gli editori pensano giustamente al profitto e non a ingraziarsi politici a cui chiedere favori per le attività principali, si sa. Il film: fa un po' specie vederli tremare di fronte alla chiesa, perché pensi che sia una caratteristica tutta nostra, invece qualunque potere fa paura se si radica bene, se si rende indispensabile, se toglie alternative.
Detto questo il film è solido, appassionato, classico. Se ne parla più per gli oscar e meno per i preti pedofili, eh. Da vedere, anche a prezzo ridotto.

 
 
 

The hateful eight

Post n°359 pubblicato il 08 Febbraio 2016 da Taniello
 

EE

Resuscito questo mesto diario per annotare l'uscita del film di Tarantino. E' una di quelle cose tipo Sanremo, i mondiali di calcio, Valentino Rossi, l'ISIS, le adozioni gay etc. E' una di quelle cose, cioè, su cui devi avere un'opinione e di cui devi parlare. E' giustissimo, non si vive di solo mutuo/affitto, si deve vivere anche di passioni (è pure morta la politica, tra l'altro). 

La rivoluzione in atto dagli ultimi vent'anni permette altresì di dire ciò che si pensa a molte più persone rispetto a come funzionava una volta, quando c'erano solo bar, parcheggi, panchine. In questo modo si solletica il proprio narcisismo, ovvio, ma (cosa buona, buonissima) si cerca il confronto, un punto di vista interessante, qualcosa che manca a sé stessi se si ha la lucidità di dire "cazz, è o'vero, eh. Non ci avevo pensato".
E' l'utilizzo in buona fede del mezzo, ecco.
Il film di Tarantino, dunque. Il titolo non conta, ogni volta è sempre e solo "il film di Tarantino", come per Eastwood. 

(qua non m'interessa fare l'esegesi del film, devo solo annotare lo stato d'animo)

'Sto stronzo ha fatto innamorare tantissimi (con Le Iene e Pulp Fiction), come di solito avviene con i primi dischi o i primi libri (avveniva, più che altro). Poi uno invecchia e diventa un po' autoreferenziale o caca meno idee innovative (giusto per citare le osservazioni più pertinenti che ho letto). Vero, verissimo. Come è avvenuto per stuoli di musicanti e scrivani, dietro l'angolo c'è il "non ha più idee, cos'altro deve dire?".

Me ne sbatto il cazzo. Appassionatamente, anche.  Nutro da sempre un amore sconfinato per l'ambientazione western (non il genere, l'ambientazione. Il west è un luogo, non un tempo, puttana Eva! Quante cazzo di volte uno ve lo deve dire?)
La diligenza che percorre la desolazione e raccoglie viandanti appiedati vuol dire, per quelli come me, Ombre Rosse di Ford, quindi già mi hai conquistato il cuore. E così via, per ore di film.
Lento? Non avete abbastanza esperienza di film veramente "lenti", avanti un altro.
In quella "lentezza" lo schermo era pieno di roba, poi uno o fa caso alle cose (perché le conosce, le ha viste, significano qualcosa per lui) o no, niente di male.

Poteva durare molto meno? Vero, verissimo, ma perché? Avevate da fare? Tarantino è logorroico, non ha problemi di budget e gli avvoltoi della produzione vorrebbero fare ogni volta, da un suo film, almento 2 o 3 giusto per fare più incasso.
Poi al montaggio decide lui e in tre ore e passa hai voglia a togliere roba, ma sfido a conservare la concentrazione necessaria. Oggi il pensiero è "breve", bastano già un paio di subordinate e la cognizione se ne va a puttane, io lo perdono.
Insomma, non voglio e non devo difendere nessuno, m'interessa sì discutere ma solo fino a un certo punto. In fondo io so cosa ho visto, ognuno sa cosa ha visto, poi è solo un fatto di cogliere le cose. Come all'orto.

 
 
 

La French

Post n°358 pubblicato il 18 Ottobre 2015 da Taniello
 

LF

Un tema ineludibile per ogni amante del cinema di genere è la mafia marsigliese (o French Connection). Tanto più se le immagini de "Il braccio violento della legge" di Friedkin hanno mai significato qualcosa nella vita di qualcuno.
Obbligatorio quindi vedere cosa raccontano dal porto di Marsiglia, da dove partono i carichi che Gene Hackman tentava disperatamente di individuare sull'altra sponda.
La Francia, benemerita, fa ancora cinema di genere (perché ha un mercato, lì c'è gente che va al cinema) e ci crede, rivolgendosi talvolta anche a nostri Registi (Placido, Il Cecchino).

Qui ci fanno vedere la lotta del giudice integerrimo contro il capo dei cattivi. Tutto abbastanza didascalico (la vita personale in crisi, corruzione a tutti i livelli, mai una gioia) ma molto molto ben fatto (e questo già è sufficiente, porca puttana).
La ricostruzione degli anni '70 è magnifica, dai  mezzi di trasporto agli abiti, dalle tecnologie alle acconciature. Si fuma ininterrottamente, pedinamenti senza fine in una confezione bella e accurata.
Oltre questo poco altro, un esercizio abbastanza masturbatorio ma portato degnamente a compimento. Forse siamo noi che ci siamo fatti vecchi o più semplicemente è la realtà che è peggiore e continua a vincere imperterrita sulla fantasia. Speriamo vivamente nella seconda ipotesi.

 
 
 

Non essere cattivo

Post n°357 pubblicato il 14 Settembre 2015 da Taniello
 

nec

"Amore tossico" è stato uno di quei film che per una frazione di secondo ti hanno fatto pensare "ma perché non si fanno decine di film così in Italia?". Ma giusto per una frazione di secondo perché poi ti sei reso conto che la risposta è contenuta nella domanda e dici ok, non fa niente. Non allo stesso livello fu "L'odore della notte" ma comunque sempre degno.
Anni e anni di ipocrisia e miseria mentale di chi tira fuori i soldi (magari aiutato dalla manina pubblica) per fare i film hanno fatto sì che di Claudio Calegari non si sentisse più parlare fino a questo "Non essere cattivo", che comunque non ha fatto in tempo a vedere nelle sale perché la morte infame se l'è preso prima.
"Qua è cinema politico", avrebbe detto qualcuno dalla spessa montatura in una fumosa sala d'essai nel dibattito post proiezione.
Poi avrebbe aggiunto che certe cose sono ineluttabili conseguenze della società che emargina e che non offre speranze. E che solo il dolore e i rimorsi possono seriamente dare la forza per non cadere nell'autodistruzione.
Bravo. Bene.
Al di là di tutto è un cinema che ha il grande pregio di tenere gli occhi puntati su cose che non esistono nel flusso di byte quotidiano dei fatti e nel perbenismo ipocrita del dibattito pubblico, se non appunto come ipocriti ditini puntati contro generici cattivi mai completamente identificati.
Qualche peccatuccio veniale ma da vedere.

 

 
 
 
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