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Anche se non ne hai nessuna voglia, quando esce un film di Scorsese devi prendere e andare, sennò non sei un cinefilo e il senso di colpa potrebbe farti visita nei momenti meno opportuni. Il tempo è passato e non può essere Toro Scatenato per sempre. Meglio evitare quindi di assumere atteggiamenti superbi, meglio mettersi l'animo in pace, andare al cinema, pagare il biglietto e sperare. C'è da dire che lo stile non gli è mai venuto meno, il problema semmai potrebbe stare nei cedimenti verso produzioni sempre più megagalattiche, perdendo in questo modo un po' di spirito ruspante, ma tant'è... Hugo Cabret può inizialmente sembrare un film di Natale uscito in ritardo, in realtà ha molte cose buone ma la confezione secondo me non va bene proprio perché troppo "ricca", luccicante... il suo intento di dichiarazione d'amore verso la settima arte arriva troppo tardi e ciò è irritante, perché poi si tratta della parte migliore di tutto il film! Mi ha fatto pensare alla bulimìa, tanta, troppa roba, come a dire "l'oscar lo dovete dare ame perché sono Scorsese, ci sta Ferretti e tutto il paradiso...". Peccato, tutta la pippa di Melies, lo spirito degli albori, la cattura dei sogni... una deriva verso il cinema fantastico? Veramente bello, ma nel complesso esco dalla sala con la sensazione di qualcosa di corrotto senza che ci fosse necessariamente un parlamentare vicino a me. Speriamo che la sobrietà torni prima o poi a far visita al vecchio Marty.
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E finalmente il cinema italiano torna a far vedere cose vicine alla realtà (delle cose...). Non ci sono moralismi, non esci dalla sala con la certezza di torti e ragioni ma hai finalmente visto un prodotto della tua "industria" cinematografica non inzuppato di buonismo da fiction tv. Hai finalmente visto delle divise appena un po' più problematiche del Maresciallo Rai Rocca o del Distretto di Polizia Mediaset. Hai visto vere facce da cinema (Favino uber alles!), corpi, azioni, grida verosimilmente simili al vero. Forse nel 2011/2012 in Italia è stato prodotto/proiettato un film di GENERE, da quanto ciò non avveniva? |
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Non c'è nulla di male nello spegnere talvolta il cervello e lasciarsi trastullare violentemente da una marea di cazzate del tutto superficiali. E' il motivo per il quale mi sono golosamente recato a vedere l'ennesimo sequel (il quinto) di quella che fu una gloriosa serie tv anni '60 della quale ero fedele spettatore. |
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Filmetto tedesco semplice semplice a base di tanti buoni sentimenti e volemose bene di "famigghia". Se poi la "famigghia" è turca e va in Germania negli anni del loro boom (e quanto il loro boom sia stato diversamente efficacie dal nostro è facile constatarlo) allora è tutto più facile e divertente. Alla fine si piange pure, diretto, efficacie e questo mi fa incazzare. |
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Buon film, da ricordare (a mio avviso, ovviamente) soprattutto per l'eleganza della messa in scena: una New York icona spinta dell'individualismo 2.0 a base di free porn accoglie magnificamente le turbe e i morbi di uno (apparentemente) statuario Fassbender ma in realtà fragile quanto la sorellina Carey Mulligan, sempre a suo agio nei panni di quella che sta vedendo i "mostri". La messa in scena, dicevo... bei piani sequenza e buone prove d'attore, interni significativamente claustrofobici ed esterni labirintici e molto urbani. Bravo McQueen, a parte un'omonimìa francamente eccessiva... |
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Film assolutamente di genere ma, nel suo genere, perfetto! Non bisogna distogliere l'attenzione neanche per un attimo tanto è articolato il racconto ma è anche vero che è difficilissimo distrarsi! Si alternano presente e flashback a ritmo regolare. Alla fine non ci sono grandi colpi di scena e si va a parare dove era prevedibile che si andasse. Ad essere agghiacciante sono le prove d'attore e la produzione. Più volte mi è sembrato di stare di fronte a grandi classici come "i 3 giorni del condor" o a qualche gelido poliziesco francese alla Melville. La produzione è Gran Bretagna, Francia, Germania (l'Italia era impegnata a fare cinepanettoni e fotoromanzi TV) ed ha realizzato un perfetto quadro anni '70 e guerra fredda. Il servizio segreto britannico è una vera tana di facce di pietra e Gary Oldman non batte un ciglio in quasi tre ore di presenza (nome in codice Smiley!). Film asettico, freddo, nervoso; una luce o grigia o calda e umida, recitazione sconvolgente. Roba da tonnellate di patatine e ettolitri di birra, da non perdere.
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Doverosa premessa: chi scrive è un devoto del verbo registico di Eastwood, fine premessa. Nella prolifica produzione di Eastwood degli ultimi anni è possibile leggere diversi temi: la "fine" che prima o poi arriva per tutti con gli inevitabili dubbi sul "dopo" (Hereafter); la "fine" dei giustizieri (Gran Torino e prima ancora Gli Spietati). Racconti di grandi (Invictus) e piccole (Million Dollar Baby, Mystic River, The changeling) vicende di passioni, a volte vincenti, più spesso perdenti. Infine le avventure pseudobiografiche di personaggi che hanno fatto la "grande" storia (Letters fom Iwo Jima e Flags of our fathers). Tutti questi temi sinteticamente raffazzonati hanno la stessa cifra stilistica della magniloquenza, del rigore, della decadenza, dell'ineluttabilità del destino e quindi del finale della storia, con risultati talvolta alti, tal altra così così. J. Edgar è la storia di un grande personaggio della storia contemporanea, di un uomo solo che ha concentrato così tanto potere nelle sue mani da sopravvivere a ben 8 presidenti degli USA. Fare "la" storia sull'inventore e sul direttore "storico" dell'FBI è una cosa tanto "americana" che non può avere la pretesa di solleticare le semplici corde del pubblico nostrano se non grazie all'argomento "è un film di Eastwood". Ma è proprio per questo che Eastwood è un gigante: un autore assolutamente USA, fin nel più profondo del midollo, assolutamente classico e quindi semplicemente potente. L'opera gronda da subito del vigore nazionalistico e sbirresco del protagonista, una retorica anticomunista che qui da noi sarebbe per alcuni ancora attualissima. Si alternano i fatti "storici" alle incursioni nei fatti privati che hanno contribuito a creare l'immagine pubblica di Hoover. La sessualità repressa, gli ambigui rapporti in famiglia, troppe cose di cui si è venuti a conoscenza e che non possono essere divulgate bensì usate per la sottile arte del ricatto. Il racconto è, come dicevo, potente ma non privo di lungaggini, di cose di cui si sarebbe potuto fare a meno, tagliare, tagliare, cazzo! Alla fine mi vien solo da dire, rubando uno storico claim pubblicitario, che Clint fa dei film per l'uomo che non deve chiedere, MAI! Infine, nota sul doppiaggio: Edgar ha il soprannome di "Spiccio" che deriverebbe da (dice Edgar) da quando era piccolo e faceva il garzone. Invece si capisce che il soprannome è "Speech" e deriva dal fatto che a volte è balbuziente... Ma annatevene a' fanculo va... |
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Purtroppo questa commediuccia romantica mi costringe ancora una volta a tessere le lodi del cinema francese inteso come industria/sistema produttivo: la facilità con cui vengono realizzati dai nostri "cugini" d'oltralpe filmetti gradevoli, a costi non eccessivi, di ottima fattura, privi di product placement ultrainvadente, è semplicemente irritante. Si ok, non un capolavoro, una cosetta semplice, poche cose: la tenuità, l'incedere lieve, l'imbarazzo, i sentimenti, passi leggeri e veloci, cappotti e sciarpe di altri mondi, immagini sempre poetiche. Poi vedi le produzioni italiane, vedi la clientela dei fondi pubblici, vedi i cinepanettoni come rendite, vedi i "Benvenuti al Sud" che sono fotocopie e trasformano pure Castellabate in Forcella, vedi il "filone" mucciniano dei trentenni/quarantenni, quello degli "immaturi", i "gggiovani"... e vedi quelle poche cose decenti relegate in poche rassegne quasi carbonare perché tanto non vendono. Insomma, da che mondo è mondo gli incassi dei film "commerciali" devono servire anche a realizzare cose di qualità. Qui da noi è agonizzante anche solo il concetto di "Film". Fine.
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Unico film da valutare tra quelli usciti in occasione di questo ennesimo natale cinepanettonico, il primo che vedo con la regia di Clooney. Tanti bravi attori come Giamatti, Seymour Hoffman, il figo di ultima tendenza (però bravo, dai) Gusling e infine la mascella di Clooney. Tema indigesto per moltissimi come la sfida nelle primarie del partito democratico USA e in sala è un tripudio di bisbigli "che ha detto? che vuol dire? chi è Thompson? Chi è Tom Duffy? Che c'è scritto sul biglietto? Chi era al telefono? NON HO CAPITO!", insomma da seguire con grande attenzione, ma non è difficile... Atmosfere grige, una grande fotografia aiuta a dare l'idea del marcio e del sistema ricattatorio imperante dientro le tante belle parole delle promesse elettorali. La regia è solida e riesce a dare la tensione necessaria allo svolgersi dei fatti, bravo George. Peccato per il sottofondo musicale, davvero inconsistente e monotono. Buon film, mi è piaciuto. In tempi di guerra, si sa, ci si accontenta. |
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E' una di quelle rare volte in cui non sono riuscito a risolvere completamente delle perplessità ma ad un certo punto occorre prendere posizione o quantomeno nota. Il film è, ovviamente, alla Sokurov: estenuante, asfissiante, morboso, faticoso, avvilente. Ma è, veltronianamente, ANCHE affascinante, inebriante, attraente, originale. Interminabili piani sequenza accompagnano Faust e il diavolo nel lerciume umano, nella sua violenza, nella sgradevolezza. Ma anche in immagini strepitose, in una fotografia abbagliante, in una continua scoperta dell'"uomo". |
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Si vabbeh ho capito, Woody Allen può piacere o no ma un buon film resta dannatamente sempre un buon film, poche storie! La verità è che durante la proiezione non ci si annoia un secondo e si prova più volte una sensazione di sorpresa nell'ammirare le numerose figure che costellano il viaggio fantastico (ma non troppo) di Owen Wilson nella Parigi del bel tempo che fu. La sospensione dell'incredulità funziona magnificamente e l'ottimo Wilson esegue una perfetta controfigura di Allen, ormai anzianotto per apparire. Parigi è bellissima chiaramente anche senza artifici e bellissime e sexy sono le protagoniste femminili che, come la vita, fanno impazzire Owen/Woody (più di tutte la stupenda Marion Cotillard). C'è spazio anche per la presa per il culo della tendenza USA Tea Party adeguatamente rappresentato dalla coattitudine (californianamente parlando) della famiglia della compagna del protagonista. Unica nota negativa è quello stramaledetto doppiaggio, autentica mafia della nostra distribuzione cinematografica. Sono insopportabili i finti balbettii tipici dell'imbarazzato alter Allen e assolutamente ridicolo è sentire Carla Bruni (che dovrebbe parlare francese) doppiata in italiano come una francese che parla italiano.... Ma andate al diavolo!
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Discreto esordio alla regia di tal Bruni già assistente di Virzì. Infatti lo stile è simile: frizzante, fresco, sovvertimento di sentimenti ed epifanie varie. Bentivoglio decisamente a suo agio nella parte dello scrittore ex insegnante debosciato. Ottimo esordio anche del giovane protagonista, tal Scicchitano: ha presenza notevole e sarebbe interessante seguirne le sorti. Efficace pure la Bobulova nella parte molto collaterale di una ex porno diva molto convincente... Il tutto rappresenta la faccia pulita del cinema italico, va bene così. |
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Eh qua siamo al capolavoro... 2 ore precise di claustrofobico ping pong tra mezze verità e ricostruzioni falsate su uno sfondo lacerato dai dolori di un vecchio padre malato e di una figlia ragazzina oggetto di contesa. Non mancano la perdita di un figlio ancora in grembo e una situazione economica di sofferenza. Il tutto è realizzato come metafora di un Paese bigotto e autoritario (dove divorziare è incredibilmente più facile e veloce che in Italia...) ma senza mai dirlo, tutto viene semplicemente mostrato. Questo vuol dire GRANDE cinema (nonché l'incredibile mantenimento in vita del regista da parte del regime degli ayatollah...). Capolavoro. |
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E' un film che è meglio lasciar decantare un po' affinché se ne possa scrivere con lucidità. Sorrentino è dannatamente talentuoso e ci tiene a dimostrare quanto è bravo. Una quantità spropositata di produttori associati ha investito in quest'opera un sacco di soldi e il regista ne ha ovviamente approfittato a piene mani: quasi 2 ore di dolly, carrelli e piani sequenza, vertigini e planate. Le inquadrature più statiche riprendono quadri dove ogni centimentro umano e di scena è stra-accurato, un tripudio di particolari, la gioia dell'HD. Infine tanta visionarietà, sei negli USA e giochi con l'infinitezza degli spazi aperti, degli orizzonti. Un profluvio di personaggi sempre ultra-caratterizzati, anche da quello che dicono. Su tutto la prova d'attore strepitosa di Sean Penn in una storia definibile come di crescita e maturazione. Infine va rimarcata la partecipazione di David Byrne, non tanto per il personaggio ma perché la scena della sua performance musicale è un grande momento di cinema, una sovrapposizione magistrale di livelli, angoli, visioni. Un film molto bello che se ha un difetto è proprio la sovrabbondanza di "cose", tante, forse troppe. A Sorrenti', vai bene, benissimo, però per le prossime volte, asciughiamo un po', ok? |
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Qui si rischia di far prevalere l'entusiasmo sulla ragione, ma che ce frega! Qualcuno ha finalmente pensato di realizzare un film, tratto da un'opera letteraria, prendendo a piene mani dagli anni '70 lo schema "anti-eroe taciturno alla Steve McQueen, criminalità feroce, sentimenti repressi, estetica dei motori e degli inseguimenti, estetica della metropoli" e lo ha contornato con la contemporaneità di una violenza devastante bagnata da ettolitri di sangue. I volti sono tutti efficaci: il belloccio protagonista sa assumerre l'aria vitrea del passato indicibile e del futuro senza speranza, sa essere spietato; Karey Mulligan ha quel faccino da innocente travolta dalle burrasche della vita; i cattivi sono davvero tali (tra cui Ron Perlman, a me tanto caro per essere il Presidente di SAMCRO nel serial Sons of Anarchy). Milioni di dollari sono il movente per la discesa finale all'inferno, nessuno avrà soddisfazioni se non il peso della vita salva... Mio capolavoro personale del 2011! |
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Il soggetto è di chiara estrazione teatrale e tradotto in linguaggio cinematografico diventa un interessante esperimento di film girato in un'unica location. Ci sono illustri precedenti (ricordo con affetto "La giuria", con Henry Fonda) ai quali potrà accompagnarsi più che degnamente anche questo "Carnage". Opere di questo tipo necessitano di prove d'attore strepitose (e di estenuanti piano/sequenza) e anche in questo caso l'obiettivo è stato raggiunto. I più bravi sono senza dubbio Cristoph Waltz (o meglio, il suo mento) e la Winslet, assolutamente e meravigliosamente psicotica! Jodie Foster fa, sempre a mio modestissimo avviso, pesare troppo il "salto" della sceneggiatura dallo stato sobrio a quello "inebriato" dall'alcool ma soprattutto patisce un doppiaggio decisamente "sovrarecitato", che palle... Alla fine Polanski è riuscito a tirare fuori il peggio che è in ognuno di noi e a metterlo sobriamente in scena in un contesto apparentemente molto borghese e civile ma subito pronto a mostrare le sue profonde crepe. Le crepe di tutti noi. Ottimo.
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E finalmente si torna in sala... Tocca a Crialese e al suo cinema all'aria aperta, isolano, ventoso, direi anche profumato. L'opera si nutre di conflitti: il conflitto tra la visione contemporanea notevolmente egoistica che spinge a considerare chi fugge dalla fame come nemico contro la visione "antica" della legge del mare, in funzione della quale si aiuta sempre chi è in difficoltà. La madre che vuole il futuro diverso per il figlio (magari sul Continente) e il figlio che segue il nonno nella ormai sempre meno redditizia pesca. Poi arriva la bella turista milanese a farti sentire nuove emozioni, poi però la "famigghia" è sempre la "famigghia". Infine vedi la morte e la disperazione da vicino e ti rendi conto di quale sia la tua Terraferma, ti guardi indietro e vedi da dove vieni per decidere dove andare. Bellissime locations, bravi tutti con in più una Finocchiaro che ti fa venire solo voglia di consolarla... Fortunatamente un'opera con più immagini che parole, anche se io avrei preferito sentirne ancora meno... Forse avrei fatto a meno anche di un Beppe Fiorello un po' troppo didascalico nel rappresentare il "nuovo corso" dell'economia dell'isola. Del regista mi manca "Respiro" e ricordo "Nuovomondo" come decisamente più poetico ma questo non è un brutto film, anzi... Sono i paragoni che ti ammazzano la salute... |
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Come nel caso del precedente Sonisphere circa il fatto che una delle cose che andava fatta nella vita era vedere i Motorhead dal vivo, così è stato (ma con ancora più entusiasmo) per l'evento The Big 4 e i Metallica. E' un evento sul serio, le band seminali (lo dimostra l'età, ormai quella che è) del thrash metal, quelle che hanno davvero iniziato all'epoca un discorso nuovo. Cosa che oggi, ahinoi, latita fortemente. Anche in questo caso ore e ore di autobus organizzato dalla Terronia al capannonico e camionistico hinterland milanese e la sua architettonicamente simpatica area fiera. Anche in questo caso area del concerto assolutamente su asfalto e 30° minimo dal meteo, temperatura percepita almeno 1200 °C. Qualche cesso in più e l'acqua a € 1,50 anziché 2, cosa buona dato che serve soprattutto a buttarsela addosso data l'assenza di fontanelle. L'impressione è stata comunque tutto sommato positiva, certi comunque del fatto che una volta iniziato lo show tutto sarebbe stato dimenticato. Anthrax: confesso di non essere mai stato particolarmente devoto nei loro confronti, pur riconoscendo "Fistful of Metal" un capolavoro assoluto. La performance è stata di assoluto livello, anche emozionante. L'annuncio di un nuovo disco in uscita e la proposta del brano nuovo hanno confermato che l'età è quella che è, fondamentalmente ci si aspetta altro dalla vita. Megadeth: ecco una band che ho adorato. "Killing is my business..." è stato uno dei primi album da me letteralmente consumati, c'erano le cassette... Dave Mustaine merita tutto il rispetto dell'universo, ma si può dire che non ce la fa più. Parlo della voce perché è e resta uno dei più virtuosi e bravi guitar man del genere. Di assoluto livello il resto della band, posso dire di aver goduto anche di Ellefson. Gli unici momenti trascinanti sono stati, come era ovvio, i super classici. Pubblico abbastanza indifferente al pezzo "nuovo", così come scritto anche per gli Anthrax. Slayer: per la serie "che ne parliamo a fare". Un'ora e mezzo di granitico wall of sound. Tom Araya grida e strepita ancora come e più di una vecchia vajassa dei peggiori quartieri partenopei. Kerry King, assolutamente monoespressivo, continua a fare gli stessi accordi da una vita e a rischiare di perdere la testa nella furia dell'headbanging. E' uno della serie "so fare poche cose ma le faccio bene". Si è comportato bene il sostituto di Hanneman, dicevano fosse uno degli Exodus, mi fido. E' ovvio che lascio per ultimo uno dei miei eroi di sempre, quel Dave Lombardo massacratore di batterie. Ok, troppa retorica, grandissimi Slayer, tra quelli che resistono meglio alla vecchiaia. Metallica: eccoli! Hanno fatto un sacco di pezzi vecchi, credo di (si, anche per loro) essermi commosso. Sentire dal vivo le canzoni che hai mangiato da piccolo è davvero un'emozione. James Hatfield se la comanda, non mi stupirei se si scoprisse che dietro allo show "The big 4" ci fosse proprio una sua idea. Dalle sue chiacchiere dimostra di sapere di trovarsi di fronte ad una sterminata platea di vecchi e giovanissimi comunque legati al ciclo d'oro dei primi 5 album. Confesso che il momento di massimo struggimento è stato la strumentale “The Call Of Ktulu”, da brividi, anche con il "nuovo" bassista. Hammet fa gli assoli sempre uguali, ma è bravo. Ulrich è uno di quelli che invece perde i colpi e probabilmente lo sa. Il bello è che non fa niente, di fronte ad uno show come quello a cui ho assistito in questo 2011, posso dire che ho visto e sentito dei grandissimi Metallica. Di seguito Incollo la setlist, presa da un altro sito.
Hit the Lights Encore:
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Inviato da: Maria Grazia
il 07/02/2012 alle 00:01
Inviato da: almerigo
il 31/01/2012 alle 21:41
Inviato da: Taniello
il 31/01/2012 alle 20:06
Inviato da: trilly
il 31/01/2012 alle 18:33
Inviato da: Taniello
il 31/01/2012 alle 13:25