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Sarò banale ma una delle poche certezze che ci sono rimaste è che alla Sergio Bonelli Editore continuano a lavorare vecchi saggi che mantengono salda la rotta dell'avventura. A variare di volta in volta sono i contesti storici e geografici ma il punto fermo resta sempre quello: il personaggio, il suo mondo fatto di passato, nemici, amici, prossimi obiettivi. Dopo la sbornia di "mini-serie" tra alti e bassi (a mio avviso "Caravan" rimarrà uno dei peggiori fumetti della casa, così come "Demian" uno dei migliori) tocca finalmente a un nuovo "eroe" senza la data di morte già stabilita a tavolino di 14 o 18 numeri. Il numero uno promette effettivamente bene, le impressioni a caldo sono di tensione continua e pericolo senza tregua, il ritmo è decisamente "alto". Siamo tra New Mexico e Arizona, riserva indiana, il reduce di guerra torna e il sangue comincia a scorrere copioso. Come "Demian" e "Cassidy" anche qui regnano rispettivamente Gangster spietati e Ambientazione America '70. Dopo centinaia di pallottole e pugnalate cruente fanno capolino anche sciamani e spiritualismo in chiave decadente. L'idea che sembra si voglia trasmettere è che Saguaro, a cavallo di una splendida Harley a telaio rigido, lotta per sopravvivere, lotta per difendere il suo spazio dagli squali dell'uomo bianco affamati di dollari. Ancora troppo presto per dare giudizi netti, anche sui disegni che in questo primo numero sono stati affidati a un giovane che pur praticando bene dinamismo e velocità, crea sul finale un cattivo con la faccia di Francesco Pannofino, ma che cazzo... Mi è piaciuto, vediamo come prosegue. |
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Un film assolutamente insulso, con tante belle immagini, buoni attori, buona messa in scena ma scritto malissimo, senza un solo "filo" dei tanti che venga svolto in maniera compiuta. Verrebbe quasi da pensare ad una marchetta per Depp se non fosse che vive più che bene grazie al pirata Jack Sparrow. Soldi buttati, meglio una televendita. |
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La produzione è italo-romena-francese. "Italo" ok, "francese" me lo aspetto dato che fanno da sempre e con la maggiore continuità il miglior cinema in Europa, ma "romena"? Ok, il cinema romeno è vivo e vegeto nei festival, ma in Romania è stato sbattuto anche Michelangelo Fournier, lo sbirro passato alla storia come quello "buono" che al processo sul G8 usò la famigerata espressione "macelleria messicana"... ok, non c'entra una mazza ma la dietrologia fa sempre tanto fighi... Un film di questo tipo, un film dannatamente importante per la nostra storia recente, non può che essere anche un film politico. "Politico" nel dare almeno una parziale chiave di lettura politica dei fatti al di là della semplice cronaca dei "fatti". Ma niente, neanche per l'anticamera del cervello. La polemica è contestuale al lancio e aiuta (com'è ovvio) la pubblicità. Regia e produzione (san Procacci, meglio lui che niente) si difendono contro gli attacchi degli Agnoletto che li accusano di non aver fatto chiaramente i nomi dei Fini dell'epoca. Ma dobbiamo essere obiettivi: siamo mica negli USA o in Europa dove in un'opera dell'ingegno puoi fare i nomi dei leader ancora in giro? No, siamo in Italia e ai Fini di allora non corrispondono gli istituzionali Fini di oggi, terze cariche dello stato con facce di granito, ancora in corsa nei secoli a venire. Solo Silvio appare... ma Silvio insegna che potrebbe stuprare anche un intero reparto neonatale e ci sarebbe sempre un Parlamento o una prescrizione a salvarlo, quindi non fa testo. C'è perché c'era Bush e non potevano inventarsi qualcun'altro da piazzare accanto a Bush. Questo film è quasi un docu-film, pesantemente scandito dai colpi dei manganelli e dalle grida delle vittime. Lo Stato appare vero, inetto e bestiale. E' rappresentato non dalle istituzioni (per le ragioni di cui sopra) ma dalla più bassa manovalanza, dalla carne da cannone allevata nella cattività delle caserme e priva di qualsiasi lume. Compare, quasi timidamente, anche lo strato burocratico, quello dei funzionari truffaldini e conniventi, meschine figure ma sempre là stanno se non più sù. Fastidiosa ma necessaria al "romanzo" è la figura dello sbirro buono, il Fournier-Santamaria. Luci della ribalta anche per la Polizia Penitenziaria, quelli specializzati nell'aprire e chiudere cancelli, increduli dal potersi baloccare con le "zecche" comuniste. Infine, per essere anche noi retorici, si può dire che questo film può non essere valutato come tale, deve bastargli l'immenso merito di esistere e di far parlare di sé. Alle tante, troppe teste di cazzo che costituiscono la domanda dell'industria culturale italiota questo film andrebbe semplicemente imposto, magari con l'utile precisazione che si tratta di fatti veri. Così, tanto per ricordare che la Costituzione è scritta su carta e che la carta, se ci pisci sopra, non serve a niente. |
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Bel cinema, ottima ricostruzione degli ambienti sia esterni che domestici dell'epoca, folli spese per automobili di quegli anni... Si dovrebbe scrivere "cinema d'impegno civile" ma alla fine rimane solo rabbia, rabbia e certezza di non credere più a nessuno in questo Paese dei balocchi e alla sua Costituzione fatta di carta igienica. |
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Questa volta Ozpetek riesce ad aggiungere qualcosa alle solite tavole imbandite, alle storie d'amore "diverso" e non corrisposte e all'ambientazione zona via Ostiense: aggiunge un po' di memoria e di amore per il teatro. Lo fa con l'escamotage di alcune "presenze" nela nuova casa affittata da Elio Germano aspirante attore, presenze di un epoca buia per la nostra democrazia, quasi come ora. Il film consente di trascorre un po' di tempo distraendosi dal mondo che ci circonda ma non è bel cinema. Ci sono belle facce, belle prestazioni, belle immagini ma manca il bel cinema che ti prende, ti porta nello schermo e poi ti sputa fuori durante i titoli di coda. Qualcosa non ha funzionato ma non so bene cosa. Forse Ozpetek dovrebbe cambiare nome, così uno la smette di andare a vedere i film di Ozpetek aspettandosi di vedere un film di Ozpetek...
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Paolo Bacilieri è uno dei miei preferiti. L'ho conosciuto fuori dalla nicchia del fumetto d'autore sulle pagine di "Napoleone", ottima serie dell'ottimo Ambrosini, uno dei rarissimi casi di un "tratto" non del tutto realistico sulle pagine Bonelli. Il suo disegno ha il pregio di essere molto espressivo e al tempo stesso pulito, le singole vignette e le tavole intere si lasciano guardare senza perdere tempo in speculazioni ma con intensità. Da autore "puro" ha pubblicato altre cose in passato un po' troppo da "falegnameria" mentale, puntando forse troppo sul disegno e meno sull'equilibrio generale. |
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Anche se non ne hai nessuna voglia, quando esce un film di Scorsese devi prendere e andare, sennò non sei un cinefilo e il senso di colpa potrebbe farti visita nei momenti meno opportuni. Il tempo è passato e non può essere Toro Scatenato per sempre. Meglio evitare quindi di assumere atteggiamenti superbi, meglio mettersi l'animo in pace, andare al cinema, pagare il biglietto e sperare. C'è da dire che lo stile non gli è mai venuto meno, il problema semmai potrebbe stare nei cedimenti verso produzioni sempre più megagalattiche, perdendo in questo modo un po' di spirito ruspante, ma tant'è... Hugo Cabret può inizialmente sembrare un film di Natale uscito in ritardo, in realtà ha molte cose buone ma la confezione secondo me non va bene proprio perché troppo "ricca", luccicante... il suo intento di dichiarazione d'amore verso la settima arte arriva troppo tardi e ciò è irritante, perché poi si tratta della parte migliore di tutto il film! Mi ha fatto pensare alla bulimìa, tanta, troppa roba, come a dire "l'oscar lo dovete dare ame perché sono Scorsese, ci sta Ferretti e tutto il paradiso...". Peccato, tutta la pippa di Melies, lo spirito degli albori, la cattura dei sogni... una deriva verso il cinema fantastico? Veramente bello, ma nel complesso esco dalla sala con la sensazione di qualcosa di corrotto senza che ci fosse necessariamente un parlamentare vicino a me. Speriamo che la sobrietà torni prima o poi a far visita al vecchio Marty.
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E finalmente il cinema italiano torna a far vedere cose vicine alla realtà (delle cose...). Non ci sono moralismi, non esci dalla sala con la certezza di torti e ragioni ma hai finalmente visto un prodotto della tua "industria" cinematografica non inzuppato di buonismo da fiction tv. Hai finalmente visto delle divise appena un po' più problematiche del Maresciallo Rai Rocca o del Distretto di Polizia Mediaset. Hai visto vere facce da cinema (Favino uber alles!), corpi, azioni, grida verosimilmente simili al vero. Forse nel 2011/2012 in Italia è stato prodotto/proiettato un film di GENERE, da quanto ciò non avveniva? |
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Non c'è nulla di male nello spegnere talvolta il cervello e lasciarsi trastullare violentemente da una marea di cazzate del tutto superficiali. E' il motivo per il quale mi sono golosamente recato a vedere l'ennesimo sequel (il quinto) di quella che fu una gloriosa serie tv anni '60 della quale ero fedele spettatore. |
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Filmetto tedesco semplice semplice a base di tanti buoni sentimenti e volemose bene di "famigghia". Se poi la "famigghia" è turca e va in Germania negli anni del loro boom (e quanto il loro boom sia stato diversamente efficacie dal nostro è facile constatarlo) allora è tutto più facile e divertente. Alla fine si piange pure, diretto, efficacie e questo mi fa incazzare. |
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Buon film, da ricordare (a mio avviso, ovviamente) soprattutto per l'eleganza della messa in scena: una New York icona spinta dell'individualismo 2.0 a base di free porn accoglie magnificamente le turbe e i morbi di uno (apparentemente) statuario Fassbender ma in realtà fragile quanto la sorellina Carey Mulligan, sempre a suo agio nei panni di quella che sta vedendo i "mostri". La messa in scena, dicevo... bei piani sequenza e buone prove d'attore, interni significativamente claustrofobici ed esterni labirintici e molto urbani. Bravo McQueen, a parte un'omonimìa francamente eccessiva... |
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Film assolutamente di genere ma, nel suo genere, perfetto! Non bisogna distogliere l'attenzione neanche per un attimo tanto è articolato il racconto ma è anche vero che è difficilissimo distrarsi! Si alternano presente e flashback a ritmo regolare. Alla fine non ci sono grandi colpi di scena e si va a parare dove era prevedibile che si andasse. Ad essere agghiacciante sono le prove d'attore e la produzione. Più volte mi è sembrato di stare di fronte a grandi classici come "i 3 giorni del condor" o a qualche gelido poliziesco francese alla Melville. La produzione è Gran Bretagna, Francia, Germania (l'Italia era impegnata a fare cinepanettoni e fotoromanzi TV) ed ha realizzato un perfetto quadro anni '70 e guerra fredda. Il servizio segreto britannico è una vera tana di facce di pietra e Gary Oldman non batte un ciglio in quasi tre ore di presenza (nome in codice Smiley!). Film asettico, freddo, nervoso; una luce o grigia o calda e umida, recitazione sconvolgente. Roba da tonnellate di patatine e ettolitri di birra, da non perdere.
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Doverosa premessa: chi scrive è un devoto del verbo registico di Eastwood, fine premessa. Nella prolifica produzione di Eastwood degli ultimi anni è possibile leggere diversi temi: la "fine" che prima o poi arriva per tutti con gli inevitabili dubbi sul "dopo" (Hereafter); la "fine" dei giustizieri (Gran Torino e prima ancora Gli Spietati). Racconti di grandi (Invictus) e piccole (Million Dollar Baby, Mystic River, The changeling) vicende di passioni, a volte vincenti, più spesso perdenti. Infine le avventure pseudobiografiche di personaggi che hanno fatto la "grande" storia (Letters fom Iwo Jima e Flags of our fathers). Tutti questi temi sinteticamente raffazzonati hanno la stessa cifra stilistica della magniloquenza, del rigore, della decadenza, dell'ineluttabilità del destino e quindi del finale della storia, con risultati talvolta alti, tal altra così così. J. Edgar è la storia di un grande personaggio della storia contemporanea, di un uomo solo che ha concentrato così tanto potere nelle sue mani da sopravvivere a ben 8 presidenti degli USA. Fare "la" storia sull'inventore e sul direttore "storico" dell'FBI è una cosa tanto "americana" che non può avere la pretesa di solleticare le semplici corde del pubblico nostrano se non grazie all'argomento "è un film di Eastwood". Ma è proprio per questo che Eastwood è un gigante: un autore assolutamente USA, fin nel più profondo del midollo, assolutamente classico e quindi semplicemente potente. L'opera gronda da subito del vigore nazionalistico e sbirresco del protagonista, una retorica anticomunista che qui da noi sarebbe per alcuni ancora attualissima. Si alternano i fatti "storici" alle incursioni nei fatti privati che hanno contribuito a creare l'immagine pubblica di Hoover. La sessualità repressa, gli ambigui rapporti in famiglia, troppe cose di cui si è venuti a conoscenza e che non possono essere divulgate bensì usate per la sottile arte del ricatto. Il racconto è, come dicevo, potente ma non privo di lungaggini, di cose di cui si sarebbe potuto fare a meno, tagliare, tagliare, cazzo! Alla fine mi vien solo da dire, rubando uno storico claim pubblicitario, che Clint fa dei film per l'uomo che non deve chiedere, MAI! Infine, nota sul doppiaggio: Edgar ha il soprannome di "Spiccio" che deriverebbe da (dice Edgar) da quando era piccolo e faceva il garzone. Invece si capisce che il soprannome è "Speech" e deriva dal fatto che a volte è balbuziente... Ma annatevene a' fanculo va... |
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Purtroppo questa commediuccia romantica mi costringe ancora una volta a tessere le lodi del cinema francese inteso come industria/sistema produttivo: la facilità con cui vengono realizzati dai nostri "cugini" d'oltralpe filmetti gradevoli, a costi non eccessivi, di ottima fattura, privi di product placement ultrainvadente, è semplicemente irritante. Si ok, non un capolavoro, una cosetta semplice, poche cose: la tenuità, l'incedere lieve, l'imbarazzo, i sentimenti, passi leggeri e veloci, cappotti e sciarpe di altri mondi, immagini sempre poetiche. Poi vedi le produzioni italiane, vedi la clientela dei fondi pubblici, vedi i cinepanettoni come rendite, vedi i "Benvenuti al Sud" che sono fotocopie e trasformano pure Castellabate in Forcella, vedi il "filone" mucciniano dei trentenni/quarantenni, quello degli "immaturi", i "gggiovani"... e vedi quelle poche cose decenti relegate in poche rassegne quasi carbonare perché tanto non vendono. Insomma, da che mondo è mondo gli incassi dei film "commerciali" devono servire anche a realizzare cose di qualità. Qui da noi è agonizzante anche solo il concetto di "Film". Fine.
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Unico film da valutare tra quelli usciti in occasione di questo ennesimo natale cinepanettonico, il primo che vedo con la regia di Clooney. Tanti bravi attori come Giamatti, Seymour Hoffman, il figo di ultima tendenza (però bravo, dai) Gusling e infine la mascella di Clooney. Tema indigesto per moltissimi come la sfida nelle primarie del partito democratico USA e in sala è un tripudio di bisbigli "che ha detto? che vuol dire? chi è Thompson? Chi è Tom Duffy? Che c'è scritto sul biglietto? Chi era al telefono? NON HO CAPITO!", insomma da seguire con grande attenzione, ma non è difficile... Atmosfere grige, una grande fotografia aiuta a dare l'idea del marcio e del sistema ricattatorio imperante dientro le tante belle parole delle promesse elettorali. La regia è solida e riesce a dare la tensione necessaria allo svolgersi dei fatti, bravo George. Peccato per il sottofondo musicale, davvero inconsistente e monotono. Buon film, mi è piaciuto. In tempi di guerra, si sa, ci si accontenta. |
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E' una di quelle rare volte in cui non sono riuscito a risolvere completamente delle perplessità ma ad un certo punto occorre prendere posizione o quantomeno nota. Il film è, ovviamente, alla Sokurov: estenuante, asfissiante, morboso, faticoso, avvilente. Ma è, veltronianamente, ANCHE affascinante, inebriante, attraente, originale. Interminabili piani sequenza accompagnano Faust e il diavolo nel lerciume umano, nella sua violenza, nella sgradevolezza. Ma anche in immagini strepitose, in una fotografia abbagliante, in una continua scoperta dell'"uomo". |
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Si vabbeh ho capito, Woody Allen può piacere o no ma un buon film resta dannatamente sempre un buon film, poche storie! La verità è che durante la proiezione non ci si annoia un secondo e si prova più volte una sensazione di sorpresa nell'ammirare le numerose figure che costellano il viaggio fantastico (ma non troppo) di Owen Wilson nella Parigi del bel tempo che fu. La sospensione dell'incredulità funziona magnificamente e l'ottimo Wilson esegue una perfetta controfigura di Allen, ormai anzianotto per apparire. Parigi è bellissima chiaramente anche senza artifici e bellissime e sexy sono le protagoniste femminili che, come la vita, fanno impazzire Owen/Woody (più di tutte la stupenda Marion Cotillard). C'è spazio anche per la presa per il culo della tendenza USA Tea Party adeguatamente rappresentato dalla coattitudine (californianamente parlando) della famiglia della compagna del protagonista. Unica nota negativa è quello stramaledetto doppiaggio, autentica mafia della nostra distribuzione cinematografica. Sono insopportabili i finti balbettii tipici dell'imbarazzato alter Allen e assolutamente ridicolo è sentire Carla Bruni (che dovrebbe parlare francese) doppiata in italiano come una francese che parla italiano.... Ma andate al diavolo!
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Discreto esordio alla regia di tal Bruni già assistente di Virzì. Infatti lo stile è simile: frizzante, fresco, sovvertimento di sentimenti ed epifanie varie. Bentivoglio decisamente a suo agio nella parte dello scrittore ex insegnante debosciato. Ottimo esordio anche del giovane protagonista, tal Scicchitano: ha presenza notevole e sarebbe interessante seguirne le sorti. Efficace pure la Bobulova nella parte molto collaterale di una ex porno diva molto convincente... Il tutto rappresenta la faccia pulita del cinema italico, va bene così. |
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Eh qua siamo al capolavoro... 2 ore precise di claustrofobico ping pong tra mezze verità e ricostruzioni falsate su uno sfondo lacerato dai dolori di un vecchio padre malato e di una figlia ragazzina oggetto di contesa. Non mancano la perdita di un figlio ancora in grembo e una situazione economica di sofferenza. Il tutto è realizzato come metafora di un Paese bigotto e autoritario (dove divorziare è incredibilmente più facile e veloce che in Italia...) ma senza mai dirlo, tutto viene semplicemente mostrato. Questo vuol dire GRANDE cinema (nonché l'incredibile mantenimento in vita del regista da parte del regime degli ayatollah...). Capolavoro. |






















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