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Il Leone e il Moscerino

Sulla riva del ruscello, un moscerino minuscolo si era addormentato. Ma dal profondo della foresta arrivò un ruggito sordo e possente. Il povero moscerino sì spaventò terribilmente. Un grande, grosso, grasso leone alla ricerca della cena, ruggiva a pieni polmoni. Il moscerino gridò indignato: "Ehilà! La volete smettere? Cos'è tutto sto trambusto? Non potete lasciar dormire in pace la brava gente? Che diritto avete di stare qui?".
Il leone sbuffò: "Che diritto? Il mio diritto! Io sono il re della foresta. Faccio quello che mi piace, dico quello che mi piace, mangio chi mi piace, vado dove mi piace, perché io sono il re della foresta!".
"Chi ha detto che voi siete il re?" domandò tranquillamente il moscerino.
"Chi l'ha detto?..." ruggì il leone. "Io lo dico, perché io sono il più forte e tutti hanno paura di me".
"Ma io, tanto per fare un esempio, non ho paura di voi, quindi voi non siete re".
"Non sono re? Ripetilo se hai coraggio!".
"Certo, lo ripeto. E non sarete re se non vi battete contro di me e non vincete".
"Battermi con te?" sbuffò il leone calmandosi un po'.
"Chi ha mai sentito niente di simile? Un leone contro un moscerino? Piccolo atomo insignificante, con un soffio ti mando in capo al mondo".
Ma non mandò niente da nessuna parte. Ebbe un bel soffiare e sforzarsi con tutta la forza dei polmoni. Tutto quel che ottenne fu un moscerino che faceva l'altalena sullo stelo d'erba e gridava: "Sono più forte di voi! Sono io il re!".
Allora il leone perse definitivamente il senso delle proporzioni e si buttò avanti a fauci spalancate per inghiottire il moscerino, ma inghìotti solo una zolla d'erba. E l'astuto insettino dov'era?
Proprio in una narice del leone e là cominciò a solleticarlo e punzecchiarlo.
Il leone sbatteva la testa contro gli alberi, si graffiava con i suoi unghioni, strepitava, ruggiva... "Oh! Il mio naso! Il mio povero naso! Pietà! Esci di lì! Sei tu il re della foresta, sei tutto quello che vuoi... Ma esci dal mio naso!" piagnucolò infine il leone.
Allora il moscerino volò fuori dalla narice del leone, che mortificato e umiliato sparì nel profondo della foresta.
Il moscerino cominciò a danzare di gioia: "Sono il re, re, re, re! Ho battuto un leone! L'ho fatto scappare! Sono il più forte e il più furbo, io!".
A forza di saltellare, esultando, qua e là, il moscerino non si accorse di essersi avvoltolato in qualche cosa di fine, e di leggero e di forte... dei lunghi fili bianchi, quasi invisibili tra i fili d'erba e che si attorcigliavano intorno al corpo dell'insetto, legando le sue zampe e le sue ali. Il ragno arrivò sulle sue otto zampe, borbottando: "Che bello stuzzichino per la cena...".

Grossi o piccoli, i superbi sono sempre stupidi.

 

Autore: Bruno Ferrero - Libro: Ma Noi Abbiamo le Ali
Casa Editrice: ElleDiCi

 
 
 

Lettera sulla felicità

Post n°277 pubblicato il 12 Maggio 2012 da loritatinelli
 

Meneceo,
Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età.

Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per possederla.

Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice.
Prima di tutto considera l'essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità. Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abìtuati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L'esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l'inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell'immortalità. Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c'è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l'affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c'è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive. Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, cosi non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.
Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c'è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è la meditazione di una vita bella e di una bella morte. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcare la soglia della morte. Se è cosi convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice cosi per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo cosi possiamo non aspettarci che assolutamente s'avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Cosi pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita. Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell'animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall'ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell'animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno. Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. È bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire. Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l'indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l'abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l'inutile è difficile. I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l'acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca.
Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d'apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un'esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l'animo a essere sereno. Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l'animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è l'intelligenza delle cose, perciò tale genere di intelligenza è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili. Chi suscita più ammirazione di colui che 133 ha un'opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare? Questo genere d'uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode. Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell'atroce, inflessibile necessità. La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa – la divinità non fa nulla a caso – e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l'avvio a grandi beni o mali. Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell'ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l'uomo che vive fra beni immortali.


Epicuro

 
 
 

Ruminazione ed effetti collaterali

Donne che pensano troppo

Ritrovare l'equilibrio tra ragione e sentimento

Susan Nolen-Hoeksema

Donne che pensano troppo

 

** Sintesi del libro **

Il “rimuginare (ruminazione)” è un problema che affligge principalmente le donne, anche se vi sono diversi uomini che manifestano tale attitudine. Vari psicologi che hanno studiato questa tendenza hanno notato che l’educazione infantile impartita alla donna la porta più facilmente a pensare troppo ed in modo ossessivo su determinati aspetti della propria vita; questo chiaramente la porta a perdere di vista il problema nella sua oggettività e ad entrare in uno stadio ansioso molto accentuato.

E’ importante cercare di arrivare a controllare la propria mente, i propri pensieri, così da uscire dal vortice del rimuginio e possono esserci varie strategie da attuare per arrivare a spezzare la morsa dei pensieri ossessivi, elevandosi al di sopra di essi, cercando di elaborare un piano efficace per risolvere il conflitto.

Per ruminazione s’intende il ritornare continuamente sui propri pensieri e stati d’animo negativi, riesaminandoli, riflettendoci in modo continuo e logorante fino ad arrivare inevitabilmente a creare un carico emotivo ingestibile che può sfociare nell’ansia, nel mal di testa, nella depressione, ecc... Le ruminazioni si focalizzano principalmente su eventi già accaduti in passato, più che su preoccupazioni riguardanti il futuro.

Tipologie della ruminazione

Esistono tre categorie e ci sono alcune donne che ne manifestano principalmente una, anche se di solito vengono applicate tutte:

1. Tipo risentito-aggressivo si focalizza su qualche torto che pensa di aver subito, assumendo quindi un atteggiamento vittimistico e cercando di escogitare espedienti per punire chi pensa gli abbia fatto del male
2. Tipo auto-alimentante passa in rassegna tutte le possibili cause di uno stato d’animo depresso e tutte le ritiene reali: questo la porta ad essere confusa ed a ritenere reali pensieri che magari non lo sono e di conseguenza a prendere decisioni non obiettive
3. Tipo caotico colei che viene totalmente sopraffatta dai problemi da non riuscire più ad identificare con lucidità ciò che prova e pens,a e quindi cade nella totale incapacità di reagire in modo costruttivo tendendo a scappare e mollare tutto. Questa tipologia può ricorrere ad alcool o stupefacenti per cercare di interrompere il tunnel dei pensieri caotici nel quale si trova.

Gli effetti della ruminazione

• portano ad uno stress continuo e a non avere una visione obiettiva
• difficoltà nei rapporti interpersonali, gli altri possono allontanarsi in quanto stanchi di gestire tali persone
• ansia, depressione, alcolismo, dipendenza da psicofarmaci

Altro aspetto che porta la donna a rimuginare con più facilità è la sua grande sensibilità, il suo mettersi continuamente in discussione, la paura di non essere accettata, capita. Questo la rende sempre preoccupata ed ansiosa e spesso le sue decisioni sono prese per rendere felici le persone che lei ama, sacrificando i propri desideri.

Modalità per liberarsi dalla ruminazione

Quando siete colte da un attacco di ruminazione cercate di dire qualche frase infantile per spostare l’attenzione altrove relativizzando così il problema “ pensieri ripetitivi siete cattivi” oppure “pensieri ossessivi andate via”

cercate una distrazione piacevole per bloccare la mente, se fatto anche per pochi minuti risolleva subito il morale – cantare, ascoltare la nostra musica preferita, bagno con sali profumati, attività fisica, sauna, meditazione, passeggiare nella natura concentrandosi solo sui suoni che ci arrivano, portare l’attenzione solo sul nostro respiro

dedicarsi al nostro hobby preferito, giardinaggio, collezionismo, pittura, lettura

aiutare gli altri attraverso opere di volontariato perché porta a ridimensionare il proprio vissuto osservando altre realtà spesso veramente disagiate

se siete sedute ed in balia del rimuginio, attivatevi, cambiate stanza ed iniziate una qualunque attività

provate a parlarne con qualcuno facendo attenzione a “non vomitare” addosso all’atro le vostre angosce, ma cercando di farlo in modo costruttivo nel rispetto dell’atra persona

provate a mettere nero su bianco i vostri pensieri, ciò che provate, ciò che vi tormenta, a ruota libera senza auto censura, rileggendo potrete trovare aspetti che non avevate notato e che possono esservi molto utili

ogni giorno trovate qualche piccola cosa che vi gratifica e cercate di farla, prendetevi uno spazio, anche pochi minuti in cui fate ciò che vi piace

cercate di usare le emozioni positive per andare a controbilanciare i pensieri negativi che state alimentando – cercare di ricordare momenti positivi, cercare un aspetto positivo in ciò che vi affligge, cercare di relativizzare il tutto con auto-ironia

L’obiettivo è arrivare a sviluppare la capacità di dis-identificarsi dal proprio mentale, in cui non sono i pensieri che controllano voi, ma riuscite ad osservarli, vederli, ma non essere manipolate da essi.

Correggete il colore delle lenti con cui guardate il mondo

Convincetevi che la visione di ciò che vivete è dettata solo dalla vostra interpretazione soggettiva della realtà e quindi falsata dalle vostre paure, dalla vostra personalità, dai vostri schemi di pensiero. Fate attenzione al ruolo di vittima in cui facilmente si cade, altro non è che l’aspetto del bimbo ferito che non si sente accudito, capito, coccolato. E’ necessario che proviate il più possibile a far emergere la vostra parte adulta che può ridimensionare la visione dei vostri pensieri.

Imparate ad accettare e vivere l’emozione del momento rabbia, ansia, paura, angoscia, ma non lasciate che tale vissuto invada tutto il vostro essere e decida per voi. Se dovete prendere una decisione staccate la mente, passate ad altro ed imponetevi di pensarci dopo un ora o due, così i pensieri aggiuntivi se ne saranno andati ed avrete una visione più oggettiva del problema.

Cercate di non confrontarvi con gli altri – le persone infelici trascorrono gran parte del loro tempo a confrontarsi con gli altri – non tenendo conto che ognuno di noi è unico con determinate caratteristiche e peculiarità.

Non aspettatevi che qualcuno venga a salvarvi, solo voi potete cambiare la vostra situazione e cambiare il corso delle vostre stelle, perché aspettare di essere salvate dalla vostra infelicità è la ricetta garantita per prolungarla. Spesso non è necessario per forza cambiare radicalmente una situazione, ma può essere sufficiente vedere quali novità apportarci per renderla più accettabile e quindi piacevole.

Se avete un problema scrivete tutti i pro ed i contro di ogni possibile scelta e poi rileggete lo scritto dopo qualche ora o se possibile dopo qualche giorno e vedete se è cambiata in voi la percezione interna.

Imparate a mirare all’essenziale, cioè evitate di rimuginare o dare troppa attenzione a lui/lei ha detto – ha fatto, ecc… ed andate invece al nocciolo della questione analizzando e sentendo quale emozione è attiva.

Cercate di lasciare andare le aspettative, infatti partite dal concetto che ognuno ha una sua specificità e quindi una propria modalità di reazione di fronte a situazioni ed eventi che non è detto coincidano con i vostri, è importante arrivare a rispettare anche la visione e le necessità dell’altra persona, non esistiamo solo noi.

Imparare a perdonare rinunciando alla vendetta che non porta assolutamente a niente, perché comunque ogni nostro gesto negativo si ritorcerà comunque anche contro di noi. Perdonare significa abbandonare il desiderio di vendetta liberandosi dalla presa che rabbia ed odio esercitano sulla nostra mente e sul nostro cuore.

Da sole o con l’aiuto di un terapeuta cercate di costruire giorno dopo giorno un nuova immagine di voi stesse, in cui siete più sicure, più in armonia con il vostro sentire interiore e con le vostre esigenze più intime; al fine di far emergere una donna matura e più consapevole di chi è e di cosa desidera per la sua serenità, nel rispetto di chi la circonda.

Fonte: raphaelproject

 
 
 

I travestimenti dello psicologo abusivo

Le scuse dell’abusivo che compie esercizio di attività riservate allo psicologo senza averne titolo, formazione e abilitazione sono varie, ma alcune ricorrono più di altre. Il 37% dichiara di essere counselor. Il 19% sono pedagogisti delusi che sconfinano verso la psicologia. Vengono poi, a distanza naturopati e operatori newage seguaci di dottrine olistiche, soggetti con un titolo estero non riconosciuto e gli ultimi psicanalisti che si ostinano ad esercitare la psicoterapia senza abilitazione.

E’ questo il quadro dei soggetti che vengono segnalati per esercizio abusivo della professione di Psicologo e su cui l’Ordine della Lombardia ha aperto un’istruttoria nel periodo da Settembre 2010 a Marzo 2012. Un buon campione, che arriverà a cento casi entro il 2012. E che porta con sé una  sorpresa. Il buon “finto psicologo”, lo stregone con laurea fotocopiata, così improvvido da ingannare davvero pochi non esiste più ed è invece sostituito da un armamentario “ideologico”.

L’abusivo di oggi usa categorie concettuali vicine a quelle della psicologia e pretende di esercitare la professione di psicologo come se la legge 56 neppure esistesse grazie a titoli fatti in casa o che hanno acquistato da associazioni a caro prezzo in forma di corsi, magari con la promessa di un futuribile “riconoscimento”.

La difficoltà degli Ordini è sempre quella di trovare i giusti strumenti per individuare i comportamenti gravi e per dimostrare che siano stati messi in atto.

Per questo, vediamo di conoscere meglio le scuse dell’abusivo:

COUNSELING. Grazie a questa “etichetta” anglosassone, la pratica del sostegno psicologico o della consulenza al paziente su problemi psicologici ed esistenziali di lieve entità si sdogana dall’esigenza di una formazione accademica e viene esercitata da chiunque.

La disciplina si diffonde in USA grazie all’opera di Carl Rogers e vive in Italia un periodo d’oro dalla metà degli anni ’90 ad oggi con picchi di segnalazione nelle fasi di  più acuta crisi economica. Le centrali operative del counseling passano, dal 2000 ad oggi da una a quattro.

In Italia il counseling presenta contorni imprecisi e i corsi durano da un fine settimana a tre anni. Alla diffusione di questa pratica sono interessati alcuni psicologi disposti a fini di lucro ad insegnare ai “counselor italiani”. Secondo la sentenza “Zerbetto” del Tribunale di Milano, il diritto alla salute dei cittadini dovrebbe prevalere su ogni altra ragione, e insegnare tecniche psicologiche a non psicologi equivarrebbe a incentivare l’esercizio abusivo della professione.

Nonostante sul piano scientifico questa professione non abbia dimostrato di distinguersi in alcun modo dalla psicologia la giuriusprudenza (di merito) non è sempre concorde, lasciando spazio alla diffusione epidemica di questa pratica.

PEDAGOGIA [e PSICOPEDAGOGIA] CLINICA. E’ piuttosto frequente il caso del pedagogista che esce dall’ambito scolastico per avventurarsi in altri terreni, sconfinando con l’attività di diagnosi, sostegno e cura riservata allo psicologo.  Esiste però una realtà più specifica che dà origine a diversi casi di abusivismo: la pedagogia clinica.

Questa realtà nasce per iniziativa del Prof .Dott. Guido Pescipadre della pedagogia clinica e della professione di pedagogista clinico“. In effetti nel 1974 il Pesci che per inciso oltre ad essere, ovviamente, il primo pedagogista clinico si definisce anche reflector, psicologo, psicoterapeuta, psicomotricista funzionale, giornalista pubblicista, modifica una disciplina nata con il nome di ortopedagogia in “pedagogia clinica”.

Nel 1997 crea perfino una sorta di Albo cui si possono iscrivere esclusivamente gli allievi dei suoi Istituti, divenuti nel frattempo sette su tutto il territorio nazionale.

Due peculiarità: il pedagogista clinico non ha necessariamente una formazione pedagogica ma può essere laureato in molte diverse discipline o “avere un curriculum idoneo”; i pedagogisti clinici hanno registrato il marchio di una serie notevole di “metodi e strumenti” del tutto “esclusivi” e di sapore decisamente “psico” tra cui: Colloquio anamnestico; Psicofiabe; Cyberclinica; Test per l’Attenzione e Faticabilità; Test Mnesi Immediata; Test Verbale di Maturità Logica; Protocollo operativo per l’analisi delle manifestazioni ansiose e depressive.

PSICANALISI E PSICANALISI LAICA. Sigmund Freud lo diceva con chiarezza: “la psicanalisi è sorta come terapia (…) non ha mai abbandonato il terreno di origine, e il suo approfondimento, nonché il suo ulteriore sviluppo sono ancora legati alla pratica con i malati”.

Così Musatti, il Laplanche Pontalis, lo storico manuale di Semi. Addirittura per il Perussia (altro tomo “storico”) quello della psicanalisi e di Freud è “il caso dello psicoterapeuta per eccellenza, oltre che inventore del concetto stesso di psicoterapia e di paziente”. Eppure, ancora oggi, dopo l’accreditamento della SPI come scuola di psicoterapia nel 1993, ora che la psicanalisi rappresenta l’oggetto del desiderio di un terzo degli psicoterapeuti del nostro paese, c’è ancora qualcuno che la esercita senza autorizzazione alcuna e in maniera del tutto autoreferenziale sostenendo che la psicanalisi sia formazione, spiritualità, cultura, anche quando cura le persone con il tipico setting individuale.

E che quindi sia esercitabile da chiunque abbia sufficiente ardimento da autoproclamarsi psicanalista e una manciata di euro per comprare una targa di ottone da appendere alla porta dello studio. Quella di essere “psicanalista laico” (la dicitura fa riferimento ad una lettura distorta di un testo di Freud del 1926) è certo la scusa più raffinata per giustificare un esercizio abusivo di professione psicologica; ma che la psicanalisi non sia psicoterapia è falso come insincera è la posizione di alcuni noti teorici di questa posizione (ne sono rimasti pochissimi) che si sono iscritti agli Ordini di riferimento come psicoterapeuti, per poi lasciare ai loro allievi più giovani e ingenui il rischioso compito di esercitare la psicanalisi senza autorizzazione.

 

Pubblicato da Mauro Grimoldi il 4/10/12 su AltraPsicologia

 
 
 

La Pasqua

Post n°274 pubblicato il 04 Aprile 2012 da loritatinelli
 

I BAMBINI GIOCANO (Bertold Brecht)

I bambini giocano alla guerra.
E' raro che giochino alla pace
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra,
tu fai "pum" e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.
E' la guerra.
C'è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.
Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.

 
 
 
 
 

Ciao Lucio ....

Post n°272 pubblicato il 01 Marzo 2012 da loritatinelli
 

 
 
 

"Giuro di dire bugie soltanto le bugie"

Foto di loritatinelli

Dalla Valle d’Aosta alla Sicilia un esercito di falsi testimoni
NICCOLO' ZANCAN

TORINO
Silenzio in aula, prego. Articolo 497 comma 2 del Codice Penale, il testimone legga ad alta voce: «Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza». Il microfono fischia, la voce si impaccia, qualcuno tentenna sul significato della parola «consapevole». Poi iniziano a piovere menzogne.

Il giudice di Aosta Eugenio Gramola - sì, quello del caso Cogne - ha lanciato l’allarme: «Ci prendono per imbecilli. È incredibile come mentano con facilità davanti al giudice. Sfrontati, fantasiosi. Senza la minima cura per la plausibilità del racconto. Orari impossibili, contraddizioni lampanti, pasticci. L’incidenza dei falsi testimoni è molto superiore a una media fisiologica, si attesta tra il 70 e l’80 per cento».

Quasi una tara
Sette su dieci mentono, in Valle d’Aosta. Sembra uno di quei casi in cui la geografia potrebbe significare qualcosa. L’Italia un Paese di bugiardi, quasi una tara nel codice genetico: «Chi mente al giudice è furbo - dice Gramola -. Essere bugiardo fa ridere, piace, non comporta disvalore sociale. Mentre indicare la menzogna come un grave atto contro la Giustizia è da biechi moralisti e puritani».

Totò e Peppino erano all’avanguardia, è risaputo. «Caffè, panini, false testimonianze!», urlavano nel 1959 nel film «La Cambiale». Proprio a Napoli, alla fine di gennaio, hanno scoperto un mercato in fervente attività. Centinaia di specialisti aspettavano davanti al portone d’ingresso della sede dei Giudice di Pace in via Foria. Tariffe trattabili, da 100 a 25 euro, a seconda dell’impegno. Perché bisogna pur sempre studiare un minimo la parte, imparare i nomi, mandare a memoria gli orari, mettere a fuoco le circostanze, prima di entrare in scena e recitare.

Cifra abnorme
Secondo le statistiche, la metà delle cause civili pendenti davanti ai giudici di pace (in nove casi su 10 sono risarcimenti di sinistri stradali) si svolgono nel distretto di Napoli: quasi 600 nuove pratiche al giorno. Una cifra abnorme. Lì, davanti all’ex caserma Garibaldi, gli investigatori hanno scoperto un’industria della menzogna. Ogni giorno si aggiustavano cause e si procuravano rimborsi. Specialità della casa: truffe alle assicurazioni, falsi incidenti, cause di lavoro. Un fenomeno non quantificato e raramente perseguito (pena prevista da due a sei anni di carcere).
Il ministero di Grazia a Giustizia non ha dati aggiornati: 50 condanne passate in giudicato nel 2007 per falsa testimonianza, 300 nel 2005. Molti procedimenti si perdono lungo la strada, senza arrivare a sentenza definitiva. Eppure: «La falsa testimonianza negli incidenti stradali ormai è un fenomeno sociale. Nel Casertano abbiamo avuto un recordman con più di 300 menzogne accertate». Antonio Coviello è professore di marketing assicurativo all’Università di Napoli, ma anche un ex ufficiale della Guardia di Finanza. Certe cose le ha verificate sul campo, prima di teorizzarle. Ha scritto un saggio assieme al vicequestore Maurizio Vallone, dirigente della Squadra Mobile di Napoli, dal titolo significativo: «Truffa in nome della legge».

Caos organizzativo
Ecco un passaggio: «Il fenomeno dei falsi testimoni è direttamente commisurato allo stato di assoluto caos organizzativo in cui operano i giudici di pace e gli uffici sinistri. Infatti è soltanto in una situazione di assoluta disorganizzazione che può proliferare un tale fenomeno, che ormai assume proporzioni eccezionali». Peculiarità italiana? «Sicuramente siamo un popolo propenso all’inganno - dice il professor Coviello -: questo è un dato di fatto. A Napoli ci sono coinvolgimenti a tutti i livelli: una parte di carrozzieri, una piccola parte dei giudici di pace che lavorano a gettone, una piccola parte di avvocati che lavorano solo con le assicurazioni. Persino lo Stato ha da guadagnarci: un terzo dei premi incassati dai cittadini finisce nelle casse sotto forma di imposte». C’è un antidoto? «Basterebbe istituire un registro dei testimoni». Nel frattempo, nascono delle professionalità.

A Roma, durante un’indagine del pubblico ministero Pietro Saviotti su diverse agenzie investigative che facevano affari illegali - ricatti, accessi a banche dati protette, spaccio di notizie «sensibili» - viene intercettata questa conversazione fra due detective: «Ho chiamato e gli ho detto: “Robbé, è mezz’ora di lavoro”. Quanto? Mille euro. E io allora gli ho fatto: “Ce voi annà?” E lui: “Eh sì che ce vado”». Mille euro più spese pagate - albergo e ristorante - per una bella falsa testimonianza in Tribunale.

Forme peculiari
Nel Casertano sono stati scoperti intrecci criminali inediti: il clan dei casalesi alleato con la mafia nigeriana, proprio sul ramo delle truffe alle assicurazioni. Falsi incidenti in Africa, per falsi automobilisti italiani, suffragati da false testimonianze incrociate e concordanti, per rimborsi da spartire.

A Palermo il clima è diverso, nel senso che il reato assume forme peculiari: «Qui la situazione è quasi paradossale - dice il pm Paolo Guido -. La falsa testimonianza spesso non è frutto di un accordo, ma di un condizionamento ambientale. Il teste più che falso, è reticente. Predomina il pensiero: “Ma chi me lo fa fare?”». Qual è il paradosso siciliano? «Sono più affidabili i pentiti che adempiono a un contratto e sanno bene quanto rischiano in caso di menzogna - spiega il magistrato - piuttosto che le persone ritenute, per così dire, attendibili. Facciamo salti mortali per contrastare dichiarazioni che sconfessano dati di fatto».

False testimonianze. Piccole e grandi. Celebri e appena scoperte. Due operai e due dirigenti della Thyssen avrebbero concordato una ricostruzione della situazione in fabbrica, antecedente alla tragedia, molto edulcorata. I carabinieri in servizio alla caserma di Bolzaneto con i loro «non ricordo», «non c’ero», «non ho visto». Il caso dell’avvocato inglese David Mills, condannato a quattro anni e sei mesi con l’accusa di aver accettato somme di denaro per testimoniare il falso in due processi in cui era imputato Silvio Berlusconi.

Storie significative
Dall’alto della civilissima Valle d’Aosta, al cospetto di storie magari più piccole eppure significative, il giudice Gramola ha un guizzo d’orgoglio: «Certe volte, più che a testimoni ci troviamo di fronte ad amici delle parti in conflitto. E questi bugiardi sono poi magari gli stessi che si scagliano contro una giustizia che non funziona».

Fonte: La Stampa.it

 
 
 

Domande

Post n°270 pubblicato il 24 Gennaio 2012 da loritatinelli
 
Foto di loritatinelli

Il giorno più bello? Oggi.
L’ostacolo più grande? La paura.
La cosa più facile? Sbagliarsi.
L’errore più grande? Rinunciare.
La radice di tutti i mali? L’egoismo.
La distrazione migliore? Il lavoro.
La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento.
I migliori professionisti? I bambini.
Il primo bisogno? Comunicare.
La felicità più grande? Essere utili agli altri.
Il mistero più grande? La morte.
Il difetto peggiore? Il malumore.
La persona più pericolosa? Quella che mente.
Il sentimento più brutto? Il rancore.
Il regalo più bello? Il perdono.
Quello indispensabile? La famiglia.
La rotta migliore? La via giusta.
La sensazione più piacevole? La pace interiore.
L’accoglienza migliore? Il sorriso.
La miglior medicina? L’ottimismo.
La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto.
La forza più grande? La fede.
Le persone più necessarie? I sacerdoti.
La cosa più bella del mondo? L’amore.

Madre Teresa di Calcutta


 
 
 

Buon Anno

Post n°269 pubblicato il 30 Dicembre 2011 da loritatinelli
 
Foto di loritatinelli

DIALOGO DI UN VENDITORE D'ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE - G.Leopardi

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l'anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest'anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent'anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

 
 
 
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Un blog di: loritatinelli
Data di creazione: 14/02/2009