Creato da odisseando il 31/10/2006

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poi a un tratto l'amore scoppiò dappertutto

 

 

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de paternitate [mancata]

Post n°1286 pubblicato il 15 Dicembre 2013 da odisseando

[post un po' lunghetto]

oggi sono stato ad una specie di open day natalizio, in una scuola media.

son cose che, in prima istanza, non mi fanno molto bene. e non è tanto per il fatto fosse la scuola della primogenita [di tre] del mio primo ex anelito sentimentale, che ho - consapevolmente - incrociato lì. l'anelarla invece è una roba di millemila anni fa. io quindicenne, aspirazioni borghese-illuminate, visto che perbenborghese era la famiglia di lei. erano già una nevrosi in quel morirle dietro. e lei rappresentava [e rappresenta] quella specie di archetipo di bellezza femminile che ci ho dentro. solo che allora non sapevo cosa fosse una nevrosi, un archetipo, e che avessi aspirazioni borghesemente un po' banalotte. raccontavo al mondo che ne ero innamoratissssssimo. la prova e la purezza del mio ammmmore erano proporzionate a quanto soffrissi per il fatto che lei non ne provasse per me [però mi disse che mi stimava, e che era colpita da una certa mia sensibilità. son cose belle per un adolescente innamorato. belle da intendersi con sovrasegmentale da: mavavanguuulo]. però ero convinto avrebbe cambiato idea, irradiando il mio luminoso futuro. sarebbe stato solo questione di tempo. pensavo di averne in abbondanza, si prendesse tutto quello che le serviva. per farglielo tecnicamente sapere ci misi quattro anni, dopo essere già stato vestigialmente rimbalzato più volte. infatti l'informazione e la notizia non la colsero di sorpresa. poi mi passò. in realtà non potevo ancora sapere che, a proposito di nevrosi innamorative-pseudosentimentali autodenigratorie et autodestrutturanti, avrei dato spettacolo negli anni a venire. roba roboante, dilapidando un sacco di tempo. tutto questo, per far le cose per bene, compulsando solamente attorno ad una persona.

dicevo, prima di divagare troppo su questo archetipo [che continuo a sognare, ma in quanto archetipo, appunto].

gli open day nelle scuole in prima istanza non mi fanno molto bene. perché percepisco una sensazione di dolorosa [?, ex?] straniazione. roba che un sacco di babbi potrebbero essere miei coetanei. ed invece mi sento altro, forse financo più giovane, come se la loro esperienza di babbi fosse cosa che devo ancora fare. quasi avessi tutto 'sto tempo. ma forse è la lettura da pat-pat-paccasullespalle della percezione di realtà che invece poi mi attanagliano. quanto meno quando ho la sensazione di non aver combinato ancora un cazzo nella mia vita, almeno: stando a certi paradigmi che - tecnicamente - dico non mi interessano. ad essere un po' tranchant: ecco, mi son sentito un po' un fallito a star là dentro, in quella scuola. ma senza drammi. e forse questa è una cosa addirittura un po' peggiore.

poi ho visto una scena che mi ha molto intenerito. ed ho proiettato me medesimo in un futuro che - verosimilmente - non sarà. tempo che non ce n'è più.

stavo guardando delle foto, che poi era il motivo per cui fossi lì. ad un certo punto, alla mia sinistra compare un ragazzino. ha i baffi. cioè, meglio. si porta appresso quella peluria scura e pelettoso-morbida tra labbro superiore e naso. è una specie di crinale di tempo che precede il primo taglio con la lametta. quel territorio un po' di mezzo, quando ormai l'ormone ha già cominciato a secernere la cheratina pilifera in territori non ancora sverginati dal bilama. lo ricordo quel periodo. io provavo un po' di fastidio per 'ste cose che mi erano spuntate sul labbro. matreme mi diceva di non tagliar nulla, perché poi sarebbero ricresciuti pù rigogliosi e resistenti al bilama. ed io pensavo: cazzo, ma potrò mica tenerli sempre così solo perché poi ricrescono più rigogliori e resistenti. ricordo che poi, un giorno sull'autobusse per la scuola superiore, notai, con un certo fastidio estetico, la stessa cosa sul labbro del mio amico daniele. ed io, che avevo già sverginato quel territorio [nel senso che me li ero tagliati, ovvio], pensai con un po' di sufficienza: cazzo, ma tagliati 'sti baffi, che son veramente troppo lunghi, ti manca forse il coraggio?

vabbhé.

divago.

dicevo di quel ragazzetto. perché più dei baffetti imberbi mi ha colpito quella sorta di complice entusiasmo con cui mostrava una foto - verosimilmente sua - a - verosimilmente - suo padre. come a volerlo rendere partecipe di un'emozione. condividerne il trasporto, manifestando, al netto di quei baffetti, un'importanza che sarebbe stato un vero peccato non cogliere, non apprezzare, non vivere con paterno riconoscimento. un qualcosa che mi è parso essere normale per mister baffetti: costituente un'abitudine di condivisione, giacché si è fatta propria la consapevole certezza che è cosa accolta, capita nella sua importanza.

ecco. ho pensato che un senso alla paternità potrebbe essere anche questo. soprattutto in un periodo complicato di quando spuntano le prime pelurie imberbi sopra il labbro: e un sacco di cose si fanno cazzutamente confuse. soprattutto con un figlio maschio: io che avrei voluto tre figlie femmine [come peraltro ha partorito l'ex anelito di cui sopra]. ho pensato che probabilmente sarei in grado di capirlo quell'entusiasmo, accoglierlo, e manifestare l'averne compreso l'importanza.

forse anche per dare un po' di giustizia a tutte quelle condivisioni mancate tra me e mio padre: per quanto nella buonafede di entrambi. lui forse non ci è arrivato per la sua formazione, l'impostazione culturale, una comprensione un po' così, forse a tratti. io, da par mio, non gli ho mai facilitato molto il lavoro. spigoloso come figlio, prima che spigoloso come singol un po' fallito.

mi sarebbe piaciuto vedermi come padre al posto di quell'altro padre, figlio consapevole di mio padre. con la sensazione che lì, spigoloso, non lo sarei mica stato. [curioso questo uso del verbo passato, per raccontare un futuro immaginifico. ci sarebbe da scriverci sopra una bella psicopippa. però forse è il caso che a 'sto giro, mi fermi qui].

 
 
 
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