I due Messia

Giovanni di Gamala e Yeshua ben Panthera

 

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La sintesi neotestamentaria

Post n°751 pubblicato il 18 Ottobre 2013 da paralotti
 

Giovanni di Gamala figlio di Giuda il Galileo e Yeshu figlio di Pandera: due personaggi con carisma divino e dai ruoli diversi, ma che percorrono strade parallele su un comune disegno escatologico e ineluttabile perchè voluto da Dio.

La vittoria finale mancò, la "fine dei tempi" non venne, il sogni si infransero sotto i colpi micidiali delle armate di Tito e più tardi di quelle di Adriano, e sembrò lasciare il passo allo sgomento e alla disperazione.

Molto tempo dopo e lontano da quei luoghi, qualcuno seppe trasformare la sconfitta in vittoria, la desolazione di una fine nella gioia di un principio, il castigo della terra nel premio del cielo, la spada nel ramoscello d'ulivo, il riscatto d'Israele nella salvezza del mondo, la storia nella favola...

La "buona novella" viaggiò per mare e per terra, conquistando popoli e paesi ma il prezzo da pagare fu altissimo: la negazione delle proprie origini e la cancellazione della memoria.

L'orgoglio nazionale, anima del messianismo, divenne vergogna e condanna dello stesso giudaismo disperso in un mondo ostile, lasciato ai margini delle società civili, quasi mai tollerato, ovunque tormentato a causa dell'infame e indelebile marchio del deicidio.

La favola, ormai lontana dalla realtà, si mosse a velocità crescente sulle ali della sublimazione mistica, fagocitando antichi archetipi appartenenti all'universo fideistico pagano e più in particolare, al mondo ellenistico e a quello dei culti misterici.

Di fronte ai pericoli di una tradizione orale, perennemente soggetta ad incontrollabili trasformazioni e ancora insidiata dal ricordo e dalla rivendicazione della memoria storica, si avvertì l'esigenza di immortalare l'immagine definitiva del "Salvatore del Mondo".

L'immagine di Yeshu, il predicatore illuminato che operava prodigi, il cui ricordo regnò nel cuore di più generazioni, iniziò a mescolarsi con quella appena  precedente di Giovanni di Gamala, il messia sconfitto, la cui vicenda aveva infiammato gli animi e alimentato i sogni di un popolo convinto della propria divina investitura.

Più in particolare il "Salvatore" cristiano ereditò dal mago prodigi, esorcismi, guarigioni visti come trucchi, il nome, la disononorevole assenza di legittima paternità, riciclata in prodigiosa maternità virginale e l'imputazione di apostasìa e pubblico plagio.

Dal messia politico, invece, rilevò la legittimazione davidica, i rapporti parentali con l'avanguardia messianista dei fratelli trasformata poi in mite corte di santi apostoli, il titolo di "Cristo", l'ingresso in Gerusalemme e i tragici fatti degli ultimi giorni.

Da entrambe le figure trasse, infine, gli eventi riguardanti i rispettivi processi (mescolati in un improbabile e irrituale giudizio a doppia competenza, con reciprovo scarico di responsabilità e verdetto popolare) e la croce (strumento di pubblica ignominiosa esposizione dopo la morte per il primo e di morte per il secondo.

Ci sarà un sussulto, dopo tante sconfitte e la distruzione del Tempio nel 70 d.C., nel II secolo da parte dell'ultimo guerriero giudaico: Simone bar Kochba, il "figlio della Stella". Egli rappresentò l'ultima tenue speranza di un messianismo disperato, alla quale poteva seguire soltanto la rassegnazione o come accadde, il ripensamento, la riconversione e la rilettura della storia a costo del rinnegamento delle proprie radici.

Il cristianesimo nascente nel II secolo e non prima come ci è stato fatto credere falsamente, è il prodotto di un incessante divenire nel quale hanno giocato un ruolo essenziale sia le dinamiche inconsce di tipo antropologico che le costruzioni artificiose scientemente condotte dal potere secolare allo scopo di plasmare la coscienza del mondo occidentale asservendone la storia alla propria sete di potere.

In altre parole il cristianesimo, oltre ad essere in parte frutto di "costruzioni a tavolino" indotte da intenti fraudolenti, si giovò anche di un'inconsapevole predisposizione ad assumere contenuti, forme e fisionomia note, grazie allo specifico "bisogno di fede", insito da sempre nell'uomo.

Finisco citando una frase significaiva risalente al II secolo, dove un attento e qualificato osservatore seppe individuare il vero criterio ispiratore della trasformazioni avvenute, lasciandoci una testimonianza sulla quale i sostenitori della "verità" dei Vangeli dovrebbero riflettere:

"... E' noto a tutti che ciò che avete scritto è il risultato di continui rimaneggiamenti fatti in seguito alle critiche che vi venivano portate".

Anni di tensioni, guerre fraticide ed attriti divennero sempre più forti e determinarono, attraverso una lunga serie di azioni e reazioni, la nascita, lo sviluppo e la stabilizzazione di quello che con Ehrman possiamo definire come "cristianesimo vincente", a scapito di un gran numero di altri vangeli poi scomparsi.

Nacquero dunque e si diffusero i primi scritti poi corretti, integrati, aggiustati, distrutti, ripensati e ricostruiti, in un vortice di trasformazioni che uccise la verità con la pretesa di testimoniarla e ostentarla al mondo.

Il cerchio si strinse intorno ai quattro canoni neotestamentari e le "voci diverse" furono assimilate o soppresse affinchè la "verità", come appena scritto, non avesse che un volto solo.

Da Giovanni di Gamala e Yeshu Pandera figlio di un soldato romano, nasce il Cristo cristiano, un assemblamento vincente che dura ormai da 1700 anni!

La trasfomrazione del titolo messianico di "Unto" (Cristo), appartenuto al messia davidico, in una sorta di identificativo anagrafico simile ad un moderno cognome, ha vissuto nei secoli accanto al nome appartenuto al messia di Aronne (Yeshu).

Quale fu il risutlato? Da Gesù più Cristo nacque... Gesù Cristo!

Di: Giancarlo Tranfo- La Croce di Spine (pag.213-214)

 
 
 

Yeshu L'Egiziano (seconda Parte)

Post n°750 pubblicato il 15 Ottobre 2013 da paralotti
 

Non è strano dunque che Yeshu, soprannominato "Egiziano" negli anni successivi al fallimento del tentativo di Giovanni di Gamala morto crocifisso per essersi dichiarato "Re dei Giudei", abbia quantomeno tentato di consacrare il proprio ruolo di messia sacerdotale eletto da Dio, presentandosi sul Monte degli Ulivi e promettendo un segno divino. (v. Zaccaria)

Lo sarebbe stato eventualmente per un "Salvatore del Mondo" disarmato e pacifico, che non avendo nulla da suggerire al popolo ebraico se non di "amare i propri nemici", avrebbe rischiato l'attacco della folla furibonda ancor prima di quello dei soldati romani!

Come al solito fa riflettere invece, il silenzio di Giuseppe Flavio sul precedente tentativo di Giovanni di Gamala il Galileo; abbiamo ormai compreso bene l'origine di tale silenzio che in riferimento al personaggio in questione, c'è stato un vero e proprio oscuramento. Il "Gesù" cristiano nascente non doveva aver nulla a che fare con il vero personaggio storico morto crocifisso nel 36 d.C. per sedizione contro Roma e per essersi dichiarato Re dei Giudei.

Il messia, che in quell'occasione "si dileguò", morì LAPIDATO ANNI DOPO E CIOE' NEL 72 D.C. A LYDDA!

Anche per Yeshu i giorni furono quelli delle feste pasquali, come attestato dal passo del Talmud che in una delle versioni note, reca un chiaro riferimento alla città di Lydda:

"... Alla parasceve essi appesero a Lud (Lydda) Yeshu".

L'imputazione di stregoneria e apostasia è identica a quella contestata al Gesù dei Vangeli. Per quest'ultimo, tuttavia, vista la commistione voluta nei Vangeli con la vicenda politico insurrezionale del messia davidico, fu necessario ideare un grottesco scarico di responsabilità tra le istituzioni religiose, popolo e organi giurisdizionali romani, allo scopo di raccordare alle meglio l'imputazione stessa di Yeshu (riguardante colpe di natura religiosa) con l'esecuzione di una pena romana prevista per il reato di sovversione armata commessa da Giovanni di Gamala il Galileo.

Per Yeshu a decidere la condanna fu il Sinedrio che nel pieno dei propri poteri, comandò l'esecuzione mediante una pena che gli era dato comminare: la lapidazione. Il fatto avvenne come scritto sopra, a Lydda nel 72 d.C., vale a dire il primo anno nel quale la Pasqua cadde di SABATO, successivamente al trasferimento del Sinedrio in tale città, dopo la disfatta del 70 d.C.; A tal proposito un antico manoscritto talmudico reca, infatti, una versione del passo in questione nel quale è detto:

"... Egli fu appeso alla vigilia del sabato della Pasqua".

Inoltre particolare attenzione merita il rilievo dato dalla giurisdizione ebraica alle prove testimoniali. Infatti nel seguito del passo citato è scritto:

"... Chiunque sappia qualcosa a sua discolpa venga e difenda il suo operato". Poichè nessuna testimonianza fu mai portata in suo favore, egli fu appeso per 40 giorni, dopo essere stato lapidato, alla vigilia della Pasqua".

Nella discussione rabbinica che segue alla citazione, entrambe registrate nella Ghemarah, appare un'affermazione enigmatica di forte contenuto indiziario:

"... Replicò Ulla: "Pensi egli sia stato uno per il quale ci si sarebbe potuto attendere una discolpa? Non era egli un sobillatore, riguardo cui la Scrittura dice: Non perdonarlo, non coprire la sua colpa? Con Gesù comunque fu diverso, perchè stava vicino al regno".

Non essendo chiaro cosa si debba intendere per "regno", verrebbe da pensare che la qualità messianica sacerdotale di Yeshu fosse in qualche modo riconosciuta anche in seno all'antica casta rabbinica ormai di estrazione esclusivamente farisaica e che ciò gli fosse a suo tempo valso quel particolare riguardo costituito dall'attesa di una possibile discolpa su base testimoniale non previta per analoghi casi.

Altrettanto rilievo veniva dato alle prove accusatorie per le quali era previsto un particolare iter acquisitivo, dettagliatamente previsto in altra parte dal Talmud. Due testimoni venivano fatti entrare nello stesso ambiente dove si trovava l'imputato per ascoltare non visti da questo, la confessione resa ad un terzo.

"... Come può essere fatto tutto ciò senza essere scoperti da lui? "In questo modo: poichè il seduttore viene fatto restare nella parte interna della casa, una lampada viene tenuta accesa sopra di lui in modo che i testimoni possono vederlo ed ascoltarel a sua voce". (Talmud, Mishnah Sanhedrin)

Il passo prosegue menzionando un famoso precedente nel quale fu attuata tale procedura:

"... Così, ad esempio, essi fecero con il figlio di Stada, a Lydda. Contro di lui due discepoli di uomini istruiti furono messi in un posto nascosto ed egli fu portato così davanti alla corte per essere lapidato".

Non è necessario spiegare chi fosse il "figlio di Stada" che come confermato in questa parte del Talmud, fu condannato e giustiziato a Lydda, mentre, con riferimento all'acquisizione delle prove testimoniali, vale la pena proporre un confronto tra questi e il "Gesù" del "Vangelo di Giuda", emerso dalle sabbie d'Egitto soltanto una trentina d'anni orsono.

"... I sommi sacerdoti mormoravano perchè (lui) era andato nella stanza degli ospiti per la sua preghiera. Ma là alcuni scribi lo stavano guardando con attenzione per arrestarlo durante la preghiera, poichè erano impauriti dalla gente, in quanto era considerato da tutti come un profeta. Si avvicinarono a Giuda e gli dissero: "Che cosa stai facendo qui? Tu sei un discepolo di "Gesù". Giuda gli rispose quello che desideravano. Ricevette dei denari e lo consegnò a loro".

La Chiesa si è affrettata a disconoscere e condannare l'antico scritto di origine cainita, proprio perchè balzato agli occhi del mondo con il suo esplosivo potenziale testimoniale, privo di condizionamenti, censure e secolari manomissioni. Il messia testimoniato nel Vangelo di Giuda presenta evidenti attinenze più con l'immagine messianica di estrazione sacerdotale che con quella di tipo carismatico e rivoluzionaria del  messia davidico. Tale immagine, che nei racconti neotestamentari si stinge, svanendo dietro alla tumultuosa vicenda dell'arresto, del processo e della condanna del re ribelle, conserva invece in questo scritto una tale similarità di circostanze con quelle riferite nel Talmud, da indurci a pensare che esso, pur parlando di "Gesù", si sia riferito in via esclusiva proprio alla vicenda del messia sacerdotale.

Di Giancarlo Tranfo: la Croce di Spine (pag. 211-212)

 
 
 

Yeshu l'Egiziano

Post n°749 pubblicato il 12 Ottobre 2013 da paralotti
 

Ritornando alla provenienza dall'Egitto, come non rammentare l'episodio narrato da Giuseppe Flavio in Antichità Giudaiche?

"... In quel tempo venne dall'Egitto a Gerusalemme un uomo che diceva di essere un profeta e suggeriva alle folle del popolino di seguirlo sulla collina chiamata Monte degli Ulivi, che è dirimpetto alla città, dalla quale dista cinque stadi. Costui asseriva che da là voleva dimostrare come a un suo comando sarebbero cadute le mura di Gerusalemme e attraverso di esse avrebbe aperto per loro un ingresso alla città. Udita tale cosa, Felice ordinò ai suoi soldati di prendere le armi e con una notevole forza di cavalleria e di fanti, uscirono da Gerusalemme e si lanciarono sull'egiziano e sui suoi seguaci uccidendone quattrocento e catturando duecento prigionieri, L'Egiziano fuggì dalla battaglia e si dileguò".(Ant. Giud. XX: 169-171
Chi può essere quest'uomo con il soprannome di "Egiziano" che si spaccia per "profeta" e che ritiene di essere dotato di facoltà soprannaturali tali da abbattere con un "suo comando" le mura di Gerusalemme?
Ora ascoltatemi bene: secondo i Vangeli, Gesù fu arrestato sul Monte degli Ulivi e nel caso fosse esistito, al tempo di Felice (52-60 d.C.) si SAREBBE TROVATO GIA' DA UNA VENTINA D'ANNI SU UNA NUVOLETTA PERCHE' MORTO DEFUNTO!
Lo stesso si può dire per Giovanni di Gamala, il Nazireo, il Galileo, Messia Davidico crocifisso nel 36 d.C. al quale, come già riportato nella spiegazione del tema del blog, si ispira la vicenda storica di "Gesù": egli fu arrestato, anzi si consegnò, con ogni probabilità sul Monte degli Ulivi ( senza riuscire dunque a dileguarsi) a seguito di un vero tentativo e poi riuscito colpo di stato contro il potere di Roma Imperiale.
L'unico "profeta" che potè presentarsi sul Monte degli Ulivi (dileguandosi al momento giusto) che veniva dall'Egitto dove aveva appreso le arti magiche e che era ancora vivo negli anni di Felice (52-60 d.C.), fu lo "Yeshu" del quale nel Talmud è scritto:
"... Il figlio di Stada (che significa donna che lascia il marito) aveva introdotto dallEgitto arti magiche". (Beth Jacobh fol 127)
Come prima anticipato, Celso, nei panni di un immaginario ebreo, disse dello stesso Yeshu:
"... Andasti a lavorare a mercede in Egitto, dove venisti a conoscenza di certe facoltà e grazie ad esse ti proclamasti Dio".
Tutto in perfetta coerenza con il passo appena citato di Giuseppe Flavio:
"...Venne dall'Egitto a Gerusalemme un uomo che diceva di essere un profeta... voleva dimostrare come a un suo comando sarebbero cadute le mura di Gerusalemme".
Non deve poi stupire la scelta del Monte degli Ulivi come teatro di più rivolte messianiche. Un Messia che con il proprio seguito si fosse presentato in tale luogo, avrebbe guadagnato credibilità presso il popolo circa la propria divina investitura, in quanto avrebbe dato attuazione alle parole del profeta Zaccaria:
"... Poi il Signore si farà avanti e combatterà contro quelle nazioni, come egli combattè tante volte nel giorno della battaglia.
In quel giorno i suoi piedi si poseranno sul Monte degli Ulivi, che sta di fronte a Gerusalemme, a oriente, e il monte degli Ulivi si spaccherà a metà. da oriente a occidente, tanto da formare una grande valle; metà del monte si ritirerà verso settentrione e l'altra metà verso il meridione".
E mi fermo qui... Alla prossima puntata!
Di Gianfranco Tranfo: "La Croce di Spine". (pag. 210-211)

 
 
 

Le pratiche magiche, l’apostasia e la corruzione di Israele a motivo della condanna

Post n°748 pubblicato il 09 Ottobre 2013 da paralotti
 

Le pratiche magiche, l’apostasia e la corruzione di Israele a motivo della condanna

 

“… Egli sta per essere lapidato perché ha praticato la stregoneria e ha condotto Israele verso l’apostasia”.

 

Alla già citata motivazione, dal Talmud posta a base della condanna inflitta a Yeshua, fanno eco altri passi presenti nella letteratura rabbinica e nei vangeli recanti argomentazioni convergenti sulle medesime accuse:

 

“… I Giudei gli risposero: “Non ti lapidiamo per un buona opera, ma per bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio””

 

Nella “Tholedot Yeshu” si fa chiaro riferimento all’esercizio, da parte di Yeshua, di magie e sortilegi posti in essere per apparire in veste divina. A tali “prodigi” accenna anche il Quarto Vangelo:

 

“… I capi dei sacerdoti e i farisei, quindi, riunirono il Sinedrio e dicevano: “Che facciamo? Perché quest’uomo fa molti segni miracolosi. Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui””.

 

Ravvisando peraltro negli stessi il pericolo di quel coinvolgimento popolare visto dal Talmud come corruzione della Nazione:

 

“… Mar disse: Gesù sedusse, corruppe e distrusse Israele”.

Perfino la pazzia accennata nel Talmud:

 

“… Era un pazzo, e noi prestiamo attenzione a quello che fanno i pazzi. Il figlio di Stada, il figlio di Pandira, ecc” Schabbath, (fol. 104b)

 

Trova un eco nel Vangelo di Marco:

 

“… I suoi parenti, udito ciò vennero a prenderlo perché dicevano: “E’ fuori di sè””.

 

Come già evidenziato anche Celso si riferì all’Egitto a proposito dell’apprendimento da parte di Gesù di “certe facoltà”, mentre il Vangelo di Matteo che come gli altri nomina a sporposito persone reali e si riferisce ad eventi camuffati che vengono spostati in tempi diversi da quelli nei quali avvennero e riduce ad un brevissimo periodo la permanenza della “Sacra famiglia” in terra egizia (dall’ultimo periodo di Regno di Erode il Grande fino agli inizi di quello di Archelao), ma tace ( come gli altri Evangelisti) su tuttu i successivi anni di vita di Gesù sino all’inizio della sia missione pubblica.

L’accennata “strategia narrativa” offusca e mistifica la verità senza mai sopprimerla del tutto. Ecco perché, tanto per rimanere al vangelo di Matteo, parlando della natività si narra della visita dei Magi, oscurando così un singolare riferimento al Talmud alla conservazione da parte di Yeshua, delle formule magiche apprese dagli egizi nonostante la volontà contraria dei Magi:

 

“… I Magi, prima di lasciare l’Egitto, prestarono particolare attenzione a che la loro magia non fosse messa per iscritto per evitare che altri la imparassero. Ma egli aveva escogitato un nuovo modo di scriverla nella pelle, o di fare dei tagli nella pelle inserendovela. Quando le ferite si rimarginavano, non era possibile vederne il significato”.

 

Giancarlo Tranfo: La Croce di Spine (Pag. 207-208-209)

E qui sorge spontanea la domanda: “Cosa fece Yeshua ben Pandera dai 13 ai 30 anni di vita e perché nessuno degli Evangelisti ne parla, tacendo?”

Esistono dei rotoli custoditi da monaci buddisti in un monastero ad Hemis in Tibet scoperti da un certo  Nicolas Notovitch, un avventuriero russo molto audace che amava viaggiare nei Paesi dell’estremo Oriente; in quei rotoli il Maestro Yeshu era conosciuto con il nome di Issa, che è esattamente lo stesso nome con cui “Yeshu” è conosciuto oggi nella lingua irlandese moderna. La lingua irlandese proviene dall'area Indo-Europea. Il racconto dei rotoli di Notovitch ci dice che Yeshu aveva appena celebrato il suo Bar-Mitzvab che era il periodo in cui le famiglie giudee amavano decidere la futura sposa per i loro figli, e secondo i rotoli, Yeshu che aveva compiuto i 13 anni e per l'epoca già in età per sposarsi, non desiderava che accadesse in quel momento. Così lasciò furtivamente la casa dei suoi genitori e si unì a una carovana di mercanti che stava partendo per i favolosi paesi dell'est, da cui provenivano le favolose storie di Maestri che sapevano compiere fenomeni straordinari e vivevano per lunghissimi inimmaginabili anni. Nel suo viaggio di andata si diresse a nord attraverso l'attuale città di Damasco, in Siria, poi nell'odierno Iraq, attraverso Bagdad, (l'allora Opis) e da lì a Egbatana (oggi Hamadan) e Rhagae (ora Teheran) fino all'antica città di Bactra (oggi Balkh) che era stata la capitale di un antico impero. Da Bactra egli andò a sud a Kabul, in Afghanistan e da lì attraverso il Passo di Khyber a sud verso Taxila, la Città di Pietra, capitale del Punjab, dove Tommaso l'Apostolo 20 anni più tardi avrebbe soggiornato presso il Re Gundaphores, nell'anno 47, il periodo in cui anche Apollonio di Tiana era a quella Corte. Yeshua entrò nella zona di Rawlpindi e puntò verso l'India. Attraversò il Paese dei Cinque Fiumi, il Punjap, finchè giunse nel Paese del Sind, nel sud-est dell'odierno Pakistan, alla foce del fiume Indo, dove si stabilì tra la gente conosciuta con il nome di Ariani. Fu accolto molto calorosamente e dopo aver passato un periodo lì, divenne assai famoso tra gli abitanti del luogo, e nonostante essi chiedessero che rimanesse con loro, non avendo egli trovato quello che desiderava scoprire, proseguì, attraversò l'intero paese dell'India, fino alla città di Juggernat, ora chiamata Puri, nella provincia di Orissa, dove fu ricevuto dai Bramini, i sacerdoti bianchi. Lì, i rotoli ci dicono che imparò a leggere e a comprendere i Veda, i sacri testi indù, che erano stati compilati tra il 500 e il 1100 a.C.

Trascorsi 17 lunghi anni della sua vita in quei luoghi sconosciuti  e avendo appreso le “arti magiche” dai maestri del posto,  ritornò in Palestina dove nessuno più lo riconobbe…

Micèàl Ledwith: Gli anni Occulati.

 

 

 
 
 

Yeshua ben Pandera (Seconda Parte)

Post n°747 pubblicato il 05 Ottobre 2013 da paralotti
 

Di fronte agli sforzi interpretativi degli esegeti cristiani, sorge spontanea una domanda:

"E'decisamente più credibile l'esistenza reale di un soldato chiamato "Panthera" (o simile), colpevole insieme a Maria di un "peccato di gioventù", piuttosto che una maternità virginale per intervento dello Spirito Santo, di fronte alla quale i diffamatori giudei non avrebbero trovato di meglio che scimmiottare il termine greco di vergine (parthenos) al quale a ben vedere, Panthera nemmeno somoglia poi tanto?

Oltre tutto il nome Panthera si ritrova in iscrizioni di soldati romani in Palestina. Si tratterebbe di Tiberius Julius Abdèus Panther (Tiberio Giulio Abdeo, detto Panthera), milite dell'esercito romano nel quale, probabilmente, rivesti il grado di centurione, di una coorte militare di guarnigione in Palestina fino al 9 d.C. Successivamente fu trasferito in Germania e mori all'età di 62 anni vicino all'attuale Bingerbrùck dove è stato trovato un monumento funebre in cui appare inciso il suo nome.

D'altra parte se il fatto fosse calunnioso e il nome Panthera inventato, i Padri della Chiesa non avrebbero cercato di ingenerare confusione con il consueto trucco, già collaudato nelle scritture evangeliche, di nominare persone giuste nel posto o nel ruolo sbagliato: il nome di Pandera, evidentemente noto in antichità giudaiche ed effettivamente sospettato di essere il padre di colui che nel frattempo era diventato Gesù, appare nelle sdegnate smentite di Origene. Al fine di controbattere la diffamanete storia, egli scrisse che Panther era il soprannome di Giacomo nonno di Gesù, cosa successivamente certificata nelle genealogia ricostruita da San Giovanni Damasceno.

La menzione, contro ogni uso dell'epoca, di quattro donne (peraltro di pessima fama) nella genealogia di Gesù riportata da Matteo, potrebbe essere stata ugualmente ispirata dall'intento di allontanare da Maria qualsiasi sospetto screditante, direzionando l'infamia su diversi soggetti già noti per via della stessa.

Le fonti rabbiniche, in sintonia con le asserzioni di Celso, si riferiscono al concepimento di Gesù come al frutto di una relazione adulterina di Miriam (Maria) con Giuseppe Pandera, a seguito della quale la stessa sarebbe stata abbandonata dal promesso sposo di nome Giovanni.

"... Vicino alla sua casa abitavano una vedova e la sua bella e casta figlia, chiamata Miriam. Miriam era promessa a Giovanni, della stirpe reale di David, un uomo istruito nella Legge e timorato di Dio. Alla fine di un Sabbath, Giuseppe Pandera, bello e in apparenza simile a un guerriero, avendo ammirato Miriam con lussuria, bussò alla sua porta e la ingannò, fingendo di essere il suo promesso sposo, Giovanni. Anche così, ella fu stupita da questa cattiva condotta e si sottomise soltanto controvoglia.

Più tardi, quando venne da lei Giovanni, Miriam si lamentò del suo comportamento, così diverso da quello consueto. Fu così che i due si resero conto del misfatto di Giuseppe Pandera e del terribile sbaglio da parte di Miriam. In seguito a ciò, Giovanni andò dal maestro Shimeon ben Shetah e gli raccontò della tragica seduzione. Poichè mancavano i testimoni necessari per la punizione e Miriam aveva concepito un figlio, Giovanni partì per Babilonia.

Miriam partorì un figlio maschio e lo chiamò Giosuè, come suo fratello. Questo nome più tardi fu deformato in Gesù. L'ottavo giorno, (il bambino) fu circonciso. Quando fu abbastanza grande il ragazzo vene portato da Miriam nella scuola, per essere istruito nelle tradizioni dei Giudei".

Similmente, nel "Trattarello Kallah" (1b) viene riferita la confessione di Maria al rabbi Akibah, estortale con la falsa promessa della salvezza nella vita futura:

"... Il giorno che mi sposai avevo le mestruazioni, e a causa di ciò, mio marito mi lasciò. Ma uno spirito malvagio venne e giacque con me e da quel rapporto mio nacque questo figlio".

Con la discendenza del personaggio di Gesù dal soltato romano chiamato Panthera, trova una spiegazione anche l'appellativo altrimenti oscuro di "Cristo il romano" riportato nell'antico libro sacro di Giovanni, custodito dai Mandei".

 

Di Giancarlo Tranfo: La Croce di Spine. (pag. 206-207)

 
 
 

Yeshua ben Pandera

Post n°746 pubblicato il 29 Settembre 2013 da paralotti
 

Yeshua ben Stada o ben Pandera: si può iniziare a mettere ordine nel confuso materiale letteraio riportando ad un'unica individualità i riferimenti ai due patronimici (figlio di Pandera o di Stada).

In Stada è possibile infatti, riconoscere una forma contratta di stath-tah-dah, ossia:

"Colei che ha abbandonato il marito".

Lo Yeshua figlio di una donna che "ha abbandonato il marito", può dunque essere anche il figlio di Pandera o Panthera, così come un passo *talmudico sembra confermare:

*(N.B. Il Talmud è considerato il testo sacro dell'ebraismo, e sta a significare insegnamento, studio, discussione).

"... Questo figlio di Stada era il figlio di Pandira. Infatti il rabbino Chasda ci dice che Pandira era il marito di Stada, sua madre, ed egli visse durante la vita di Pophus, il figlio di Jehuda. Ma sua madre era stata, Maria di Magdala (una parrucchiera per signore) che, come dice il Pumbadita, aveva lasciato il marito".

Nel nome di Pandera o Panthera gli studiosi di matrice cristiana si sforzano di vedere un significato allegorico, dato dall'alterazione in senso ingiurioso del termine greco "parthenos" (cioè vergine), in modo da relegare il personaggio stesso nell'ambito delle creazioni favolistiche di origine parodica. (loro si che se ne intendono!)

Purtroppo per loro, già nel II secolo e in ambienti ben diversi da quelli delle scuole ebraiche che diedero vita alla Mishnah (La Mishnah o Torà Orale consiste nella grande e sistematica raccolta di insegnamenti dei Maestri dell’ebraismo, tramandati dapprima oralmente e poi messi per iscritto da Rabbi Yehudà Ha-Nasì alla fine del Secondo secolo), il filosofo Celso, nel II secolo, nel "Discorso della Verità", riferì una personale versione sia dell'origine del discusso patronimico che della stessa vita del messia cristiano, da lui ritenuto, come già detto*, un singolo soggetto realmente esistito.

*N.B. Nel "Discorso della Verità" Celso, si riferisce al nome Yeshua non come al reale nome del Messia Giudeo "deidificato" dai cristiani, ma come ad una scelta tardiva degli stessi i quali, fino ad allora, sembra avessero chiamato il loro "Soter" con vari appellativi (il Signore, Kristos ovvero l'Unto), senza mai far ricorso ad un vero nome proprio:

"Colui al quale AVETE DATO il nome di Gesù in realtà era il capo di una banda di briganti...".

Il personaggio che emerge in maniera diffamante, non ha nulla dell'eroe davidico, diversamente dal quale è un povero, nato da un adulterio, che si diede alla magia e ai trucchi per proclamarsi Dio.

"... T'inventasti la nascita da una vergine: in realtà tu sei originario di un villaggio della Giudea e figlio di una donna di quel villaggio, che viveva in povertà filando a giornata. Inoltre costei, convinta di adulterio, fu scacciata dallo sposo, falegname di mestiere. Ripudiata dal marito e vergognosamente randagia, essa ti generò quale figlio furtivo. Spinto dalla povertà andasti a lavorare a mercede in Egitto, dove venisti a conoscenza di certe facoltà per le quali gli Egiziani vanno famosi. Quindi ritornasti, orgoglioso di quella facoltà e grazie ad esse ti proclamasti Dio. Tua madre, dunque, fu scacciata dal falegname, che l'aveva chiesta in moglie, perchè convita di adulterio e FU RESA INCINTA DA UN SOLDATO DI NOME PANTHERA".

(Prima parte...)

Giancarlo Tranfo: La croce di spine. (pag. 205-206)

 
 
 

Giuda Didimo ovvero… Theudas

Post n°745 pubblicato il 26 Settembre 2013 da paralotti
 

L’appellativo Thomas che significa “gemello”, gli fu dato probabilmente, per la somiglianza con un fratello.
In Antichità Giudaiche lo incontriamo come promotore di un tentativo non riuscito di insurrezione messianica: era un vizio di famiglia!
Giuseppe Flavio parlandocene non evidenzia la discendenza da Giuda il Galileo (o forse lo fece ma fu censurata…) ma come già visto, dai Vangeli emerge chiaramente il suo rapporto di fratellanza carnale con Simone Pietro, Giacome e “Gesù”.

“Durante il periodo in cui Fado era procuratore della Giudea, un certo sobillatore di nome Teuda persuase la maggior parte della folla a prendere le proprie sostanze e a seguirlo fino al fiume Giordano. Affermava di essere un profeta al cui comando il fiume si sarebbe diviso, aprendo loro un facile transito. Con questa affermazione ingannò molti. Fado però non permise loro di raccogliere il frutto della loro follia e inviò contro di essi uno squadrone di cavalleria che piombò inaspettatamente contro di essi uccidendone molti e facendone altri prigionieri; lo stesso Teuda fu catturato, gli mozzarono la testa e la portarono a Gerusalemme". (Idem. XX: 97-99).

Giuda Didimo Tommaso o Teuda è l’apostolo “dubbioso”, chiamato Teuda da Marco e Matteo, indicato invece con il nome di Giuda soltanto da Luca.
Perché questa scelta di Luca?
L’estensore del “terzo” Vangelo e degli Atti degli Apostoli, per evitare pericolose sovrapposizioni tra rivoluzionari messianisti e santi discepoli, fece sparire Teuda (sostituendolo con Giuda) da tutti i suoi scritti, avendolo nominato negli Atti come ribelle, in particolare nel famoso discorso in difesa degli Apostoli che avrebbe tenuto Gamaliele dinnanzi al Sinedrio.
Nel citato discorso ( che posterò in altra occasione) di Gamaliele, appare evidente un ulteriore espediente posto in essere dall’Evangelista impostore per confondere le già confuse idee del lettore e cosa si inventa questo falsario furbo come una volpe?
Egli, il santo Evangelista pensò bene di cambiare la storia e mise in bocca a Gamaliele un discorso nel quale si invertono cronologicamente sia le gesta che la morte di Giuda il Galileo padre di Giovanni di Gamala il Nazireo e dei suoi fratelli: Giacomo, Simone Pietro, Giuda e Giuseppe, “Santi Apostoli” e di Teuda, e si tace sulla discendenza diretta del secondo dal primo.
Morto così il figlio prima del padre, il lettore meno attento grazie a questo maldestro stratagemma ed errore cronologico di portata generazionale, è dissuaso e allontanato da qualsiasi associazione di idee o parallelo tra i santi Apostoli, assolti grazie a tale provvidenziale arringa (vedi discorso fasullo di Gamaliele) e i componenti della nota e terribile famiglia dalle ambizioni messianiche e regali che faceva capo a Giuda il Galileo ed i suoi figli.
Ecco come fece:
“… prima d’ora sorse Teuda, dicendo di essere qualcuno; presso di lui si raccolsero circa quattrocento uomini; egli fu ucciso e tutti quelli che gli avevano dato ascolto, furono dispersi e ridotti a nulla. DOPO DI LUI SORSE GIUDA IL GALILEO, ai giorni del censimento, e si trascinò dietro della gente; anch’egli perì e tutti quelli che gli avevano dato ascolto furono dispersi” (At., 5:36, 37)

Di: Giancarlo Tranfo- La Croce di Spine. (pag. 167-168)

 
 
 

I dodici apostoli ovvero i fratelli del Messia

Post n°744 pubblicato il 23 Settembre 2013 da paralotti
 

“… Anche voi, che mi avete seguito, sarete seduti su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele”

Dodici erano gli anni di malattia della donna guarita dal flusso emorragico, come dodici erano le ceste piene portate via dopo il miracolo dei pani e dei pesci, dodici gli anni della figlia di Giairo e gli anni di Gesù quando si recò a Gerusalemme e, soprattutto dodici, come abbiamo appena letto, le tribù d’Israele. Ecco perché gli Apostoli, posti a giudici di ciascuna di esse, non avrebbero potuto essere otto, quattordici o ventiquattro!

Nessun altro numero appare nei Vangeli con una tale ricorrenza, proprio perché ad esso veniva riconosciuto un valore simbolico talmente sacrale da adattare ad esso eventi e personaggi.

Tuttavia, si tratta anche per il numero dodici, di una sacralità mutuata dalle antichissime tradizioni astronomiche mesopotamiche e sumero-babilonesi, fondate sulla suddivisione della volta celeste in dodici case zodiacali.

Per raggiungere questo numero, gli Evangelisti o chi per loro, ricorsero ad ogni espediente narrativo: identità replicate mediante doppi e tripli appellativi, sdoppiamenti occasionali, paternità e maternità diversificate.

Secondo quando riferito negli "Atti" di Luca, i seguaci della dottrina di "Gesù", in tre decenni si erano moltiplicati e diffusi nelle province mediterranee dell'Impero... grazie alle dimostrazioni di miracoli straordinari fatti dagli "Apostoli"dei cui nomi non esiste traccia in alcun documento storico dell'epoca!

L'unico "attestato" (uno storico non potrà mai basarsi su un "documento" fideista come il Vangelo) che avrebbe dovuto comprovarne le gesta, oltre all'esistenza, è costituito dagli "Atti degli Apostoli", ma dopo averne individuato le falsificazioni apportate dall'evangelista (il blog le dimostrerà di volta in volta...) per rendere credibili i suoi "santi" personaggi tale documento, in realtà, diventa la prova che i "Dodici" sono soltanto un numero di valore simbolico religioso; furono una creazione letteraria per far apparire che il "cristianesimo" diffuso da loro, era presente sin dal I secolo al fine di dimostrare che Gesù era venuto sulla Terra e si era sacrificato per salvare gli uomini dalla morte.

Gli Apostoli degli scritti neotestamentari non sono mai esistiti!

 

Di Giancarlo Tranfo: “La croce di spine”. (Pag. 161)

 
 
 

La resurrezione di Lazzaro

Post n°743 pubblicato il 19 Settembre 2013 da paralotti
 

MA QUALE MIRACOLO!

Lazzaro, Zelota, figlio di Giairo, discendente di Giuda di Gàmala, parente di Giuseppe (Menahem) dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C. con circa un migliaio di Esseni e Zeloti, asserragliati nella fortezza di Masàda nel 73 d.C., resistette all’assedio dei romani per sei mesi . (Ultimi ribelli patrioti rimasti, infatti Giuseppe Flavio li chiama “Sicari”) Resosi conto che era inutile ogni resistenza contro lo strapotere delle legioni romane, convinse TUTTI I SUOI SEGUACI A SUICIDARSI.
Nel suo ultimo, lungo discorso ricorda ai suoi uomini:

“… La superiorità dell’anima su un corpo mortal...e che la tiene prigioniera e che la morte libererà dal suo peso corruttibile facendola vivere in eterno. La morte infatti, donando la libertà alle anime, fa si che possono raggiungere quel luogo di purezza che è la loro sede, dove andranno esenti da ogni calamità, mentre, finchè sono prigioniere in un corpo mortale, schiacciate sotto il peso dei suoi uomini, allora si che esse sono morte…” (Gue.VII, 344)

Così Giuseppe Flavio descrive gli Esseni:
“Quando giunge con gloria, considerano la morte migliore della vita. I loro spiriti furono sottoposti ad ogni genere di prove dalla guerra contro i romani, durante la quale furono contorti, bruciati e fratturati, sotto ogni genere di tortura… esalavano serenamente l’anima, certi di tornare a riceverla… E’ ben salda in loro l’opinione che i corpi sono corruttibili e instabili mentre le anime vivono in eterno…” (Gue. II 152-4)

Poco dopo arrivarono i legionari romani e allibiti trovarono quasi mille corpi senza vita di guerriglieri sicari ZelotI ed Esseni, fra cui donne e bambini.
“Quando furono di fronte alla distesa dei cadaveri, ciò che provarono (i romani) non fu l’esultanza di aver annientato il nemico, ma l’ammirazione per il nobile proposito e per il disprezzo della morte con cui tanta moltitudine l’aveva messo in atto”. (Gue. VII, 406)

Circa mille persone che, prima di rinunciare ad un’esistenza come loro avevano sognato e lottato per realizzarla, preferirono la MORTE DEL CORPO CORRUTTIBILE nella convinzione di liberare e FAR RISORGERE LE LORO ANIME.
Questa! … fu LA VERA RESURREZIONE DI LAZZARO FIGLIO DI GIAIRO!
Gli esseni, prima di riformare la dottrina, credevano nell’immortalità dell’anima, mentre la nuova dottrina, con l’innesto del rituale teofagico eucaristico dei “Salvatori” pagani, prevedeva la resurrezione anche della carne e questo doveva essere “dimostrato” con gli episodi di “Risurrezione dei corpi” che ritroviamo nei Vangeli e negli “Atti degli Apostoli”, il più famoso dei quali come tutti sanno, è la “Resurrezione di Lazzaro”.

Di Emilio Salsi da libro Giovanni il Nazireo detto “Gesù Cristo” e i suoi fratelli. (pag. 113)

 
 
 

Gamala e Nazareth

Post n°742 pubblicato il 17 Settembre 2013 da paralotti
 

 

Gamala è stata una città le cui rovine furono scoperte in modo fortutito ed inaspettato nel 1967, riconosciuta ufficialmente dagli archeologi nel 1976, costruita SOPRA UN MONTE nel Golan inferiore, a nord-est del lago Tiberiade (Genezaret), importante per la storia giudaica fin dal secolo precedente a "Cristo", fu attaccata nell'autunno del 66 d.C., invano per sette mesi, dalle truppe di Re Agrippa II e verrà distrutta, grazie all'intervento di tre legioni romane agli ordini di Vespasiano e Tito, un anno dopo. Teatro di una battaglia sanguinosa che causò molte migliaia di morti fra la popolazione, di cui più della metà suicidi, gettatisi in un precipizio con donne e bambini pur di sottrarsi a stupri e schiavitù. Questa Città, vicina a Cafarnao e al lago, così presente nella storia... E' IGNORATA DAI VANGELI.

"Gesù Cristo" percorse in lungo e in largo la Palestina, ha navigato e passeggiato su e giù per il lago Tiberiade, ha fatto miracoli e discorsi in città e villaggi molto meno importanti, ma a GAMALA NO!... LA EVITAVA.

Così come la evitava il geniale Apostolo, Segretario di Stato, da lui nominato dopo essere morto sulla croce, quindi "post-mortem", SAULO PAOLO, il quale ligio alle consegne ricevute dal Maestro al momento della "folgorazione", doveva visitare tutte le Sinagoghe tranne quella di Gamala, come non lo fecero i SANTI APOSTOLI: Simon Pietro, Giacomo, Giovanni "detto anche Marco" e Giuda.

Eppure questa città era ed è vicina al lago di Tiberiade, sul ciglio di una monte, con un precipizio, con una Sinagoga, con attività produttive, coniava monete proprie... sembra, anzi è la descrizione della NAZARETH dei Vangeli:

"Si recò a Nazareth dove era stato allevato; ed entrò come al solito di sabato nella Sinagoga e si alzò a leggere... all'udire queste cose, tutti nella Sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero giù dal precipizio. Ma egli passando in mezzo a loro, se ne andò. Poi DISCESE A CAFARNAO, una città della Galilea" (Lc. 4; 16-28/31).

" Discese a Cafarnao" (a nord del lago). Questa frase ha un senso soltanto se la discesa parte da Gamala, "SUL CIGLIO DI UN MONTE" sovrastante Cafarnao, e distante da essa 15 km. Non può riferirsi alla NAZARETH odierna, DISTANTE DA CAFARNAO 32 KM. (in linea retta), non sovrastante ad essa e "piana", non POSIZIONATA SOPRA ALCUN MONTE, SENZA UN PRECIPIZIO A RIDOSSO, NE' VICINA AL LAGO. Abbiamo la stessa constatazione nel Vangelo di Matteo (8, 1-5).

Al contrario di Gamala, NAZARETH E' TOTALMENTE SCONOSCIUTA DALLA STORIA sino al quarto secolo dopo Cristo. La Nazareth che conosciamo, meta di pellegrini, culto dei cristiani di tutto il mondo da oltre 1500 anni, non ha nulla a che vedere con la Città dei Vangeli. Diversamente da Gamala, a Nazareth non esistono nè monte, nè precipizio, nè lago, nè le rovine di una Sinagoga, nè barche vicine. Gli edifici e i monumenti più antichi riferiti alla vita di "Cristo", ammirati dai pellegrini in devota contemplazione, risalgono ad epoche successive al Concilio di Nicea del 325 d.C.

La Chiesa falsaria è consapevole del vuoto storico della "città di Nazareth", pertanto per trovare una giustificazione, contraddicendo i Vangeli, nell'ultimo secolo l'ha declassata a "villaggio" e come tale sarebbe passato inosservato agli storici ed agli archeologi!

Ma allora, se Gamala era la vera "Nazareth", perchè i Vangeli hanno mentito? Via!... non ditemi che non lo avete capito: era la città di Giuda il Galileo e dei suoi figli...Zeloti, i quali avevano lo stesso nome dei fratelli di "Gesù"... i famosi Apostoli!

Di conseguenza il libro scritto dall'ex Papa Ratzingher dal titolo: "Gesù di Nazareth" è un falso!

Da: Giovanni il Nazireo detto "Gesù Cristo" e i suoi fratelli di Emilio Salsi.

 
 
 
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