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Creato da: riministoria il 27/08/2005
Storia e cultura a cura di Antonio Montanari Nozzoli

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Carte parlanti. 01

Post n°63 pubblicato il 11 Aprile 2009 da riministoria

Avviamo una nuova sezione del blog, con pagine intitolate "Carte parlanti. Vecchie storie, nuove notizie".

A mo' di premessa

Nella nostra città, Rimini, fortunatamente si scrive parecchio di Storia, ma purtroppo non si fa nulla per far apprendere come si leggono le carte, per poterne poi ragionare.
Per mettere a disposizione di tutti il materiale esaminato nel corso di mezzo secolo esatto di letture e studi, avvio questa serie di pagine web che ho intitolato "Carte parlanti".
L'unico criterio che sarà utilizzato è quello concreto, immediatamente percepibile e verificabile, della lettura di documenti originali. Alla lettura seguirà l'esame degli aspetti che ne conseguono.


Cap. 1. Iano Planco e Galileo

Uno dei riminesi più famosi nel mondo, il medico e scienziato settecentesco Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775), rimprovera ai colleghi di Siena (dove insegna Anatomia dal 1741 al 1744) di insegnare una «anatomia cartacea».
Per comprendere il significato dell'aggettivo, è necessario risalire al discorso galileiano che ci rimaanda ad una «astronomia cartacea». Ovvero astratta, lontana dalla «sensata esperienza», e basata soltanto sulla conoscenza dei libri degli antichi e sulle «ragioni d'Aristotile».

La lezione galileiana in Bianchi torna in una lettera che il medico scrive a Muratori: «Io vorrei che i giovani, fino che sono in una certa età, non si divagassero tanto nella lettura di molti libri, ma vorrei che, avendo coltivato lo studio delle lingue erudite, cioè della greca, della latina e anche della nostra vulgare, stassero intenti a studiare unicamente per alcuni anni il bel libro della natura, i cui caratteri sono gli angoli, i triangoli, i quadrati, i circoli, le ellissi, i coni, i cubi, i cilindri e l'altre figure tutte, sì piane che solide. Con questo abecedario e con gli esperimenti e con le osservazioni prese dalla notomia, dalla buona chimica, dalla astronomia e da tutte l'altre arti utili al genere umano, si pongono certi fondamenti per le scienze tutte, senza de' quali è vano ogni nostro sapere […]».

Uno dei più celebri allievi di Bianchi, il filosofo savignanese Giovanni Cristofano Amaduzzi (1740-1792) porta un fondamentale contributo alla conoscenza del «modus operandi »intellettuale del maestro.
Per comprendere l'accusa di «anatomia cartacea» rivolta da Bianchi ai propri colleghi senesi, ci è utile ricordare l'episodio relativo alla questione della inoculazione del vaiolo.
A cui Planco è dapprima contrario, come dimostra un suo scritto contro il quale si scaglia Pietro Verri. Ed a cui invece si rivolge con atteggiamento opposto, proprio come soltanto Amaduzzi poteva conoscere, e ci ha testimoniato.

Il sapere sperimentale di Bianchi è dapprima condizionato da un errore epistemologico che rispecchia l’esperienza culturale del primo Settecento.
Questo errore di valutazione è documentabile con una lettera dello stesso Bianchi a Giovanni Lami. Dove «la quistione dell’innoculazione» è inserita tra le «cose letterarie» da discutere, magari nel «miglior latino», con il quale mandare «al diavolo tutti i pretesi calcoli [...] e tutte le altre ragioni sofistiche de’ fautori dell’innoculazione, giacché tutti costoro non sono filosofi e meno medici, ma sono sfaccendati [...]».

Amaduzzi scrive che Planco cede «in appresso all’evidenza del buon esito» dell’innesto del vaiolo, «con quel candore, e coraggio, che suole ispirare l’amore della verità nei cuori degli uomini grandi».
Bianchi così applica su se stesso quel metodo scientifico "moderno" che lo fa ricredere delle proprie opinioni espresse a proposito della inoculazione del vaiolo.

L'errore epistemologico di cui si è detto, è un tema importante per comprendere non soltanto la biografia intellettuale dello scienziato riminese, ma pure il processo culturale di trasformazione delle conoscenze scientifiche nel corso del Settecento europeo.
Quell'errore è spiegabile anche (ma non direi soprattutto) con le ragioni personali narrateci da Amaduzzi nel ritratto che pubblica sull’«Antologia romana» alla morte del maestro: «Fu egli uomo dotato di un vasto talento», scrisse il savignanese, «di memoria sorprendente, e di una somma diligenza. Mancò d’un certo criterio, per il che fu soggetto talvolta a qualche paralogismo».
Ma proprio quel suo «qualche paralogismo» ci obbliga a considerare la conoscenza scientifica come un cammino non lineare, bensì pieno di ostacoli e contraddizioni.

 
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1929, il naufragio della "Bruna"

Post n°62 pubblicato il 10 Gennaio 2009 da riministoria

Bruna_riccione17 gennaio 1929.

Cinque pescatori riccionesi muoiono per un violento fortunale nel naufragio della motonave "Bruna".

La "notte era gelida, soffiava un vento freddissimo e un fitto nevischio cadeva ininterrotto", raccontò "Il Popolo di Romagna".


Altri nove marinai perdono la vita quella notte a bordo della "Titona" di Bellaria.


Le vittime riccionesi sono il "parone" Secondo Tomassini detto Pirulèin, 34 anni, Paolo Ceccarelli, motorista, 23, Giulio Gennari, 31, Roberto Pronti, 38, ed Ubaldo Righetti, 19.

Al loro ricordo il Comune della Perla Verde ha dedicato una piccola pubblicazione curata da Fosco Rocchetta, direttore della Biblioteca Comunale.

Vi sono documentate anche le vicende del ritrovamento di quattro delle cinque salme (mancò quella di Gennari) nel corso dell'estate successiva. E del recupero del relitto della "Bruna".

Questo volumetto è un'altra importante testimonianza per ricostruire il ruolo che la marineria rivierasca ebbe nel corso degli ultimi secoli nella nostra storia sociale ed economica.

La foto della "Bruna" è tratta dal libro edito dal Comune di Riccione.

 
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Cagliostro, torna il libro di Nevio Matteini

Post n°61 pubblicato il 14 Settembre 2008 da riministoria

Riminicagliostro
"Lo storico Nevio Matteini dice che tentò a più riprese di guadagnarsi la fiducia dei massoni romani, ma con scarsi risultati...". Nel capitolo dedicato ad Alessandro Cagliostro, nella sua storia d'Italia del Settecento, Indro Montanelli ha destinato ad una notorietà internazionale lo studioso Nevio Matteini (Rimini 1914-1992) per il suo saggio del 1960 dedicato a Giuseppe Balsamo conte di Cagliostro, ora riproposto (settima ristampa) dalla Città di San Leo con prefazione di Annio Maria Matteini, figlio dell'autore.
"Chi fu Cagliostro?" si chiedeva Nevio Matteini. La sua risposta è chiara: si trattava di un "povero essere psicopatico e gravemente minato nel fisico".
Il giudizio nasce dalla documentazione raccolta: i rapporti ufficiali del castellano di San Leo al presidente della legazione d'Urbino. "Inquietissimo", Balsamo manifesta le "più scandalose smanie" non moderate neppure dall'uso del bastone.
Che alla fine dei suoi giorni, incarcerato e malato, Cagliostro esplodesse in siffatto comportamento, non meraviglia. Ciò che stupisce ancor oggi è tutta la sua vita precedente. Per una complessa serie di circostanze, essa diventa qualcosa che (forse) Cagliostro non fu.

Il 7 aprile 1791 Cagliostro è condannato a morte. Papa Pio VI lo grazia e lo fa rinchiudere nel carcere di San Leo. Da questo momento l'uomo vecchio, quel Giuseppe Balsamo nato nel 1743 a Palermo, si trasforma in simbolo di tante cose, a volte speculari e contrapposte fra loro (il libero pensiero e l'oscurantismo ecclesiastico), a volte lontanissime dalle grandi questioni intellettuali, come il ruolo di sua moglie Lorenza Feliciani.
E' lei che fa la prima denunzia contro il marito nel 1789. A Parigi i rivoltosi hanno preso la Bastiglia. A Roma le spie covate in famiglia collaborano al sistema politico ecclesiastico basato sulla delazione e sul sospetto, trionfante dalla Controriforma in poi.
Balsamo ha viaggiato per l'Europa spacciandosi per il conte Alessandro Cagliostro. Lorenza è romana, una popolana di Trastevere, "avida di denaro, di lusso e di piaceri", la racconta Matteini. Secondo Cagliostro, la moglie si era mossa contro di lui a causa delle mene della corte di Francia.
Cagliostro confessa di averla fatta nuotare nell'oro, e di averla portata a sedere a fianco delle più superbe dame delle alte corti. Ma non può essere stata lei a tradirlo, si consola: soltanto perché non "acuta di mente", lei è stata la prima vittima di qualche seduzione.

Certo è che la bella Lorenza amava la vita. Arrestato il marito, seduce il cappuccino incarcerato con lui, un teologo svizzero in procinto di diventar vescovo. Condannato a dieci anni, lui riesce ben presto a liberarsi dai ceppi della legge, forse nel gennaio 1793 (quando avviene a Roma il linciaggio del giornalista Hugo di Bassville, segretario dell'ambasciata francese), per finire fra le braccia accoglienti di lei.

Come osserva Matteini, alla fine la Chiesa di Roma fece "di un avventuriero che mirava solo a mungere quattrini, un martire del pensiero".
Di recente un amico mi ha mostrato una pagina inedita di Aurelio Bertola (marzo 1788) che parla di Cagliostro: "... straordinario uomo; straordinario veramente, giacché senza una gran ragion, senza gran ricchezza, senza gran sapere, senza alcuna amabilità di tratto, senza alcuna eloquenza, sempre ha avuto il segreto di diventar ricco, di passar per dottissimo, di avere amici e fautori e partigiani, quanto forse alcun altro non abbia mai". Insomma un gran ciarlatano.
Annio Matteini presenta la ristampa con un commosso ritratto del padre, ed utili notizie sulle novità presenti in questo antico saggio su Cagliostro.




[Anno III, post n. 281 (658), © by Antonio Montanari 2008]

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I Malatesti signori di Rimini, 1295

Post n°60 pubblicato il 08 Settembre 2008 da riministoria
 

La notte del 13 dicembre 1295 il guelfo Malatesta da Verucchio, ad 83 anni, con un inganno da manuale s'impadronisce di Rimini, instaurandovi la Signoria.
Tre giorni prima, la tensione fra le opposte fazioni è sfociata nella morte di un suo seguace: sulla piazza del Comune, il raglio d'un asino in amore è stato scambiato per il segnale della sommossa da parte di Lodovico delle Caminate, ucciso poi dalla balestra di un avversario.
Malatesta, appreso che Guido da Montefeltro sta sopraggiungendo per aiutare i ghibellini, finge di pacificarsi con il loro capo, Parcitade. Poi organizza il tranello: i guelfi debbono nascondersi in casa, e i soldati fingere di arretrare a Verucchio. A mezzanotte, le milizie di Malatesta rientrano in città, mentre i rivoltosi escono allo scoperto gridando: "A morte Parcitade e i ghibellini".

Parcitade prima fugge a San Marino, deriso da Guido da Montefeltro che lo saluta "Messer Perde Cittade", e poi trova ospitalità a Venezia dove morirà. Suo fratello Montagna è ucciso in carcere assieme a parenti ed amici, da Malatestino, figlio di Malatesta e di Concordia (nata da una sorella di Parcitade). Concordia generò pure Giovanni lo zoppo, marito di Francesca, e Paolo il bello.

Malatesta ha sposato Concordia forse per accomodarsi con il suo rivale. Allo stesso modo, secondo Boccaccio, il matrimonio fra Giovanni e Francesca riconobbe la fine di una lunga e dannosa guerra tra i Malatesti e i Da Polenta. Anche dietro le nozze di Paolo con Orabile Beatrice di Ghiaggiolo (nella diocesi di Sarsina), c'è un antefatto: Malatesta non voleva perdere l'investitura di Ghiaggiolo ricevuta tra 1262 e '63, e contestatagli da Guido da Montefeltro anche a nome della stessa Orabile, figlia del cognato Uberto (morto senza eredi maschi).

Le nozze tra Paolo ed Orabile sono precedute da un contratto che la dice lunga sull'abilità di Malatesta: le donne di Ghiaggiolo gli vendono "ogni ragion loro" per 6.520 lire. Quella somma, racconta Luigi Tonini, "sarà poi rimasta o tornata nelle mani" di Malatesta come dote di Orabile, il cui primo figlio Uberto nel 1297 si unirà ai ghibellini, e nel giugno 1300 sarà fatto podestà di Cesena.

Originari forse di Pennabilli e feudatari di Verucchio, i Malatesti chiamano Rimini "loro madre" nella sottomissione del dicembre 1197, firmata da Giovanni III e dal nipote Malatesta della Penna (figlio di suo fratello Malatesta Minore).
Per riparare a chissà quali misfatti, essi si umiliano a sfilare sulla piazza di Rimini, con una corda al collo ed in mano le spade nude tenute per la punta.

Il 18 marzo 1216, Giovanni ed il nipote s'impegnano ad abitare in tempo di guerra con le famiglie a Rimini, e ricevono cento lire ciascuno per comprarvi una casa. In cambio della cittadinanza, si sottomettono assieme ai loro "castra, castella et loca ad defensionem". Al pari degli antenati, sono esentati dal pagar tasse.

Giovanni scompare nel 1221. A guidare la famiglia è il nipote della Penna sino alla morte, nel 1248. Gli succede il proprio figlio Malatesta da Verucchio che, nato nel 1212, vivrà cento anni.

I Malatesti "sendo assai potenti di stato, e valorosi in arme, si scopersero di fattione contrarij a gl'Imperiali, di parte Guelfi, e parteggiani della Chiesa". Quando videro che i guelfi "discacciati dalle Città" durante la Sede Vacante (1241-43), "ripigliato spirito, ricuperavano i loro luoghi", e che, dopo la deposizione di Federico II (1245), ne avevano "quasi in tutti i luoghi la parte migliore", i Malatesti "ambitiosi di maggior cose, rissolsero di frequentare la città di Rimini più del solito, con animo ancora di ridursi un giorno ad habitarvi" (F. Antonini, "Supplemento della Chronica di Verucchio", 1621, p. 48).

Malatesta della Penna è podestà di Rimini nel 1239 e nel 1247: "Et vi fù tanto volontieri veduto, in quell'honore, che per farlo restare ad habitare nella Città, si cominciò à trattare di farlo Capo della fattione Guelfa: mà sopravvisse egli tanto poco […] che non poté altrimenti prender quel carico, che gli era offerto, e contentare i suoi parteggiani" (Antonini, p. 49).

Il 18 febbraio 1248 le forze di Federico II sono sconfitte a Parma. Il 16 aprile, il conte di Romagna Tommaso della Marca che rappresenta l'imperatore deposto, invia ad Imola truppe riminesi guidate da Malatesta, il quale nel frattempo viene denunciato come sospetto fautore degli Ecclesiastici. La Romagna, dopo esser stata guelfa, è tornata ghibellina. Dal 1240 al 1248, Federico la tiene sotto il suo dominio da Bologna in giù, come si legge in un documento del 1279 scoperto da Giuseppe Garampi, nel quale sono denunciate le violenze commesse dai sostenitori dell'impero.

Anche dopo la deposizione di Federico, Rimini ha continuato ad obbedirgli. Lo dimostra la spedizione militare capeggiata da Malatesta il quale, intercettata la lettera d'accusa, ritorna a Rimini ed arresta con il favore popolare il podestà che l'aveva denunciato. La città, da cui il conte Tommaso fugge, è ora ai suoi ordini. Sono imprigionati gli Omodei (ghibellini), ed a maggio rientrano i guelfi Gambacerri. Malatesta guida gli affari pubblici senza diventare podestà: un "breve" di Innocenzo IV del 23 dicembre 1248 lo qualifica "capitano".


Il 13 dicembre 1250 muore Federico II. L'anno dopo i nostalgici dell'impero saccheggiano il contado riminese. Nel 1252 guelfi e ghibellini si accordano, grazie all'opera dell'arcivescovo di Ravenna: tutti gli uffici del Comune vengono divisi tra loro in parti uguali. Il podestà deve fornire ai fuoriusciti ghibellini case decenti ove stabilirsi. Nel 1254 i quattro Capitani del popolo, appena istituiti per sovrintendere alla pace ed alla guerra, sono assegnati due per fazione.

Nel 1263, quando Malatesta è già da un anno podestà, i suoi servizi segreti scoprono un messaggio dell'imperatore di Costantinopoli, Balduino, indirizzato al re di Sicilia Manfredi, figlio di Federico II, che aveva mire espansionistiche nel Mediterraneo. Il messaggio finisce a Roma che sarà riconoscente con Malatesta. Clemente IV, il 4 luglio 1266, ordina di inviargli 600 lire ravennati "per compensarlo di certe spese, e rilevarlo di certi debiti" che Malatesta aveva confidato al pontefice.

Il 26 gennaio 1266 Manfredi è stato ucciso presso Benevento da Carlo d'Angiò, chiamato dallo stesso Clemente IV che nel '68 al "dilettissimo figlio" Malatesta (forse podestà), dà carta bianca in Romagna. Nel luglio '69 Carlo nomina Malatesta suo vicario in Firenze per diciotto mesi.

Il 1271 è un anno nero per i ghibellini. A Rimini sono espulsi. Guido da Montefeltro, mentre sta battendo i guelfi di Malatesta nelle Marche, cade da cavallo e viene catturato: "Sic victor a victo devictus est", scrive un cronista. Nel '74 le parti si invertono, Malatesta è sconfitto due volte. Da Ravenna Guido Da Polenta, per cacciare i Traversari, nel 1275 chiede l'intervento di Malatesta che invia cento fanti guidati da suo figlio Giovanni, il futuro marito di Francesca. Bernardino Da Polenta, fratello di Francesca, sposerà Maddalena sorella di Giovanni.

Il re dei Romani Rodolfo d'Asburgo, in cambio della corona imperiale nel '78 lascia al papato il dominio della Romagna, "sempre più percorsa da moti di ribellione e ribollente di corrotti faziosi" (A. Vasina).
I magistrati riminesi, per aver imposto collette alle terre arcivescovili, sono scomunicati (1279), mentre restano per il momento ottimi i rapporti fra la Chiesa e Malatesta: Martino V nel 1281 elogia la sua devozione e l'aiuto in armi ricevuto, però gli intima di non dare in moglie una sua figlia ad un figlio di Guido da Montefeltro. Come ringraziamento per altri interventi armati, il papa nell'83 conferma ai riminesi gli antichi privilegi.
Nel 1285 Malatesta scampa a Cesena ad un attentato, ed è ancora podestà di Rimini mentre suo figlio Giovanni lo è a Pesaro. Il loro potere si estende alle città vicine.

Scomparsa la minaccia ghibellina, avviene "la dissoluzione della solidarietà guelfa in Romagna". La nobiltà tradizionale è tramontata, al suo posto si affermano nuove famiglie. (A. Vasina). Onorio IV attraverso il conte di Romagna tenta di soffocare le tendenze autonomistiche. Malatesta cerca di eliminare le controversie locali per costituire un fronte antipapale. Fa pace nell'87 con i faentini, al cui signore Francesco Manfredi dà in sposa la figlia Rengarda.
Sfugge ad un altro attentato, preparatogli dal conte di Romagna sulla strada tra Cervia a Rimini: suo fratello Giovanni da Sogliano, è catturato con molti del seguito. La loro liberazione gli costa 4.000 lire ravennati.

Per aver assediato la Rocca di Cervia e aver fatto ribellare alcuni Comuni, Malatesta il 3 febbraio 1288 è accusato di lesa maestà , con l'ordine di discolparsi entro cinque giorni. Disattesa l'ingiunzione, è condannato a morte. Il 22 febbraio viene eletto il nuovo papa, Niccolò IV, che mira ad una politica di conciliazione. Per avervi aderito, Malatesta viene cacciato da Rimini quale ribelle, benché podestà. Per ristabilirsi in patria si allea con il conte di Romagna, mentre i suoi figli Giovanni e Malatestino occupano Santarcangelo e Montescudo. Rimini lo grazia, obbligandolo a pagare le collette e sottostare alle imposizioni come ogni altro cittadino.

Nel 1290 fallisce una rivolta popolare contro il dominio papale. Il nuovo conte, Stefano Colonna, perdona le offese. La giustizia tuttavia fa il suo corso: un capopopolo, Martin Cataldi, torturato confessa la congiura e finisce alla forca. Rimini è sottoposta all'interdetto, da cui sarà prosciolta nel 1295, e viene privata dell'elezione del podestà.
Ravenna si solleva contro Colonna, e lo imprigiona. Malatesta ed altri capi guelfi delle città vicine, cacciano da Forlì il Legato pontificio: "tutta Romagna fu tolta agli Ufficiali della Chiesa" (L. Tonini). Rimini ripassa nelle mani di Malatesta che chiama come podestà Rodolfino da Calisese. Nel '94 incaricherà il proprio genero, Bernardino Da Polenta.

Durante la sede vacante (1292-94) si forma una vittoriosa lega romagnola contro la Chiesa. Malatesta è podestà di Cesena; Malatestino, di Bertinoro; Giovanni, di Faenza. Il governatore di Romagna, dopo l'elezione di Bonifacio VIII (1295), vorrebbe umiliare i Malatesti, e medita di atterrare le loro case. I guelfi ottengono in ottobre un nuovo conte, Guglielmo Durante, subito omaggiato dai ghibellini.

Cresce dovunque la tensione. I partiti avversi si armano anche a Rimini. Nessuno si decide a cominciare lo scontro. Finché arriva il 13 dicembre, quando il raglio d'un asino fa girar pagina alla storia della città, con la nascita della Signoria malatestiana.

Alla pagina su Paolo Malatesti

Antonio Montanari

 
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Paolo Malatesti

Post n°59 pubblicato il 08 Settembre 2008 da riministoria
 

Marzo 1282. Papa Martino IV, eletto l'anno prima nel conclave di Viterbo durato sei mesi, invia Paolo Malatesti a Firenze quale nuovo Capitano del Popolo e Difensore della Pace. Paolo è il secondogenito del «Mastin vecchio», il Malatesta da Verucchio detto il Centenario (1212-1312).
La scelta di Martino IV fa pensare, come osserva Silvia Pari (Signorie Malatestiane, I, p. 135), che Paolo Malatesti, non soltanto abile condottiero, fosse tra i figli di Malatesta da Verucchio quello che, più dei fratelli, ne avesse ereditato «le grandi doti di politico e di diplomatico».

Il primo febbraio 1283, dopo undici mesi, Paolo Malatesti rinuncia all'incarico e rientra a Rimini. Egli giustifica la scelta con i negozi famigliari da curare. Alla base della sua decisione c'è forse il contrasto nato tra il suo ufficio e quello (con analoghi poteri) del nuovo Difensore delle Arti, istituito sul finire del 1282.
In questi momenti Paolo ha sui trent'anni. Pochi in meno rispetto al primogenito Giovanni detto lo Sciancato, il marito di Francesca da Polenta da cui ha Concordia.
La bimba rinnova il nome della nonna paterna la quale sposando il «Mastin vecchio» aveva portato in dote «massime ricchezze e possedimenti infiniti» (Marco Battagli 1343), ed aveva soprattutto sancito un'unione politica tra il Malatesti forestiero ed i Parcitadi, la più importante famiglia riminese. I Malatesti erano schierati dalla parte guelfa. I Parcitadi da quella imperiale.

Concordia (la nonna), come ipotizza Luigi Tonini (III, p. 235), è figlia di una sorella sine nomine del Parcitade IV antagonista del «Mastin vecchio». Il quale nel 1295 ad 83 anni scaccia da Rimini lo stesso Parcitade IV, instaurandovi la propria Signoria.
Giovanni e Francesca sono stati promessi nel 1275. L'accordo comprende anche un altro futuro matrimonio: tra Bernardino fratello di Francesca, e Maddalena Malatesti, sorella minore di Giovanni e Paolo. Secondo Boccaccio, il matrimonio fra Giovanni e Francesca riconosce la fine di una lunga e dannosa guerra tra i Malatesti e i Da Polenta.

Paolo verso il 1269 ha preso in moglie la poco più giovane quindicenne Orabile Beatrice, figlia di Uberto di Ghiaggiolo che gli dà due eredi, Uberto jr. e Margherita, nata dopo l'uccisione del padre. Anche Uberto jr. sarà ucciso (1323). Dal cugino Ramberto, figlio di Giovanni.
Anche questo matrimonio è politico. Orabile, ultima erede dei conti di Ghiaggiolo rimasti senza discendenza maschile, è costretta a sposare il figlio di un nemico del padre. D'altro canto Malatesta non voleva perdere l'investitura di Ghiaggiolo ricevuta tra 1262 e 1263, e contestatagli da Guido da Montefeltro anche a nome della stessa Orabile Beatrice di cui era zio. Infatti Guido da Montefeltro aveva sposato Manentessa sorella del padre di Orabile Beatrice.

Il 1271 è un anno nero per i ghibellini. Sono espulsi da Rimini. Guido da Montefeltro, mentre sta battendo i guelfi di Malatesta nelle Marche, cade da cavallo ed è catturato: «Sic victor a victo devictus est», scrive un cronista piacentino. I Malatesti liberano Guido, forse per intercessione di Orabile Beatrice.
Nel 1274 le parti si invertono. Malatesta è sconfitto due volte. Da Ravenna nel 1275, Guido Da Polenta per cacciare i Traversari chiede l'intervento di Malatesta che gli invia cento fanti guidati da suo figlio Giovanni. Nei pressi di Faenza avviene la disfatta dei guelfi. Orabile Beatrice sa che la sua gente di Ghiaggiolo è andata contro suo marito Paolo Malatesti.

Le convenienze dinastiche e le preoccupazioni politiche reggono (spesso dolorosamente) le sorti collettive delle famiglie. E regolano i destini dei singoli personaggi. Su questo sfondo, irrompe il fattaccio reso celebra da Dante, la tragedia dell'uccisione di Paolo e Francesca per mano di Giovanni.
Possiamo collocarla ragionevolmente tra il febbraio 1283 (ritorno di Paolo a Rimini) ed il 1284. Luigi Tonini data al 1286 il nuovo matrimonio di Giovanni con Zambrasina che gli darà almeno altri cinque figli. Come ha giustamente osservato Silvia Pari, bisogna lasciare un poco di tempo tra il delitto ed il nuovo sposalizio dell'omicida. Quindi il delitto non può essere accaduto dopo il 1284.


Questi calcoli cronologici sono ininfluenti da un punto di vista generale. Sono invece molto utili se non necessari per una duplice osservazione sulla “verità” storica particolare della vicenda malatestiana.

[1.] Mancano documenti che la attestino. Il passo di Dante nel quinto canto dell'Inferno, è l'unica fonte esistente. Una fonte oltretutto letteraria e non cronachistica. Posteriore a Dante (e da lui derivato) è il racconto di Marco Battagli (1343): «Paulus autem fuit mortuus per fratrem suum Johannem Zottum causa luxuriam».
[2.] Nessun indizio autorizza a formulare altre ipotesi. Delitto d'onore, delitto d'amore, racconta Dante. Ma se invece fosse stato un omicidio politico? Lo Sciancato aveva i suoi buoni motivi per odiare il Bello. Il primogenito Giovanni, non «causa luxuriam» ma per invidia, avrebbe potuto progettare l'eliminazione fisica del fratello minore Paolo, diventato protagonista stimato della scena nazionale come attesta l'incarico fiorentino affidatogli dal papa.

In questo caso, la tresca amorosa sarebbe stata soltanto una messinscena diabolica di Giovanni, un alibi che travolgeva anche l'innocenza di sua moglie.
Quanto accade fra Giovanni e Paolo si ripete con i loro eredi, come abbiamo preannunziato. Il figlio di Giovanni, Ramberto, il 21 gennaio 1323 uccide a Ciola il cugino Uberto jr. figlio di Paolo. Uberto jr. era stato ghibellino, poi guelfo ed ancora ghibellino.
A sua volta Ramberto è ucciso a Poggio Berni il 28 gennaio 1330 dai parenti di Rimini, come punizione del suo tentativo di conquistare la città.

La mancanza di testimonianze sul delitto è più compatibile con un fatto politico piuttosto che passionale. Dal 1295, come abbiamo visto, i Malatesti hanno il potere a Rimini. E chi comanda controlla i documenti meglio che le situazioni concrete. Il silenzio calato sulla vicenda, potrebbe quindi essere il frutto di una direttiva di governo, finalizzata ad oscurare un episodio compromettente per la buona fama dei signori della città.
All'interno di questa ipotesi, come estrema conseguenza, si potrebbe immaginare pure la sublimazione del fatto politico nella vicenda amorosa, onde allontanare dalla famiglia un marchio d'infamia rispetto all'autorità religiosa e temporale della Chiesa.


Allo stato degli atti, nulla permette di far luce circa sui misteri esistenti sulla morte dei due cognati. Nel testamento di Giovanni si legge il nome di una Francesca della quale non si dice però il casato di provenienza: che fosse figlia di Guido da Polenta lo sappiamo esclusivamente dai commentari danteschi. Di Francesca infatti non restano altre attestazioni.
Tutto ciò dimostra che le istanze della Poesia procedono separatamente dalle ragioni della Storia. La sfera perfetta e luminosa della Poesia può alimentarsi degli orrori e degli errori della cronaca. Tutta la Divina Commedia ne è dimostrazione continua. Ma ciò non impedisce d'interrogarsi su quei retroscena misteriosi che si rivelano nell'episodio di Paolo e Francesca. E che si possono riassumere nell'interrogativo: perché ne parla soltanto Dante?

Dante quando compone il canto quinto dell'Inferno è lontano dalla Romagna dove giungerà nel 1318 e dove resterà sino alla morte (1321). Fama volat. Quindi la storia dei due sfortunati amanti circola per l'Italia e raggiunge Dante altrove. Se non sono stati i Malatesti a rendere passionale ciò che era soltanto un delitto politico, come abbiamo ipotizzato per absurdum, potrebbe essere stato lo stesso Dante a rendere erotica una semplice vicende legata a beghe di famiglia ed a rivalità di parte.


Dei Malatesti come perfidi politici e crudeli signori della città, Dante parla ripetutamente nell'Inferno.

[1] «E 'l Mastin vecchio e 'l nuovo da Verucchio,
che fecer di Montagna il mal governo» (XXVII, 46-47).
Qui si ricorda l'uccisione del ghibellino Montagna dei Parcitadi da parte di Malatestino di cui era prigioniero, nel 1295, l'anno della presa di Rimini. Montagna era cugino della madre di Malatestino, in quanto figlio di Parcitade IV dalla cui sorella sine nomine (come abbiamo visto) nasce Concordia, madre di Malatestino.

[2] Il Mastin «nuovo» torna nel XXVIII, al girone dei seminatori di discordie: «tiranno fello» (81) e «traditore» (85) lo definisce Dante.
Al Dante che rilegge la storia politica italiana, dunque, i nostri Malatesti avevano già recato il loro contributo. Un omicidio politico quale domestico regolamento dei conti, poco o nulla poteva aggiungere all'economia del suo poema. Invece quella storia d'amore è di un segno così perfetto da uscire dalla contingenza della cronaca, e da riceverne immortalità letteraria per i suoi protagonisti. È una storia che torna utile ai piani di lavoro di Dante. Sempre ammesso che non siano stati gli stessi Malatesti a diffondere la versione passionale d'un delitto politico.

Se non se ne fosse occupato Dante, in effetti oggi nessuno si ricorderebbe di Paolo e Francesca. Ma la memoria universale non significa ovviamente una conseguente verità della vicenda tramandata sotto la specie della Poesia. La verità della Poesia sta soltanto nella stessa Poesia.

In un recente saggio intitolato «Che noia la poesia», Alfonso Berardinelli scrive, proprio a proposito di Dante, che leggendolo bisogna fare attenzione «a due o tre tipi di ritmo: quello del racconto, quello del ragionamento, quello più nascosto e insieme più evidente dei versi…».
Soffermiamoci anzitutto sul ritmo del racconto. Per quell'armonia segreta (che nulla ha di misterioso, esoterico o magico) riscontrabile nelle tre cantiche, i quinti canti sono segnalati da figure femminili, rispettivamente Francesca, Pia dei Tolomei, Beatrice.
Nell'Inferno Francesca è nel cerchio secondo, dei lussuriosi.
Nel Purgatorio Pia è nel secondo balzo, tra i morti di morte violenta.
Nel Paradiso, nel primo cielo della Luna, Beatrice spiega che
«lo maggior don che Dio per sua larghezza fesse
creando […] fu de la volontà la libertate» (19-22).

Analoga simmetria è quella dei sesti canti, cosiddetti «politici». In essi, il discorso s'allarga da Firenze «piena d'invidia» (Ciacco tra i golosi dell'Inferno), alla «serva Italia, di dolore ostello» (Sordello tra i morti di morte violenta, ancora nel secondo balzo del Purgatorio, come Pia), all'impero (con Giustiniano nel secondo cielo del Paradiso). È un discorso che tutto riassume dal passato. E tutto comprende, aprendo una prospettiva sul presente e sulla crisi politica dell'età di Dante.

Ma torniamo all'episodio di Paolo e Francesca che si gioca in quella triplice ripetizione della parola «Amore» (vv. 100-108):

[100] «Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende»
[103] «Amor, ch'a nullo amato amar perdona»
[106] «Amor condusse noi ad una morte».

La dialettica interna a questa triplice anafora (ecco il «ritmo del ragionamento» di cui parla Berardinelli), determina il coinvolgimento narrativo dei due protagonisti. Sì, è soltanto Francesca che parla, e Paolo lo si scopre piangente soltanto tre versi prima della fine del canto (v. 140). Ma Francesca non parla soltanto per sé e di sé.
Anzi, all'inizio dell'episodio, dove Dante rimanda alla teoria del «cor gentil», Francesca dice che Amore «prese costui», cioè conquistò Paolo. Amore rende sùbito Paolo protagonista.

Poi, specularmene, Amore si rivolge su Francesca («Amor … mi prese»). Infine c'è il coinvolgimento totale: «Amor condusse noi ad una morte». Questo plurale «noi» chiude il circolo logico e biologico. Per «noi», dice Francesca, esiste un solo destino, «una morte» sola.
Paolo dunque parla attraverso Francesca che raccoglie e feconda il seme d'Amore. Lei genera il racconto che non è il suo racconto, ma il loro racconto.
Francesca parla di «nostro amor» (125). Ricorda: «Noi leggiavamo» (127). Poi con quella dialettica a cui accennavo, avviene l'incontro tra l'«io» ed il «lui»: «questi … la bocca mi basciò», 135-136), e c'è il ritorno al «noi» che non chiude soltanto l'avventura terrena («più non vi leggemmo avante», 138), ma apre alla scena ultraterrena nelle parole rivolte da Dante a Virgilio:
«Poeta, volentieri
parlerei a quei due che 'nsieme vanno» (73-74).

La lezione che Dante illustra al lettore, con quel suo venir meno per la pietà provocata in lui dalla vicenda d'amore di Paolo e Francesca, è la stessa che emerge dal XXVI dell'Inferno, dove Ulisse è tra i consiglieri fraudolenti dell'ottava bolgia.
La pena eterna che si sconta non sminuisce il valore della lezione che i peccatori offrono. Francesca rinnova in àmbito ovviamente diverso, l'ammaestramento che «omnia vincit amor». Ulisse insegna che la dignità dell'uomo sta nel «seguir virtute e canoscenza», anche se ciò può costarci il naufragio.
Ma è in quel naufragio che si salva l'uomo. L'uomo di ogni tempo, e non soltanto quello delle pagine «divine» di Dante.

Antonio Montanari

 
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I Malatesti di Rimini e l'Europa. 1

Post n°58 pubblicato il 04 Settembre 2008 da riministoria

Il quindicesimo secolo vede Rimini ed i suoi signori, i Malatesti, alla ribalta dell'Europa. Ne raccontiamo in breve la storia.

Papa Gregorio XII, eletto nel 1405, si rifugia a Rimini il 3 novembre 1408 mentre si prepara il concilio di Pisa e dopo che Carlo Malatesti (1368-1429), signore di Rimini, lo ha salvato da un tentativo di cattura. La grande stagione malatestiana all'interno della vita della Chiesa comincia in questa occasione.

Carlo, per contattare il collegio cardinalizio, utilizza Malatesta I (1366-1429), signore di Pesaro, che in precedenza si è offerto a Gregorio XII per una missione diplomatica presso il re di Francia, inseritosi nelle dispute ecclesiastiche per interessi personali.

La parentela fra il ramo marchigiano e quello riminese, è in apparenza lontana. Il capostipite è Pandolfo I (1304-1326) figlio del fondatore della dinastia Malatesta da Verucchio che aveva conquistato Rimini nel 1295. Da Pandolfo I sono nati Galeotto I (1299-1385) e Malatesta Antico detto Guastafamiglie (1322-1364) al quale fa capo il ramo marchigiano con suo figlio Pandolfo II (1325-73) signore di Pesaro, Fano e Fossombrone, ed il figlio di costui Malatesta I, padre di Cleofe e Galeazzo.
Il ramo riminese-romagnolo deriva da Galeotto I, fratello del bisnonno di Cleofe e Galeazzo. Carlo è figlio di Galeotto I. A consolidare la parentela, oltre gli affari e le imprese mercenarie, sono state due sorelle di Camerino, Gentile da Varano sposatasi con Galeotto I (1367), ed Elisabetta con Malatesta I (1383).

Malatesta I è stato in affari con Urbano VI, prestandogli diecimila fiorini e ricevendo in pegno biennale il vicariato nella città di Orte (1387). Il papa gli ha anche chiesto il suo aiuto nello stesso anno per proteggere l'arcivescovo di Ravenna Cosimo Migliorati cacciato dalla città. E poi nel 1391, di difendere gli interessi della Santa Sede contro i ribelli di Ostra (Montalboddo).

I lavori a Pisa iniziano il 25 marzo 1409. Gregorio XII è dichiarato deposto. Carlo arriva a Pisa come mediatore fra Gregorio XII ed i padri conciliari, ma in sostanza quale suo difensore. Non è accettata la sua offerta di Rimini per sede dell'assise ecclesiastica, parendogli Pisa non adatta in quanto sottoposta alla dominazione dei fiorentini, avversari di Gregorio XII.

Il primo approccio fra Carlo ed il concilio avviene attraverso Malatesta I che si era attivato dopo l'elezione di Gregorio XII avvenuta il 2 dicembre 1406, ricevendo in premio il vitalizio del 1410. Mentre era capitano generale di Firenze, Malatesta I aveva avviato negoziati fra lo stesso Gregorio XII e l'antipapa Benedetto XIII (eletto nel 1394), entrambi deposti in contumacia a Pisa il 5 luglio 1409 e dichiarati «scismatici, eretici e notoriamente incorreggibili». Il loro posto, su iniziativa del cardinal Baldassarre Cossa, è preso il 20 giugno 1409 da Alessandro V (che scompare il 4 maggio 1410), detto «il papa greco» provenendo da Candia. Gli succede Giovanni XXIII il 17 maggio 1410.

Il 28 giugno 1410 l'antipapa Giovanni XXIII ricompensa Malatesta I dei danni subiti e delle spese fatte nei servizi ampi e fruttuosi prestati alla Chiesa durante il concilio di Pisa, «circa extirpationem detestabilis scismatis et consecutionem desideratissime unionis». E gli attribuisce «vita durante» la somma di seimila fiorini all'anno, cifra significativa se paragonata ai 1.200 del censo.

Carlo Malatesti, pur avendo visto fallire la sua missione a Pisa con il rifiuto del trasferimento del concilio a Rimini, era tornato alla carica con un messaggio ai padri che però giunse quando essi erano già i conclave per scegliere «il papa greco». Carlo interviene ancora presso i cardinali convenuti a Bologna per le esequie di Alessandro V.

Al nuovo papa Giovanni XXIII (quel Cossa con cui era stato riappacificato dal fratello Pandolfo III), Carlo scrive da Venezia prospettandogli vari progetti per addivenire alla riunione della Chiesa, prima di muovergli guerra nell'aprile 1411 come rettore della Romagna per ordine di Gregorio XII e con l'aiuto di Pandolfo III, al fine di «reperire pacem et unionem Sactae Matris Ecclesiae».

Gregorio XII in una bolla del 20 aprile 1411 scrive che Carlo, «verae fidei propugnator», aveva giustamente deciso «se de mandato nostro movere, et pro defensione catholicae fidei, ac honore et statu, atque vera unione ac pace universali Ecclesiae».
In dicembre a Carlo i veneziani, fedeli a Giovanni XXIII, affidano un esercito da guidare contro l'imperatore Sigismondo. Nell'agosto 1412, Carlo resta ferito e deve lasciare il comando al fratello Pandolfo III.

Il 24 dicembre 1412 Gregorio XII ritorna a Rimini da Carlo che nel frattempo ha invano tentato di costituire una lega a favore del papa.
A Carlo all'inizio di gennaio 1413 i fiorentini spediscono un messo nella vana speranza di poter convincere Gregorio XII a rinunziare al pontificato convalidando così l'elezione di Giovanni XXIII, che il signore di Rimini invece considerava nulla.

A novembre 1413 Pandolfo III, fratello di Carlo di Rimini e signore di Brescia e Bergamo, si reca a Cremona per rendere omaggio al re d'Ungheria ed a Giovanni XXIII. Con il re d'Ungheria, che aveva sottratto alla Serenissima i territori di Treviso, Udine, Cividale e Feltre, trattative erano state intavolate da Malatesta I. Al quale si rivolge Giovanni XXIII allo scopo di attirare dalla propria parte Carlo Malatesti.

Per consolidare la sua posizione, Giovanni XXIII convoca un altro concilio a Roma, invocando la protezione dell'imperatore Sigismondo. Il quale impone come sede la città di Costanza. Dove ritroviamo Carlo Malatesti. E dove Giovanni XXIII è dichiarato decaduto, per cui fugge nella notte fra il 20 ed il 21 aprile 1415.
Sia a Pisa sia a Costanza, Carlo s'impone come mediatore fermo ma aperto alle altrui ragioni, oltre che sottile analista ed dotto polemista, mettendo in ombra ruolo e figura di Malatesta I. Il quale imita l'atteggiamento di Carlo a favore di Gregorio XII, ed abbandona Giovanni XXIII dimenticando il cospicuo vitalizio da lui ricevuto nel 1410.

Il concilio di Costanza si apre solennemente il 5 novembre 1414. Il 13 maggio 1415 vi si legge la lettera scritta da Carlo a Brescia il 26 aprile come procuratore speciale di Gregorio XII «ad sacram unionem perficendam». Per ringraziamento Gregorio XII il 13 giugno da Montefiore Conca concede un vicariato decennale in alcuni castelli della Chiesa ravennate al fratello di Carlo, Andrea Malatesti.

Carlo giunge a Costanza sabato 15 giugno. Il 16 si presenta all'imperatore Sigismondo, «significandogli la propria missione, e come fosse diretto a lui, non al Concilio, che Papa Gregorio non riconosceva». Nei giorni successivi Carlo visita i deputati delle singole nazioni, con particolari ricevimenti da parte di quelli italiani, inglesi, tedeschi e francesi ai quali illustra la sua funzione di incaricato «ad emettere semplicissima rinunzia a nome» di Gregorio XII. Aggiunge però «gli intendimenti suoi sulle formule da osservare» con richiami all'«autorità di scritture e Padri».

Il 16 giugno Carlo incontra anche Manuele II imperatore d'Oriente, che nel 1421 diventerà suocero di Cleofe, la sfortunata figlia di Malatesta I di Pesaro. Del matrimonio fra Cleofe e Teodoro Paleologo, forse concluso con la morte violenta della giovane, non hanno scritto la storia i contemporanei. A noi non è giunta nessuna narrazione utile a completare gli scarsi documenti sopravvissuti, tra cui quattro lettere della stessa Cleofe ad una sorella. Il velo dell'oblio può non essere casuale. Se ne dovrà riparlare in altra pagina.

A Costanza si trovano anche il patriarca di Costantinopoli Giovanni Rochetaillée [De Rupescissa], ed un arcidiacono bolognese nominato nel 1413 amministratore loco episcopi della diocesi di Brescia, Pandolfo figlio di Malatesta I e fratello di Cleofe, che nel 1417 sarà presente nel conclave da cui esce eletto Martino V, e che nel 1424 sarà inviato come arcivescovo alla diocesi di Patrasso che dipendeva da Costantinopoli.
Brescia, sia ripetuto en passant, era governata da Pandolfo III di Rimini, fratello di Carlo. Dall'ottobre 1418 e sino al 1424 il pesarese Pandolfo è vescovo di Coutances in Normandia, nei duri momenti della conquista inglese nel corso della guerra dei cento anni.

Il 4 luglio 1415 Carlo legge la bolla di rinuncia di Gregorio XII (scritta a Rimini il 10 marzo), stando seduto al fianco dell'imperatore Sigismondo che presiede la sessione conciliare (XIV) intitolata «Sede Apostolica vacante», per sottolineare la svolta ai fini della chiusura dello scisma.

Il 6 luglio a Costanza è bruciato vivo Giovanni Huss, seguace di Wycliff e capo di una rivolta autonomistica in Boemia che impensieriva Sigismondo. Huss era stato invitato con un salvacondotto dell'imperatore. Fu attirato nella trappola dai padri conciliari che, non paghi del rogo su cui era stato giustiziato, fecero riesumare le sue ceneri per disperderle al vento come ultimo oltraggio.

Il 15 luglio all'ormai ex Gregorio XII ritornato cardinal Angelo Correr, è conferita a vita la legazione della Marca d'Ancona. Ed in tal veste egli utilizzerà i buoni uffici e le armi di Carlo per riportare all'ordine la Chiesa di Recanati passata all'antipapa Giovanni XXIII (nel frattempo arrestato, dopo la fuga da Costanza). Angelo Correr muore a Recanati il 26 novembre 1417.

Nello stesso anno a Costanza il 26 luglio è deposto Benedetto XIII per la seconda volta dopo Pisa. L'11 novembre l'elezione di Martino V, Oddone Colonna, pone fine allo scisma. Il fratello del nuovo papa è il padre di Vittoria Colonna che l'anno precedente è andata sposa a Carlo Malatesti di Pesaro, il fratello di Cleofe.

Non è illogico ipotizzare che il nome della fanciulla sia circolato a Costanza in quel summit politico-religioso in cui l'unità della Chiesa tanto invocata non poteva limitarsi soltanto alla risoluzione dello scisma d'Occidente ma doveva estendersi anche a quello d'Oriente, più antico, più complesso e, come gli sviluppi successivi avrebbero dimostrato, meno facile da affrontare e sanare. Nella prospettiva di un nuovo quadro dei rapporti tra Roma e Costantinopoli, forse fu progettato come fase propedeutica il doppio matrimonio fra i figli di Manuele e due fanciulle cattoliche, appunto Cleofe di Pesaro e Sofia del Monferrato.

Chiuso il concilio di Costanza il 22 aprile 1418, Martino V torna in Italia. Il 12 ottobre è a Milano, verso il 20 va a Brescia da dove parte il 25 diretto a Mantova. Per difendere i territori della Chiesa, il papa ha altri contatti con i Malatesti di Rimini e Pesaro. I quali nel frattempo hanno ottenuto la liberazione di Galeazzo figlio di Malatesta I di Pesaro e Carlo di Rimini catturati il 12 luglio 1416 da Braccio di Montone (1368-1424).

Per la loro liberazione, la moglie di Carlo, Elisabetta Gonzaga, si era appellata ai padri conciliari. Malatesta I ed il figlio Carlo di Pesaro avevano percorso tutte le possibili strade diplomatiche. Per il riscatto dei prigionieri alla fine dovettero intervenire il duca di Urbino, Guidantonio di Montefeltro e Gian Francesco Gonzaga. Guidantonio di Montefeltro era coinvolto dalla moglie Rengarda (sorella di Carlo il prigioniero) e dalla sorella Battista (moglie di Galeazzo, l'altro prigioniero). Gian Francesco Gonzaga era non soltanto figlio di Francesco Gonzaga (morto nel 1407 e fratello di Elisabetta moglie di Carlo di Rimini) e di Margherita Malatesti (+1399) sorella di Carlo, ma pure dal 1410 marito di Paola Malatesti sorella di Galeazzo e di Cleofe. Ad abundantiam, si consideri che Anna di Montefeltro, sorella di Battista e di Guidantonio, era la vedova di Galeotto Belfiore di Cervia (+1400), fratello di Carlo di Rimini.
Le ultime fasi della trattativa fra Braccio ed i Malatesti sono condotte da Pandolfo III di Brescia e Malatesta I di Pesaro. E ad accogliere il marito Galeazzo liberato (aprile 1417) si reca ad Iesi sua moglie Battista.

Quando Martino V dunque nell'ottobre 1418 passa per Brescia, vi trova Pandolfo III come suo vicario, e quale amministratore loco episcopi della diocesi Pandolfo figlio di Malatesta I e fratello di Cleofe.

Nella successiva tappa di Mantova dove arriva accompagnato da Pandolfo III, Martino V incontra Carlo di Rimini e la moglie Elisabetta. In giugno il papa ha chiesto a Carlo di appoggiare la lega che aveva formato con Napoli, ed un aiuto finanziario per pagare i soldati dello Stato della Chiesa. Carlo e Malatesta I hanno inviato un modesto contingente di soldati.
A Mantova il discorso di Martino V tocca una nota dolente per i Malatesti, quella della precarietà dei loro possedimenti in Lombardia. È quasi un annuncio di quanto succederà il 24 febbraio 1421 con la fine della signoria bresciana. Nel luglio 1418 un inviato del papa a Brescia ha cercato di indurre Pandolfo III a stipulare la pace con Milano o in alternativa concordare una tregua di sei mesi. In ottobre, prima dell'arrivo di Martino V, Pandolfo III ha avvisato Venezia dell'imminente visita del pontefice per convincerlo alla pace con i Visconti. Da Venezia hanno risposto che Milano aveva affidato al papa la questione di Brescia.

La riconciliazione fra Visconti e Malatesti avverrà nel febbraio 1419, con la promessa di Pandolfo III della restituzione di Bergamo e Brescia alla propria morte. Nel novembre 1419 Martino V lo esenta dal censo destinato alla Camera apostolica. L'anno successivo Pandolfo III rompe la tregua, ma assediato e stremato si arrende ricevendo in cambio 34 mila fiorini. Nel 1421 inutilmente Pandolfo e Carlo di Rimini, assieme al vescovo di questa città, supplicano Venezia di accogliere la donazione di Brescia ormai indifendibile dal Malatesti, e chiedono la concessione di un prestito di seimila ducati per assoldare a sostegno della loro causa addirittura quel Braccio di Montone che aveva fatto prigioniero Carlo di Rimini e Galeazzo di Pesaro.

La successiva carriera di Pandolfo III vede la carica di capitano generale della Chiesa (1422) e di Firenze (1423). Il 4 ottobre 1427, egli è colto da malore a Fano dove muore a 57 anni. Si narra che fosse in pellegrinaggio a piedi da Rimini a Loreto, per invocare la guarigione dai malanni che lo affliggevano, aggravati dalle fresche nozze (12 giugno) con una giovane fanciulla, Margherita Anna dei conti Guidi di Poppi. Le cronache malatestiane costruiscono la scena della sua scomparsa, con lui «ben confesso e contrito» fra le braccia di frate Iacono della Marcha, noto per le sue predicazioni contro gli hussiti in Ungheria e gli eretici «fraticelli» d'ispirazione francescana nell'Italia centrale.

Nessuna delle tre spose legittime gli lasciò eredi. Altrettanti figli ebbe dalle sue concubine, Allegra dei Mori (Galeotto Roberto) ed Antonia da Barignano (Sigismondo Pandolfo e Domenico Malatesta Novello). Essi dopo la morte del padre passano sotto la tutela dello zio Carlo di Rimini che li fa legittimare dal papa Martino V nel 1428. Nello stesso anno Galeotto Roberto prende in moglie Margherita d'Este, figlia del signore di Ferrara.

Ritorniamo a Mantova nell'ottobre 1418. Qui presso Martino V arriva pure Malatesta I. Il papa gli concede la rinnovazione della signoria di Pesaro e la sede vescovile di Coutances per suo figlio l'ecclesiastico Pandolfo, dal 22 marzo cappellano pontificio, con una rendita annuale di ottomila ducati. Poi giungono i coniugi Battista e Galeazzo di Pesaro. Lei, educata alle umane lettere, amate anche da suo padre Antonio conte di Urbino, si segnala per l'orazione gratulatoria che recita a Martino V.

A fine del novembre 1418 dal papa si reca Gian Francesco Gonzaga che l'11 gennaio successivo è creato duca di Spoleto. Nello stesso gennaio 1419 Martino V riceve anche Taddea di Pesaro, sorella di Cleofe e di Paola Malatesti moglie di Gian Francesco Gonzaga.

Martino V parte da Mantova per Roma il 30 gennaio 1419, e lungo il viaggio fa sosta a Ravenna. Nello stesso anno il papa nomina Guidantonio di Montefeltro, marito di Rengarda sorella di Carlo di Rimini, capitano generale contro Braccio di Montone.

Pacificata la Chiesa d'Occidente, il papa tenta di ripetere l'operazione con quella d'Oriente. Proprio nel 1419 avviene la scelta di Cleofe e di Sofia di Monferrato (destinata a Giovanni Paleologo, fratello dello sposo di Cleofe, e futuro basileo di Costantinopoli) che finiscono quali vittime sacrificali sull'altare di una «ragion di Stato» applicata alle questioni religiose. Ai Malatesti sembra di aver raggiunto la vetta della loro fama internazionale. Ma nel 1429 con la scomparsa di Carlo di Rimini (14 settembre), sino ad allora gran regista di tutti gli affari del casato, e di Malatesta I di Pesaro (19 dicembre), escono di scena i protagonisti di una stagione difficile ma con momenti indubbiamente esaltanti come la partecipazione al concilio di Costanza.

(1 - continua)
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Antonio Montanari

 
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Quel dono per Cesena (1446)

Post n°57 pubblicato il 01 Agosto 2008 da riministoria


A Cesena non si vuol riconoscere nessun legame tra la loro Malatestiana di Novello signore della città, e quella omonima di Rimini di Sigismondo Pandolfo (suo fratello) sulla quale esiste un'ampia documentazione.
Ho inviato al Corriere di Romagna questa breve lettera che è stata pubblicata oggi. Essa prende spunto da un saggio apparso sulla rivista di cultura romagnola, La Piê, nel'ultimo numero.


Quel dono da Rimini per Malatesta Novello
Fra i tesori della Malatestiana cesenate (S. XI. I) c’è un codice completato a Rimini l’11 ottobre 1446 da Jacopo della Pergola, la «Naturalis Historia» di Plinio. Nel 1451 Francesco da Figline prepara a Rimini un’altra edizione dello stesso testo per Giovanni Di Marco che nel 1474 la lascerà con tutta la sua biblioteca alla Malatestiana (S. XXIV. 5), dopo esser stato medico personale del signore di Cesena. Dove Francesco da Figline passerà da Rimini, come primo bibliotecario di quella «libraria».
Raimondo Zazzeri nella sua storia della Malatestiana (Cesena 1887) di cui fu bibliotecario, ricorda che il codice di Plinio ha «in fine» una scritta di mano di Jacopo che dichiara di averlo completato in quella data «pro magnifico ac potenti domino Malatesta de Malatestis de Arimino». Il fratello di Sigismondo battezzato come Domenico, si fa poi chiamare Malatesta Novello. Sigismondo è il committente, Novello il destinatario. La scritta non contraddice (come qualcuno pensa) quanto Zazzeri precisa: quel Plinio è voluto da Sigismondo per Novello.
Augusto Campana ricordava che ad Jacopo si attribuivano non soltanto il Plinio riminese, ma pure «il grande S. Agostino, ‘De Civitate Dei’» lavorato a Fano (Malatestiana, D. IX, I). Campana definisce Jacopo «bellissimo scrittore, di mano piena, rotonda, umanisticamente perfetta, da mettere senza esitazione a fianco dei migliori amanuensi fiorentini». Per queste sue qualità Sigismondo lo volle a Rimini. Dove, prima di quella cesenate, era sorta una biblioteca Malatestiana presso i frati di San Francesco (post 1432). Ad essa, spiega Zazzeri, Sigismondo donò «vari Codici» fatti da lui trascrivere.
Sigismondo, ha scritto senza fondamento Enza Savino (1995), «non coltivò interessi da bibliofilo né tanto meno da bibliografo con la stessa costanza e passione del fratello». Roberto Valturio («De re militari», 1455, XII, 13) ricorda che «moltissimi volumi di libri sacri e profani, e di tutte le migliori discipline» furono donati da Sigismondo alla Malatestiana riminese. Il cui inventario (del 1560) fu pubblicato nel 1901 da Giuseppe Mazzatinti. Quella di Sigismondo a Rimini aprì la strada al progetto di Malatesta Novello per la grande «libraria» che è tuttora gloria di Cesena.
Antonio Montanari

Indice di tutti i miei articoli presenti sul web e dedicati ai Malatesti

 
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Dante, un triangolo cosmico

Post n°55 pubblicato il 07 Luglio 2008 da riministoria
Foto di riministoria

Il primo sostantivo che incontriamo nella Commedia è «mezzo». Esso rimanda al versetto di Isaia «In dimidio dierum meorum...» [XXXVIII, 10].
Non interessa qui il problema a cui il termine è solitamente collegato (la lunghezza della vita: Ps. LXXXIX, 10, «dies annorum nostrorum [...] septuaginta anni»), ma il suo aspetto esclusivamente simbolico.
Per tale aspetto, dobbiamo considerare che Dante compie un percorso dal mezzo [da ciò che non è completo, l'uomo nel peccato, e quindi non perfetto] all'intero [Dio, il Tutto].

Questo percorso consta di due parti. Un viaggio 'terrestre' nell'oltretomba ed uno celeste.
Il viaggio 'terrestre' riguarda la voragine dell'Inferno e la montagna del Purgatorio.
Si è soliti dire che la Divina Commedia è un'opera dominata fondamentalmente dal valore allegorico e dalle esemplificazioni strutturali del numero tre. Ma in essa gioca anche questo 'codice binario' del mezzo e dell'intero, di vita e morte, Dante e Virgilio, Teologia e Filosofia, Fede e Ragione (Beatrice e Virgilio), corpo ed anima, ad esempio.

Dante ai primi due oltramondi dedica i primi 34 canti dell'Inferno ed i successivi 33 del Purgatorio.
Quale è il «mezzo» (sempre nel senso di metà) di queste due cantiche?
Sommando il numero dei canti (67), e dividendolo per due, lo si individua nel XXXIV dell'Inferno, canto nella cui metà (al v. 69) si conclude effettivamente il percorso infernale, per ritornare «a riveder le stelle» (v. 139).
Al v. 69 leggiamo infatti: «è da partir, ché tutto avem veduto».
Dobbiamo partire. Ma allegoricamente (ancora una volta), «partire» ci invita a considerare qui il suo significato di «dividere». E quel verso in effetti divide i primi due mondi ultraterreni ma collocati in un orizzonte 'terrestre'.
In questo primo blocco da Inf. I, 1 ad Inf. XXXIV, 69, troviamo una simmetria perfetta (come in altri luoghi danteschi) tra il secondo verso dell'inizio (Inf. I, 2) e penultimo della fine (Inf. XXXIV, 68); tra la «selva oscura» e «la notte» che «risurge».
A metà di tutta la cantica prima, c'è il c. XVIII (Malebolge, divise in dieci parti concentriche), che dà inizio alla seconda parte della cantica dell'Inferno.
Passo al Purgatorio.
La metà di questa cantica è al c. XVII, 70, da dove inizia la spiegazione virgiliana dell'ordinamento morale del Purgatorio medesimo:

«Già eran sovra noi tanto levati
li ultimi raggi che la notte segue,
che le stelle apparivan da più lati» (vv. 70-72).

La terzina anticipa il passaggio dalla notte del peccato alla luce divina, sancito dal verso finale della cantica: «puro e disposto a salire a le stelle» (XXXIII, 145).
Il viaggio 'terrestre' dalla voragine dell'Inferno alla montagna del Purgatorio, lo si può rappresentare graficamente come la base di un triangolo equilatero, il cui vertice è ovviamente 'presieduto' dal sole (Pd, XXXIII, 145, «l'amor che move il sole e l'altre stelle»). E soltanto 'lassù' che si raggiunge la perfezione come anticipa Pd I, 1: «La gloria di colui che tutto move» (altra simmetria interna alla cantica nel verbo «muovere»).


Cerchiamo di costruire le varie parti di questo triangolo dantesco (ACB):
Il lato base AB è dunque occupato dall'Inferno (AD) e dal Purgatorio (DB).
La salita al Paradiso si rappresenta con il lato BC.
All'interno del triangolo ACB occorre distinguere però le varie parti che lo compongono: sono altri tre triangoli corrispondenti ai tre regni (Inferno, Purgatorio e Paradiso), più un triangolo centrale che rappresenta la Terra centro dell'universo astronomico, punto di partenza del racconto di Dante, e luogo che ospita i due primi regni. Complessivamente sono quattro triangoli (due coppie di due: Terra e Cielo, oltre che Inferno e Purgatorio).

Per delineare questi triangoli minori, si opera nel modo seguente.
1. La perpendicolare dal punto D sul lato CB determina il punto E. (Il punto E, come vedremo, è intermedio alla stessa salita.)
2. La perpendicolare dal punto D sul lato AC determina il punto F.
3. Collegando i punti E ed F otteniamo il triangolo centrale FDE ("Terra")
Il punto E, intermedio del percorso del Paradiso, corrisponde al v. 71 del c. XVII, «la cortesia del gran Lombardo», verso autobiografico, direi quasi terrestre perché parla delle esperienze di Dante uomo-poeta e non di Dante personaggio. E questo punto è sulla base FE del triangolo rovesciato della "Terra", cioè anche della vita stessa di Dante.
[A proposito del «gran Lombardo», una curiosità. A metà del primo canto (quello considerato introduttivo) dell'Inferno, troviamo le parole di Virgilio: «e li parenti miei furon lombardi» (v. 68).]

Desidero infine soffermarmi su una simmetria di non secondaria importanza, che potrebbe confermare l'ipotesi di lettura svolta sinora sulla geometria 'nascosta' della Divina Commedia.
La figura del Veltro appare in Inferno, I, 101-102. Il Purgatorio si chiude con l'immagine del DVX («un cinquecento diece e cinque, messo di Dio», XXXIII, 43-44).
La simmetria è data dal fatto che il DUX si trova, nel Pg XXXIII, rispetto alla fine del canto, alla stessa 'distanza' che intercorre tra il Veltro e l'inizio del c. I dell'Inferno (101-102).
Il XXXIII del Pg ha 145 vv. Se calcoliamo 145 meno 102 e meno 101, otteniamo 43 e 44, appunto i versi in cui appare l'immagine del DVX.

 
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ANNI 50 in omaggio ai lettori

Post n°54 pubblicato il 26 Dicembre 2007 da riministoria

Piffero

Potete scaricare il mio testo

Anni Cinquanta
I giorni della ricostruzione
visti da un bambino.
1948-1953


pubblicato nel 1995, cliccando qui.

Auguri e buona lettura.

 
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L'heretico non entri in fiera

Post n°53 pubblicato il 28 Ottobre 2007 da riministoria

«L'heretico non entri in fiera»
Società, economia e questione ebraica a Rimini nei secoli XVII e XVIII.
Documenti inediti

[Sintesi della comunicazione di Antonio Montanari, Rimini, Studi Romagnoli, 28.10.2007]


La questione ebraica a Rimini tra 1600 e 1700 ripropone aspetti specifici già presenti in età precedente: l'alternanza di acute tensioni e di condizioni favorevoli.
Il 10 giugno 1432 Galeotto Roberto Malatesti ha ottenuto da papa Eugenio IV un «breve» che imponeva agli ebrei riminesi il «segno» di distinzione obbligatorio.
Il «segno» era stato introdotto nel 1215 dal IV concilio lateranense sotto Innocenzo III: una rotella di stoffa gialla da portare cucita sulla parte sinistra del petto.
Due assalti ai loro banchi avvengono nel 1429 e nel 1503.
Finita la dominazione malatestiana nel 1509, agli ebrei nel 1510 è concessa l'autorizzazione a «facere bancum imprestitorum», cioè di svolgere legalmente attività finanziaria.
Nel 1515 succede l'episodio che meglio riassume i caratteri della questione ebraica a Rimini.
Il 13 aprile 1515 il Consiglio generale della città prende atto che a Rimini gli ebrei sono visti «ut inimicos», ed approva all'unanimità tre provvedimenti:
1. chiedere licenza al papa di bandirli;
2. far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi;
3. stabilire «che nell'avvenire volendo detti Ebrei continuare l'habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla».
Gli ordini del segno distintivo restano disattesi se nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, essi sono ripetuti, in obbedienza anche ai decreti del 1215.
Gli ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta od alla benda gialle, ma di poter recare semplicemente un segnale sul mantello: la «rotella» di cui s'è detto.
La città ricorre al papa, «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città» stessa.


I soldati usati nel 1515 «per guardia de gli Ebrei», sono forse parte dei 600 armati già impiegati nel 1510 per volere del papa, a causa di risse e disordini politici locali.
Oppure sono i «nuovi fanti» giunti nel febbraio 1513 «per la custodia della città», afflitta da continue violenze.
Oppure sono le guardie destinate frenare i «faziosi» del contado (maggio 1513), per le quali è creata una nuova tassa.
Carlo Tonini scrisse che nel 1515 Rimini «era in tumulto per cagione degli Ebrei». È un'affermazione priva di fondamento. Non ci fu nessun tumulto «degli Ebrei», ma semmai «contro» di loro. La gente li considerava (scrive Tonini), «quali nemici della Religione e promotori di scandali». («Ut inimicos» abbiamo letto nel verbale del Consiglio generale sotto la data del 13 aprile.)
Nel 1515 si vuol semplicemente far pagare alla comunità ebraica la spesa militare degli ultimi cinque anni, fatta però non per colpa sua. In quell'anno, come osserva lo stesso Carlo Tonini, «fra gli altri mali eravi quello, di tutti forse peggiore, della mancanza di pecunia».
La questione ebraica a Rimini nel 1515 si sovrappone perfettamente con il clima di guerra civile provocato, dopo la morte di Sigismondo Pandolfo Malatesti (1468), dalle due fazioni in lotta.
Nel luglio 1512, con la vana speranza di pacificare la città, si sono istituiti i «signori Venti di Giustizia», attribuendogli «facoltà assoluta di punire, e condannare». Ma neppure essi, sul finire dello stesso 1512, hanno potuto evitare l'uccisione di Vincenzo Diotallevi.
È uno dei tanti delitti politici che si susseguono dal 1470. Delitti che, come ha osservato Rosita Copioli, continueranno «a far colare sangue» per un secolo.


Nel 1540 la Municipalità è costretta ad intervenire per difendere gli ebrei, con l'intimazione ai cristiani di non colpire gli usci e le finestre delle loro case.
Il 22 luglio 1548 il Consiglio generale obbliga gli ebrei riminesi a non abitare fuori delle tre contrade dove si trovavano.
Si anticipa così il provvedimento di papa Paolo IV che il 17 luglio 1555 istituirà il ghetto in tutto lo Stato della Chiesa, secondo il modello realizzato nel 1516 dalla Repubblica di Venezia.
Il 27 marzo 1549 agli ebrei di Rimini è imposta una contribuzione straordinaria per il «Sacro Monte della Pietà», nato nel 1501 proprio per fare concorrenza ai prestatori israeliti. Al «Monte» però gli ebrei riminesi non possono accedere.



Le norme discriminatorie dettate da Paolo IV contro gli ebrei nel 1555, sono attenuate nel 1562 da Pio IV.
Nel 1569 Pio V dà il bando agli ebrei da tutte le sue terre entro tre mesi, ad eccezione di Roma e d'Ancona, con la «bolla» Hebraeorum gens sola, anticipata nel 1566 dalla Romanus Pontifex di Pio V.
Rimini va controcorrente. Il 9 dicembre 1586 il Consiglio generale autorizza a risiedere nel ghetto cittadino gli ebrei titolari di licenza per abitare nello Stato della Chiesa.
Il 22 dicembre 1586 gli ebrei chiedono al Consiglio di poter continuare a vivere «familiariter» al di fuori del ghetto, dove si rifiutano di permanere. Non ricevono risposta, a quanto risulta.


Soltanto il 19 settembre 1590 in Consiglio è presentata la proposta di approntare gli strumenti giuridici per cacciare dalla città gli ebrei che non l'avevano ancora abbandonata, e che sono equiparati a «vagabondi e forestieri».
Approvata a larghissima maggioranza, la decisione è destinata a restare senza risultato, grazie ad una aggiunta secondo cui l'espulsione sarebbe avvenuta nel «caso si potesse e vi fosse Motu proprio o Breve pontificio». Gli ordini papali c'erano già (bando del 1569).
Nel 1593 Clemente VIII (1592-1605) delibera l'espulsione definitiva degli ebrei dallo Stato della Chiesa, fatta di nuovo eccezione per Roma ed Ancona (come nel bando del 1569).


Dopo il 1593 dunque a Rimini non dovrebbe esserci più alcun ebreo. Ma non è così. Nel 1615 una rivolta popolare distrugge il loro ghetto posto «in Via S. Andrea o S. Onofrio».
La rivolta popolare è favorita (se non promossa) dall'atteggiamento della Chiesa locale e di alcuni nobili. Tra i quali figura un personaggio di spicco nella vita curiale e politica romana, Giovanni Galeazzo Belmonti, vice gran priore dell'Ordine militare di Santo Stefano.
Nel 1624 Roma proibisce agli ebrei il domicilio nello Stato ecclesiastico, ma non il soggiorno in qualsiasi luogo o città «per occasioni di mercantie», secondo la regola introdotta da Clemente VIII per periodi massimi di tre o quattro giorni.


Il 15 maggio 1656 a Rimini un «Gentilhuomo Hebreo di questa Città» (forse un componente della famiglia Gentilomo, attestata a Pesaro), si fa mallevadore di «un tal Hebreo Banchiere», al quale è concesso di aprire il banco con la facoltà di tenere presso di sé la famiglia.
Il 16 giugno 1666 il Consiglio generale riminese boccia la proposta di chiedere al papa di ricostituire il ghetto, ad «utile e beneficio» della città.
Rimini è sulla linea commerciale che dalle coste marchigiane porta a quelle ferraresi, entrambe controllate dai mercanti ebraici. I domini estensi nel 1598 sono passati sotto il governo di Roma, come accaduto a Pesaro nel 1631.
Sul finire del 1670, la Municipalità riminese inoltra (inutilmente) al papa la richiesta di concedere la «facoltà di poter eriggere in questa Città un nuovo Ghetto d'Hebrei».
Ci si giustifica con la necessità di portare «sollievo» economico a Rimini per mezzo di un «qualche poco» di commercio, fondamentale per una ripresa nelle «presenti contingenze della nuova fiera», per la quale gli ebrei sono considerati «necessarissimi».
Nel 1693 gli ebrei chiedono di essere autorizzati a rivolgersi direttamente al pontefice per poter ottenere di rientrare in città. E fanno presente di avere a Roma un «buon mezzo» per comunicare con il papa.
Il 17 febbraio 1693 il Consiglio generale discute il memoriale di quei commercianti ebrei «soliti a venire a servire con le loro mercanzie» a Rimini, e concede loro l'autorizzazione ad inoltrare al papa la supplica desiderata.
Come sia andata a finire la faccenda a Roma, non è dato di sapere.


La votazione del 1693 rovescia l'atteggiamento del Consiglio generale circa la presenza ebraica. I contrari sono soltanto due su 43. Erano stati 31 su 45 nella votazione del 16 giugno 1666 circa la richiesta di ricostituire il ghetto.
Nel verbale del 17 febbraio 1693 si legge pure che «d'alcun tempo in qua» agli ebrei era stata proibita la dimora in Rimini con «danno comune» sia del «Monte della Pietà», sia della dogana, sia di «altro per la loro assenza».
Gli israeliti erano dunque tornati ad essere presenti a Rimini dopo la distruzione del ghetto nel 1615. Nel loro memoriale si dichiara che «l'avergli levato il libero commercio» aveva provocato «danni notabili» a tutta la vita cittadina.


Il memoriale è del 1693. L'anno prima a Ferrara (la cui realtà economica era caratterizzata dalla predominanza ebraica), è stato introdotto dal cardinal legato Giuseppe Renato Imperiali il «libero commercio» dei grani (anche se per soli dodici mesi), nella provincia e fuori di essa, ripetendo analogo provvedimento pontificio di Clemente IX (1667-69).
Il memoriale riminese del 1693 sembra rispondere alle attese del governo cittadino, il quale tenta di realizzare una propria politica, autonoma da Roma, nei confronti degli ebrei, non in nome di astratti princìpi ma in virtù di concretissime ragioni di generale convenienza economica.


Nel 1660 avviene a Rimini un episodio emblematico.
L'«Hebreo Servadio» è fatto prigioniero per esser stato trovato «senza licenza di dimorarvi», assieme al «suo amico» David.
Servadio è salvato dalla pena corporale dei «tre tratti di corda» grazie all'intervento presso il vicario vescovile, di «Girolamo Giordani, gentilhuomo di Pesaro», di passaggio a Rimini.
Servadio è multato di dodici scudi destinati alla Curia, e di due scudi per la cancelleria. La somma è pagata per lui da «un tal Gioseffo Montefiore hebreo di Pesaro».
Servadio e David inviano un memoriale di protesta al Sant'Offizio.
Il Sant'Offizio chiede al governatore riminese Angelo Ranuzzi «una sincera, ed esatta informazione della verità del fatto».
Nel frattempo il vicario ottiene da Servadio la dichiarazione di non aver presentato alcun ricorso a Roma.
Ma Roma ordina a Ranuzzi che siano restituiti a Servadio i dodici scudi della multa, con la spesa di uno scudo per la cancelleria.
Ranuzzi esegue, ed informa Roma della richiesta fatta a Servadio dal vicario di una smentita circa il memoriale inoltrato dall'ebreo al Sant'Offizio. Richiesta a cui Servadio s'è sottomesso allo scopo di evitare ulteriori fastidi.


Ritorniamo al 1656 ed alla concessione al «Gentilhuomo Hebreo» di aprire il banco a Rimini, tenendo presso di sé la famiglia.
Il 1656 è anche l'anno in cui a Rimini prende avvio la nuova fiera di sant'Antonio sul porto (dal 6 all'11 luglio), ripetuta nel 1659 e sospesa nel 1665 dal governatore.
Essa riprende dal 1671 al 1680 con una continua diminuzione del «concorso» di mercanti e compratori. Per cui porta soltanto «incomodo» ai commercianti locali.
Abbiamo visto che nel 1670 Rimini chiede al papa «un nuovo Ghetto d'Hebrei», «necessarissimi» nelle «presenti contingenze della nuova fiera».
Nel 1678 non c'è disponibilità di moneta per gli affari della fiera, «per non essere seguiti li raccolti».
Nel 1691 la fiera ritorna, senza smalto e senza gli effetti positivi sperati.


Alla fiera del 1671 (durata undici giorni anziché gli otto previsti), sono presenti otto ditte di ebrei, tutte del settore tessile-abbigliamento: tre di Ancona, tre di Urbino, due di Pesaro.
Le merci da loro introdotte hanno un valore pari al 28,25% del totale.
Gli affari invece sono magri, immaginiamo non per la qualità dei prodotti offerti ma per il pregiudizio religioso nei loro confronti.
Essi vendono soltanto il 16,82% dei loro prodotti, cioè il 10,16% del venduto totale della fiera. La media generale del venduto è del 46,71% contro il 10,16 degli ebrei.


La prima notizia del diciottesimo secolo relativa alla presenza ebraica a Rimini, risale al 1775 e riguarda il battesimo di Isacco Foligno, di probabile origine pesarese.
Nel 1796 alla fine di giugno, la contribuzione per i francesi è imposta pure agli ebrei. I quali sono arrestati «onde sottrarli da quegli insulti che una certa malafede del Popolo, avrebbe potuto accagionargli».
Appartengono a cinque ditte, intestate a Moisé di Bono Levi, Samuel ed Elcanà Costantini, fratelli Foligno, Samuele Mondolfo, ed Abram e Samuel Levi.
Quegli ebrei, «dimoranti con negozio da lungo tempo in Rimini», temendo, nel «passaggio delle Truppe Francesi», di poter esser «molestati per raggion d'avere per Comando Pontefficio il solito segno nel Capello», ottengono di toglierlo dopo il versamento alla comunità riminese di un «dono gratuito» di cinquecento scudi.
Il «dono» è fatto, come scrivono i consoli di Rimini, «in luogo di darci conto del loro peculio, e del valore de rispettivi negozj, come da noi esigevasi». La Municipalità, soddisfatta della generosa offerta, versata oltretutto in moneta e non in oggetti preziosi, tralascia di sottolineare che essa andava contro le leggi.

Nel 1799, il 30 maggio, la rivolta dei marinai, a cui s'accodano quelli che il mercante-cronista Nicola Giangi chiama «li birbanti di Città», si conclude con il saccheggio anche di due botteghe gestite da ebrei.
Il notaio-cronista Zanotti descrive l'episodio come opera degli «insorgenti» antifrancesi che egli (da convinto legittimista) però distingue dai «rivoltosi» i quali, spinti dal «maligno furore della Plebaglia», agiscono invece contro la cosa pubblica.

In un documento romano del 1793 si parla delle pelli d'agnello commerciate da Abramo Levi, imbarcate proprio a Rimini, e dirette verso il nord Europa.
A Rimini sin dal 1500 si teneva una «fiera delle pelli» per la ricorrenza di sant'Antonio dal 12 al 20 giugno. Da essa deriva la fiera che nasce sul porto nel 1656, dedicata a sant'Antonio. Il 1656 è l'anno in cui si concede ad un israelita di aprire il banco.

Per quanto sconosciuto nella sua precisa identità, questo «Hebreo Banchiere» è simbolo della tesi sostenuta da Maria Grazia Muzzarelli per la realtà cesenate del Quattrocento: gli ebrei sono stati considerati «da sfruttare sempre, tollerare a tratti e vessare ogni volta che» ce ne fosse bisogno politicamente.



Archivio:
1. Quante storie
2. Storia degli ebrei a Rimini





Antonio Montanari

 
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