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Storia e cultura a cura di Antonio Montanari Nozzoli

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Porto e politica, affari e malaffare

Post n°73 pubblicato il 13 Febbraio 2013 da riministoria

Alle origini di Rimini moderna (6). Il nostro porto va in rovina, lo scrive Francesco Guicciardini nel 1526. La città butta i soldi con interventi lenti, e non accetta l'aiuto dei privati
Porto e politica, affari e malaffare
["il Ponte", 17.02.2013]
Francesco Guicciardini nel 1526 denuncia la crisi del porto di Rimini. C'è bisogno di lavori urgenti: va in rovina “perché si riempie; e la Comunità vi spende assai, ma con tanto intervallo di tempo che non può far frutto”. La Comunità non ha i soldi necessari, né ha accettato la proposta di Valerio Tingoli e di altri mercanti cittadini che offrivano di tirarli fuori di tasca loro.

L'Ausa antica
Guicciardini ha pensato di “fare venire qualche maestro intendente, e più di uno, per vedere che rimedio vi fussi buono e di che spesa". Chiamato a Roma, appunto nel 1526, non può realizzare il suo progetto. Sul finire del sec. XVI, c'è chi propone di spostare il porto sull'Ausa, perché la corrente "della Marecchia", trasportando al mare ghiaia ed altro, rende di difficile gestione il canale, i cui interramenti "ostacolavano l'accesso delle barche con sensibile danno pel commercio della città" (A. Mercati, 1941).
Sull'Ausa, racconta L. Tonini (1848), è posto l'antico porto di Rimini: di esso non si sa se fosse formato da un seno di mare come si legge in Clementini, “o se invece vi concorresse pur la Marecchia”. Secondo G. Rimondini (2008) i due porti di Rimini sono un'invenzione di Clementini.
Annotava G. Moroni (1852) che l'antico porto, divenuto inutile fu demolito nel XV sec., “adoprandosene i materiali a edificazione di chiese”. E che nel 1615 era posta la sua ricostruzione per munificenza di Paolo V. In L. Tonini (1864) si conferma la notizia sull'utilizzo dei molti marmi del porto antico anche da parte di Sigismondo Malatesti per il Tempio di San Francesco. Tonini ricorda poi che da Roma sono decretati due sussidi per il porto, nel 1562 (500 scudi annui) e nel 1591, aggiungendo che per esso “già erano state impiegate molte somme inutilmente” forse non soltanto per la forza del fiume ma pure per l'imperizia dei tecnici. Tutte queste vicende proiettano le loro ombre agitate sul sec. XVIII per il quale gli aneddoti storici sulle rivalità tra i dotti fanno dimenticare la vera sostanza del problema: i politici che governano non sanno prendere le giuste decisioni. Ecco perché il malaffare dei compromessi e dei favori uccide lentamente l'affare economico della vita portuale così strategica per Rimini. I fatti.


I lavori del 1700
All'inizio del 1700, su consiglio del card. Ulisse Giuseppe Gozzadini, legato di Romagna, sono eseguiti lavori di riparazione alle sponde. Alla riva destra, le palizzate sono sostituite completamente da un'opera in muratura. Il Comune spende più di 70 mila scudi. In seguito all'alluvione del 1727, "caddero i nuovi moli (perché malamente costruiti) nel Porto; e questo solo danno fu calcolato in quindici mila scudi. Le acque erano a tale altezza che dall'Ausa alla Marecchia verso il mare giunsero a sorpassare l'altezza degli alberi più elevati", scrive Luigi Tonini (1864), riprendendo la "Cronaca" del conte Federico Sartoni (1730-1786).
Nel 1744, prosegue Tonini, essendo stata trascurata la sponda sinistra per più anni e non essendo stata essa prolungata come la destra, ci fu "lo sconcio che la corrente, espandendosi presso alla bocca, perdesse di forza a portar oltre le ghiaie, le quali per conseguenza otturarono il canale".
L'argomento del porto tiene banco in città. Ne abbiamo testimonianza dall'intervento di Giovanni Antonio Battarra, nel 1762. In esso, racconta Carlo Tonini (1884), si dimostra "come il Comune, aggirato da pratici ignorantissimi, gettava il pubblico danaro in provvedimenti inutili e male divisati". "Quante volte il fiume ebbe rovinato il canale, fu chiesto il parere" di Battarra, prosegue C. Tonini: "E quando il danno montò al colmo, egli presentò un piano, il quale fu bensì accolto; ma poi pessimamente eseguito da chi aveva interesse (così dice il Rosa) di screditarlo". Michelangelo Rosa (1894) racconta che il piano di Battarra fu anche "alterato a capriccio". Battarra (1714-89) è un filosofo, il che in quegli anni significa anche scienziato. Nel 1755, ha pubblicato la "Storia dei funghi dell'agro riminese", un'opera in latino, conosciuta in tutt'Europa.

La Scienza in campo
Battarra vuole difendersi dalle critiche e dalle malignità cittadine, dopo che quel piano (come spiega Rosa), è stato "pessimamente eseguito da chi non si fece coscienza di volere innanzi lo sconcio e il danno" dell'ideatore. E, quando apre nel dicembre 1762 il suo corso pubblico di Filosofia, Battarra tiene due discorsi sul porto, che pubblica l'anno successivo in volumetto: è questo l'intervento a cui si riferisce C. Tonini. A sostegno delle sue tesi, Battarra ricorre anche all'autorità di Galileo: per un arco di quarto di circolo, l'acqua si muove più velocemente che per la corda di esso. La velocità del fiume serve a tener più pulito il canale. Precisa il nostro: "Mi rido che il condur acque per linea retta sia in tutti i casi la regola più certa, per farle giugner più presto e con più velocità al lor destino".
Come si vede, la disputa scientifica si accende, e non la ripercorriamo avendola ricostruita sulle colonne del “Ponte” il 6 ottobre 1991, presentando anche documenti inediti. Ci soffermiamo invece su quel punto in cui C. Tonini riprende l'opinione di Battarra; “il Comune, aggirato da pratici ignorantissimi, gettava il pubblico danaro in provvedimenti inutili e male divisati“. La situazione è talmente tesa che, quando il Comune decide di effettuare non il prolungamento dei moli ma la distruzione di quello di destra per procedere all'espurgazione del canale, ci scappa fuori un tumulto di pescatori e marinai per merito o colpa del quale i lavori sono sospesi, si dice ufficialmente: ma in realtà non c'erano soldi in cassa per portarli a termine. Era il 26 aprile 1768.
Il Governatore riminese, conte Vincenzo Buonamici di Lucca, aveva scritto al vicelegato papale Michelangelo Cambiaso che i battelli non potevano entrare nel porto. Ma non era vero: tra gennaio e il 16 marzo 1768, ne erano giunti 79.

Gli agostiniani
Si contrappongo autorità che scrivono cose non rispondenti al vero, ed i lavoratori del mare che non riescono a far ascoltare la loro voce se non con un tumulto, sul quale poi i benpensanti contemporanei e posteri hanno ricamato in abbondanza. Quel tumulto non è un semplice dato di cronaca, è il sintomo di un malessere che dimostra l'inadeguatezza del regime aristocratico che regge le sorti della città.
Un documento collocabile tra 1625 e 1668, racconta di una “lite” intercorsa fra la Municipalità ed un Ordine religioso, quello dei canonici regolari agostiniani di San Giorgio in Alga che aveva ricevuto in affidamento il monastero di San Giuliano nel 1496 nell'omonimo Borgo. In occasione della fiera che vi si svolgeva, i monaci volevano affittare alcune stanze di loro proprietà. La Municipalità si oppone, non ritenendole “opportune ad abitazione di onorati mercatanti”, in quanto erano state ridotte dal monastero “a stalle d'animali, et a postriboli di femmine di mondo”.
A quell'ordine appartiene Vanzio Vanzi, fattosi monaco nel 1609: era figlio di Giovanni, il padre del quale (Lodovico) era fratello del celebre giurista mons. Sebastiano vescovo di Orvieto.

Roma comanda
I politici che governano non sanno prendere le giuste decisioni, abbiamo scritto sopra. Aggiungiamo a loro discolpa un dato oggettivo che riguarda tutta la nostra regione. Come scrive G. Tocci (2004), lo scontro tra i poteri locali e quello centrale provoca situazioni in cui sono precluse possibilità di sviluppo e di progresso. Nelle singole città tornano le rivalità tra le fazioni locali. Il governo romano è incapace di assorbire le differenze fra le singole situazioni dello Stato pontificio. Un esempio illuminante è dato dal fatto che nel 1558 Rimini è obbligata a partecipare alle riparazioni del porto di Ancona.
(6. Continua)

All'indice di "Rimini moderna"
All'indice di "Rimini moderna" Ponte

Antonio Montanari

"Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 07.03.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 05.08.1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67, 21.03.2001. © Antonio Montanari. [1791, 15.12.2012. Agg.: 09.02.2013, 16:18]. Mail

 
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Mani pulite contro i delitti

Post n°72 pubblicato il 02 Febbraio 2013 da riministoria

Alle origini di Rimini moderna (5). Francesco Guicciardini, Presidente di Romagna, raccomanda al fratello Iacopo, che gli succede nella carica: occorre "avere nome e opinione di severità"
Mani pulite contro i delitti
["il Ponte", 27.01.2013]


Il suo nome è Francesco Biancuto da Montefiore, abitante a Monte Colombo. A Rimini fa il capo dei ribelli sostenitori dei Malatesti. A Milano ed a Ferrara invece lavora come spia al servizio di Roma e di Alberto III Pio conte di Carpi (1475-1531). I servizi prestati da Biancuto gli hanno meritato il perdono del pontefice per quanto accaduto a Rimini nel 1527, ovvero il rientro dei Malatesti che poi l'8 aprile 1528 ricevono l'investitura da papa Clemente VII.

Politica e libri
Alberto III Pio nasce da Caterina Pico, sorella di Giovanni Pico della Mirandola, il filosofo autore del “Discorso sulla dignità dell'uomo”. Sposa nel 1494 Camilla Gonzaga (+1515) e nel 1518 Cecilia Orsini di Monterotondo. Dal 1513 è ambasciatore presso la curia romana, prima di Carlo V e, dopo la sua morte (1519), della Francia. “Uomo di molta sagacità ed eloquenza, e versato ne' politici affari”, lo descrive Pietro Verri. Grande collezionista di libri, è protettore dell'editore Aldo Manuzio, già suo maestro a Carpi. Dopo il sacco di Roma (1527) lascia la città e si trasferisce a Parigi dove muore. Alberto, come osserva S. Cavalletto (2004), dedica l'ultima parte della sua vita ad attaccare il pensiero di Erasmo da Rotterdam (1469-1536) ed il suo “Elogio della Pazzia”, il cui culmine è posto nella fede che permette di conquistare la felicità celeste, propria dell'altra vita.
Secondo il cardinale ed umanista modenese Jacopo Sadoleto (1477-1547), Alberto è un uomo di grande ingegno e valore. Girolamo Tiraboschi (1731-1794) racconta (“Storia della Letteratura italiana”) che Alberto è accusato da Francesco Guicciardini di essere un traditore, perché nel 1523 governando per la Chiesa Reggio Emilia e Rubiera, cerca segretamente di farsene signore. Il tentativo è fatto fallire dallo stesso Guicciardini che conosce bene gli ambienti emiliani, prima come governatore di Modena e poi pure di Reggio e Parma tra 1516 e 1517, per volere di Leone X. A Modena e a Reggio, Gucciardini si acquista la fama di funzionario incorruttibile ed inflessibile, scrive G. Dossena che lo descrive come uomo ricchissimo per i possedimenti terrieri e le attività commerciali in mezz'Europa. Nel 1523 è nominato Presidente di Romagna dove (secondo D. Cantimori) mantiene l'ordine con una severità analoga a quella del Valentino, anche se non altrettanto crudele.

Temuto a Rimini
Il profilo di Francesco Biancuto è disegnato da Guicciardini che lo dichiara suo amico. Su di lui nutre fiducia, non crede che abbia tramato contro la Chiesa: “ma quelli di Rimini ne temono assai, e tutto dì ne potresti sentire querele”, scrive al fratello Iacopo, lasciandogli il posto di presidente di Romagna, all'inizio del 1526, quando è chiamato a Roma per occuparsi della politica estera, prima di essere commissario generale dell'esercito pontificio (non riesce a fermare i Lanzichenecchi) e luogotenente di Clemente VII.
Nel testo "Delle cose di Romagna a suo fratello Iacopo" troviamo giudizi taglienti sulle città a lui affidate: lo mette in guardia sulle difficoltà che avrebbe incontrate. In Romagna occorre "avere nome e opinione di severità". Qui "sono tante piaghe e tante ingiurie vecchie e nuove", e gli "uomini sono comunemente disonesti, maligni”, e non conoscono l'onore. Per vincerli non basta punire tutti i delitti, ma occorre "non essere parziali, avere le mani nette, né piegarsi per lettere e intercessioni de' Cardinali e gran maestri".

Infinite ruberie
I Romagnoli “temono chi gli mostra il volto, sono assai soliti a essere rubati". Guicciardini ha cercato di dare loro ardire per invitarli a denunciare le cose mal fatte. Critica il sistema giudiziario civile per le liti che non finiscono mai e permettono agli avvocati di protrarre le cause all'infinito e "rubare" denari ai clienti. Pure i Governatori "cercano di mettere ogni cosa in processo per tirare le sportule", oggi diremmo tangenti.
Guicciardini spiega di aver lasciato correre per le denunce contro chi giocava "nelle città e contadi, e condannarli, massime i contadini", ed aggiunge: "Così ho serrato gli occhi negli adulterii ed altre cose" legate alla vita sentimentale. Passando in rassegna le lotte tra fazioni dopo le morti di Leone X (1521), e di Adriano VI (1523), Guicciardini osserva: i delitti dei Ghibellini di Forlì, Imola e Ravenna, "sono stati condannati variamente secondo la qualità dei casi e delle persone", o con il bando o con multe. Al fratello suggerisce di stare poco fermo in un luogo e di andare spesso a vederli tutti, “perché si contentano i popoli, intendendo le cose più particolarmente, i Governatori stanno con più rispetto, e molti che non hanno modo a andare in altre città, possono dire i fatti suoi". La città peggiore per lui è Forlì, con odi che sono eterni, e con entrate della Comunità che stanno malissimo. A Cesena invece "non sono insanguinati".
Le entrate di alcune città “si dissipano per il poco amore e disunione” degli abitanti. I governatori ed i bargelli rubano a man bassa, sono i ladri peggiori. I modi delle ruberie sono infiniti. Uno dei funzionari più corrotti, è il forlivese Antonio Numaio, addetto alle esazioni per la Camera Apostolica, "uomo parzialissimo e di mala natura". Egli non paga gli esattori, ma ricava i soldi necessari gravando sui contadini colpiti pure dalle robuste mangerie degli ufficiali addetti alla riscossione.

Clemenza per Rimini
Arriviamo a Rimini. Per quanti non avrebbero voluto rivedere il potere pontificio, fu usata clemenza perché non stava bene lasciar fuori della città troppa gente. Però "vi sono alcuni che non è bene graziare in modo alcuno”, di loro farà una lista. A tutti gli altri ribelli si può concedere la grazia. I contrasti tra guelfi e ghibellini sono forti, ma qui pure i Ghibellini sono partigiani del dominio temporale. Forse in odio ai Malatesti. Guicciardini parla del Porto: "una bella cosa”, se si tenesse bene in ordine, “ma va in rovina perché si riempie; e la Comunità vi spende assai, ma con tanto intervallo di tempo che non può far frutto”. Bisognerebbe farvi una spesa grossa, però la Comunità non può. Valerio Tingoli ed altri mercanti offrivano di farla loro, “ma la Comunità non acconsentì, parte per invidia, parte perché facevano qualche domanda ingorda” (A. Serpieri, 2004). Nell'ultima visita a Rimini, Guicciardini ha pensato ad un progetto, “fare venire qualche maestro intendente, e più di uno, per vedere che rimedio vi fussi buono e di che spesa". Chiamato a Roma non può realizzarlo più.

Farsi temere
Guicciardini si è fatto fama di persona che non può essere placata: e che "quanto più favori si adoperino meco, sia il peggio". "Autorità e reverenza", conclude con il fratello, non si possono conservare se non con lo stile che ha appena descritto, e che ha applicato nel suo ufficio. Nelle “Istruzioni a Messer Cesare Colombo” suo agente in Roma, Guicciardini ricorda con orgoglio: "Nello entrare mio in Romagna sono fuggiti molti facinorosi". In un altro scritto, egli passa in rassegna tutte le accuse che gli erano state rivolte, a cui contrappone le “Difese” dove spiega che in Romagna si è fatto obbedire, ed ha avuto un nome tale da farsi temere.
Il domenicano fiorentino Remigio Nannini (1518-1580), teologo e filosofo, scrive in una biografia (1561) di Guicciardini che la carica di Presidente della Romagna era un ufficio di molta fatica e di molto pericolo per le inimicizie civili diffuse in quei popoli feroci che lui seppe tenere a freno. Altrettanto feroce era la gente di Bologna che Guicciardini andò a governare amministrando la giustizia senza far differenze. Così riuscì a raffreddare l'orgoglio e l'ardore di molte famiglie nobili, che fidandosi della moltitudine e della bravura dei loro seguaci, tenevano perturbata ed inquieta la città.
(5. Continua)

All'indice di "Rimini moderna"
All'indice di "Rimini moderna" Ponte

Antonio Montanari

"Riministoria" è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 07.03.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 05.08.1981, n. 416", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67, 21.03.2001. © Antonio Montanari. [1790, 15.12.2012. Agg.: 11.01.2013]. Mail

 
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Se si cancella il passato

Post n°71 pubblicato il 08 Gennaio 2013 da riministoria

Alle origini di Rimini moderna (4). Si bruciano gli archivi pubblici nella chiesa di San Francesco, come era successo a Pesaro. Il fantasma della plebe agitato dai potenti locali contro Roma
Se si cancella il passato
["il Ponte", 06.01.2013]

Nel "Sito riminese" di Raffaele Adimari (1616, II, pp. 59-60) si legge: cacciato l'ultimo dei Malatesti il 17 giugno 1528, l'archivio e la cancelleria della nostra città (posti in San Francesco) subiscono un assalto.


L'archivio brucia
Con lo stesso furore con cui s'era cercato di danneggiare il Tempio difeso dalla nobiltà, "la plebe, che sempre desidera cose nuove" asporta "dall'archivio, e Cancellarie, libri, e scritture" bruciati sulla piazza della fontana. Una gran parte di quei documenti è salvata "dal furore plebeo" e posta "in due stancie del Monastero di San Francesco, sotto buone chiavi".
La vicenda ha un'appendice: "andando la cosa alla longa, alcuni Frati ansiosi di vedere, che cosa fosse là dentro, scopersero il tetto per entrar dentro dette stancie, e tolsero molte delle dette scritture, le quali furono conosciute per la Città: al fin poi quando se determinò di liberar dette stancie, poco n'erano rimase, le quali restorono in poter delli detti Rev. Padri di quel tempo, alla venuta poi della F. M. di Papa Clemente Ottavo, havendone notitia non sò come le fece levare impiendone due sacchi e mandolle a Roma […] Et perciò la nostra Città, per tal causa fù priva di molte scritture importanti, e honorate […]".
Adimari parla di Clemente VIII (1592-1605). Si tratta invece di Clemente VII (1523-34), come si legge nella cronaca di padre Alessandro da Rimini (1532), pubblicata da padre Gregorio Giovanardi (1915-16, 1921). Clemente VIII passò per Rimini nel 1598.

Altre fiamme
Dalla cronaca del 1532 ricaviamo due altre notizie. Al tempo di papa Paolo II (1464-71) va a fuoco la sagrestia della chiesa di San Francesco, con perdita di manoscritti "antichissimi ed importantissimi". Questo incendio della sagrestia forse va anticipato all'età di Pio II, a quel 1462 che vede Sigismondo Pandolfo scomunicato e colpito da interdetto il 27 aprile con la bolla papale "Discipula veritatis". Il giorno prima, a Roma, tre fantocci raffiguranti Sigismondo sono stati bruciati in altrettanti diversi punti della città (F. Arduini). Il 1462 è pure l'anno in cui Sigismondo, per la fabbrica del Tempio, ottiene un prestito dall'ebreo fanese Abramo di Manuello (A. Vasina).
L'archivio malatestiano riminese tra 1511 e 1520, per iniziativa pontificia, è spogliato delle carte superstiti a quelle fiamme. Francesco Gaetano Battaglini nelle sue "Memorie" di storia cittadina (1789, p. 44) osserva che già dall'età comunale, "apud locum fratrum minorum" (cioè nello stesso convento francescano) si trovava l'archivio comunale. Il posto dell'archivio è definito a metà del XV sec. come "sacristia Communis Arimini in Conventu Sancti Francisci".

Il caso di Pesaro
Le fiamme riminesi non sono però le uniche che cancellano le storie del tempo. A Pesaro il 15 dicembre 1514 vanno a fuoco la biblioteca ed i documenti della famiglia Malatesti, dopo che nel 1432 e nel 1503 un "arrabbiato popolo" vi aveva distrutto le scritture pubbliche. Ha osservato un eminente storico della filosofia, Paolo Rossi: "… ci sono molti modi per indurre alla dimenticanza e molte ragioni per le quali s'intende provocarla. Il 'cancellare' […] ha anche a che fare con nascondere, occultare, depistare, confondere le tracce, allontanare dalla verità, distruggere la verità". Nelle fiamme di Pesaro scompaiono le tracce che potevano portare ad accusare la Chiesa di Roma del sacrificio di una giovane innocente come Cleofe Malatesti, la cui morte (1433) è forse violenta. Cleofe fu scelta dal papa con soddisfazione del suo casato per le nozze con Teodoro Paleologo, despota di Morea e figlio dell'imperatore bizantino Manuele II. Per i Malatesti, in quei giorni attorno al 1420, erano aumentati potere e prestigio.
La notizia dei disordini del 1528, nella versione di Adimari, è riportata da Carlo Tonini nel suo "Compendio" (1896, II, pp. 71-72) con un'annotazione: "donde l'Adimari tutto ciò attingesse non sappiamo". Lo stesso Raffaele Adimari dichiara la sua fonte: sono le pagine "sparse" composte dal dottor don Adimario Adimari, rettore di Sant'Agnese e figlio del cavalier Nicolò. Nell'introduzione Raffaele non precisa quale sia la parentela con il sacerdote, ma altrove lascia un importante indizio. Per la congiura del 1498 contro Pandolfaccio, scrive che essa fu organizzata nella casa dei suoi "antecessori", cioè il cavalier Nicolò e "Adimario suo Padre" (II, p. 54). Il Nicolò padre del prete-scrittore Adimario, morto nel 1565, come apprendiamo dallo storico Gaetano Urbani ("Raccolta di scrittori e prelati riminesi"), ebbe altri quattro figli: Tiberio e Cesare (entrambi senza prole), Antonio ed Ottaviano.
Il nostro Raffaele è quindi figlio di uno di questi ultimi due. Ed il prete-scrittore è uno zio (e non prozio come talora si legge) di Raffaele. Don Adimario porta il nome del capo dei cospiratori del 1498, Adimario Adimari, che non riuscirono a cacciare Pandolfaccio, salvato dalla plebe. Da quel momento, immaginiamo, in casa sua non piaceva tanto parlare di popolo urlante. Ed il Raffaele scrittore osserva che esso "sempre desidera cose nuove".

Il liberatore
Tra le "cose nuove", non mettiamo quanto racconta Clementini sul 1528. Partiti i Malatesti, durante la permanenza dei soldati che ristabilivano il dominio di Santa Chiesa, la città in tre giorni "tre muti sacchi provò", ma senza lamentarsene essendo troppo felice del cambio di governo. Tutti allegramente festeggiano l'Arcivescovo Sipontino, presidente di Romagna, "liberatore di questa Patria", con mille componimenti poetici. Il Sipontino, futuro legato della Provincia di Romagna (1540) e di Bologna (1548), nonché dal 1550 al 1555 papa Giulio III, è Giovanni Maria Ciocchi dal Monte. A Siponto (Manfredonia) il suo predecessore era stato lo zio, Antonio Maria. Giovanni fu "buono letterato, e nel maneggiar le cose delle Repubbliche molto destro", come scrive fra Leandro Alberti nella celebre "Descrittione di tutta Italia" (Bologna, 1550).
Luigi Tonini osserva che le truppe dei soldati liberatori assommavano a soli tremila uomini, "stimandosi che la maggior parte del popolo si solleverebbe contro i tiranni". Clementini classifica gli eventi come frutto di "istigazione diabolica" (II, p. 654) oppure quale ingiusta reazione al governo liberale della Chiesa (p. 641): i Riminesi "non per questo furono esentati dalle turbolenze, e travagli, e spese", e per alcuni anni "vissero forse più travagliati, che prima". Anche questo è un modo (elegante) di cancellare la Storia, raccontando fatti di cui non si cercano le cause. La Storia si cancella anche inventandola, come fa Carlo Tonini con il "tumulto per cagione degli Ebrei" (1515).

Popolo pazzo
Sia Adimari sia Clementini sembrano riprendere Guicciardini (presidente di Romagna tra 1524 e 1526), nei cui "Ricordi" (Parigi, 1576) si trova la celebre sentenza per cui "Chi disse uno popolo disse veramente uno animale pazzo, pieno di mille errori…". Il meglio della Politica è soltanto in un governo di pochi privilegiati. A questa categoria Clementini appartiene per il suo albero genealogico. Sua madre Ginevra proviene dalla famiglia Tingoli presente nelle storie malatestiane del sec. XV, come documentato da Anita Delvecchio. Nel 1502 Bernardina Tingoli sposa un Malatesti del ramo Tramontani, Giovan Galeotto. Un fratello del primo Tramontano sposa Antonia Almerici che dà il nome ad altro ramo. Figlio di Antonia è Almerico, padre di Raimondo Malatesti ucciso nel 1492 dai figli del proprio fratello Galeotto Lodovico. In quel delitto Clementini vide l'origine di tutti i mali che poi affliggono Rimini, "il precipizio de' cittadini e l'esterminio de signori" Malatesti.
La plebe ribelle di cui scrivono Adimari e Clementini, è un fantasma agitato dai potenti locali per difendere i loro privilegi e spaventare Roma.
(4. Continua)

 
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Il tesoro di carta del Fondo Gambetti

Post n°70 pubblicato il 14 Dicembre 2012 da riministoria

Quarantacinque anni di lavoro nel tempo libero lasciatogli dal suo impegno sacerdotale, sono testimoniati dal fondo bibliotecario conservato nella Gambalunga di Rimini, e che prende il titolo da lui, Zeffirino Gambetti (1803-1871).
"Gambetti ha raccolto e ordinato tutto quanto riguardasse la città e il territorio di Rimini, la sua storia e i suoi abitanti, noti e meno noti, del passato ma anche coevi e contemporanei, salvando dall'oblio non solo importanti autografi ma anche ricevute di pagamento, promemoria temporanei, modulistica d'uso quotidiano, effimeri avvisi a stampa, pregiate edizioni e pubblicazioni occasionali e devozionali, incisioni e dipinti", scrive Maria Cecilia Antoni nel suo saggio dedicato al sacerdote, appena pubblicato in "Studi Romagnoli", LXII, 2011.
Tutti i materiali descritti, le famose "Schede Gambetti" della Gambalunga, si possono consultare anche su Internet dal sito della stessa biblioteca riminese.
Come scrive Antoni, si deve a Gambetti, il salvataggio e la conservazione in Gambalunga del patrimonio manoscritto di Giovanni Bianchi, e di parte di quello a stampa.
Il significato di tutto il lavoro di Gambetti è così riassunto da Antoni: esso consente "di recuperare aspetti esistenziali minuti e domestici" di molti personaggi. Questi elementi "illuminano il contesto sociale e privato, contribuendo in modo determinante alla ricostruzione della storia locale".
A Maria Cecilia Antoni si deve pure il saggio (2010) sul fondo gambalunghiano intitolato a Michele e Michelangelo Rosa, apparso su "Studi Montefeltrani".
Un'osservazione marginale ma non per questo secondaria. Lavori così significativi ed importanti come questi di Maria Cecilia Antoni, una studiosa accurata e discreta, non possono trovar spazio in nessuna "sede" ufficiale riminese, mancando per l'editoria ogni iniziativa pubblica cittadina.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
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Sacco di Roma, Europa scossa

Post n°69 pubblicato il 05 Dicembre 2012 da riministoria

Alle origini di Rimini moderna (3). Gli echi locali dell'impresa dei lanzichenecchi nel 1527. Una violenza che turba la vita politica italiana già segnata dalla discesa di Carlo VIII nel 1492
Sacco di Roma, Europa scossa

["il Ponte", 02.12.2012]

Nel 1526 si sparge la voce che i Malatesti "pretendevano (ed era vero) di tornare in Rimini", racconta lo storico Cesare Clementini. Non è la prima volta, dopo la sottomissione della città alla Repubblica di Venezia (1503). Nel maggio 1522 Sigismondo II figlio di Pandolfaccio se n'è impadronito, dopo il fallimento del tentativo di pochi mesi prima.

Supplizi atroci
Nel 1523 Rimini è restituita alla Chiesa. Pandolfaccio l'abbandona. Suo figlio Sigismondo II vi rientra nel 1527, e lascia il governo al padre che l'8 aprile 1528 riceve l'investitura da papa Clemente VII (Giulio dei Medici). Nessuno è contento. Sigismondo si lamenta della condotta militare ricevuta dal papa. I cittadini accusano i Malatesti per "la solita tirannica crudeltà" (C. Clementini). A supplizio atroce è sottoposto il papalino Pandolfo Belmonti: fiaccole accendono il lardo porcino cosparso sul corpo, poi appeso ad un palo tra il Castelsismondo e la cattedrale di Santa Colomba. Alla fine Roma manda i suoi soldati. Il 17 giugno 1528 termina il potere malatestiano, con gli ultimi rappresentanti inetti e disgraziati (A. Campana).
A proposito di torture: in un testo dedicato al "Sacco di Roma" (Parigi, 1664), il gonfaloniere fiorentino Luigi Guicciardini annota di "non poter ritenere le lacrime, considerando quanti tormenti, e quanti danni l'huomo solamente dall'huomo riceue", e non dalla fortuna come spesso si dice.

Rancori politici
Nel frattempo Roma ha vissuto i giorni terribili del sacco compiuto dal 6 maggio 1527 sino al febbraio 1528, da 15 mila soldati imperiali, per la maggior parte mercenari tedeschi di fede luterana, scrive Miguel Gotor, definendolo "un episodio clamoroso, destinato a scuotere l'Europa tutta". La fede luterana nel 1525 ha segnato già la tragica repressione dei contadini sollevatisi dal 1524 nella Selva Nera, massacrati ferocemente dal duca di Sassonia.
Nelle storie di Rimini se ne parla poco. Luigi Tonini considera il sacco come una delle tumultuose vicende delle quali i Malatesti profittano per riaffacciarsi a Rimini. Più attento il suo maestro Antonio Bianchi, che rimanda al parere di "alcuni storici" che lo definiscono frutto della politica ambigua del papa che faceva paci o guerre "secondo la speranza d'ingrandire lo Stato proprio e quello de' parenti".
Il sacco turba la vita della capitale del mondo cattolico, con ripercussioni inevitabili sulla periferia. "La percezione generale fu quella di una frattura epocale, che giungeva a sconvolgere il corso della storia", scrive G. Corabi: Roma "tornava ad essere la Babilonia punita dalla profezia giovannea", con implicazioni che riguardavano la storia dell'intera Chiesa, mentre le truppe si abbandonano "a gesti di dissacrazione e profanazione", con un rancore di stampo politico che era diffuso pure in ambienti non protestanti.

La rovina d'Italia
Per Francesco Guicciardini, dalla calata di Carlo VIII (1494) al sacco di Roma si consuma "la ruina d'Italia". Il quadro europeo ha visto nel 1525 la cattura e la deportazione in Spagna di Francesco I di Francia, e l'anno dopo un attacco dell'imperatore Carlo V contro Clemente VII. Il quale, scrisse Francesco Vettori, fu eletto "senza simonia" e visse sempre religiosamente e prudente quanto nessun altro uomo.
Si legge in Cesare Cantù (1865): "la Germania si vendicava della superiorità intellettuale e morale dell'Italia". La barbarie superba metteva sotto i piedi la civiltà che la mortificava. I lanzichenecchi, istituiti nel 1493, sono soldati mercenari di professione, autorizzati a saccheggiare il luogo dove si trovano se non arriva regolare la paga ogni cinque giorni. È il caso di Roma nel 1527: essi sono rimasti senza soldi dopo la morte del loro generale Giorgio Fronspergh. 
Una relazione diplomatica del 17 marzo, inviata a Roma ma pure ad altri Stati, faceva sperare che con la scomparsa del condottiero "questa gente s'avesse a dissolvere". Invece gli invasori restano a Roma per nove mesi. Li dimezza in numero la peste. Che colpisce anche la popolazione locale, già con più di 10 mila vittime provocate da quei soldati. Furono 6 mila soltanto il primo giorno, secondo la testimonianza di un lanzichenecco.

Nelle case di tutti
Il cardinale vescovo di Como Scaramuccia Trivulzio, insigne giureconsulto milanese con cattedra all'Università di Pavia, assiste ai saccheggi delle case non solo di prelati e mercanti, ma persino dei poveri acquaroli. Ai cardinali, i lanzichenecchi impongono robusti riscatti per lasciar tranquilli i loro palazzi. Ricevuti i soldi, non tengono fede alla parola data. Al cardinal Giovanni Piccolomini è riservata una cattura oltraggiosa, con calci e pugni. A suo fratello chiedono un riscatto che non serve a nulla, perché lo legano in una stalla minacciando di mozzargli il capo se la somma non sarà raddoppiata. Ricevono una cambiale. Tutte le case dei cardinali sono ripulite, e si oltraggiano le donne che vi si trovano.
Leggiamo ancora il cardinale Trivulzio, da una lettera al suo segretario Jacopo Baratero: "Tutti li monasteri e chiese tanto di frati quanto di monache santissimi saccheggiati; bastonate molte monache vecchie; violate e rubate molte monache giovane e fatte prisione; tolti tutti li paramenti, calici; levati gli argenti dalle chiese; tolti tutti li tabernaculi dove era il corpus Domini, e gettata l'ostia sacrata ora in terra ora in foco, ora messa sotto li piedi, ora in la padella a rostirla, ora romperla in cento pezzi; tutte le reliquie spogliate delli argenti che erono attorno, e gettato le reliquie dove li è parso". Un diplomatico veneto scrive che l'inferno è nulla in confronto alla vista che Roma presenta.

Belve fameliche
Il barone Camillo Trasmondo-Frangipani dei duchi di Mirabello, nel 1866 pubblicando a Ginevra una "Relazione" sul sacco di Roma scritta dal barone di Mirabello Giovanni Antonio Trasmondo (intimo di papa Clemente VII), parla di "accozzate orde di venturieri" che assunsero abusivamente il nome di esercito perché erano disordinate e prive di disciplina militare, agendo quali belve fameliche. La "Relazione" ed altri testi che l'accompagnano, sottolineano il contesto politico internazionale in cui avviene il sacco. Si parla pure delle terre di Romagna, dove ogni giorno si facevano "novità per causa di partialità", in una lettera (1531) di Mercurino Catinara, fratello del cancelliere di Spagna e commissario dell'esercito imperiale di Carlo V.

Quadro desolante
André Chastel, sulla scia di Guicciardini e Burckhardt, vede nel sacco di Roma non soltanto un evento traumatico per tutta la penisola, ma una frattura che spezza in due la vita oltre che della città del papa, pure della penisola.
In Romagna il panorama è altrettanto triste, e non per colpa di un sacco imposto da truppe straniere. Augusto Vasina registra "accanto all'abbandono delle campagne, la devastazione talora rinnovata delle nostre città per lotte intestine, saccheggi di mercenari o distruzioni per rappresaglia". È il quadro "desolante di dissesti materiali e sociali, di fronte ai quali impallidisce ogni tradizione nobiliare, ogni memoria di vita cortigiana, per quanto splendide possano essere state". Le masse s'impoveriscono, la finanza locale va in dissesto. Si perde il senso civico. I ceti borghesi hanno un comportamento ambiguo, smarrendo il compito della loro funzione mediatrice fra i nobili e gli strati più umili della società.
Per il sacco, Roma vive una fase di bassa congiuntura, scrive V. De Caprio: è chiuso lo "Studium Urbis", e crolla il mito umanistico della città. Nel 1528 Rimini, passata dal 1523 alla Santa Sede, vede assaltati dalla plebe l'archivio pubblico e la cancelleria posti nel convento di San Francesco. Nel 1529 Carlo V batte le truppe di papa e Francia. L'anno dopo è incoronato a Bologna.
(3. Continua)

NOTA presente soltanto sul web.
L'argomento torna in "Rimini moderna" 4, Se si cancella il passato.
In un testo del 1616, il Sito riminese di Raffaele Adimari (II, pp. 59-60) leggiamo: nel 1528, dopo la cacciata dell'ultimo Malatesti il 17 giugno con il conseguente passaggio definitivo alla Santa Sede, l'archivio e la cancelleria della città (posti in San Francesco) subirono un assalto.
Con lo stesso furore con cui aveva cercato di danneggiare il Tempio (difeso dalla nobiltà), «la plebe, che sempre desidera cose nuove» asporta «dall'archivio, e Cancellarie, libri, e scritture» bruciati sulla piazza della fontana. Una gran parte di quei documenti fu però salvata «dal furore plebeo» e posta «in due stancie del Monastero di San Francesco, sotto buone chiavi». 
La vicenda ha un'appendice: «andando la cosa alla longa, alcuni Frati ansiosi di vedere, che cosa fosse là dentro, scopersero il tetto per entrar dentro dette stancie, e tolsero molte delle dette scritture, le quali furono conosciute per la Città: al fin poi quando se determinò di liberar dette stancie, poco n'erano rimase, le quali restorono in poter delli detti Rev. Padri di quel tempo, alla venuta poi della F. M. di Papa Clemente Ottavo, havendone notitia non sò come le fece levare impiendone due sacchi e mandolle a Roma […] Et perciò la nostra Città, per tal causa fù priva di molte scritture importanti, e honorate […]».
Adimari parla di Clemente VIII (1592-1605) e non di Clemente VII (1523-34) come padre Giovanardi che si rifà alla cronaca del 1532. 
Clemente VIII passò per Rimini nel 1598 (Tonini, VI, 1, p. 382). Cioè settant'anni esatti dopo l'assalto popolare all'archivio di cui parla Adimari.

[Fonte della nota: Nel 1528, libri bruciati. Dalla storia della BIBLIOTECA MALATESTIANA DI SAN FRANCESCO A RIMINI. Notizie e documenti, nuova edizione (2012). Cfr. pure, per l'archivio pubblico la precedente pagina del 2007 dedicata sempre alla BIBLIOTECA MALATESTIANA di Rimini.
Su Raffaele Adimari, cfr. il testo apparso su "il Ponte", in "Quante Storie", 2005.]

All'indice di "Rimini moderna"
All'indice di "Rimini moderna" Ponte

Antonio Montanari

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Romagna, Europa e poi Bisanzio

Post n°68 pubblicato il 05 Dicembre 2012 da riministoria

Alle origini di Rimini moderna (2). La grande stagione politica dei Malatesti, vissuta operando per la Chiesa fra XIV e metà del XV sec., finisce con la crisi che coinvolge tutta l'Italia

Romagna, Europa e poi Bisanzio

["il Ponte", 11.11.2012]

Il più importante dei personaggi malatestiani nelle vicende italiani ed internazionali di XIV e XV sec. prima di Sigismondo, è suo zio Carlo (1368-1429). La vicenda politica di Carlo è strettamente legata a quella della Chiesa. Papa Gregorio XII, eletto nel 1405, si rifugia a Rimini il 3 novembre 1408 mentre si prepara il concilio di Pisa e dopo che Carlo lo ha salvato da un tentativo di cattura.

Da Praga a Londra
La grande stagione malatestiana all'interno della vita della Chiesa comincia in questa occasione. Anche se ha precedenti talora dimenticati nel secolo precedente, quando nel 1357 Pandolfo II è a Praga ed aLondra in veste d'inviato pontificio. Come un'ombra lo controlla il nobile francese Sagremor de Pommier che lavora a Milano da agente diplomatico e fidato corriere dei Visconti, quando Pandolfo è al loro servizio quale comandante delle truppe. Sagremor prima pensa di passare al servizio dell'impero, poi cambia idea, infine si farà monaco. A Praga il Malatesti è stato preceduto dallo stesso Sagremor che accompagnava Francesco Petrarca. Sagremor raggiunge Pandolfo a Praga per tornare a Milano a denunciarlo come spia antiviscontea. Di nuovo a Praga, Sagremor non trova più Pandolfo direttosi a Londra. Qui Sagremor lo raggiunge per dargli una lezione: lo sfida a duello. Pandolfo fa finta di nulla e Sagremor va a lamentarsi con il re Edoardo III. Il quale mette per iscritto quello che Sagremor gli ha riferito, per difendere l'onore del messo francese dei Visconti e denigrare l'italiano Malatesti.

Nuovo assetto politico
La missione europea di Pandolfo II appare come parte di un progetto ecclesiastico che doveva tener d'occhio il contesto continentale, e che culmina nello stesso 1357 con le "Costituzioni" promulgate da Albornoz per sistemare una volta per tutte le questioni politiche nelle terre dello Stato della Chiesa, con uno stabile ordinamento giuridico ed amministrativo.
Sull'azione politica di Albornoz restano fondamentali le pagine di Gina Fasoli. Alternando trattative diplomatiche a vigorose azioni militari, Albornoz crea "un sistema di poteri locali abbastanza forti per non essere sopraffatti dai vicini, ma non tanto forti da potersi unire e formare fra di loro un blocco" mirante ad ostacolare la sovranità papale. Le "Costituzioni" da lui emanate (e chiamate egidiane dal suo nome di battesimo), riprendono vecchie leggi, corrette ed adattate alle nuove esigenze. Si fornisce così "un testo che costituiva il diritto generale cui le leggi locali e particolari dovevano conformarsi". 

Storie di nozze
Carlo, per contattare il collegio cardinalizio, utilizza Malatesta I (1366-1429), signore di Pesaro, che in precedenza si è offerto a Gregorio XII per una missione diplomatica presso il re di Francia, inseritosi nelle dispute ecclesiastiche per interessi personali.
La parentela fra il ramo marchigiano e quello riminese, è in apparenza lontana. Il capostipite è Pandolfo I (1304-1326) figlio del fondatore della dinastia Malatesta da Verucchio che aveva conquistato Rimini nel 1295. Con Pandolfo I, il rettore della Marca anconitana Amelio di Lautrec, firma un trattato per contrastare i ghibellini ed i ribelli. Pandolfo I, come ringraziamento per la "lotta onorevolmente sostenuta" al servizio della Chiesa, riceve un dono particolare. Amelio concede in sposa (1324) la propria nipote Elisa, figlia di Guglielmo signore della Valletta, al figlio di Pandolfo, Galeotto I detto "l'ardito". Elisa genera Rengarda e muore nel 1366.

Cleofe bizantina
Da Pandolfo I nasce, oltre a Galeotto I (1299-1385), anche Malatesta Antico detto Guastafamiglie (1322-1364) al quale fa capo il ramo marchigiano con suo figlio Pandolfo II (1315 c.-1373) signore di Pesaro, Fano e Fossombrone, ed il figlio di costui Malatesta I, padre di Cleofe e Galeazzo. 
Il 19 gennaio 1421 Cleofe sposa Teodoro Paleologo (1396-1448), despota di Morea e figlio dell'imperatore bizantino Manuele II (1350-1425). Di questo matrimonio, concluso nel 1433 con la morte forse violenta di Cleofe, i contemporanei non hanno scritto la cronaca. Ed i posteri ne hanno a lungo travisata la storia, sino agli studi di Silvia Ronchey (2006). Sul finire del 1427 o all'inizio del 1428 nasce la loro figlia Elena Paleologa, la prima erede diretta al trono di Costantinopoli oltre che di Mistra, perché i fratelli di suo padre non hanno e non avrebbero avuto figli. Nel 1442 sposa Giovanni III di Lusignano (1418-1458), re di Cipro (1432-1458), e muore l'11 aprile 1458. La loro primogenita Carlotta (1442-1487) va a nozze dapprima (1456) con Giovanni di Portogallo (1433-1457) e poi (1459) con Luigi di Savoia conte di Genova (1436-1482).

Il ramo riminese
Il ramo riminese-romagnolo deriva da Galeotto I, fratello del bisnonno di Cleofe e Galeazzo. Carlo è figlio di Galeotto I. A consolidare la parentela, oltre gli affari e le imprese mercenarie, sono state due sorelle di Camerino, Gentile da Varano sposatasi con Galeotto I (1367), ed Elisabetta con Malatesta I (1383).
Malatesta I è stato in affari con Urbano VI, prestandogli diecimila fiorini e ricevendo in pegno biennale il vicariato nella città di Orte (1387). Il papa gli ha anche chiesto il suo aiuto nello stesso anno per proteggere l'arcivescovo di Ravenna Cosimo Migliorati, cacciato dalla città. E poi nel 1391, di difendere gli interessi della Santa Sede contro i ribelli di Ostra (Montalboddo).
I lavori a Pisa iniziano il 25 marzo 1409. Gregorio XII è dichiarato deposto. Carlo arriva a Pisa come mediatore fra Gregorio XII ed i padri conciliari, ma in sostanza quale suo difensore. Non è accettata la sua offerta di Rimini per sede dell'assise ecclesiastica, parendogli Pisa non adatta in quanto sottoposta alla dominazione dei fiorentini, avversari di Gregorio XII. Il primo approccio fra Carlo ed il concilio avviene attraverso Malatesta I che si era attivato dopo l'elezione di Gregorio XII, avvenuta il 2 dicembre 1406, ricevendo in premio nel 1410 un cospicuo vitalizio.

Tutto cambia
Sul finire del 1400 e nei primi anni del 1500, tutto cambia in Italia. C'è la rapida discesa di Carlo VIII re di Francia (1494), che scuote la debole politica dei nostri Stati, dimostrandone la crisi e la fragilità militare. La Lega antifrancese che poi si forma ha effetti contrari a quelli sperati: è l'apertura della penisola alle altrui mire espansionistiche, come scrive Miguel Gotor. Luigi XII guarda a Milano, espugnandola nel 1499.
Prima della calata di Francesco I (1515), c'è l'avventura di Cesare Borgia, che Tommaso Tommasi (1608-1658) descrive: "Ottenne al suo primo arrivo senza alcun contrasto la Città di Pesaro, poiché Giovanni Sforza che n'era Signor [...] lasciò, ch'ei fosse ammesso prontamente al possesso della Città. Seguì l'essempio di lui Pandolfo Malatesta Signor di Rimini; onde impadronitosi il medesimo Duca anche di quella Città, e lasciativi i necessarii presidii, se ne passò senza dimora alla espugnatione di Faenza...".
Pandolfo tenta di recuperare Rimini, ma incontra dura resistenza, "non godendo la medesima benevolenza del popolo, che gli altri" Signori di Romagna. Poi anche Rimini cade in mano alla Repubblica Veneta, "havendo assegnata in ricompensa a Pandolfo, e suoi discendenti colla nobiltà Veneta la terra di Citadella nel territorio di Padoua, e perpetua condotta di gente d'armi".
La Romagna per Niccolò Machiavelli "era tutta piena di latrocinii, di brighe e di ogni altra ragione di insolenzia". Per ridurla pacifica e obbediente, Borgia usa il "buon governo" di Ramirro de Lorqua. Che però si mostra uomo crudele e risoluto per cui è fatto decapitare da Borgia, a Cesena sulla piazza la sera di Natale, con un coltellaccio da macellaio, come racconta il cronista Giuliano Fantaguzzi. E tutti rimasero soddisfatti e stupiti, conclude Machiavelli.
(2. Continua)

All'indice di "Rimini moderna"
All'indice di "Rimini moderna" Ponte

Antonio Montanari

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Sotto il segno del pugnale

Post n°67 pubblicato il 01 Novembre 2012 da riministoria

Alle origini di Rimini moderna (1). Il tramonto del potere dei Malatesti e la crisi della città, dilaniata da ribellioni popolari e tradimenti aristocratici, con la gente che moriva di fame


Sotto il segno del pugnale
["il Ponte", 28.10.2012]


Tentiamo di raccontare per temi le vicende storiche di Rimini moderna, tra fine 1400 ed inizio 1800. Passeremo poi alla Rimini contemporanea sino al principio del 2000. Rimini moderna nasce dalle ceneri del potere dei Malatesti, sfaldatosi lentamente, non per l'inettitudine dei protagonisti di quella famiglia, ma per una complessa serie di contrasti sociali, politici ed economici che, qui come altrove, mettono in moto ribellioni, alleanze, tradimenti.

Una crisi politica
Il più grande di tutti i Malatesti, Sigismondo Pandolfo, sperimenta tutto ciò sin dal momento in cui nel 1429 a 12 anni succede allo zio Carlo, assieme ai fratelli Galeotto Roberto (18) e Domenico Malatesta Novello (11), come lui figli naturali di Pandolfo III signore di Brescia. Essi governano Cesena, Rimini e Fano, sino alla scomparsa dello stesso Galeotto Roberto (10 ottobre 1432), assistiti dalla vedova di Carlo, Elisabetta Gonzaga. Contro di loro gli aristocratici creano quella che la storica Anna Falcioni chiama una pericolosa opposizione interna. Un altro Malatesti, Giovanni di Ramberto discendente da Gianciotto fallisce (maggio 1431) nel tentare un colpo di Stato, ma getta Rimini nel caos, mentre Venezia invia da Cesenatico verso Rimini alcune galere.
Lo storico Cesare Clementini (1627) ricorda che oltre agli aristocratici si muove pure quella plebe "che facilmente inchina al male". C'è penuria di viveri. Il popolino se la prende con i macellai e le case ed i banchi degli Ebrei, accusandoli di non rispettare la domenica. Altri Ebrei aiutano i Malatesti a pagare i grossi debiti lasciati da Carlo con Roma: essi vivono a Rimini, Cesena e Fano, scrive Francesco Gaetano Battaglini (1794). Come grazioso ringraziamento, Galeotto Roberto (1432) ottiene da papa Eugenio IV (Gabriele Condulmer) di obbligarli a portare il "segno". Secondo Battaglini, Galeotto Roberto non poteva "tollerare, che gli Ebrei già in grande numero stanziati nel suo dominio, vantando non so quale indulto impetrato da Papa Martino, vivessero e praticassero confusi tra i Cristiani senza distinzione".

Contro gli Ebrei
I Malatesti, costretti ad affrontare una rivolta popolare causata dalla mancanza di viveri, per portare la pace sociale nel loro dominio ricorrono a questo provvedimento fortemente in contraddizione con la realtà politica in cui vivevano. Sulla stessa strada della lotta agli Ebrei Rimini si ritrova poi nel 1489, quando per loro decide un'imposta destinata a finanziare la difesa costiera contro i Turchi; nel 1503 con un nuovo assalto ai loro banchi; e nel 1515 con la proposta di bandirli dalla città quali nemici della Religione e promotori di scandali nel popolo, dopo aver loro imposto d'indossare una berretta gialla se maschi ed una benda anch'essa gialla se donne.
Il 22 giugno 1510 gli è stata però concessa l'autorizzazione a "facere bancum imprestitorum", cioè di svolgere legalmente attività finanziaria. È un segno preciso della crisi economica locale. Come ricompensa al loro aiuto, nel 1548 Rimini gli istituisce il ghetto, anticipando la "bolla" di Paolo IV del 1555.

Campagne inquiete
Il grande secolo dell'Umanesimo malatestiano si chiude nel 1498 con una sommossa aristocratica nella chiesa di Sant'Agostino, che mira a cacciare Pandolfaccio, salvato dalla plebe. I capi della congiura sono giustiziati. I loro cadaveri, appesi ai merli della rocca di Sigismondo.
Il 10 ottobre 1500 Pandolfaccio se ne va da Rimini, passata in potere al duca Valentino, Cesare Borgia. Le campagne riminesi sono inquiete, come testimoniano servizi segreti ed esponenti politici della Serenissima. Nell'autunno del 1502 e nell'estate del 1503 si registrano sollevazioni di villani a favore di Pandolfo, con distruzioni di libri e altro, come nei suoi "Diarii" scrive il diplomatico veneziano Marin Sanudo il Giovane.
Nel 1503 dal 2 ottobre al 24 novembre, Pandolfo è di nuovo signore di Rimini, ma sotto il governo veneziano: "la misera città rimase alla discrezione dei furibondi vincitori" che saccheggiarono dovunque e se la presero anche con gli Ebrei ed i loro banchi (L. Tonini). C'è uno spargimento di sangue in cui restano uccisi pure molti popolani. Il 16 dicembre Pandolfaccio cede la città alla Serenissima.

Cronache di delitti
Dopo la morte di Sigismondo (1468) Rimini è governata dalla vedova Isotta e dai figli Sallustio, avuto dalla bolognese Gentile de Ramexinis, e Roberto, nato dalla fanese Vannetta de Toschi. Essi pubblicano un illuminato bando che concede la libertà di commercio d'importazione a tutti i mercanti cittadini e forestieri. L'ordine pubblico è agitato da una serie di delitti eccellenti. Nello stesso 1468 è ucciso Nicola Agolanti. Si sospetta un fatto passionale, accusando Roberto Malatesti, amante della vedova Elisabetta degli Atti che lo scagiona. Da Roberto lei ha avuto un figlio, Troilo. Elisabetta (figlia di Antonio fratello di Isotta moglie di Sigismondo), sposa in seconde nozze il futuro capo dei cospiratori del 1498, Adimario Adimari.
Nel 1470 tocca a Sallustio, trafitto da una spada. Il colpevole è individuato in Giovanni Marcheselli, linciato dalla folla. Giovanni Marcheselli è accusato dalla moglie Simona di Barignano il cui padre Giovanni è fratello di Antonia, la madre di Sigismondo Pandolfo Malatesti. Una sorella di Giovanni Marcheselli, Lena, è la seconda moglie di Giovanni di Barignano, il padre di Simona.


Malatesti rifiutati
C'è un continuo rincorrersi e rinchiudersi in una specie di cerchio politico che rappresenta la proiezione psicologica delle mura di una città o di un castello. Mura che non servono a nulla se non a delimitare (e ad esasperare) continue esplosioni di odio. Questo giro ristretto aggrava situazioni che non hanno sbocchi, come dimostra la storia di Sallustio.
Egli s'invaghisce di una giovane di casa Marcheselli. La sua pretesa di avere l'amore che desidera, è respinta nel più classico modo di quanti, abituati alla guerra, non sanno ragionare che con il pugnale. Giovanni Marcheselli uccide Sallustio. La moglie di Giovanni, Simona di Barignano, lo accusa apertamente: confessa come Sallustio "fu morto" in casa sua, si legge in una lettera di Malatesta da Fano a Ludovico II Gonzaga. Resta il sospetto che non si sia trattato di un fatto politico vero e proprio, ma di una specie di delitto d'onore: non si voleva far entrare un Malatesti nella famiglia Marcheselli.
Nel 1492 durante una festa in maschera, Raimondo Malatesti, discendente di un ramo collaterale, è ucciso dai figli di suo fratello Galeotto Lodovico, in casa di Elisabetta, madre di Pandolfaccio.

Si muore di fame
L'uccisione di Raimondo è considerata da Cesare Clementini all'origine di tutti i mali che poi affliggono Rimini, ovvero "il precipizio de' cittadini e l'esterminio de signori" Malatesti. Dei quali Raimondo era stato uomo di fiducia in momenti difficili. Morto Roberto signore di Rimini (1482), gli è subentrato il figlio Pandolfaccio (di sette anni), per cui in suo nome guidano gli affari della città Raimondo ed il proprio fratello Galeotto Lodovico. Il quale contro Pandolfaccio nel 1492 tenta una congiura, mandata all'aria dalla sua seconda moglie Violante Aldobrandini, sorella di Elisabetta, madre di Pandolfaccio stesso.
Nel marzo 1497 "a Rimano morivano di fame", ricorda Martin Sanudo, citando gli aiuti inviati in città dal suo governo, e la visita fatta in laguna da Pandolfaccio e sua madre Elisabetta Aldobrandini, sorella del «conte Zoan» da Ravenna, condottiero della Serenissima.
Nell'agosto 1497 scompare Elisabetta Aldobrandini. Suo figlio Pandolfaccio governa in preda ad uno spirito di vendetta, osserva L. Tonini. Il 20 gennaio 1498 gli aristocratici tentano in Sant'Agostino la sommossa già ricordata, con la plebe che corre a salvare il Malatesti.
(1. Continua)

A "Rimini moderna" 2
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Antonio Montanari


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Porto 1821

Post n°66 pubblicato il 19 Febbraio 2012 da riministoria

Un'immagine del porto di Rimini del 1821 (particolare), cortesemente inviatami da un collezionista di Ravenna, Bruno Belli. Il quale mi precisa: è un acquerello eseguito da un viaggiatore francese su blocco da viaggio inerente al faro di Rimini.

 
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Rimini e il turismo

Post n°65 pubblicato il 21 Aprile 2011 da riministoria

Il ruolo di Rimini nell'industria dell'ospitalità è bene illustrato dalla prof. Annunziata Berrino, docente di Storia Contemporanea alla Università Federico II di Napoli, nella sua "Storia del turismo in Italia" (Bologna 2011). C'è lo stabilimento dei conti Baldini, finanziato dalla Cassa di risparmio di Faenza, 1843. Ci sono gli investimenti pubblici (1873) voluti da "un influente gruppo di proprietari-consiglieri, che riesce a scaricare sul bilancio comunale i rischi di un investimento che appare ai privati ancora troppo rischioso".
Il Comune ha gravi perdite. Si favorisce soltanto la ricchezza privata. Nel 1890 si incentivano i villini economici. La gente arriva non più per curarsi al mare, ma per divertirsi in Riviera. Agli inizi del 1900 Rimini domina l'Adriatico, mentre Viareggio regna sul Tirreno.
Nel 1931 il mitico podestà Pietro Palloni scrive al sottosegretario agli Interni, Leandro Arpinati, un ex operaio anarchico di Bologna, "una lettera lucidissima e drammatica": in Italia manca qualsiasi intervento dello Stato nella propaganda e valorizzazione delle stazioni turistiche comunali.
Il tema era allora molto discusso. Lo ha affrontato nel maggio 1928 e nel dicembre 1930 Valfredo Montanari sulla rivista "Turismo d'Italia", come si legge in un altro lavoro della prof. Berrino, relativo alla nascita delle Aziende di Soggiorno (1926), pubblicato da "Storia del turismo. Annale 2004" (Milano 2005).
Il podestà Palloni è nominato il 18 aprile 1929. Il 10 febbraio 1930 Valfredo Montanari prende servizio al Comune di Rimini come Capo Ufficio ai Servizi Balneari e Contabilità dell'Azienda di Cura, con delibera podestarile del 20 gennaio 1930.
Il ruolo di studioso del turismo svolto da Valfredo Montanari (1901-1974) negli anni Trenta, emerge anche da un testo apparso nel 1997 in Finlandia (a cura di Taina Syrjämaa, "Visitez l'Italie. Italian State Tourist Propaganda Abroad 1919-1943. Administrative Structure and Practical Realization"). Dove si cita un suo articolo del 1933 dedicato a "La pubblicità collettiva". Taina Syrjämaa appartiene alla "School of History, University of Turku". Il suo libro ha avuto sei edizioni. Per il 2011 Turku è una della capitali europee della cultura.
Il volume di Berrino parte dai viaggiatori del 1800 e si conclude con un accenno alla crisi del modello turistico romagnolo, ed alla nascita del divertimentificio, citando un testo di P. Battilani del 2002: il rumore soppianta la vacanza tranquilla.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
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Sotto il vestito, le storie

Post n°64 pubblicato il 14 Dicembre 2009 da riministoria

Un saggio di Anna Falcioni: il lusso di un principe umanista per l'immagine politica, ed i fermenti di ribellione nel popolo

 


E sotto il vestito, ci sono le storie della società. Dovunque e sempre. Anna Falcioni (docente di Storia medievale ad Urbino), lo spiega con attenta cura parlando della moda di corte al tempo di Pandolfo III Malatesti (1370-1427), signore di Fano.

Da una parte il principe considera «necessario offrire ai sudditi lo spettacolo sontuoso della sua auctoritas». Dall'altra, ci sono «fermenti di ribellione e tumultuose correnti di mobilità sociale» che si contrappongono all'ideale politico «di una società ordinata ed organizzata gerarchicamente».

Dunque, l'abito fa il principe. Gli inventari che si possono leggere tra le antiche carte malatestiane, non sono aridi elenchi (non diciamolo mai, anche per non essere giustamente scomunicati da Umberto Eco), ma tracce che compongono alla fine un preciso ritratto di quella società: con artisti di pregio che lavorano per il signore, e con suoi investimenti cospicui per costruirsi un'immagine politica con cui competere con gli altri principi.

Non sempre i bilanci permettevano grosse spese. Ed allora si andava a prestito, come nel 1427, quando Pandolfo si rivolge a Venezia. Ed anche questi soldi hanno il loro odore politico. Pandolfo passa dai Visconti alla Serenissima: in cambio di buone «condotte», ovvero ingaggi militari, utili per coprire «le spese del dispendioso mecenatismo» malatestiano.

Le 80 pagine di Anna Falcioni («Il costume e la moda nella corte di Pandolfo III Malatesti», Fano 2009) sono ricchissime di notizie che non riguardano soltanto abiti o gioielli, ma pure società e cultura di un'epoca che fa da ponte alla civiltà moderna.

Le spese maggiori («pare») riguardano cavalli e libri preziosi con annesso materiale scrittorio. Un'immagine ripropone un antico codice, il Sant'Agostino del «De Civitate Dei» conservato in Gambalunga a Rimini, ma eseguito a Pesaro tra 1417 e 1420 da Donnino di Borgo San Donnino.

Archivio.
Su Pandolfo III e la cultura si può leggere questo post "Tra Rimini e Manchester: Nicolò di Lira (1270-1349)".

[14.12.2009, anno IV, post n. 353 (1073), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
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