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Storia e cultura a cura di Antonio Montanari Nozzoli

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Fossoli, il silenzio sulla strage

Post n°90 pubblicato il 12 Luglio 2015 da riministoria

12 LUGLIO 1944.
Fossoli, il silenzio sulla strage.
Vi morirono Rino Molari, Walter Ghelfi e Edo Bertaccini.


12 LUGLIO 1944. Sessantotto prigionieri italiani del lager di Fossoli sono uccisi al poligono di tiro di Cibeno (Carpi). Tra loro ci sono Edo Bertaccini di Coriano (frazione di Forlì), capitano dell’ottava brigata Garibaldi, un ferroviere di Rimini, Walter Ghelfi, ed il santarcangiolese Rino Molari, professore di scuola media. Sulla drammatica vicenda ritorna un libro appena uscito presso Mondadori, «Le stragi nascoste» di Mimmo Franzinelli, dedicato al tema precisato nel sottotitolo: «L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti, 1943-2001».
11 luglio 1944, vigilia dell’eccidio: alle ore 19 il vicecomandante del lager Hans Haage, chiama «i nomi delle persone che l’indomani sarebbero partite ‘per il nord’; la modalità dell’appello, nominativo invece che numerico, indicava che qualcosa di straordinario stava per accadere». I repubblichini hanno piazzato una mitragliatrice che domina la piazza dell’appello. Questo comprova, scrive Franzinelli, la «compartecipazione dei fascisti alla preparazione dell’eccidio». Otto prigionieri ebrei sono stati intanto portati al poligono di Cibeno, distante circa tre chilometri, per scavare una fossa: è larga dieci per cinque metri, profonda un metro e mezzo.
L’indagine di Franzinelli ricostruisce quanto accaduto in Italia del dopoguerra a proposito degli eccidi come questo di Fossoli. Per mezzo secolo, scrive, la magistratura militare ha negato giustizia; soltanto dal 1994 si sono avviate istruttorie «seguite al tardivo invio dei fascicoli processuali alle procure militari territoriali». In un armadio di legno con le ante appoggiate contro una parete (l’«armadio della vergogna» del sottotitolo), 695 fascicoli sui crimini nazisti (che provocarono dai 10 ai 15 mila morti), furono occultati a Roma presso la procura generale militare, in uno stanzino inaccessibile, a partire dalla seconda metà degli anni Quaranta.
Il fascicolo di Fossoli reca il n. 2 (apre la serie quello sulle Fosse Ardeatine). Come per gli altri, nel 1960 fu decretata la sua «archiviazione provvisoria», durata fino al 1994, quando tutti i documenti furono rinvenuti casualmente nel corso di indagini su Erich Priebke, dal procuratore militare del Tribunale militare di Roma, Antonino Intelisano. Il Consiglio della magistratura militare definì illegale l’occultamento dei 695 fascicoli, con una relazione approvata di misura il 23 marzo 1999: fu «una votazione che spaccò in due il Consiglio», osserva Franzinelli.
Per la vicenda di Fossoli, il gip militare della Spezia, il 10 novembre 1999, decretò l’archiviazione del procedimento nei confronti di Hans Haage (deceduto), Karl Friedrich Titho (per insufficienza di prove per sostenere l’accusa), e di altri indagati «per essere gli stessi rimasti ignoti non essendo stata possibile la loro esatta identificazione». Il tenente Titho comandava il lager, ma «il vero padrone di Fossoli», scrive Franzinelli, era Haage, sergente maggiore, descritto da un recluso come un nazista fanatico.
Sulle responsabilità dell’eccidio, la sentenza del 1999 dice che essa «è da ricondurre al Comando supremo» tedesco, «nella persona, allo stato, di soggetti ignoti». A Titho, l’ordine ricevuto poté sembrare non illegittimo «proprio perché inserito in una organizzazione dalla disciplina particolarmente rigida e severa, nella quale l’obbedienza era cieca ed assoluta».
Contro Titho ed Haage, un ordine di cattura era stato emesso nel 1954 dal Tribunale militare di Bologna. La successiva richiesta di estradizione per Titho fu bloccata dal ministro degli Esteri Gaetano Martino e dal Tribunale supremo militare, con la motivazione che i fatti a lui attribuiti apparivano di «carattere politico». La posizione fu condivisa dal ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani.
L’interprete di Fossoli, Karl Gutweniger, lavorò anche a Bolzano. Arrestato dagli americani, fu rinchiuso nel campo di concentramento di Rimini da dove fuggì nel luglio 1946. Fu condannato il 13 dicembre dello stesso anno, in contumacia, dalla Corte d’assise straordinaria di Bolzano a 12 anni per collaborazionismo: «egli beneficiò di cinque anni di condono e scontò solo tre anni di libertà vigilata».
Franzinelli, a proposito «di sopraffazioni e di violenze gratuite da parte» tedesca contro la popolazione italiana, riporta un memoriale dell’ex segretario del fascio di Riccione: «per carità di Patria», questi scrisse, doveva rimanere ignorato un episodio di violenza usata da soldati germanici a donne «ed anche alle giovinette», nell’imminenza dell’abbandono delle postazioni difensive.
Tra le «stragi nascoste», Franzinelli elenca pure quella di Fragheto, agosto 1944: 80 persone fucilate, 30 case distrutte; i 17 giovani fucilati a Cesena per inadempienza del servizio militare; i 33 italiani fucilati a Galeata. A Fossoli passò anche lo scrittore Primo Levi («Io so cosa vuol dire non tornare. / A traverso il filo spinato / Ho visto il sole scendere e morire; / Ho sentito lacerarmi la carne /Le parole del vecchio poeta:/ “Possono i soli cadere e tornare: / A noi, quando la breve luce è spenta, / Una notte infinita è da dormire”»).
Riuscì invece a non arrivarci un altro riminese, Giuseppe Babbi, arrestato il 18 marzo 1944 dai fascisti italiani in territorio neutrale, a San Marino, e trasferito al carcere di Bologna: qui incontra Ghelfi e Molari. Della sua vicenda s’interessò la diplomazia alleata che riuscì a salvargli la vita.
Walter Ghelfi, che aveva raggiunto l’Ottava brigata Garibaldi sull’Appennino tosco-emiliano, fu carcerato, torturato e ridotto in misere condizioni fisiche, ma «non tradì i suoi compagni in arme». Rino Molari insegnò lettere nell’anno scolastico 1943-44 a Riccione, dove fece amicizia con don Giovanni Montali, suo compaesano. Trasportò materiale clandestino. Una spia della Repubblica di Salò lo fece arrestare il 28 aprile 1944.
Tonino Guerra in quell’anno cerca di applicare la lezione appresa da Rino Molari. Ricevuti in consegna dei manifestini lasciati proprio da Molari (nel frattempo ucciso) ad un fabbro, Guerra è fermato da un fascista del suo paese, portato poi a Forlì, quindi a Fossoli («e sono stato nella stessa baracca dove era stato Rino Molari quattro o cinque giorni prima, la numero 19»), infine in prigionia in Germania per un anno.

[Per altre notizie, vedi «I giorni dell’ira», Cap. VIII, qui sotto.]

La storia del campo: dalle SS a Nomadelfia
A Fossoli, nelle vicinanze di Carpi, in provincia di Modena, nel maggio 1942 è insediato il campo di concentramento fascista per prigionieri di guerra “n. 73", gestito dalle autorità militari italiane e destinato all'internamento di sottufficiali inglesi catturati in Nord Africa. L'8 settembre 1943 il Campo viene occupato dai nazisti, attratti dalla posizione geografica che rende la zona un comodo snodo ferroviario. Dal dicembre dello stesso anno funziona come "Campo di concentramento provinciale per ebrei", sotto la gestione della Prefettura di Modena. Sul finire del gennaio 1944 le autorità tedesche avocano a sé la giurisdizione del campo che diventa campo poliziesco di transito per deportati politici e razziali, rastrellati in varie parti d'Italia. Ha così inizio una serie di trasferimenti: dalla stazione ferroviaria di Carpi partono 7 convogli destinati ai più tragici lager del Nord Europa.
Accanto al Campo Vecchio amministrato dalle Prefettura di Modena e gestito da italiani con prigionieri che non venivano deportati; c’era il Campo Nuovo gestito dalle SS tedesche del tenente Karl Titho e del sergente maggiore Hans Hage, con prigionieri ebrei e politici destinati alla deportazione.
Il campo di Fossoli rimase in attività per circa sette mesi, durante i quali vi passano circa 5.000 deportati di cui la metà ebrei: un terzo dei deportati ebrei dal nostro Paese. Il primo grande trasporto, composto quasi tutto di ebrei, è quello segnalato da Primo Levi, che partì da Fossoli il 22 gennaio 1944. Dopo la fine della guerra, il Campo è utilizzato lungamente a scopo abitativo: dal 1947 al 1952 è occupato dalla comunità cattolica di Nomadelfia (che significa dal greco: “Dove la fraternità è legge"), e dal 1953 alla fine degli anni '60 dai profughi giuliani e dalmati (Villaggio San Marco).
A Fossoli avvennero alcuni gravissimi delitti ad opera delle SS, il più grave dei quali è la fucilazione di 68 deportati, partigiani e antifascisti, il 12 luglio 1944. Sull'episodio, ecco la testimonianza di Alba Valech Capozzi (deportata da Fossoli a Birkenau, e liberata dagli Alleati a Dachau il 1° maggio 1945), tratta dal suo volume "A.24029":
«Quel giorno lavorammo preoccupate. Neppure a mezzogiorno i venti ebrei erano rientrati. Nelle baracche regnava un gran nervosismo. Si facevano i commenti più disparati. Tutti eravamo inquieti. Non tornarono neppure la sera, quando ci adunammo sullo spiazzo per il controllo. Pensammo li avessero ammazzati. Eravamo tutti in fila, ma regnava un'atmosfera pesante e perfino il maresciallo Hans aveva il viso oscuro. Anche a mensa io avevo notato qualcosa di strano. Un parlottare serio e serrato fra i tedeschi e delle animate discussioni. Io non avevo compreso nulla di quello che si diceva, ma avevo collegato quelle discussioni con l'assenza dei venti ebrei. Avevo provato a chiedere di loro, ma avevano risposto solo con grida e con pugni sui tavoli. Non avevo insistito ed appena terminato il lavoro ero corsa subito al campo.
Scuro in viso Hans terminò il controllo, poi si portò in mezzo allo spiazzo e disse: "Quelli che ora chiamo, prenderanno la loro roba ed andranno a dormire in un'altra baracca. Domattina partiranno per la Germania ed andranno in un campo di lavoro dove staranno molto bene". Cominciò l'appello. Erano settanta. (…) I settanta si erano frattanto riuniti, con tutta la loro roba. Vidi Fritz, l'interprete, parlare animatamente con loro, mentre si avviavano verso la baracca. I venti ebrei non erano ancora rientrati. Uno ad uno quei settanta vennero poi a salutarci tutti, e quella notte al campo, si fu più preoccupati per i venti ebrei che per quei settanta politici. La mattina seguente, andando in cucina, vidi che gli ebrei erano rientrati al campo. Stavano in gruppo fra la cucina e la mensa. Erano tutti pallidi.
"Signor Vita, signor Vita, - chiamai, rivolgendomi ad uno di loro, - ma dove siete stati? Qui al campo eravamo tutti in pensiero". Il Vita non rispose. Scosse solo la testa con aria desolata. "Alba, Alba, venga qua", gridò il cuoco. Un tedesco si avvicinava. Erano circa le otto. Presi il bricco del caffelatte e mi avviai alla mensa. Uno dei tedeschi aveva un braccio fasciato.
"Capùt, capùt", dissi indicandogli il braccio. Intendevo chiedere se si fosse fatto male; nella speranza di attaccare discorso e saper qualcosa. Mi guardò meravigliato ed accennando di sì con la testa, rispose: "Molto, molto capùt". Uscii impressionata dalla mensa. Vidi i muratori che venivano al campo per lavorare. Anche loro avevano delle facce strane. "Che è accaduto?" chiesi ad uno di loro. "Li hanno ammazzati tutti, ma stia zitta, per carità", mi sussurrò.”
Fonti:
www.deportati.it/campi/fossoli
www.fondazionefossoli.org
www.itc-belotti.org
www.nomadelfia.it
www.comune.modena.it

I giorni dell'ira.
Settembre 1943 - settembre 1944 a Rimini e a San Marino

VIII. L'arresto di Giuseppe Babbi


La vigilia di San Giuseppe, Babbi è avvicinato dal maresciallo dei Carabinieri di Serravalle, che gli comunica la necessità di parlargli in caserma. "Qualunque cosa lei abbia da dirmi, può dirmela qui", replica Babbi. Il maresciallo "prese mio padre per un braccio e per il collo e lo trascinò fino alla stazione ferroviaria di Serravalle, dove c’era il trenino fermo con accanto poliziotti italiani ed un militare delle SS tedesche. Mio padre fu caricato a forza sul treno che partì verso Rimini", racconta ancora Andrea Babbi. "Alla stazione di Dogana il treno si fermò; il maresciallo scese con i Carabinieri, lasciando mio padre in mano alla polizia italiana, anche se il treno era ancora nel territorio neutrale di San Marino." L’arresto di Giuseppe Babbi, prosegue il figlio, mise "in crisi il gruppo degli antifascisti che lui frequentava".
L’altro figlio di Babbi, Angelo, la mattina del 19 al Commissariato di Rimini apprende la notizia che l’indomani suo padre sarebbe stato trasferito a Bologna. Verso le 10.30 del giorno 20, riesce a vederlo alla stazione ferroviaria di Rimini. Giuseppe Babbi viene avviato verso il treno quando si accorge della presenza del figlio, a cui fa segno di allontanarsi. Soltanto a fine aprile Angelo Babbi può avere il permesso per un colloquio col padre nel carcere di Bologna, alla presenza degli agenti: "... però noi parlavamo in dialetto. Mio padre mi disse che l’avevano interrogato più volte e che con lui c’erano... un ragazzo di Rimini, Walter Ghelfi e il prof. Rino Molari di Santarcangelo".
Una delle ultime volte che Angelo Babbi si reca a Bologna dal padre, la famiglia Molari gli affida un pacco da consegnare al professore. "Ma fui costretto a portarlo indietro, perché sia Molari che Ghelfi erano già stati portati nel campo di concentramento di Fossoli di Carpi, dove entrambi furono fucilati", nella notte fra il 12 ed il 13 luglio. Babbi invece viene liberato il 17 luglio. Babbi ha cinquant’anni, Molari trentatré e Ghelfi ventidue. (Dal febbraio del ’44 alla liberazione, nel campo di Fossoli transitarono migliaia di prigionieri: inglesi, ebrei, italiani, antifascisti, intellettuali cattolici come Molari. Vi passò anche lo scrittore Primo Levi.)
Babbi, scrisse Oreste Cavallari, "con poca istruzione e molta miseria, si era fatto da sé con forte carattere e forte personalità. Tutti, anche gli avversari politici, ne riconoscevano la forza d’animo e la purezza d’ideali". Nato a Roncofreddo nel 1893, si era trasferito nel 1904 con la famiglia a Rimini, dove lavora prima come commesso di farmacia e poi, dal 1913, come ferroviere. Si dedica all’attività politica ed a quella sindacale. "Nel 1921 contrastò duramente le tendenze filofasciste" di don Domenico Garattoni e dell’avvocato Mario Bonini, "costringendoli... a presentare le dimissioni dal Partito Popolare", scrive lo storico Piergiorgio Grassi. Sturziano, davanti al problema agrario Babbi sostiene idee per allora "molto audaci", differenziando nettamente il partito popolare "dal comportamento degli agrari e delle forze economiche, appoggiate da il Resto del Carlino, che si preparavano a chiedere l’intervento delle squadre fasciste di Leandro Arpinati". Nel 1923 per la sua posizione di antifascista viene espulso dalle Ferrovie e si trasforma in rappresentante di commercio nel settore dei mobili. Nel ’43 riprende la sua attività politica, in modo clandestino, "chiamando a raccolta gli antichi popolari e qualche giovane dell’Azione Cattolica in vista della fondazione di un nuovo partito", scrive ancora Grassi.

Su Walter Ghelfi abbiamo poche notizie: ferroviere, il 13 marzo ’44 raggiunge l’Ottava brigata Garibaldi sull’Appennino tosco-emiliano. "Per il suo coraggio, per la sua fede, per il suo altruismo che lo faceva eccellere sugli altri, fu nominato Commissario Politico di Compagnia", si legge ne Il Garibaldino del 16 agosto 1945. In aprile fu catturato nei pressi di Santa Sofia. Carcerato, torturato, si riduce in misere condizioni fisiche, ma non ‘parla’: "non tradì i suoi compagni in arme".
Rino Molari è un docente di lettere di Santarcangelo che nell’anno scolastico ’43-44 insegna a Riccione, dove fa amicizia con il parroco di San Lorenzo in Strada don Giovanni Montali, suo compaesano. Poi entra in contatto con l’antifascismo del Cesenate e della Valmarecchia. Trasporta materiale clandestino. Al Provveditorato agli studi di Forlì, per le sue idee, lo giudicano un "elemento poco raccomandabile". Una spia della Repubblica di Salò, Giuseppe Ascoli (alias "capitano Mario Rossi") figlio del generale Ettore Ascoli, lo fa arrestare il 28 aprile ’44.
Tonino Guerra in quell’anno cerca di apprendere e di tradurre in realtà la lezione politica e morale di Rino Molari. Ricevuti in consegna dei manifestini lasciati da Molari (nel frattempo ucciso) ad un fabbro, Guerra è fermato da un fascista del suo paese, portato poi a Forlì, quindi a Fossoli ("e sono stato nella stessa baracca dove era stato Rino Molari quattro o cinque giorni prima, la numero 19"), infine in prigionia in Germania per un anno.
A don Montali, come scriverà don Domenico Calandrini, "la guerra civile... barbaramente spense il fratello e la sorella, trucidati in casa vecchi e stanchi, e gettati nell’attiguo pozzo, per rabbia contro il vecchio prete che non s’era fatto sorprendere ed arrestare in canonica". Ha ricordato Maurizio Casadei che don Montali "una volta, ritornando da un viaggio trovò il soffitto della camera sfondato dalle pallottole sparate dalla strada. Poi, dopo che i fascisti nel marzo 1944 arrestarono per attività ‘sovversiva’ il professor Rino Molari […] la situazione si aggravò. Sospettato di essere un cospiratore e di aiutare partigiani e prigionieri alleati, don Giovanni dovette fuggire, vestito in borghese, a San Marino, prima a Valdragone e poi a Montegiardino". Quando la mattina del 15 settembre ’44, i greci liberano San Lorenzo, nel pozzo vicino alla chiesa si scoprono i corpi di Giulia e Luigi Montali. Avevano cinquantanove e sessantasei anni.
Nel Giornale di Rimini del 2 settembre ’45 si legge che a Giuseppe Ascoli "e ad altri due o tre individui in costume da ufficiali e sottufficiali dei bersaglieri […] si imputa il bieco assassinio" dei due fratelli Montali. Ascoli, come si è visto, è il collaborazionista che fece arrestare il prof. Molari. Gli assassini si sarebbero vantati della loro impresa poco dopo "nel ristorante dell’albergo riccionese dove risiedevano i comandanti del battaglione". Secondo Amedeo Montemaggi (vedi Il Ponte, 9 ottobre 1988), in quei giorni "si incolparono falsamente i tedeschi o i bersaglieri".
Ho ascoltato due nipoti di don Montali. Don Michele Bertozzi: "Don Montali forse sapeva qualcosa di grosso, ma non mi volle mai dire niente". La signora Maria Teresa Avellini Semprini: "Luigi Montali forse era stato colpito al cuore, difficile stabilirlo perché il corpo era in stato di decomposizione. Giulia aveva invece ricevuto una fucilata alla testa". La signora Avellini era stata allieva di Rino Molari nel ’43-44, e rammentava che cosa era stato raccontato allora dell’arresto del suo insegnante: "Alla pensione Alba, dove Molari era ospite, si presentarono dei fascisti che si sedettero al ristorante, parlando a voce alta fra loro: "Come ci pesa questa divisa...". Molari avrebbe detto: "Trovate la maniera di buttarla via, venite con me...". Così, con l’inganno, Molari venne arrestato".

Don Walter Bacchini sino al giugno ’44 è cappellano di don Montali a San Lorenzo in Strada. Una domenica durante l’omelia sostiene che la gente non la si nutre con il ferro dei cannoni, ma con il pane. Un giovane lo denuncia al fascio di Riccione. Provvedimenti su di lui non vengono presi, ma lo segnalano a Forlì: "Ci fu a Riccione, mi hanno detto, una specie di riunione per il caso provocato da me. Forse per la mia giovane età o per la stima che aveva preso molti nei miei confronti, la cosa fu messa a tacere". L’unica traccia dell’episodio rimase in un certificato militare, ove fu annotato che don Bacchini "aveva manifestato sentimenti antifascisti". Quell’atteggiamento di rivolta contro la dittatura, mi ha spiegato don Walter in un lungo, amichevole colloquio, "non era dovuto a me in particolare, ma al fatto di aver avuto la fortuna di essere stato accanto ad un campione della libertà come don Giovanni Montali".
Ha scritto lo stesso don Montali il 15 febbraio 1945: "Venuto il fascismo, non mi lasciai spostare da esso neppure di un pollice dal mio programma. Ebbi l’onore di parecchie dimostrazioni ostili da parte di esso: ne ricordo una molto clamorosa nel 1932 a S. Lorenzino, ove erano convenute tutte le autorità di Riccione, con otto automobili senza contare quelli che si servirono della bicicletta. Ne ebbi un’altra, anch’essa molto clamorosa, ai 10 giugno 1940, alla sera, per aver sostenuto che l’Italia non doveva entrare in guerra a fianco della Germania, perché il mondo non le avrebbe lasciato vincere la guerra. Nello stesso anno fui denunziato dal Segretario politico di Riccione alle autorità di Forlì, presso le quali dovei andare a difendermi personalmente ed ebbi l’onore di essere diffidato. Parecchi anni addietro, nella speranza di potermi annoverare tra i fascisti, da un amico mi fu proposta la tessera ad honorem, che naturalmente rifiutai, dicendo che l’avrei presa se la tessera desse ingegno. Nei miei discorsi dal pergamo o dall’altare, il più delle volte vigilati da emissari del fascio, ho parlato spesso della dignità dell’uomo, della libertà che Dio ha concesso all’uomo quale "maggior don che Dio fesse creando"".

A San Marino il 23 marzo ’44 il segretario repubblichino Giuliano Gozi pubblica un proclama in cui si parla del "conforto che mi viene anche dalla piena fiducia personale del Duce". "I fascisti sono tenuti strettamente all’ordine e alla disciplina, astenendosi in modo assoluto da qualsiasi atto di violenza", sentenzia Gozi. Parole. Che nascondevano le violenze fino ad allora perpetrate, e che saranno smentite dai fatti successivi.
Il primo aprile inizia la reggenza di Francesco Balsimelli e Sanzio Valentini, proprio nel semestre più drammatico per la Repubblica. Nello stesso mese di aprile, racconta Montemaggi, "si acuiscono le tensioni col Governo fascista italiano, il quale rimproverava a San Marino di esser diventata asilo di migliaia di disertori, di renitenti alla leva, di antifascisti". Ezio Balducci, gran diplomatico di San Marino, è "perseguito da mandato di cattura e denunciato al Tribunale speciale fascista". Ai repubblichini dà fastidio che Balducci abbia raggiunto un "tacito accordo" (come lo definisce Balsimelli) con i nazisti, per salvaguardare sul Titano ebrei ben conosciuti dai tedeschi. I repubblichini italiani erano più pericolosi dell’apparato germanico. Ciononostante, nel dopoguerra, Balducci cercherà di difendere Tacchi, dicendo che il federale riminese aveva avallato le dichiarazioni sammarinesi, secondo cui non esistevano ebrei nella Repubblica. Ma che bisogno aveva San Marino di una conferma dai fascisti riminesi?

Primo maggio ’44. Clandestinamente, viene celebrata la festa del Lavoro. "Quando i fascisti trovarono i cantieri deserti andarono su tutte le furie", testimonia Gildo Gasperoni: "Come cani arrabbiati passarono minacciosi per le case degli operai ad intimar loro di recarsi a lavorare, minacciando persecuzioni verso tutti coloro che non avessero ubbidito". Proprio quella mattina Gasperoni viene arrestato con un tranello: il maresciallo Tugnoli, comandante i carabinieri di Borgo, lo invita in caserma per informazioni. "Ingenuamente, in buona fede", ammette Gasperoni, "lo seguii". Giunto in caserma, venne subito rinchiuso in camera di sicurezza.
Secondo Gasperoni, a farlo arrestare è stato il col. Marino Fattori, per vendicarsi del "successo di resistenza operaia" del Primo maggio. Ma c’era anche un altro motivo: Gasperoni ha combattuto in Spagna con i ’rossi’. "Udii una conversazione del maresciallo con il carabiniere: gli diceva che il giorno dopo alle nove sarebbe venuto a prelevarmi il colonnello Fattori per portarmi in Italia a render conto dei miei ‘crimini’ consumati in Spagna contro i nostri fratelli italiani che combatterono a fianco delle truppe di Franco", spiega Gasperoni.
L’arrestato trascorre una nottata insonne. Al mattino successivo, mette in atto il progetto di evasione. Attende che siano aperti i catenacci della porta, dà un improvviso spintone, e tra lo stupore dei carabinieri, "con due balzi mi trovai" all’ingresso. Esce dall’edificio, ruba l’auto che doveva tradurlo in Italia, fugge verso la Baldasserona a nascondersi "nella cripta dove la leggenda afferma che dormisse" il Santo fondatore della Repubblica. Si dà alla macchia e poi viene ospitato da diversi amici.
Quattro giugno. Gasperoni viene nuovamente catturato, assieme a quattro riminesi (Decio Mercanti, Giuseppe Polazzi, Leo Casalboni ed Elio Ferrari), al cimitero di Montalbo. Ha scritto Mercanti: "Cominciò a piovigginare. Avevamo appena iniziata la riunione quando appaiono, all’improvviso, il figlio del maggiore Fattori e due altri fascisti, con i mitra spianati; ci costringono ad alzare le mani e a stare con le spalle al muro. Pochi minuti dopo arrivano i Carabinieri sammarinesi armati...": con loro c’è anche Fattori padre. "Io ero l’ultimo della fila, vicino alla scarpata. In un momento di disattenzione dei fascisti", precisa Mercanti, "tentai di fuggire quando Gatti mi sparò...; allora mi saltarono addosso i Fattori; fui picchiato e colpito fortemente al petto con il calcio del fucile".
Li interroga Paolo Tacchi assieme a Marino Fattori. Gasperoni è trattenuto a San Marino e sarà presto liberato. Per gli italiani si prospetta la fucilazione: vengono tradotti prima a Rimini e poi consegnati dalle SS in mano della Gestapo a Forlì. Mercanti riesce a fuggire per strada verso il 15 giugno durante un allarme aereo, mentre veniva condotto al palazzo di Giustizia. Ferrari e Casalboni dovevano essere fucilati il 29 giugno: si erano già scavati la fossa quando un bombardamento mise in fuga il plotone di esecuzione. Li aiutò a scappare il frate che li aveva assistiti spiritualmente.

Don Montali ha scritto: "Cercato a morte, il 20 giugno ’44 scappai a San Marino, dove mi tenni per lo più nascosto per evitare di essere preso e consegnato". Don Ferdinando Zamagni ricorda che in settembre al convento di Valdragone ebbe occasione di incontrare don Montali "in incognito, perché era stata decretata la sua eliminazione dai fascisti". Il parroco di San Lorenzino era costretto a non farsi vedere perché anche nella neutrale San Marino lo avrebbe potuto raggiungere la vendetta fascista.
La gente sapeva come era stato preso Babbi, ceduto dal governo sammarinese ai repubblichini italiani dopo un lungo tergiversare; e sapeva che era stato liberato soltanto perché del suo caso era stata interessata la diplomazia alleata.
Edizione integrale de "I giorni dell'ira".
Antonio Montanari

 
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Giornalismo riminese

Post n°89 pubblicato il 16 Maggio 2015 da riministoria

Storie antiche di giornalismo riminese.
Un amarcord veloce. Avevo 19 anni nel 1961. Come scrissi anni fa, piombò a Rimini, con lussuosa sede al grattacielo, tale Carlo de' Siena, con un settimanale ("Europa flash"), che scomparve dopo pochi numeri: era l'imitazione del noto rotocalco "Oggi". Si presentava come un grande esperto, ma non conosceva neppure le telescriventi.
Credo, per notizie molto successive, che quell'impresa editoriale fosse più legata al controllo della città che era base militare Nato, che ad un'idea di fare qualcosa di nuovo nel panorama giornalistico nazionale.

Una quindicina d'anni dopo aiutai un amico a sopravvivere ad una carognata estrema ricevuta da un quotidiano, collaborando ad un suo foglio locale. Ad un certo punto anche per noi arrivò una lussuosa sede (non ne avevamo mai avuta una, tranne un tavolo in tipografia), avendo ricevuto un contratto editoriale: la pagina fissa di un centro studi giuridico-economici. Che poi (molti anni dopo) scoprii essere una emanazione dei "servizi", curata da un collega che avrebbe fatta brillante carriera universitaria. Transitando dalla estrema destra molto surriscaldata di quegli anni. E godendo di un appoggio famigliare a sua volta basato sulla massoneria bolognese-romagnola.

ARCHIVIO
Dal mio blog politico sulla Stampa on line del 24/12/2007.
Caro Carlino (e tutto il resto)
Mi hanno detto che il «Carlino» ha festeggiato i 50 anni della sua pagina riminese. Auguri.
Sono affezionato alla redazione del 1960-62, quando da studentello vi feci un apprendistato fondamentale sotto la guida del capo-pagina prof. Amedeo Montemaggi, un giornalista di vaglia e soprattutto un maestro di cronaca dalla rara efficacia e intelligenza delle cose.
L'idea di riempire le giornate con un diversivo allo studio universitario, mi venne appena conclusa la sessione d'esami dell'abilitazione magistrale (la nostra non era allora chiamata maturità).
Dissi a mio padre se mi poteva presentare a Montemaggi che lo conosceva bene.
Una mattina di fine luglio andammo mio padre ed io in piazza Cavour, ed incontrammo Montemaggi proprio sulla porta del palazzo dove ha tuttora la sede il «Carlino» riminese.
Montenaggi Dopo i convenevoli di rito, Montemaggi (foto) mi disse una cosa che ho sempre conservato in memoria come prima regola del lavoro di cronista: «Bisogna imparare a lavorare di corsa. Ieri sera ho fatto in tre quarti d'ora un pezzo di due cartelle e mezzo per l'edizione nazionale».
In quella regola c'è tutto quanto è utile ai cronisti (e anche ai blogger) in certi momenti. Ovvero concentrarsi sull'argomento, saper tirare fuori tutto quello che serve, scrivere, rileggere e spedire...
Allora non c'erano né telescriventi né computer, si andava col «fuori sacco» in stazione o al massimo per le cose urgentissime si ricorreva telefono. Che andava però usato con parsimonia per non essere sgridati dall'amministratore bolognese, celebre, temuto e tiratissimo.
Il vice di Montemaggi (che cominciava allora le sue ricerche sulla Linea gotica) era Gianni Bezzi, studente in legge, bravo, intelligente e soprattutto amico, nell'impostarmi sul lavoro di ricerca della notizia e nella stesura dei breve testi di cronaca. Bezzi ha poi lavorato a Roma al «Corriere dello Sport».
Corrispondente da Riccione era Duilio Cavalli, maestro elementare, e conoscitore dei segreti dello sport, materia affidata per il calcio al celebre Marino Ferri. Mentre «Isi», Isidoro Lanari, curava le recensione cinematografiche.
E poi c'erano i padri nobili del giornalismo riminese che frequentavano la nostra redazione. O che collaboravano allo stesso «Carlino». Giulio Cesare Mengozzi, antico amico della mia famiglia, sostituiva Montemaggi durante le sue ferie. Luigi Pasquini, una celebrità che non si fece mai monumento di se stesso, ed ebbe sempre parole di incoraggiamento con noi giovani. Ai quali Flavio Lombardini offrì di collaborare alle sue iniziative editoriali.
C'era poi la simpatica e discreta presenza di Davide Minghini, il fotoreporter, l'unico che aveva un'auto con cui andare sul luogo di fatti e fattacci. Arrivò ad un certo punto Marian Urbani, il cui marito gestiva l'agenzia di pubblicità del «Carlino». Si mise a fare la simpatica imitazione di Elsa Maxvell, la cronista delle dive americane. Dove c'era mondanità c'era Marian che le ragazze in carne corteggiavano per avere appoggi in qualche concorso di bellezza....
C'era poi un collega giovane come me, che era figlio di un poliziotto, e che andava in commissariato a rubare le foto degli arrestati dalle scrivanie dei colleghi di suo padre. E noi le dovevamo restituire...
C'era una bellissima ragazza, Nicoletta, che da allora non ho più rivisto a Rimini. Ricordo una simpatica serata che Gianni ed io trascorremmo con lei ed una sua amica inglese al concorso ippico di Marina centro. Cercavamo di insegnare alla giovane d'Oltremanica tutte le espressioni più strane del parlare corrente italiano, al limite di quello che il perbenismo di allora poteva considerare turpiloquio. Ma la frase più ardita era semplicemente: «Ma va a magnà er sapone».
Leggo sul Carlino-on line le parole di Piero Meldini per i 50 anni dell'edizione riminese: «Chiunque sapesse tenere in mano una penna (tenerla bene) è passato dal Carlino».
Posso di dire di aver fatto con Montemaggi, Bezzi e Cavalli una gavetta che mi è servita sempre. Forse appartengo ad una generazione che è consapevole dei debiti verso i maestri che ha avuto. Forse ho la fortuna di essere consapevole dei miei molti limiti per poter riconoscere l'aiuto ricevuto nel miglioramento dalle persone con cui sono venuto a contatto allora e poi. Fatto sta che quei due anni nel «Carlino» per me sono stati fondamentali.
Studio e passione per argomenti diversi hanno la radice in quella curiosità che mi insegnarono essere la prima dote di un cronista.

Gianni Bezzi scomparve giovedì 17 febbraio 2000, a 60 anni.
Lo ricordai sul web con queste righe.
Aveva debuttato al "Carlino" riminese, come vice-capopagina. Ma uno scherzetto fattogli mentre doveva essere assunto a Bologna nella redazione centrale, lo ha buttato sulla strada.
Ha diretto poi a Rimini il periodico "Il Corso". Nel 1969 è stato assunto a Roma al "Corriere dello Sport", dove è rimasto fino alla pensione. Ha scritto anche un volume su Renzo Pasolini ed ha curato, lo scorso anno, un libro sullo sport riminese nel XX secolo.
Persona buona ed onesta, professionista serio, amico di una lontana giovinezza nel mio debutto giornalistico, lo ricordo e ne piango la scomparsa con animo rattristato. E queste parole possano farlo conoscere anche fuori della Rimini astiosa dove venne tradito e ferito dal disonesto comportamento di chi volle ostacolargli una carriera meritata per la correttezza umana e professionale.
Sul settimanale Il Ponte pubblicai questo articolo, il mio Tama 749.
Ciao, Gianni
Quando qualcuno si metterà a scrivere con completezza ed onestamente una storia del giornalismo riminese di questi ultimi cinquant'anni, dovrà dedicare un capitolo a Gianni Bezzi, appena scomparso a Roma, dove aveva lavorato per tre decenni al "Corriere dello Sport" come cronista ed inviato speciale.
Lo ricordo con infinito dolore. Ho perso un amico onesto, buono, corretto.
Ci eravamo conosciuti nel 1960 alla redazione riminese del "Carlino", dove guidava con serenità e buon gusto il lavoro di un gruppo di giovani, molti dei quali poi hanno cambiato strada, chi ora è architetto, chi docente universitario.
C'era uno di noi, figlio di un questurino, che a volte voleva fare degli scoop e prelevava in Commissariato le foto degli arrestati, poi arrivava una telefonata e noi le dovevamo restituire.
Gianni amava lo sport che aveva in Marino Ferri la penna-principe del "Carlino". Fece il corrispondente locale del "Corriere dello Sport". Aveva un linguaggio asciutto, il senso della notizia, era insomma bravo.
Un bel giorno, mentre frequentava già di sera la redazione bolognese del "Carlino", dopo aver lavorato al mattino in quella di Rimini, e mentre gli si prospettava un trasferimento sotto le due torri, successe questo, come si ascoltò a Palazzo di Giustizia: risultò che lui in ufficio c'era andato così, per sport.
Diresse poi un nuovo giornale "Il Corso", che usciva ogni dieci giorni. Mi chiamò, affidandomi una pagina letteraria (che battezzai "Libri uomini idee", rubando il titolo ad una rubrica del "Politecnico" di Vittorini), ed anche una rubrica di costume ("Controcorrente") che firmavo come Luca Ramin.
Fu un sodalizio di lavoro intenso ed appassionato. Mi nominò persino redattore-capo, e credo che sia stato l'unico errore della sua vita.
Per Marian Urbani inventai una sezione definita "Bel mondo", nel tamburino redazionale. La cosa fece andare su tutte le furie il giornale del Pci che ci dava dei "fascisti" ogni settimana, avvantaggiandosi su di noi che, come ho detto, andavamo in edicola solo tre volte al mese. E non sempre.
Nel gennaio del '67 il nevone ci fece saltare un numero. Due anni dopo, Gianni fu assunto a Roma.
Queste mie misere parole possano, in questa città di smemorati, ricordare un giornalista che proprio a Rimini ha dedicato la sua ultima fatica, un libro sullo sport del '900. Ciao, Gianni.

L'anno scorso è scomparso Silvano Cardellini, anche lui celebre firma del «Carlino». Oggi lo celebrano, ma non fu sempre trattato bene da quel giornale. Allora osservai in ricordo del caro amico:
«Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so per colpa di chi, forse per il fatto che (come hai scritto tu) «normali non siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna). Se avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il gusto di alimentare le polemiche, che sono il sale del pettegolezzo, anche se esse stanno ben lontane dall'informazione della quale a Rimini non frega nulla a nessuno».

Fuori tema, in apparenza. Rimini, il giornalismo, il sottoscritto e "La Stampa", con mia gratitudine ad Anna Masera. Da il Rimino 157, anno XI. Gennaio 2009.

Antonio Montanari
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Poggio contro Bartolomeo

Post n°88 pubblicato il 09 Maggio 2015 da riministoria

Poggio Bracciolini in Contra hypocritas
attacca Bartolomeo Malatesti, vescovo di Rimini (1445-1448).

Il «feroce libello» di Poggio Bracciolini, intitolato Contra hypocritas (1447-1448), ha un'«ironia sferzante» che diventerà qualche decennio dopo «l'invettiva amara e la passione riformatrice di Savonarola», scrive Eugenio Garin che osserva: «Chi legge nel Contra hypocritas le molte storielle sulla lussuria dei monaci resta colpito dal gusto di Poggio per le salaci pitture di nudi femminili in folla a Bologna e a Venezia in occasione di singolari penitenze e mortificazione della carne organizzate da venerati predicatori dei vari ordini. La memoria torna allora all'indimenticabile lettera sui bagni di Baden, dove la libertà dei costumi nella sua spontaneità naturale si veste di una sorta di candore» (pp. 86-89).
Quel libello ci interessa per una vicenda riminese: si richiama il nome di Bartolomeo Malatesti, il vescovo figlio spurio di Galeotto I, padre di Carlo di Rimini e di Pandolfo III di Brescia, il padre di Sigismondo Pandolfo.
Bartolomeo Malatesti è vescovo di Rimini tra 1445 e 1448, proprio quando prende corpo il progetto del Tempio riminese voluto da Sigismondo. Il 31 ottobre 1447 è proprio lui a benedire la prima pietra della cappella dedicata a San Sigismondo.
Il vicariato «in temporalibus» ai Malatesti su Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone risale al 1355.
Nel 1385 scompare Galeotto I, prozio e tutore di Malatesta I che assume il governo di Pesaro. Sempre nel 1385 Carlo è nominato rettore di Romagna, e l'anno dopo gonfaloniere della Chiesa.
Il vicariato di Pesaro è affidato a Malatesta I il 2 gennaio 1391. Per il secondo semestre del 1398, Malatesta I è eletto senatore di Roma. Nel 1401 egli è tra i nobili veneziani.

Poggio e Rimini
Poggio Bracciolini è a Rimini proprio al tempo di Bartolomeo Malatesti.
Nel finale del Contra hypocritas (opera apparsa nel 1449), Poggio inserisce un'invettiva violenta diretta appunto al vescovo di Rimini, citando la sua morte recente.
Bartolomeo scompare il 5 giugno 1448, per cui gli studiosi datano il testo di Bracciolini a qualche mese dopo.
Bartolomeo è accusato di aver introdotto ridicole innovazioni nella cancelleria riminese, come si legge in un testo di Ernst Walser, Poggius Florentinus Leben und Werke (Leipzig 1914, nota 1, p. 244), dove si ricorda una lettera di Poggio diretta al veneziano Pietro Tommasi l'11 novembre 1447, in cui troviamo: «Nunc adversus ypocritas calamum sumpsi ad exagitandam eiusmodi hominum perversitatem».
Tommasi è figura celebre per i suoi studi medici e letterari (cfr. F. M. Colle, Storia scientifico-letteraria dello Studio di Padova, III, Tipografia della Minerva, Padova 1825, p. 232).
Scriveva Maria Luisa Gengaro (1907-1985) che l'attacco a Bartolomeo Malatesti è dovuto al fatto che il vescovo aveva limitato lo stipendio di Poggio, allora presente alla corte di Rimini (cfr. p. 155 di "Paideia", nn. 2-3, 1947).
In numerose altre fonti bibliografiche si citano i rapporti burrascosi tra Poggio e Bartolomeo Malatesti.
Si vedano ad esempio i Saggi sull'Umanesimo di S. F. Di Zenzo (Napoli 1967, p. 29), dove leggiamo questa traduzione del testo di Poggio su Bartolomeo: «So che egli, per apparire buono e protettore dei poveri, ed entrar nelle grazie di Papa Eugenio con la sua simulata virtù, mandò in rovina quasi la carica nostra, privandoci dell'onesto guadagno che più d'un Papa da tempo ci aveva autorevolmente concesso. O raffinata e perversa ipocrisia, togliere a noi, per dare ad altri! Ma l'elemosina trova merito presso Dio se è denaro proprio, non se è carpito ad altri. Invece quello, per darsi la fama di sant'uomo, abusava dei beni altrui in gloria propria. Non é ipocrisia bella e buona?».

Ricordi di famiglia
Poggio, quando scrive l'atto di accusa contro Bartolomeo Malatesti, ha dei ricordi di famiglia che lo legano a vecchi rapporti con la dinastia dei signori romagnoli.
Poggio viene al mondo forse nel 1379 e non l'anno successivo come sempre si legge, stando allo «stato delle famiglie» della sua parrocchia che lo registra nel 1383 con 4 anni di età (cfr. Walzer, op. cit., p. 327).
Suo padre, lo speziale Guccio di Poggio, in quel 1383 ne ha 38, sua madre Iacoba 24, una sorella (Lisabetta) è appena nata.
Iacoba è detta figlia di Michele Frutti, di professione notaio (cfr. Emilio Bigi, Bracciolini, Poggio, DBI, XIII, 1971).
Il nostro Poggio è pure nipote per via materna del notaio Michele Ronchi, nato nel 1323, sposato con Mattea (1333) e padre di Antonio (1368), Maddalena (1371), Ronco (1373) e Bartolomea (1376).
Di questo zio Michele Ronchi si sa che per molti anni fu fedele servitore di Galeotto I Malatesti a Pesaro (cfr. Walzer, op. cit., p. 12).
Galeotto I governa Pesaro dal 1374 a nome di Malatesta I «dei Sonetti», il cui padre Pandolfo II (figlio di Malatesta Antico detto «Guastafamiglia»), è morto l'anno prima (1373).
Malatesta Antico e Galeotto I avevano ricevuto il vicariato «in temporalibus» su Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone nel 1355, come si è già visto. Galeotto I (scomunicato il 10 ottobre 1354 assieme al fratello Malatesta Antico), diventa poi nel 1355 gonfaloniere della Chiesa, mentre l'Antico mantiene rapporti con il Papa ad Avignone (1357).
Per la cit. da E. Garin, cfr. in Storia della Letteratura Garzanti, III vol, III cap. La letteratura degli umanisti, pp. 74-100, Milano 1966.
ARCHIVIO 2013. Bartolomeo Malatesti.
Vescovo di Rimini
dal 9 giugno 1445 al 5 giugno 1448

1397. Frate Bernardino Manzoni, Inquisitore Pisano (ma soprattutto bibliotecario della Malatestiana di Cesena tra 1625 e 1626, come segnalato da A. Domeniconi [1963] e P. Errani [2009]), nel suo "Caesena Sacra" (Pisa 1643, I, p. 72) ricorda che nel 1397 Bartolomeo Malatesti ("Pandulphi Malateste Soliani Comitis [...] germanus frater") è consacrato "ordinis Minorum Conventualium professus", alla presenza di Rodolfo vescovo di Dragonaria.
Di Pandolfo Malatesti, fratello di Bartolomeo, si precisa che "anno 1391 Patricius, Consiliarusque Caesenaticenis Urbis erat".
Dal 4 gennaio 1391 i fratelli "Carlo Pandolfo Malatesta e Galeotto di Galeotto Malatesti" sono vicari di Cesena (Mazzatini, p. 325).
Quindi Bartolomeo Malatesti è pure lui figlio di Galeotto I (+1385), nato da Pandolfo I, figlio di Malatesta da Verucchio.

Sulla genealogia del vescovo Bartolomeo nulla scrivono Clementini ("Non ho trovato a chi fosse figliolo […] né donde discenda", II, p. 340) e L. Tonini ("pressoché ignoto", V, l, pp. 617-618).

Il testo appena indicato come "Mazzatini, p. 325", è un documento pubblicato sempre in maniera erronea. Esso è contenuto nel volume di G. Mazzatinti "Gli archivi della storia d'Italia, I e II", apparso presso la casa editrice Licinio Cappelli di Rocca San Casciano nel 1897-1898 (nuova edizione presso Georg Olms Verlag, Hildesheim1988).
Si tratta di un documento proveniente da Roma, come alla p. 322 dello stesso volume si precisa, riportando un brano del prof. Giuseppe Castellani che qui riproduciamo: "Mons. Gaetano Marini, profittando della carica di Prefetto degli Archivi apostolici del Vaticano, arricchì l'Archivio Comunale di Santarcangelo di Romagna, sua patria, della copia di una serie numerosissima di documenti, la maggior parte inediti, che si riferiscono alta storia del Comune di s. Arcangelo, o de' suoi cittadini, o delle terre e castelli che facevano parte del suo Vicariato".
In esso si trova la data del 4 gennaio 1391 per il rinnovo dei vicariati da parte di Bonifacio IX ai figli di Galeotto I. Tale data è sempre apparsa come 3 gennaio.

Sulla cit. da G. Castellani, si veda il suo "Il duca Valentino. Due documenti inediti", in "Atti e Mem. della R. Deput. di Storia patria per le prov. di Romagna", serie III, XIV (1896), pp. 76-79. La cit. è presa da p. 76.

Il nome di Bartolomeo Malatesti è richiamato in un'opera di Poggio Bracciolini, "Contra hypocritas" (apparsa nel 1449), nel cui finale troviamo un'invettiva violenta diretta appunto al vescovo di Rimini, citando la sua morte recente.
Bartolomeo scompare il 5 giugno 1448, per cui gli studiosi datano il testo di Bracciolini a qualche mese dopo.
Bartolomeo è accusato di aver introdotto ridicole innovazioni nella cancelleria: cfr. Ernst Walser, "Poggius Florentinus Leben und Werke", Leipzig 1914, nota 1, p. 244.
Qui si ricorda una lettera di Poggio diretta al veneziano Pietro Tommasi l'11 novembre 1447, in cui troviamo: "Nunc adversus ypocritas calamum sumpsi ad exagitandam eiusmodi hominum perversitatem".
Tommasi è figura celebre per i suoi studi medici e letterari: cfr. F. M. Colle, "Storia scientifico-letteraria dello Studio di Padova", III, Tipografia della Minerva, Padova 1825, p. 232.
Scrive Maria Luisa Gengaro che l'attacco a Bartolomeo Malatesti è dovuto al fatto che il vescovo aveva limitato lo stipendio di Poggio, allora presente alla corte di Rimini (cfr. p. 155 di "Paideia", 2-3, 1947).
In numerose altre fonti bibliografiche si citano i rapporti burrascosi tra Poggio e Bartolomeo Malatesti (cfr. ad esempio i "Saggi sull'Umanesimo" di S. F. Di Zenzo, 1967, p. 29).
[Pagina 1875, 28.06.2013].
 
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Ponte di Tiberio e dintorni. 1. Gaetano Bresci

Post n°87 pubblicato il 24 Gennaio 2015 da riministoria

Nel settembre 1888 il re Umberto I visita il lido ed il Kursaal, e pronuncia queste parole: «Qui può venire chiunque».
Pure Gaetano Bresci (1869-1901), l'anarchico giunto dall'America, passerà da Rimini prima di recarsi a Monza per regolare domenica 29 luglio 1900 i suoi conti con lo stesso sovrano.
Ospitato nel borgo San Giuliano dall'oste Caio Zanni (1851-1913), Bresci con la rivoltella portata da Paterson (New Jersey) si esercita nel cortile di palazzo Lettimi sotto gli occhi di Domenico Francolini (1850-1926), un borghese prima repubblicano, quindi socialista ed infine anarchico. Francolini abita lì con la moglie, donna Costanza Lettimi (1856-1913).
La notizia inedita era raccontata dallo scrittore e giornalista Guido Nozzoli (1918-2000), e trova conferma in altre fonti orali inedite da cui apprendiamo che Zanni, noto alle autorità come anarchico, fu arrestato dopo il regicidio e trasferito al carcere di San Nicola di Tremiti.
Forse Bresci si ferma a Rimini prima di andare dalla sorella a Castel San Pietro, dove secondo i suoi biografi conosce un'operaia, la ventitreenne Teresa Brugnoli, che porta con sé a Bologna sino al 21 luglio quando parte per la Lombardia. Ma cronache giornalistiche del tempo spiegano che Teresa Brugnoli, fervente anarchica, era l'amante di Bresci già a Paterson dove aveva lasciato una figlia di diciassette anni. Quindi anche lei era giunta in Italia dall'America, e non aveva soltanto ventitré anni.
Da palazzo Lettimi, come testimoniava una lapide dettata nel 1907 da Domenico Francolini, s'erano pure mossi «nel 1845 gli audaci rivoltosi, preludenti l'italico risorgimento», guidati da Pietro Renzi.

Il 22 dicembre 1854 davanti alla Rocca malatestiana la ghigliottina aveva mozzato il capo di Federico Poluzzi, soprannominato «Bellagamba», fratello di Laura che era la madre del ricordato anarchico Caio Zanni che ospitò Bresci.
Secondo Carlo Tonini (1896), Poluzzi era un assassino abituale («imputato, come dicevasi, di molti omicidii»), che doveva rispondere soltanto dell'uccisione di don Giuseppe Morri, mansionario della cattedrale: «La pena era il taglio della testa colla ghigliottina, e fu eseguita sopra un palco eretto nella piazza Malatesta, o del Corso, sul campo presso la rocca. Intrepido porse il collo alla scure: e un senso di ribrezzo e di orrore ne rimase per lunga pezza al popolo non usato a così fatti spettacoli».

Guido Nozzoli nel 1992 ha scritto: Bellagamba non era uno stinco di santo, anzi aveva fama pessima. Di natura indocile e considerato pertanto una «testa calda», doveva essere uno di quei giovani che, nei giorni inquieti di allora, «tra lom e scur i andeva a prét e a pulizai»; nulla deponeva a suo favore, anche se «tra chi lo conosceva, si sussurrava che altri fossero gli uccisori di don Morri e che lui avesse rinunciato a difendersi presentando un alibi per non compromettere la moglie di un fornaio con cui aveva trascorso in intimità l'ora in cui era stato ucciso don Morri».

 
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Galeotto di Pietramala, cardinale "malatestiano"

Post n°86 pubblicato il 11 Gennaio 2015 da riministoria

La memoria cancellata.

Le pochissime notizie su Galeotto Tarlati di Pietramala (1356-1398), Cardinale "malatestiano" per via materna, giunte sino a noi attraverso lo storico Luigi Tonini, non raccontano nulla del personaggio ma lasciano intravedere molto sulla sua rimozione dalla memoria storica. Soltanto Gino Franceschini (1890-1974) nel 1964 pubblicava notizie fondamentali sul ruolo svolto dal nostro personaggio nella Chiesa del tempo.
Galeotto, nominato a ventidue anni nel 1378, passa attraverso momenti drammatici della vita della Chiesa, quando Papa Urbano VI fa uccidere il Vescovo dell'Aquila Stefano Sidonio (1385) e cinque Cardinali (1386): Marino del Giudice, Giovanni d'Amelia, Bartolommeo di Cogorno, Ludovico Donati e Gentile di Sangro, «personaggi tutti de' più dotti e cospicui del sacro Collegio», scrive Ludovico Antonio Muratori. Urbano VI, gettando il Vangelo alle ortiche, prepara quel clima di intolleranza che sfocia nei roghi "conciliari" di Costanza per uccidere, in nome della Croce, Giovanni Huss (1415) e Girolamo da Praga (1416).
Una recente biografia di Papa Urbano VI, composta dal giornalista Mario Prignano, riprende l'infondata versione di un Galeotto che, assieme al collega Pileo da Prata, studia un piano per far uccidere il Pontefice, come aveva confessato sotto tortura un canonico che era stato al servizio di un altro Cardinale, Bartolomeo Mezzavacca, Vescovo di Rieti, ben conosciuto dal collega "malatestiano" e reputato l'organizzatore della trama contro Urbano VI (Urbano VI. Il Papa che non doveva essere eletto, Genova-Milano 2010, p. 250; cfr. la voce Mezzavacca, Bartolomeo, DBI, 74, 2010, a cura di S. Fodale).
Il padre di Galeotto, Masio Tarlati, è Magistrato municipale di Rimini dal 1346 al 1347. Illustre cugino del padre di Masio, è il Vescovo Guido Tarlati, Signore di Arezzo (dal 14 aprile 1321 alla morte, avvenuta il 21 ottobre 1327), deposto e scomunicato il 17 aprile 1326, come si legge nella Cronica di Giovanni Villani.

Nel 1327 Guido Tarlati, «ad onta del Pontefice», corona re d'Italia Ludovico IV il Bavaro.
A Rimini Masio trova occupazione e moglie: Rengarda Malatesti, figlia di Galeotto I, il cui fratello Malatesta Antico Guastafamiglia ha un figlio «spurio», Leale, che diventa Vescovo di Pesaro (1370-1374) e poi di Rimini sino al 1400.



I Tarlati di Arezzo assumono il ruolo di antagonisti della Chiesa sin dal 1306, agendo proprio in Romagna. Il Vescovo Guido, per il ruolo politico svolto, ben più ampio di quello attribuitogli dal governo aretino, va incontro alla censura ecclesiatica. Dopo che Ludovico IV nel 1324 ha dichiarato deposto Papa Giovanni XXII («appello di Sachsenhausen», dal nome della città in cui fu pubblicato il 22 maggio 1324), il Pontefice avignonese (che lo ha scomunicato il 23 marzo 1324 e dichiarato decaduto l'11 luglio 1324 quando era re di Germania dal 1322), non può che punire Guido Tarlati, ritenendo l'esercizio della Signoria come la negazione dell'episcopato.
A proposito della «cattività» (1305-1377) dei Papi in Avignone, ricordiamo che Malatesta Antico vi si reca nel 1357, fermandosi presso la corte di Innocenzo VI per tre mesi e mezzo; e che nel 1366, dopo una visita di due anni prima, vi troviamo presente Malatesta Ungaro, come promotore di una lega contro le compagnie di ventura.

Il ricordo del nostro Galeotto è scomodo non tanto per azioni sue o responsabilità della famiglia della madre, quanto per il fatto che la memoria di lui avrebbe costretto a raccontare onestamente risvolti angoscianti (che si è preferito censurare) sullo scontro tra Papi ed Antipapi nel Grande Scisma (1378-1417).
Quando i Malatesti con Carlo (zio del Cardinal Galeotto e di Sigismondo) diventano protagonisti ai Concili di Pisa (1409) e Costanza (1415), come le cronache puntualmente registrano, sulla loro esperienza non poteva non proiettarsi l'immagine dello stesso Galeotto da Pietramala, dotto umanista e coraggioso uomo di Chiesa, capace di proporre nel 1395, con una celebre lettera, la via di risoluzione dei contrasti tra Roma ed Avignone, facendo dimettere il Pontefice di quest'ultima città, Benedetto XIII, dove lui stesso si era rifugiato. A Benedetto XIII, Pedro Martínez de Luna, eletto il 28 settembre 1394, Galeotto era molto legato da comuni interessi intellettuali.
Galeotto diventa in tutt'Europa una figura rispettata per la sua capacità di studiare e dibattere temi culturali e questioni teologiche, come documentato in numerosi volumi anche recenti.
Da Costanza, Carlo Malatesti non poteva non riportare a Rimini la consapevolezza che questo Cardinale meritava d'essere onorato. Nulla di più consono allo spirito di Galeotto da Pietramala (morto a Vienne nel Delfinato, e poi sepolto alla Verna), è il progetto umanistico del Tempio di Sigismondo Pandolfo, dove il "non detto" è più loquace di tante analisi che non collocano storicamente e culturalmente la lettura delle immagini e delle idee che le hanno generate, nel gran momento dell'Umanesimo.
Il Tempio di Sigismondo realizza i progetti albertiani di un "umanesimo civile", che si leggono nella Cappella delle Arti liberali: la Natura, attraverso l'Educazione, dà forma al Pensiero (Filosofia) tramite Letteratura, Storia, Oratoria, Metafisica, Fisica e Musica. La Natura, ci viene poi spiegato, si conosce attraverso Geografia, Astronomia, Logica, Matematica, Mitologia e la Scienza della stessa Natura che, sorridendo luminosamente, ci apre al discorso sulle finalità che ha la Cultura: educare alla "polis", creando Concordia tra i cittadini, ai quali tocca di costruire la "Città giusta" che, con le sue leggi, mira alla formazione di persone moralmente integre.
Non è soltanto l'antica lezione platonica, ma pure quella che a Bologna, in quell'Università attorno al 1430, delinea Lapo di Castiglionchio, come nel 1956 scriveva Ezio Raimondi. A dimostrazione che sono le idee a muovere il mondo, e non è il mondo che fa circolare le idee. Anche l'Umanesimo malatestiano di Rimini lo sapeva. Noi continuiamo a non accorgercene.

NOTA BIBLIOGRAFICA
Il testo di G. Franceschini è Alcune lettere del Cardinale Galeotto da Pietramala, in «Italia medievale e umanistica», VII, Padova 1964, pp. 375-404. Non per nulla Dario Cecchetti (Paris 1982), nella nota 5 di pagina 27 del suo fondamentale testo Petrarca, Pietramala e Clamanges, scriveva che su Galeotto Tarlati di Pietramala «la raccolta di dati bio-bibliografici più ampia esistente» era appunto nel saggio di Franceschini.
Su Guido Tarlati, cfr. il saggio di Flavia Negro, Vescovi signori e monarchia papale nel Trecento, in «Signorie italiane e modelli monarchici (secoli XIII-XIV)», a cura di P. Grillo, Roma, 2013, pp. 181-204. A Flavia Negro si deve un importante discorso sui rapporti fra i Tarlati e la Chiesa.
Per il testo di Ezio Raimondi, cfr. I sentieri del lettore, I, Da Dante a Tasso, a cura di A. Battistini, Bologna 1994, p. 208.

Pagina aggiornata il 16.09.2015.

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Antonio Montanari
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Rilettura della cappella delle Arti liberali.

Post n°85 pubblicato il 17 Novembre 2014 da riministoria

La cappella del Tempio malatestiano detta delle sette Arti liberali, presenta le materie di studio per gli uomini liberi (ai servi toccavano le arti manuali).
Essa va "letta" con alcune precauzioni di metodo.
Le materie sono Grammatica, Dialettica, Retorica (il "Trivio"), Aritmetica, Geometria, Musica, Astronomia (il "Quadrivio").
Nella cappella le immagini sono però diciotto. Per questo motivo uno studioso come Corrado Ricci scrisse che in essa vi è "altro ancora", con un'incerta espressione simbolica delle figure.
Noi proponiamo una veloce lettura delle diciotto immagini suddivise nelle due colonne laterali ed in tre strisce per colonna, partendo dall'alto verso il basso per ogni striscia che indichiamo con lettera dell'alfabeto.

Striscia A: la Natura ispira l'Educazione che opera attraverso la Filosofia.
Strisce B e C, le materie di studio: Letteratura, Storia, Retorica (Arte del discorso), Metafisica (o Teologia), Fisica, Musica.
Nelle due strisce successive (D, E), si mostra come conoscere la Natura attraverso le Scienze che sono: Geografia, Astronomia, Logica, Matematica, Mitologia e Botanica.
L'ultima striscia (F) rivela lo scopo della Cultura, ovvero educare ad una vita tra cittadini tutti uguali e quindi liberi: qui le tre immagini rappresentano la Concordia, la Città giusta, e la Scuola.
Il tema della Concordia ha una doppia lettura. Esso riguarda non soltanto la vita della città (opponendosi ai governi dei prìncipi come Sigismondo), ma pure l'Unione fra le due Chiese (proclamata il 6.7.1439 con un decreto destinato a breve durata). Per quella unione i Malatesti hanno svolto un grande ruolo in nome della Chiesa.
Nella tavola della Concordia si raffigura un'unione matrimoniale: la donna potrebbe essere Cleofe Malatesti, scelta dal papa come sposa (1421) di Teodoro, figlio dell'imperatore di Costantinopoli, e poi finita uccisa.

In quest'ultima striscia (F) con la Concordia, la Città giusta, e la Scuola, si dimostra che le «arti liberali» rendono possibile la conquista della libertà come situazione in cui poter realizzare un'armonica convivenza fra gli uomini, e potersi affermare nella società secondo quanto insegnato da Leonardo Bruni con il suo «umanesimo civile».
Le arti liberali inoltre sono ritenute uno strumento per realizzare un'età nuova attraverso lo studio delle «humanae litterae», alle quali Poggio Bracciolini attribuisce un valore formativo umano e civile, considerando i classici come maestri di virtù civili.
Vale la lezione petrarchesca della ricerca della «sapientia» che era stata rivolta a far risorgere la «misera Italia».
Trionfa l'assunto di Coluccio Salutati per il quale gli «studia humanitatis» sono uno strumento per formarsi quali diffusori delle «virtù civili».
E s'intravede il motto albertiano per cui «tiene giogo la fortuna solo a chi gli si sottomette».
In questa "immagine" riminese si raccoglie e sviluppa quella che Eugenio Garin ha chiamato «la conquista dell'antico come senso della Storia», con gli elementi tipici del «primo Umanesimo» che fu esaltazione della vita civile non ancora dominata dalle Signorie.
Ed il fatto che proprio un Signore come Sigismondo offra questa "immagine" di libertà nel suo Tempio, va letto semplicemente quale contrapposizione al potere ecclesiastico.

L'immagine della Città giusta dell'ultima striscia (F) merita un approfondimento.
La figura femminile in essa rappresentata, regge con la mano sinistra l'archipendolo, «lo strumento che simbolicamente tutto eguaglia», come scrive Vittorio Marchis in «Storie di cose semplici» (Milano, 2008, p. 46).
Altre più antiche testimonianze collegano l'archipendolo alla figura di Nèmesi, che con esso misura «la rettitudine delle umane operazioni» (cfr. G. Minervini, «Vaso dipinto di Ruvo», in «Accademia Pontaniana», Fibreno, Napoli 1845, pp. 81-87, 85).
Nèmesi nella mitologia greca e latina rappresenta la «giustizia distributiva» che punisce chi oltrepassa la giusta misura.
Secondo Aristotele, la «giustizia distributiva» impone che «gli eguali siano trattati in modo eguale e gli ineguali in modo ineguale, cosicché la polis dovrà distribuire oneri e benefici in modo proporzionale» (M. Rosenfeld, «Enciclopedia delle Scienze Sociali», 2001)
Vittorio Marchis (p. 47) spiega poi che l'archipendolo resta «simbolo di equilibrio sino a tutta l'età barocca», come testimonia il suo inserimento nell'«Iconologia» di Cesare Ripa (apparsa a Roma nel 1593).
Da Cesare Ripa riprendiamo due spunti. A noi dalla cultura egizia deriva che, per ritrovare il giusto di una cosa, occorre raddrizzarla come fa l'Archipendolo (p. 456 dell'ed. veneziana del 1645).
L'Archipendolo «per similitudine» insegna che, «rispetto alla rettitudine e all'uguaglianza della ragione», la virtù «non pende à gl'estremi, mà nel mezzo si ritiene» (ib., p. 191).
Nella mano destra, infine, la Città giusta regge la «canna», simbolo delle regole morali e delle Leggi della giustizia divina.
Sul pensiero di Aristotele in tema di giustizia, cfr. il testo di L. Guidetti e G. Matteucci, «Grammatiche del pensiero», Bologna 2012, passim.

Il contesto degli antefatti.
Per ciò che potremmo chiamare il contesto degli antefatti, inseriamo alcune notizie collegate al nostro tema.

Di «città giusta» parla nella sua «Laudatio Florentinae urbis» (1404) il Cancelliere fiorentino Leonardo Bruni, richiamandosi ad Aristotele, come osserva Eugenio Garin, nel saggio «La città ideale» (cfr. in «Scienza e vita nel Rinascimento italiano», Bari 1965, pp. 33-56).
Bruni, contro il mito di Roma, presenta Firenze quale modello ideale di una «città giusta, bene ordinata, armoniosa, bella». Bruni spiega che la città per essere libera dev'essere giusta, con leggi razionali.
Per quanto ci riguarda, aggiungiamo soltanto che l'Alberti "riminese" del Tempio di Sigismondo, era di famiglia fiorentina.

Secondo elemento. Come scrive F. Alessio, con l'Umanesimo «compare ex novo quel Platone che il grande ignoto della cultura delle scholae» (cfr. «Il pensiero filosofico», in F. Brioschi e C. Di Girolamo, «Manuale di letteratura italiana», I, Torino 1993, pp. 45-80, p. 77).
Platone aveva sostenuto che Giustizia nella Città è assolvere per essa il compito per il quale la Natura ci ha resi adatti («Repubblica», IV).
Come si legge nel «Dizionario filosofico» di N. Abbagnano (1971), la Giustizia «produce accordo ed amicizia», secondo Platone. Il quale ci spiega che per raggiungere la Giustizia dobbiamo avere una vista penetrante, capace di distinguere le parole scritte in carattere minuscolo (che corrispondono alla Giustizia dell'individuo), da quelle che sono scritte in grande, ovvero della Giustizia e delle altre virtù scritte (Cfr. R. Radice, «Platone», Milano 2014, pp. 87-88).

Infine, apriamo il primo volume de «I sentieri del lettore» di Ezio Raimondi (Bologna, 1994, p. 208) dove troviamo la memoria di una crisi bolognese. Ne parla Lapo di Castiglioncello, attorno al 1430.
Inaugurando il suo corso universitario di Eloquenza, egli sostiene: si vive in tempi miseri e luttuosi, ai quali occorre reagire con l'ideale dell'uomo «saggio, forte, liberale e temperante», e con il progetto di affidare ai «boni viri» la difesa della comunità dalle «rivolte, dalle guerre civili, dagli omicidi, dalle rovine pubbliche».
Lapo dimostra così «fede nella rinascita di un mondo morale connesso ai valori più profondi della sapienza antica», osserva Raimondi.

Infine, va ricordato che, già dai primi decenni del Quattrocento, avviene «una generale riorganizzazione del sistema educativo e dei saperi in chiave storica e antiteologica», per cui la «storia» è «in una volta, comprensione del tempo trascorso e modello del presente» (cfr. N. Gardini, «Rinascimento», Torino 2010, pp. 15, 126).

Nella scelta delle immagini c'è la mano dello stesso architetto (ed ottimo scrittore) Leon Battista Alberti, seguace di un umanesimo civile che vuole una società nuova diversa dai principati.

In tutte le immagini è compendiato un programma pedagogico di impronta umanistica: per formare una società rinnovata dalla concordia, si parte dallo studio della natura. In tal modo è eclissata la teologia. Ecco la rivoluzione di Sigismondo e del suo circolo di intellettuali ed artisti, che tanto dispiacque a Pio II.
Il tema della città nuova si collega a quello della «città ideale» proposto dalla famosa opera della scuola di Piero della Francesca, dietro la quale ci sarebbe invece la mano del progettista del tempio riminese, Leon Battista Alberti, autore del "De Re Aedificatoria" (cfr. G. Morolli, "La vittoria postuma: una città niente affatto 'ideale'", ne "L’Uomo del Rinascimento. Leon Battista Alberti e le arti a Firenze fra Ragione e Bellezza", Firenze 2006, pp. 393-399).
La «concordia dei cittadini» d’ispirazione ciceroniana, è citata in un proverbio latino: «Concordia civium murus urbium». Di qui il collegamento allegorico tra la stessa concordia e l’arte edificatoria.
Per la Mitologia si può rimandare a Macrobio che la chiama «narratio fabulosa»: «haec ipsa veritas per quaedam composita et ficta proferetur» ("Commentarii in somnium Scipionis", 2, 7).
Nel Tempio Malatestiano ci sono due epigrafi scritte nella lingua greca, considerate da Augusto Campana come le prime testimonianze del Rinascimento sia italiano sia europeo. Nella cappella dei Pianeti del Tempio, c'è l'immagine del "rematore", letta di solito come raffigurazione dell'anima di Sigismondo, scesa agli Inferi e risalita in Cielo.
Essa ci sembra però riassumere la storia dell'Ulisse dantesco ("Inferno", c. 26, vv. 90-142) che ai compagni d'avventura con la sua "orazion picciola" ("fatti non foste a viver come bruti"), lancia un "manifesto pre-umanistico", come lo definisce un noto studioso dell'Alighieri, Franco Ferrucci.
Ulisse insegna che la nostra dignità sta nel "seguir virtute e canoscenza", anche se ciò può costarci un naufragio in cui però si salva l'uomo. L'uomo di ogni tempo, e non soltanto quello dell'età e delle pagine di Dante. La smorfia del volto del "rematore", richiama l'Ulisse dantesco. I due isolotti rimandano alle colonne d'Ercole. I venti ricordano il "turbo" che affonda la "compagna picciola" (vv. 101-102).
Alla corte di Rimini nel 1441 prima dell'edificazione del Tempio, era giunto Ciriaco de Pizzecolli d'Ancona (1390-1455). Ciriaco ha frequentato i circoli umanistici di Firenze, ed è un "lettore di Dante" che per la sua ansia di sapere ama presentarsi nei panni d'Ulisse, come leggiamo in Eugenio Garin. A Ciriaco potrebbe attribuirsi il suggerimento del tema di Ulisse da inserire nel Tempio, quale parte del discorso umanistico per la cappella delle Arti liberali.

Secondo Anthony Grafton, è Ciriaco a comporre le epigrafi riminesi, ispirandosi a quelle napoletane da lui trascritte ("Leon Battista Alberti. Un genio universale", 2003, p. 315).
A proposito della figura dantesca di Ulisse, è utile rileggere quanto osservato da Ezio Raimondi ("Le metamorfosi della parola. Da Dante a Montale", 2004, pp. 190-191): "... l'avventura di Ulisse è anche l'avventura vitale di Dante scrittore in esilio". Petrarca sente che la figura di Ulisse "non è Dante ma può servire a dare anche la grande dimensione di Dante".
Raimondi si riferisce alla lettera XV, libro XXI delle "Familiares", diretta a Boccaccio. In cui leggiamo questo passo: "In quo illum satis mirari et laudare vix valeam, quem non civium iniuria, non exilium, non paupertas, non simultatum aculei, non amor coniugis, non natorum pietas ab arrepto semel calle distraheret, cum multi quam magni tam delicati ingenii sint, ut ab intentione animi leve illos murmur avertat; quod his familiarius evenit, qui numeris stilum stringunt, quibus preter sententias preter verba iuncture etiam intentis, et quiete ante alios et silentio opus est". ("E in questo non saprei abbastanza ammirarlo e lodarlo; poiché non l’ingiuria dei concittadini, non l’esilio, non la povertà, non gli attacchi degli avversari, non l’amore della moglie e dei figliuoli lo distrassero dal cammino intrapreso; mentre vi sono tanti ingegni grandi, sì ma così sensibili, che un lieve sussurro li distoglie dalla loro intenzione; ciò che avviene più spesso a quelli che scrivono in poesia e che, dovendo badare, oltre che al concetto e alle parole, anche al ritmo, hanno bisogno più di tutti di quiete e di silenzio.")
Il punto di Petrarca "non civium iniuria, non exilium, non paupertas, non simultatum aculei, non amor coniugis, non natorum pietas", rimanda al c. XXVI, vv. 94-97 dell'"Inferno" dantesco: "Né dolcezza di figlio, né 'l debito amore lo qual dovea Penelope far lieta....".
Ecco quindi il citato giudizio di Raimondi: Petrarca sente che la figura di Ulisse "non è Dante ma può servire a dare anche la grande dimensione di Dante".
Raimondi prosegue: "L'Ulisse di Dante è una controfigura negativa di Dante stesso. Presenta, sul piano dell'azione di colui che esplora l'ignoto, qualcosa che per Dante rappresenta la sua stessa operazione poetica, e che Petrarca individua subito".

Nel 1628 l'irlandese padre Lucas Wadding (1588-1657), professore di Teologia e censore dell'Inquisizione romana, scrive che Sigismondo dedica il Tempio di Rimini alla memoria di san Francesco, ma con immagini di miti pagani e simboli profani.
Gli risponde dalla stessa Rimini nel 1718 Giuseppe Malatesta Garuffi con la "Lettera apologetica [...] in difesa del Tempio famosissimo di san Francesco", sostenendo che il testo di Wadding contiene alcuni periodi pieni di calunnia contro il sacro edificio.
Garuffi esamina dottamente le singole cappelle del Tempio: ha fatto studi teologici (è sacerdote) ed è stato direttore della Biblioteca Alessandro Gambalunga di Rimini (1678-1694).
A Garuffi risponde immediatamente un anonimo riminese, con una pedante requisitoria in difesa di padre Wadding. La replica di Garuffi arriva nel 1727. Il ritardo di tanti anni significa soltanto indifferenza verso argomenti ritenuti giustamente deboli.
Il discorso dei miti pagani e dei simboli profani, è una costante del dibattito culturale sul Tempio riminese, da cui sono derivate pure le tentazioni di farne un luogo pieno di misteriose velleità esoteriche. Contro di esse mette in guardia Franco Bacchelli in un saggio prezioso (2002).
Bacchelli osserva che "vi sono certo buone ragioni per diffidare" delle interpretazioni massoniche suggerite da una citazione del "De re militari" di Roberto Valturio. In essa si accenna alla suggestione esercitata sopra Sigismondo dalle "parti più riposte e recondite della filosofia". Bacchelli ricorda un passo di Carlo Dionisotti: quando si trattava di fede cristiana, "Valturio era intransigente: non poteva fare a meno di registrare la pratica della divinazione, ma la deplorava e la interdiva nel presente come arte diabolica".
Per la cappella dei Pianeti nel Tempio riminese, Bacchelli conclude che i bassorilievi dimostrano la convinzione del committente "che è nei cieli che bisogna ricercare la causa, se non di tutti, almeno dei più rilevanti accadimenti terrestri".
Questo principio è "pacificamente accettato" nelle corti poste tra Venezia, Ferrara e Rimini, prima che sul finire del XV secolo Giovanni Pico della Mirandola proceda "ad una radicale negazione dell'esistenza degli influssi astrali".
Bacchelli illustra le contraddizioni del Tempio Malatestiano che rispecchiano quelle delle menti di Sigismondo e del suo ambiente, in cui convivono elementi cristiani ed echi pagani.
Il testo di Bacchelli è fondamentale per comprendere il senso dell'Umanesimo riminese: un grande progetto culturale che si realizza sia nel Tempio sia nella (scomparsa) Biblioteca dei Malatesti in San Francesco.

Il dato locale di Rimini va però inserito nel contesto "padano" descritto da Gian Mario Anselmi con un avviso: è necessario ridisegnare una nuova geografia, non per semplificare le cose, ma per comprendere e valorizzare "una complessità irriducibile a tradizionali formule di comodo".

La Biblioteca dei Malatesti in San Francesco, a fianco del Tempio, è la prima pubblica in Italia, e modello di quella gloriosa (e sopravvissuta) di Cesena. Ideata da Carlo Malatesti (1368-1429), progettata nel 1430 da Galeotto Roberto «ad comunem usum pauperum et aliorum studentium», nasce nel 1432.
Accoglie moltissimi volumi donati da Sigismondo e procurati dai suoi uomini di corte, fra cui c'è Roberto Valturio.
Sono testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi, tracce del progetto umanistico di Sigismondo per diffondere una conoscenza di tutte le voci classiche.
Nel 1475 Valturio lascia la propria biblioteca a quella di San Francesco, ad uso degli studenti e dei cittadini con la clausola che i frati facciano edificare un locale nel sovrastante solario, dato che quello al piano terra era "pregiudicevole a materiali sì fatti", come scrive Angelo Battaglini (1792).
Il trasporto al piano superiore avviene nel 1490. Lo testimonia una lapide trascritta non correttamente: nel testo latino non c'è il verbo "sum" (io sono) ma l'aggettivo "summa", legato alla parola "cura". L'abbaglio sintetizza il disinteresse culturale verso il tema dell'Umanesimo riminese.
Il saggio di Franco Bacchelli si trova nel volume dedicato alla "Cultura letteraria nelle corti dei Malatesti", a cura di Antonio Piromalli, con scritti pure di Augusto Campana e di Aldo Francesco Massèra. È il XIV della "Storia delle Signorie Malatestiane", edita da Bruno Ghigi.

[Pagina aggiornata il 24.11.2014.]

 
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Rimini 1722, il vescovo Davýa contro Locke

Post n°84 pubblicato il 06 Settembre 2014 da riministoria

Il vescovo di Rimini monsignor Giovanni Antonio Davìa è stato il primo ecclesiastico in Italia, nel 1722, ad avversare nella propria diocesi la diffusione del Saggio sull’intelligenza umana di Locke, con largo e significativo anticipo rispetto alla condanna romana del 1734, in cui egli giuocò un ruolo fondamentale, giudicando quel filosofo «cento volte più pericoloso del Machiavelli».

Il resto si legge qui.


 
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Il pesce indigesto dei politici

Post n°83 pubblicato il 23 Agosto 2014 da riministoria

La verità sulla rivolta dei marinai del 26 aprile 1768 per la questione del porto canale, è presentata dal volume di Alessandro Serpieri apparso nel 2004.

 

Il 26 aprile 1768 sorge a Rimini «un terribile tumulto di Pescatori e Marinaj» contro Serafino Calindri.
Ad organizzarlo sono stati, in «un segreto congresso» con «le ciurme de' marinai», i nobili che guidano la vita pubblica e privata di Rimini come racconta il cronista Ernesto Capobelli, ripreso nel 2004 da Alessandro Serpieri.

 


La vita sociale e politica di Rimini nel 1700 è agitata anche dall'annoso problema del porto canale, le cui pessime condizioni gravano sulle vicende economiche cittadine.
Già sul finire del 1500 si pensa di spostare il porto sull'Ausa, perché la corrente del Marecchia trasporta al mare ghiaia ed altro materiale, causando interramenti che ostacolano l'accesso delle barche e danneggiano il commercio. Nel 1715, su consiglio del Legato di Romagna cardinal Ulisse Giuseppe Gozzadini, sono eseguiti lavori di riparazione alle sponde. Le palizzate della riva destra sono sostituite da un'opera in muratura. Il Comune spende più di 70 mila scudi.

Le gravi inondazioni
In seguito all'alluvione del 1727, «caddero i nuovi moli (perché malamente costruiti) nel Porto; e questo solo danno fu calcolato in quindici mila scudi. Le acque erano a tale altezza che dall'Ausa alla Marecchia verso il mare giunsero a sorpassare l'altezza degli alberi più elevati», scrive Luigi Tonini nel 1864, riprendendo la «Cronaca» del conte Federico Sartoni.
Nel 1744, prosegue Tonini, essendo stata trascurata la sponda sinistra per più anni e non essendo stata essa prolungata come la destra, ci fu «lo sconcio che la corrente, espandendosi presso alla bocca, perdesse di forza a portar oltre le ghiaie, le quali per conseguenza otturarono il canale».
Nel 1762 il filosofo Giovanni A. Battarra, si legge in Carlo Tonini (1884), dimostra «come il Comune, aggirato da pratici ignorantissimi, gettava il pubblico danaro in provvedimenti inutili e male divisati».
Dalla fine dello stesso 1762, si trova a Rimini, per redigere il nuovo catasto del territorio, Serafino Calindri di Perugia. Il 14 giugno 1764, nel pubblico Palazzo, Calindri legge una sua «Memoria», spiegando che il nostro non sarà mai un buon porto perché «fabbricato sopra di un fiume». Rimedi? Non prolungare i moli e non lasciare interrare il canale. «Vi è il modo di rimediare al tutto», e lui è «prontissimo a sottoporlo, in caso sia promosso, a qualunque esame».

Boscovich invitato a Rimini
Nello stesso 1764, i Deputati del Porto, per avere un altro parere tecnico, invitano a Rimini padre Ruggiero Boscovich (1711-87), gesuita: egli è matematico, fisico, geodeta, astronomo. A Rimini, è conosciuto perché vi ha soggiornato tra 1752 e '53: per correggere le mappe geografiche, pose un osservatorio astronomico in casa Garampi, nell'attuale piazza Tre Martiri. Ha misurato la lunghezza dell'arco di meridiano tra Roma e Rimini, stabilendo così l'esatta forma della terra e l'entità dello schiacciamento polare. A base dell'operazione, sono state prese la cupola di San Pietro a Roma, e la foce dell'Ausa a Rimini.
Boscovich ritiene che abbia ragione Calindri, già suo discepolo: non bisogna prolungare i moli, come invece suggerisce il medico Giovanni Bianchi. Anche Boscovich compila una «Memoria» (che il Comune gli paga 100 zecchini), dove espone cinque modi per far un porto, senza però sceglierne uno per Rimini.
I Deputati del Porto non sanno che pesci prendere, e passano la patata bollente al dottor Bianchi, a cui forse fanno gola anche gli zecchini della consulenza. Nel febbraio del 1765, Bianchi esprime il suo «Parere». In esso, prima accusa Calindri di aver «provocato timor panico in città», e poi propone di «tener risarcite le ripe» e di prolungare la «Linea» del porto. Ma Bianchi non trova ascolto in città. In molti lo criticano, invitandolo a fare soltanto il medico e a non immischiarsi in problemi che non lo riguardano.
Nel 1766 a Calindri viene affidata «l'escavazione di certo banco, che impediva l'ingresso della barche». Il «lodevole effetto» ottenuto in trenta giorni di lavoro, scrive ancora Luigi Tonini, non bastò a far tacere «la parte contraria» che «non cessò dal persuadere che altro sistema di lavoro era voluto».

Chiamati i matematici
Per calmare le acque, il governo cittadino «ricorse ai migliori matematici di quei dì, perché vi studiassero sopra e giudicassero». Alla fine dell'ottobre 1776, arrivano a Rimini i padri minimi Francesco Jacquier e Tommaso Laseur. I due definiscono «inutile e pericolosa» la prolungazione dei moli: meglio spurgare il canale, in mancanza del «solo rimedio radicale», trasferire il fiume. Trionfava Calindri? Altri esperti gli danno ragione: sono gli idrostatici Pio Fantoni, padre Antonio Lecchi e padre Francesco Gaudio, interpellati per volontà di Clemente XIII. Essi criticano il prolungamento (proposto da Bianchi).
Il civico governo ordina l'escavazione, aggiungendo «malauguratamente la simultanea distruzione del molo destro, sì che la corrente di levante avesse passo a distruggere il banco formatosi alla sinistra». A marzo, «stante il poco danaro, e la stagione non atta a' lavori d'acqua, si è risoluto di sospendere» ogni intervento, anche per «acquietare il tumulto, che è cercato di suscitare da' contrari».

La questione «romana»
Il Governatore riminese, conte Vincenzo Buonamici di Lucca, scrive al vicelegato papale Michelangelo Cambiaso che i battelli non potevano entrare nel porto. Da Calindri sappiamo che non è vero: tra gennaio e il 16 marzo '68, ne sono giunti 79. Intanto, il 26 aprile sorge «un terribile tumulto di Pescatori e Marinaj» contro Calindri.
Ad organizzarlo sono stati, in «un segreto congresso» con «le ciurme de' marinai», i nobili che guidano la vita pubblica e privata di Rimini come racconta il cronista Ernesto Capobelli, ripreso nel 2004 da Alessandro Serpieri.
A Giuseppe Garampi (che a Roma era Segretario della Cifra), Calindri scrive che lo vogliono far fuori per mano del noto bandito Brugiaferro il quale «si vanta di volersi lavare le mani nel mio sangue». Nel maggio 1768, Calindri fugge da Rimini per salvarsi da «insulti prudenzialmente temuti», e ripara a Roma.
Il vero nemico di Rimini non è Calindri, ma la sede del papato, alla quale si rimprovera di non aver fatto nulla per combattere gli effetti della carestia che s'affaccia sul finire del 1763 per esplodere nel 1765 sino al 1768. Garampi, assoldato dalla sua città con un «mandato di procura» il 31 agosto 1765, fa sapere che la Congregazione del Buon Governo non è ben disposta verso Rimini.
Scrive poi Garampi il 9 maggio 1767: «In somma nulla è da sperarsi. [...] Compiango vivamente la presente nostra calamità, la quale resta anche più sensibile, perché non compatita».
Dal 1764 il papa predica l'indulgenza plenaria per chi digiunasse due volte la settimana, mentre si sosteneva che la carestia era una punizione divina per i peccati della gente. L'anno prima la nobiltà al potere a Rimini aveva sancito il divieto dei matrimoni «diseguali».
Quando arriveranno i francesi anche a Rimini, i marinai si muovono. La «rivolta dei pescatori» (30.5.1799-13.1.1800), mira ad eliminare il tradizionale sistema di rappresentanza, basato sui due ceti di Nobili e Cittadini (i borghesi). Lontani dal diretto controllo della cosa pubblica, i marinai però sono uno dei motori dell'economia locale. E vogliono essere ascoltati. Non soltanto usati dai nobili contro Roma. Anche le loro donne si agitano sul porto.

Sul tema:
Porto e politica, affari e malaffare
Ruggiero Boscovich e la questione del porto canale, pagine riprese da "Lumi di Romagna"
Una fame da morire
Marineria, Una classe utile, ma grama e misera

Antonio Montanari

 
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Romagnoli & Romagnolacci

Post n°82 pubblicato il 07 Agosto 2014 da riministoria

A Vittorio Emiliani, «Romagnoli & Romagnolacci», come recita il titolo del suo ultimo libro (Minerva ed., Bologna), debbono essere grati per questa sua enciclopedia del ventesimo secolo. Nella quale Rimini ha un ruolo non secondario. A partire proprio dall'introduzione, dove Emiliani ci ricorda (p. 5) un aspetto spesso dimenticato o cancellato per convenienza diciamo così politica, il rispetto del passato.
Emiliani rimanda al piano regolatore di Rimini al quale, alla fine degli anni '60, «ci si aggrappava per scongiurare la speculazione (un nuovo supermarket) che la Curia intendeva autorizzare nel palazzo dell'antico Seminario, a lato nientemeno del magico Tempio Malatestiano di Leon Battista Alberti».
Come, nella stessa zona, quel passato sia stato poi violentato dai politici, lo dimostra ciò che ancor oggi si può vedere ponendosi accanto alla fiancata a mare del Mercato coperto, e guardando verso Est (il Nord è al porto...): ovvero l'inserimento volgare e becero del cemento moderno all'interno dei muri trecenteschi del convento francescano. Dove ebbe sede la prima biblioteca pubblica d'Italia (1430).
E poi andate a controllare qualche vecchio volume che riproduca la facciata della chiesa di san Francesco, alla sinistra di quella del Tempio, oggi orribile prospetto di vetro e cemento. Esisteva ancora negli anni Cinquanta, quando al Tempio si teneva la Sagra musicale malatestiana, la cui prima edizione è del 1950, anno della riconsacrazione della chiesa dopo i restauri postbellici.
Un'altra tirata d'orecchi, Emiliani la riserva a Rimini a p. 111 dove la definisce «strana città che la monocultura turistica esasperata ha letteralmente stravolto».
E pure qui il rinvio è ad una questione edilizia, il rifacimento del teatro in piazza Cavour con un progetto poi ritirato dopo esser stato definito «culone». A questo progetto Emiliani collega «l'ottusità dimostrata da tutta una serie di amministratori riminesi» (p. 112). Non gli si può dare torto.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA


A San Francesco, la biblioteca universitaria
Ritorno all'antico: nel 1400 vi fu quella dei Malatesti
la prima biblioteca pubblica d'Italia.

"Il Ponte", Rimini, 9 aprile 2006.
L'antico convento di San Francesco a Rimini, a fianco del Tempio malatestiano, diventerà la Biblioteca Universitaria di Rimini (BUR, immaginiamo...). È un ritorno alle origini. In quei locali confluirono non soltanto i libri dei frati. Il progetto di costituire una biblioteca aperta la pubblico e utile soprattutto agli studenti poveri, è testimoniato nel 1430 per iniziativa di Galeotto Roberto Malatesti che segue una intenzione dello zio Carlo (morto l'anno prima). Sigismondo, lo «splendido» Sigismondo (così lo chiama Maria Bellonci), arricchisce la biblioteca con «moltissimi volumi di libri sacri e profani, e di tutte le migliori discipline». Così testimonia Roberto Valturio (che alla stessa biblioteca lascia i suoi volumi). Sono testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi che restano quali tracce del progetto di Sigismondo per diffondere una conoscenza aperta all’ascolto di tutte le voci, da Aristotele a Cicerone, da Aulo Gellio al Lucrezio del «De rerum natura», da Seneca a sant’Agostino, sino a Diogene Laerzio ed alle sue «Vitae» degli antichi filosofi.
Una biblioteca di famiglia dei Malatesti nel XIV secolo è attestata da una lettera di Francesco Petrarca a Pandolfo («Seniles», XIII, 10). Anche il giureconsulto Rainero Meliorati lascia (1499) i propri testi ai frati di Rimini, mentre vanno (1474) a quelli di Cesena le opere possedute dal medico riminese Giovanni Di Marco (come ringraziamento per un vitalizio ricevuto dal signore di quella città, da lui curato).
Una iscrizione del 1490 (e non 1420 come precisa Antonio Bianchi, 1784-1840, da cui attingiamo queste notizie), ricorda il trasferimento della biblioteca francescana al piano superiore del convento da quello a terra «pregiudizievole a materiali sì fatti» (Angelo Battaglini, 1794).
Nel secolo XVII, aggiunge Bianchi, «della preziosa libreria, che i Malatesti, per conservarla ad utile pubblico, avevano dato in custodia ai frati di San Francesco», restano soltanto 400 volumi per la maggior parte manoscritti. Questo «rimasuglio» va perduto secondo monsignor Giacomo Villani (1605-1690), perché quelle carte preziose finiscono in mano ai salumai («deinde in manus salsamentariorum mea aetate pervenisse satis constat»). Federico Sartoni (1730-86), come riferisce Luigi Tonini, sostiene invece che i frati vendettero la libreria alla famiglia romana dei Cesi, alla quale appartengono i fratelli Angelo (vescovo di Rimini dal 1627 al 1646) e Federico, fondatore dell'Accademia dei Lincei nel 1603.
Nel convento di San Francesco nel 1923 fu trasferita dalla biblioteca Gambalunga la galleria archeologica (che s'affiancava a materiale già collocato nel 1908, scrive P. G. Pasini). Nel 1924 toccò alla pinacoteca. Nel 1938 fu aperto il nuovo museo archeologico ampliato nel 1938 con quello medievale. L'ingresso era nel chiostro a sinistra del Tempio. A. Magini (1934) in una guida della città spiega che alla pinacoteca si accedeva «per un ampio salone settecentesco preceduto da un elegante atrio ad arcate».
Infine, va detto che se la biblioteca Gambalunga (1619) è la terza in Italia ad essere pubblica dopo l’Ambrosiana di Milano (1609) e l’Angelica di Roma (1614), a quella di Francescani e Malatesti del XV secolo spetterebbe il merito di essere stata la prima in assoluto.
Antonio Montanari

 
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Una storia degli Ebrei che dimentica Rimini

Post n°81 pubblicato il 07 Agosto 2014 da riministoria

Una nuova collana della casa editrice bolognese il Mulino presenta, sotto il titolo di «Ritrovare l'Italia» un volume di Anna Foa, «Andare per ghetti e giudecche», in cui le pagine fondamentali riminesi sull'argomento sono completamente dimenticate.
Il tema ebraico non ha avuto successo neppure in sede locale. Il capitolo relativo contenuto nel secondo volume della storia della Chiesa riminese, trascura le fonti aggiornate, con quell'arroganza di chi guarda soltanto il proprio ombelico, considerandolo fonte di ogni sapere. Ma questa è una patologia abbastanza diffusa che meriterebbe un'analisi tutta a sé stante.
La presenza ebraica è documentabile per Rimini sin dal 1015 con il teloneo «judeorum», ovvero l'appalto dei dazi d'entrata nel porto. La questione è esaminabile soltanto in senso indiziario, partendo dai secoli successivi.
A metà del 1400 Rimini è il principale centro finanziario ebraico della Romagna, dalla quale transitano gruppi provenienti dalla Marca e dall'Umbria e diretti nella pianura padana per evitare gli effetti della predicazione degli Zoccolanti contro gli Ebrei e le loro attività finanziarie caratterizzate da tassi che a Ravenna sono documentati anche al 30 ed al 40 per cento. Di solito gli Ebrei praticavano «tassi notevolmente inferiori agli usurai cristiani». E per questo dovettero subire nel 1429 e nel 1503 un assalto ai loro banchi (A. FALCIONI, La Signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesti, 1. L'economia, Rimini 1998, p. 158).
Di tutto ciò, come già anticipato sopra, non si trova traccia nel secondo vol. della «Storia della Chiesa riminese» che arriva sino «ai primi anni del Cinquecento», nella parte dedicata all'argomento. A p. 322 si legge infatti: «… da parte della Chiesa locale non si rilevano atteggiamenti di intolleranza od ostilità verso gli ebrei» (cfr. O. DELUCCA, La comunità ebraica, il credito, i Monti di Pietà, pp. 317-340).
Guardiamo ai fatti. Nel 1515 (il 13 aprile) a Rimini si discute la proposta di bandire gli Ebrei dalla città quali nemici della Religione e promotori di scandali nel popolo. Ed il Consiglio generale approva all'unanimità l'adozione di tre provvedimenti: chiedere licenza al papa di bandire gli Israeliti; far loro pagare le spese per i soldati a piedi ed a cavallo «qui condotti, e trattenuti per guardia de gli Ebrei» medesimi; ed infine stabilire «che nell'avvenire volendo detti Ebrei continuare l'habitatione in questa Città, portassero il capello, o la beretta gialla». Per le donne, il successivo 28 aprile, è introdotta la regola di recare una benda gialla in fronte, facendo loro nel contempo divieto di porre sul capo i mantelli. Restano disattesi questi ordini del segno distintivo se nel 1519, dietro istanza di frate Orso dei Minori di San Francesco, sono ripetuti in obbedienza anche ai «decreti del Sacro Concilio».
Gli Ebrei richiedono di non essere costretti alla berretta od alla benda gialle, ma di recare semplicemente un segnale sul mantello. La città ricorre al papa «da cui fu commandato, o che quelli partissero da Rimini, overo obbedissero alla Città».
Il 22 luglio 1548 il Consiglio generale della città obbliga gli Ebrei riminesi a non abitare fuori delle tre contrade dove già si trovavano. Si anticipa così il provvedimento di papa Paolo IV che con la «bolla» intitolata «Cum nimis absurdum» del 17 luglio 1555 istituisce il ghetto in tutto lo Stato della Chiesa, seguendo il modello realizzato nel 1516 dalla Serenissima Repubblica di Venezia. Cfr. MONTANARI, La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799, su cui v. la nota bibliografica in calce.
L'importanza del ruolo degli Ebrei riminesi è attestata dal fatto che essi realizzano in città tre sinagoghe, e non due come si sostiene dal cit. DELUCCA, La comunità ebraica, il credito, i Monti di Pietà, p. 329. La prima sinagoga è attestata sin dal 1486, sulla piazza della fontana (ora Cavour) dal lato della pescheria settecentesca, nella contrada di San Silvestro. Essa è poi definita come «vechia», quando è realizzata la seconda che in rogito del 1507 è chiamata «magna», nella contrada di Santa Colomba o San Gregorio da Rimini (via Sigismondo), nella porzione di quartiere tra l'odierna via Cairoli ed il Teatro Galli, lato monte.
Nel 1555 la sinagoga «magna» risulta invece situata in contrada di San Giovanni Evangelista detta «delli Hebrei» (via Cairoli), a poca distanza dalla chiesa di San Giovanni Evangelista (Sant'Agostino), e proprio dalla sua parte, come si ricava dal documento datato 14 novembre riguardante la decisione presa dagli Ebrei riuniti nella Sinagoga «magna» di vendere la casa detta «la Sinagoga vechia».
Della sinagoga «vechia» in questo documento del 1555 si scrive che è posta vicino («iuxta») alla strada detta «Rivolo della Fontana» o «del Corso», cioè nell'angolo della piazza Cavour con la contrada di Santa Colomba (via Sigismondo). Il «Rivolo» andava dalla piazza del Castello sino alla piazza Cavour, cambiando poi qui il nome in contrada di San Silvestro.
La sinagoga «vechia» era quindi situata nella parrocchia di San Silvestro, delimitabile con il corso d'Augusto, via Cairoli e via Sigismondo e piazza Cavour. La nuova sinagoga è trasferita prima nella zona della parrocchia di Santa Colomba che è speculare verso monte rispetto alla parrocchia di San Silvestro; e poi nella parrocchia di Sant'Agostino sul lato dove sorge la chiesa.
Nel 1569, dopo che il 26 febbraio papa Pio V ha dato il bando agli Ebrei da tutte le sue terre ad eccezione di Ancona e Roma, gli israeliti di Rimini decidono di vendere l'ultima sinagoga, quella posta nella parrocchia di Sant'Agostino. Il 16 maggio il bolognese Prospero Caravita (abitante in Rimini) ed il ravennate Emanuellino di Salomone, come rappresentanti della comunità israelitica locale, stipulano l'atto relativo, consapevoli che per l'editto pontificio tutti gli Ebrei che si trovavano nella nostra città l'avrebbero dovuta abbandonare entro breve tempo. Quest'ultima sinagoga è composta di tre stanze («una domum consistentem ex tribus stantiis»): la più grande è quella dove si riunivano a pregare gli uomini, un'altra più piccola dove si adunavano a pregare le donne, ed un'altra infine posta sopra quest'ultima e sempre ad uso delle donne.

Nota bibliografica.
A. MONTANARI, La presenza degli Ebrei a Rimini dal 1015 al 1799, 2011, <http://www.scribd.com/doc/46468695/Ebrei-a-Rimini-1015-1799>.
Il testo sviluppa quattro articoli pubblicati sul settimanale «il Ponte» di Rimini nel 2005: 1. Rimini anticipa il ghetto ebraico (n. 42), 2. Ebrei, dal dazio del porto ai prestiti (n. 43), 3. Ebrei, le sinagoghe e il cimitero (n. 44); e nel 2006: 4. Ebrei di Pesaro a Rimini a fine 1700 (n. 22). Per questi ed altri materiali poi usciti a stampa, tra cui «L' Heretico non entri in fiera». Società, economia e questione ebraica a Rimini nel secoli XVII e XVIII. Documenti inediti, «Studi Romagnoli» LVIII (2007), Cesena 2008, pp. 257-277, si veda in http://www.webalice.it/antoniomontanari1/indici/storia.ebrei.rimini.1192.html.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
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