Oggi il lavoro in Italia è peggio di un terno al lotto. Don Aniello Tortora è parroco a Pomigliano d'Arco, che considera una città senza futuro se non si risolveranno i problemi dell'occupazione: "Chi non lavora da queste parti finisce alla mercé dei clan". Intanto, aggiunge a "l'Unità", "si diffonde l'usura, i commercianti pagano il pizzo, la criminalità allarga le sue braccia". Si guastano le famiglie. Padri restati senza lavoro "non hanno il coraggio di dirlo" in casa.
Allo stesso giornale don Luigi Ciotti spiega: "La crisi prima che economica, è politica, culturale ed etica. Crisi dei diritti". E poi: "La mafia è aiutata dai vuoti istituzionali e dalla crisi, cresce l'usura, i mafiosi approfittano dell'ignoranza, della povertà".
Un ministro della Repubblica italiana ha suggerito di cambiare l'articolo primo, comma primo della nostra Costituzione. Che recita: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". Via la storia del lavoro, dice. Sono molto limitato, non ne ho compreso il perché. Il ministro (si chiama Renato Brunetta) quando racconta i suoi pensieri, o se la ride o si altera assumendo la maschera dello sdegno più severo ed istituzionale.
Scusate la confidenza: mi sembra che qualcosa manchi alle messinscene televisive a cui il ministro partecipa di continuo. Forse non avendo nulla da fare per dovere governativo. Mi sembra che quando Brunetta ci fa dono dei suoi pensieri, manchino i tre regolamentari squilli di tromba ed una fascia tricolore del funzionario di Polizia che ordina la carica contro la folla tumultuante. Il guaio è che c'è solo Brunetta, e manca la folla.
Brunetta non sa (o non ricorda) che porre il lavoro alla base della Repubblica, significò eliminare il valore del privilegio di casta o di denaro, su cui si era retto lo Stato liberal-monarchico dal 1861.
[09.02.2010, anno V, post n. 45 (1136), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]
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Non tornano i conti in casa Idv. Tutti motivi politici. L'ultimo: la comparsata da tv ghediniana, di un signore con la sua teoria delle finte ferite del premier a Milano.
Poi ci sono stati gli applausi a Vendola. E l'accettazione del candidato regionale, non troppo gradito in un primo momento a Di Pietro. Ed in un secondo tempo poco gradito al rivale-erede De Magistris: "Ho letto le carte del suo rinvio a giudizio". Tant'è.
Il candidato regionale sostiene: "Sto con la povera gente", mica con i "cafoni arricchiti" (del Pd).
Di Pietro non si pente del passato, ma ammette che non basta urlare in piazza.
La signora D'Addario si pente, invece, ed ammette: "Non lo rifarei più". Che cosa? Ha visitato di sera il premier a palazzo Grazioli, ha registrato le loro voci (e non erano quelle di Giovanna D'Arco), ha consegnato i relativi nastri magnetici alla magistratura.
Dopo ha subìto un tentativo di stupro in casa, ed è stata fatta salire "con la forza" in un'auto.
Dopo ancora, un settimanale di casa Mondadori-Berlusconi ha parlato di lei come parte di un "complotto contro il premier".
Di Pietro fa marcia indietro, "Non basta la pancia, non basta la piazza".
Oltre la pancia c'è di più, pretendono, poverette, le escort deluse. Neanche un incarico politico hanno ottenuto, era il loro sogno.
La signora D'Addario è stata candidata per il Comune di Bari, in una lista apparentata con il partito del cavaliere. Anche lei aveva chiesto un voto di testa. Si sono ricordati soltanto di altre parti del suo corpo. Che l'hanno resa immortale.
Per un voto di testa contro Di Pietro, dopo i giornali vicini al premier, è scesa in campo pure la Rai, secondo canale tv, con tutto il Paragone possibile, dedito a processare l'ex pm. Se questo non è complotto...
[07.02.2010, anno V, post n. 44 (1135), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]
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Feltri può stare tranquillo. La pubblicazione di quel falso documento relativo a Boffo "attenzionato" dalla polizia, non avrà conseguenze.
Per due motivi:
1. Gli Ordini professionali vivono dei loro iscritti, quindi sono portati in linea di massima a proteggerli. Quale mamma sana di mente divora le sue creature?
2. Feltri ha rovesciato la frittata. Con l'abilità di chi ha persino convinto Vittorio Messori, non certo cattolico "progressista".
Messori ha chiesto ("Stampa", 5.2.) "che la Chiesa renda finalmente pubblici gli atti del processo di Terni in cui è stato condannato Dino Boffo".
Tutto il resto che succede nei sacri palazzi, è grasso che cola per Feltri.
Feltri aveva fatto certe accusa. Per smentirlo si è mosso un cardinale, Giovan Battista Re ("è assurdo pensare che in qualche ufficio vaticano sia stata progettata tutta la messinscena", "Repubblica, 3.2.). Re ha rischiato il posto per il caso Wielgus, tre anni fa. Merita credito, ma c'è questo precedente (illuminante?).
Poi il papa, messo sul chivalà proprio dal caso Wielgus e poi da quello del vescovo lefebvriano Richard Williamson nel gennaio di un anno fa, "avrebbe" chiesto una relazione dettagliata sulla vicenda Feltri-Boffo.
Ieri, una voce ufficiale, il direttore della sala stampa vaticana, ha dichiarato: "E' ovvio che il papa sa".
Tutti sanno, ma nessuno parla. Per cui i giornali sono pieni di retroscena e confidenze raccolte qua e là.
Più vicini al vero, nelle notizie relative al "fuoco amico", sembrano i cronisti di "Repubblica".
Se mercoledì 3 febbraio hanno intitolato "Fra il premier e la Santa Sede congiura doppia su Avvenire", oggi sintetizzano la vicenda lasciando intravedere scenari inquietanti: "Governo e Santa Sede alle grandi manovre. Berlusconi offre un patto di non belligeranza".
Intanto "qualcuno" ha aperto un nuovo fronte, accusando Di Pietro per un certo assegno da 50 mila dollari... Mai riscosso! Di qui alle elezioni regionali ne vedremo delle belle. Anche per questo, Feltri può dormire tra due guanciali.
Circa gli Ordini professionali. Cane non morde cane. Una avvocata scrisse una lettera diffamatoria, penalmente perseguita. Fu assolta dal suo Ordine: lei aveva messo soltanto la firma, il contenuto offensivo era stato steso da un collega. Che però non è punibile perché non ha firmato. La logica fila... E poi ci chiamano il Paese del Diritto.
Per questo motivo scrissi alla ministra avv. Gelmini: "Se dovessimo stilare una graduatoria della pericolosità sociale, proprio per questo, (voi legali) rischiereste di finire in testa a tutti, anche a quelli che difendete...".
[06.02.2010, anno V, post n. 43 (1134), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]
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Si parte dalla preistoria e si arriva al 2008, quando Riccione onora un suo figlio illustre, Igino Righetti, ben noto in tutt'Italia e non soltanto a Rimini, riservandogli una piazzetta. E cancella il nome di don Emilio Campidelli, che era stato posto ad un viale. Don Campidelli era stato cappellano a San Lorenzino nella parrocchia retta da don Giovanni Montali, e poi suo successore dal 1959 al 1981. Quando gli subentrò sino al 1994 il primo direttore de "il Ponte", don Piergiorgio Terenzi.
Una curiosità del 1969. Arriva in Consiglio comunale la proposta (8.9.) di intitolare la via Flaminia al polacco Jan Palach, il giovane uccisosi a Praga per protestare contro i sovietici che avevano invaso la sua patria. Il 25.11. via Jan Palach ridiventa via Flaminia (pp. 420-422). Ovvero il trionfo dello stalinismo puro e duro.
Il volume di Francesconi colloca ogni notizia locale nel contesto nazionale od internazionale. Ad esempio, ampio spazio è dato alla rivoluzione francese per meglio comprendere quanto allora successe a Rimini e dintorni.
Circa i nomi delle località, consideriamo il San Lorenzino citato, ovvero San Lorenzo in Strada. In Romagna, spiega Francesconi, di San Lorenzo con qualche aggiunta ce ne sono altri 12, mentre quelli "lisci" sono 6. Altri casi hanno alle spalle storie più complesse. Un solo caso. Dai "curopolates", i bizantini addetti al palazzo, deriva Corpolò.
Il progetto del libro è spiegato dall'autore con la volontà di raccogliere nella mappa dei nomi lo spazio dei luoghi e lo sviluppo della storia nel tempo. E' un'idea molto moderna. Vi ritroviamo riflessi il gusto vertiginoso per le liste di Umberto Eco, e le più moderne teorie di chi propone di leggere il tempo nello spazio. Per questi due elementi, molti lettori e non soltanto quelli non specializzati, dovranno essere grati a Francesconi per la sua fatica.
Ovviamente l'autore non è responsabile della bontà di tutte le citazioni. In certi casi, ad esempio sulla storia medievale, preferiamo ricordare vecchie letture (come quelle di Antonio Carile, 1975), meno portate a semplificazioni fuorvianti.
Foto: www.inriccione.info
[05.02.2010, anno V, post n. 42 (1133), © by Antonio Montanari / "Il Ponte" Rimini, 2010. Mail.]
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C'è puzza di bruciato (incenso bruciato male). Abbiamo parlato subito di "fuoco amico". Ma passare dalla formula generica all'identikit dei colpevoli, ce ne passa.
Crediamo alla "smentita" del cardinale Re fatta ad Orazio La Rocca su "Repubblica" di ieri: è assurdo pensare che in qualche ufficio vaticano sia stata progettata tutta la messinscena. E crediamo pure che il cardinale Re abbia ragione quando sostiene: "Temo che tutta questa manovra sia stata fatta per tentare di nascondere i veri mandanti" e chi ha passato "le false carte" al "Giornale" di Feltri (e Berlusconi).
Giuseppe D'Avanzo, su "Repubblica" di ieri, ha precisato che "secondo fonti vicine a Boffo" lo spione andrebbe identificato in un professore della Cattolica di Milano.
A noi, sul blog della "Stampa" è capitato di ricevere un duplice commento da parte di tale Andrew che si proclamava "laico", e poi abbiamo appurato che usava un server della stessa Cattolica. Allora la cosa comincia a puzzare...
[04.02.2010, anno V, post n. 41 (1132), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]
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Ha detto che non conta il numero delle ore di insegnamento di una materia, ma la qualità della didattica. Balle. Prendete una classe di trenta alunni, dovete svolgere il programma in due anziché tre ore (facciamo un esempio), potrete fare le stesse interrogazioni che fareste con il vecchio calendario? Anche la verifica è didattica. Quindi per favore raccontiamoci cose serie, non balle, signora ministro. Due ore alla settimane sono un trenta e passa per cento in meno, e questo lei me lo chiama un invito a migliorare la didattica.
Per cortesia, torni a fare l'avvocato, avendo lei sostenuto gli esami fuori sede, in quel profondo Sud che, come le scrissi pubblicamente, non le piace troppo.
Foto, "La Stampa"
[04.02.2010, anno V, post n. 40 (1131), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]
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Romano Prodi ha ottima memoria, recita bene la sua parte di padre nobile del Pd, parla cortesemente con i cronisti, telefona con affetto a Bersani, baci abbracci e tanto sorriso con tutti, ma poi arriva la stoccata, come in classico monologo teatrale.
A Marco Marozzi di "Repubblica" ha fatto un bilancio freddo e impietoso: "Nessuno ha mai avuto la pazienza di pensare all'Ulivo come ad un'occasione straordinaria, che aveva bisogno di fatica, capacità di costruire e aspettare".
L'argomento era una sua possibile candidatura a sindaco di Bologna, in sostituzione di quel Delbono dimessosi, che era stato una sua invenzione sia politica sia accademica. Prodi ha letto anche il malizioso retrogusto della proposta avanzatagli: ci hai dato il tipo che ci ha inguaiato, adesso arrangiato "mo" tu a cavar le castagne dal fuoco.
Prodi ha svicolato, facendo un discorso giusto, quello sull'Ulivo, in un'occasione in cui il problema dell'Ulivo, vecchio ormai ma sempre attuale, c'entrava poco. C'entrava soltanto per ricordare che, se oggi lo invitano a fare il sindaco di Bologna, è perché gli hanno sfilato da sotto il sedere la poltrona di presidente del Consiglio.
Un vecchio sindaco di Bologna Walter Vitali, ora con Franceschini, è raccontato nell'edizione bolognese di "Repubblica" da Mauro Alberto Mori. Il problema di Bologna è dato dalla rabbia e dallo sconcerto, ci vuole una risposta politica che non passa soltanto attraverso le candidature. Agli elettori bisogna fare "un discorso di verità": bisogna abbandonare "l'arroganza e la presunzione... e occorre avere l'umiltà di riconoscere che c'è qualcosa che va oltre la vicenda giudiziaria che ha portato alle dimissioni del sindaco".
Un carissimo amico, ottimo osservatore e giornalista, mi scrive: "In questo paese manca la politica, quella vera, con la maiuscola. Si è applicato un meccanismo perverso per il quale chiunque voglia impegnarsi per il bene comune finisce emarginato. Ragion per cui i giusti e volenterosi, se non votati al martirio, fanno un passo indietro lasciando spazio a chi fa politica convinto di non far politica, quindi libero di brucare l'erba del vicino che, come sappiamo, è sempre più verde".
Ha ragione il "vecchio" Vitali, bisogna abbandonare "l'arroganza e la presunzione".
[02.02.2010, anno V, post n. 39 (1130), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]
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Santa Severa, Roma. Due signori di 82 e 91 anni muoiono bruciati vivi da un corto circuito. Nella casa di riposo a cui versavano una retta mensile di 1.700 euro. Affetti da malattia che li privava di lucidità, alla sera per non farli disturbare gli altri ospiti, li trasferivano nel deposito degli attrezzi del giardino, 14 metri quadrati. E chiusi a chiave dentro.
Ignazio Marino, chirurgo e presidente della Commissione d'inchiesta del Senato (nei cui banchi siede per il Pd) sul Servizio sanitario nazionale, dichiara al "CorSera" che in tutta Italia nel 2008 sono state chiuse 30 case di riposo, dopo 1.481 ispezioni con "474 infrazioni di rilevanza penale". L'osservazione più amara: "Le ispezioni non possono essere annunciate". Con l'aggiunta: "Se non vogliamo che queste tragedie si ripetano, la politica deve intervenire. Senza più rimandare a domani".
Sullo stesso giornale, Isabella Bossi Fedrigotti osserva che oggi la più diffusa e sprezzata debolezza in Italia, è la vecchiaia. Troppi anziani ci sono, ciò significa fastidio ed indifferenza verso di loro, ed affari per le "case di riposo, sempre troppo poche, sempre troppo care".
Altre storie. Faenza, la Omsa chiude, Daniela Ghiselli, da 25 anni in fabbrica ed un figlio di 18, resta senza lavoro: torna a vivere dai genitori per poter mangiare. Ne ha parlato Concita De Gregorio, direttore de "l'Unità". A Milano, a 54 anni una prof resta sola, senza casa ed in miseria ("CorSera"). Una volta alla settimana s'incontra in una parrocchia con una coetanea, avvocato in carriera, che la serve in tavola, e si chiama Nicoletta Masucci.
Sono storie di questo mondo. Il ministro dell'Economia Tremonti ha spiegato che per salvarlo dalla banche, ci vuole l'impegno della politica. Speriamo sia consapevole che lui è un politico.
[01.02.2010, anno V, post n. 38 (1129), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]
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Oggi pomeriggio con grande rispetto delle questioni formali, Bertolaso dichiara: "Sappiamo che le nomine non le fa il primo ministro ma il capo dello Stato: bisognerà vedere cosa ne pensa il nostro presidente della Repubblica".
Il problema sta tutto qui. Alla correttezza di Bertolaso si contrappone la solita concezione proprietaria della politica che il premier dimostra. Per fare vedere a tutti che in Italia comanda lui.
Ma questa volta un sottosegretario ha tirato per la giacchetta il cavaliere, per suggerirgli di pensare che c'è pure il Quirinale. Non per scalarlo, ma per ascoltarlo. Così vuole la nostra Carta fondamentale.
Ovviamente la signora Brambilla ha accettato, quando è stato il suo turno, la promozione a ministro, con devozione e gratitudine. Certi doni non si possono rifiutare, se si è delle vere signore. Si offenderebbe chi ve li reca. E non sta bene inimicarsi un primo ministro, anche se italiano.
[30.01.2010, anno V, post n. 37 (1128), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]
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Arosio ha scoperto a Pavia una lettera inedita di Montanelli a Gervaso, del 16 febbraio 1982, dove si legge della delusione del maestro rispetto all'allievo-collega per la questione della P2. A cui Gervaso fece iscrivere il Berlusconi...
Arosio cita due altri autografi pavesi del 1971, esclusi da Sergio Romano dai diari montanelliani pubblicati da Rizzoli. Nel primo, definisce "una porcheria" la biografia di Cagliostro scritta da Gervaso. Nel secondo si rimprovera di non aver mai detto allo stesso Gervaso: "non sei scrittore, còntentati di fare il piccolo cronista...".
A proposito di maestri. Da un'intervista odierna concessa da Giorgio Bocca a Massimo Gramellini de "La Stampa": "Montanelli era un attore, con tutti i difetti degli attori, ma una brava persona incapace di colpi bassi. Certo un contaballe... Durante la resistenza, ha raccontato così tante balle sulla sua amicizia con i partigiani che alla fine i fascisti sono stati costretti a metterlo in galera. Però era un uomo dell’Italia onesta che non rubava".
[30.01.2010, anno V, post n. 36 (1127), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]
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