Filosofia&Esistenza

La filosofia è l'esser coscienti d'essere, d'esserci; è il continuo progettarsi per essere ciò che si è il più autenticamente possibile, scegliendosi sempre nella propria libertà, facendosi liberi, senza attendere di diventarlo.

 

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MARX è morto?
Leggete questo libro e poi ne riparliamo!!!
 
 

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CHI SARÀ IL PROSSIMO?

Ogni sistema ha cercato di mettere
a tacere chiunque abbia tentato
- in qualche modo - di cambiare
le cose. Da una croce o da dietro
le sbarre di una cella però,
la sua voce ci è giunta lo stesso.

... Chi sarà il prossimo?


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GUCCINI - AUSCHWITZ

Giornata della Memoria

 

GABER ... IO SE FOSSI DIO

 

Febbre glaciale

Post n°100 pubblicato il 03 Maggio 2007 da brokenheart74dgl
 

Troppa acqua immagine
innonda
il mio viso
mascherato
di plasticità

Il volto si spreme
nelle iridi velate
d’umidità dense
d’immense
salinità amare

Stalattiti appese
agli occhi
cristallizzano
fossilizzate
di siccità emotive

M’incendia
il febbrile rogo
dell’anima
strozzata
di stretti nodi

Il ghiaccio
secco
sulla fronte
piastra rovente
disgela stillando

gocce vetrificate
pregne di marmoreità
e fino al cuore
livido
faticosamente

approdano all’istante
ibernandolo
in un cristallizzato
soffocato
granitico silenzio

M.P.

 
 
 

L'eterno ritorno dell'identico: Noi, causa primordiale.

Post n°99 pubblicato il 29 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 

immagine

Ho questo immenso Nulla d'essere che mi svuota l'animo. Forse l'eterno ritorno dell'identico nietzschiano non è poi una fantasia metafisica del tutto campata in aria; forse, per noi "folli romantici", gli eventi si ripetono quasi identici perchè ce li andiamo a cercare, inconsapevolmente, eppur agendo in prima persona.
Così, "capita" che ci ritroviamo sempre nelle medesime situazioni, ma non perchè un trascendente destino, o un insieme di leggi naturali - che denominiamo caso - abbiano agito, influito sulla nostra libertà ( nel qual caso che Libertà sarebbe! ), quantopiù per il fatto che, tramite una serie di scelte, tutte nostre, abbiamo agito di nuovo - e continuiamo ad agire ancora - in modo da scatenare un insieme di conseguenze, di cui noi solo siamo la causa efficiente.
In tal modo, per una qualche lacuna nel nostro modo di essere, del nostro carattere, nella primordialità costitutiva del temperamento che ci è proprio, è come se provassimo una sorta di piacere intimo e assurdo nel ricercare sempre lo stesso effetto, nel ricreare tutte le volte, sempre, le medesime anomale condizioni situazionali, nascondendo a noi stessi di esserne stati gli unici responsabili.
Solo così possiamo compiacerci, quando non addirittura commiserarci compassionevolmente, dicendo: "La sfortuna mi perseguita! Capitano tutte a me! Il destino mi è avverso!".
Nel tentativo di colmare il vuoto che ci lacera l'esistenza, siamo cristallizzati nel ripercorrere sempre le meesime strade, e anche quando pare - o vogliamo cnvincerci - che ne imbocchiamo di differenti, facciamo poi di tutto per ritornare sulla "via maestra", su quella stessa via che abbiamo percorso la volta precedente e quella prima ancora, e così via.
Perchè ciò?
Forse perchè quella strada - che pure ci ha portato in passato a sbattere la testa contro un muro di vuoto ulteriore - è l'unica che conosciamo in ogni suo particolare, la sola via di fronte alla quale non ci troviamo impreparati, disorientatamente e inaspettatamente sorpresi da qualche accidentalità. E si sà, la conoscenza di un alcunchè che ci spaventa, rende la paura meno terrificante, come dire: più sicura!
Abbiamo paura di rischiare, di ritrovarci in situazioni nuove, mai esperite prima, forse perchè non pensiamo saremmo in grado di affrontarle: il nuovo - anche quando quest'ultimo è la felicità - ci attira attraendoci eppure, al medesimo tempo, ci terrorizza.
Nella decisione di aprirci alle nuove possibilità è intrinsecamente compreso il rischio di trovare, di imbatterci in un altro vuoto, di fallire, ma anche, d'altro canto, di riuscire: provabilmente proprio di riuscire temiamo l'avverarsi!
Come ci comporteremmo se risultassimo "vincenti", se il rischio a cui ci siamo sottoposti, nè fosse valso la pena?
Sarebbe una situazione a noi nuova; il vuoto sarebbe saturato e, Noi che da sempre vuoti siamo fin nelle profondità più recondite del nostro essere fatto di fragili illusioni; Noi che di tale vuoto ci nutriamo per impegnarci poi nel suo riempimento; Noi, che di questo vuoto facciamo la pienezza del nostro progetto vitale, resteremmo spaesati, intimoriti, impreparati, sgomenti, d'innanzi a questa nuova pienezza d'essere che il vuoto ha abortito e che ci illuminerebbe, accecandoci di sè.
Noi, abituati a perdere, al fallimento, capaci di gestirlo in ogni sua più subdola, camaleontica metamorfosi; Noi, che in questo vuoto Nulla - che, a dispetto di quanto vogliamo ammettere con noi stessi - ci crogioliamo, cosa faremmo senza l'unico stato affettivo-esistenziale che ci da motivo di essere, di esistere? Come esisteremmo senza quel vuoto - continuamente in fieri da colmare - ad impegnarci nel progetto della sua pienezza, se esso venisse colmato, saturato d'essere una volta per tutte?
Sradichiamo ogni ipocrita malafede, siamo schietti con noi stessi: a Noi "folli malinconici sentimentali", per cui spesso la cesura fra sogno e realtà, fra illusione e possibilità è inesistente, pace perpetuare quel vuoto che ci contraddistingue, che ci rende unici, ma soprattutto impegnati in uno scopo. Ci piace illuderci di lottare per saturarlo, fingere di impegnarci verso nuove possibilità per riempirlo una volta per tutte, mentre in realtà non miriamo che a rigenerarlo eternamente, a renderlo sempre più presente e concreto nella nostra ingenua finitudine. Noi, infondo, godiamo di questo vuoto e facciamo di tutto per impedrne l'estinguersi, il suo passare dalla potenza all'atto. Il nostro vuoto potenziale si attualizza in un ulteriore vuoto, tende a compiersi in una sopravveniente incompiutezza nella quale ci rituffiamo per poi ricominciare a riprenderne l'atto di riempimento, senza però mai portarlo a termine. O forse, il termine a cui tendiamo, l'attualizzazione di quella potenzialità che il vuoto ha in sè, è per noi proprio il vuoto stesso in quanto tale.
La possibilità di una possibile felicità, l'orizzonte di un vuoto totalmente riempito d'essere, ci intimorisce:al suo cospetto ci troveremmo impacciati, nudi di esistere come mai siamo esistiti: gioiosi, euforici, felici, o perlomeno, sereni.
Che senso avrebbe, allora, per Noi, il nostro essere? Quale scopo ci rimarrebbe da perseguire? La felicità, per chi non l'ha mai esistita è un arcano e mette più timore di un habitus ormai radicato nella malinconia, nell'avversità della sofferenza.
No, meglio - a nostro inconsapevole e codardo giudizio - un Nulla pieno, paradossalmente, di certezza che una possibile pienezza a noi sconosciuta.
L'Eterno ritorno dell'identico è un effetto di cui noi siamo causa prima.
Quando asseriamo inautenticamente sorpresi "Chissà perchè capitano tutte a me! Come mai mi ritrovo sempre nella medesima situazione? Io speravo che stavolta sarebbe andata diversamente!", lo speravamo veramente? O abbiamo fatto di questa speranza una comoda scusante per non guardarci dentro in modo autentico?
Tutte le volte che formuliamo questi giudizi, se solo analizzassimo in modo autentico - a ritroso - la serie delle cause, le scelte che ci hanno riportato in tali circostanze "eternamente ritornanti", scopriremmo che all'inizio, alla fonte, al principio di ogni sequenza di eventi - solo apparentemente casuali -, al di là delle innumerevoli variabili, risiede sempre e solo una medesima costante: la nostra "volontà di agire" - o di aver agito - in un modo piuttosto che in un altro.
Non, dunque, l'Eterno ritorno dell'identico ( degli eventi sempre identici in cui ci ritroviamo ) stabilisce - in modo deterministico e quasi a presuppore una sorta di intellectio dei - la situazione attuale, ma, al contrario, Noi, seppur inconsapevolmente, costruiamo, generiamo, diamo il nostro assenso ad una situazione - alla sua possibilità di trasmutare da possibilità potenziale in realtà attuale - mirata teleologicamente a creare l'eterno ritorno dell'identico.
L'identico ci rende sicuri perlomeno di quel Nulla a cui andiamo incontro, il nuovo, inveve, ci spaventa: è un circolo vizioso per cui, cercando una pienezza ed essendo attratti non tanto da quella pienezza stessa, quantopiù dalla sua ricerca continua ed ininterrotta, ci predisponiamo continuamente nel non portarla mai a compimento, ad essere, riproponedoci un percorso che quella pienezza mantenga sempre mancante di qualcosa. Assurdamente, troviamo la nostra compitezza, la nostra pienezza, nell'attualizzazione eterna di un non-mai-compiuto. Per questo, Noi, siamo "folli", perchè facciamo del nostro vuoto, l'essenza che riempie la nostra esistenza.
Cerchiamo, dunque, scaviamo in noi stessi, ainime fragili ed insicure, e constateremo che l'eterno ritorno dell'identico altro non è, in fin dei conti, che un nostro progetto originario, primordiale, pre-riflesssivo, pre-cognitivo, pre-fenomenologico, pre-posizionale, per poter affermare la nostra "nulla identità" asserendo compiaciuti e compassionevolmente incompresi " No, di nuovo no; un'altra volta no, non è possibile!", quando in realtà, quella stessa possibilità - che fatalmente adduciamo al caso - l'abbiamo resa possibile, alle sue radici, noi medesimi, attraverso il nostro libero agire, scegliere e decidere che ci è dato di avere.
L'eterno ritorno dell'identico viziosamente circolare è, insomma, null'altro che la perenne fuga di noi stessi d'innanzi a quel davanti-a-che che è il mondo; è l'esimersi dalle nostre responsabilità e, quindi, dal coraggio di assumere in prima persona quella libertà di scegliere che l'esistenza è nonchè dai rischi che immancabilmente essa comporta, per potere essere esistita e non solo meramente patita.

M.P.

 
 
 

A piedi nudi

Post n°98 pubblicato il 25 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 

immagineScalzo coi nudi
piedi, nell’infinito
assurdo, avanzo;
è brivido sul freddo
marmo livido
di scarne ombre
atone riarso:
monotone sembianze.

Ardenti ceneri
tozzi roventi
calpesto pezzi
spenti simulacri
fuggevoli invadenti
reliquie – di me – tracce
tacche sulla pelle.

Molle vagabondo
rimbalzo fra meandri
disorientati spazi,
valli, disincantati
eccessi e strazi
d’euforie improvvise
intrise e istanti
in vane fantasie
di folle delirare ...


“ … e il naufragar
m’è dolce (?)
in questo mare”.


M.P.

 
 
 

Catrame

Post n°97 pubblicato il 20 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 

Sputalo tutto il tuo rancoreimmagine
gettalo fuori con un soffio
violento, no ti prego, no
non tenertelo dentro, mai.
Hai contratto l'esistenza
in un grumo di insicurezze
ereditate da un remoto
passato di infrante fragilità.
Raschialo via quel catrame
caldo che pietrifica il tuo cuore
lastricandolo d' uno spesso
nero manto freddo asfalto.
Non passarti sopra ancora
un'altra volta, non lo fare;
calpestarti con il rullo, dimmi
che risolve? non schiacciarti
con il peso del tuo corpo.
Strappa via quel roditore
larva, che ti scava nella mente
lascia stare ciò che eri, ora
pensa a ciò che sei, adesso, qui
per me: insostituibile presente.

M.P.

 
 
 

La terra e la morte

Post n°96 pubblicato il 18 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 

Sei la terra e la morte.immagine
La tua stagione è il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che piú di te
sia remota dall'alba.

Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l'hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
come l'acqua di un lago
trepida e ti circonda.
Sono cerchi sull'acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.

               C. Pavese (3 dicembre '45)

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IN ONORE A  C. PAVESE

Sei la terra e la morte.immagine
Sono crisantemi i tuoi fiori
e le rose. Non v'è animata
cosa conosciuta all'uomo
che esistendo sia un Nulla,
come te, le tue mani parlano
d'un raggrinzito passato
che non invecchia con te,
col tuo corpo nemico di sè;
che riproduce se stesso
usando il tuo essere di carne
e di sangue nel divenire
perpetuo d'esistere tuo. Sei
frammento d'infranto vetro,
specchio corroso dall'acqua
del mare salata, sei salsedine
sulla barca dismessa nel porto.
Della canna da pesca, dall'amo
gettato nel blu sei trafitto,
appeso, sei l'esca.
Sei la terra e la morte.

M.P.


 
 
 

Fantasmi

Post n°95 pubblicato il 17 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 

Non lasciano impronte immagine
i fantasmi quando accanto
al tuo letto passeggiano
nelle notti d'insonne
sonnambulo vagare.
Consunstanziali essenze
di essere e non essere
a una spanna da terra
sospesi ti osservano
e muti sussurran sentenze.
Tra un soffio di freddo
respiro sul collo nudo
e il calore infiammato
di un corpo che vive
la coscienza confessa
a se stessa le sue colpe
Difensori attenuanti
circostanze, avvovati
caso, fato e destino,
indulgenze divine
remissioni trascendenti
si dissolvono in reale
esistenza e da soli
ogni comoda scusa
si dissimula nel buio
di una coscienza spietata:
intransigente, incorruttibile
imputato e giudice 
di se stessa.
Di notte i fantasmi
rivivono in noi
e tirano le somme
di ciò che siamo stati,
siamo e saremo.

M.P.

 
 
 

Allontanarsi avvicinandosi

Post n°94 pubblicato il 15 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 
Foto di brokenheart74dgl

A volte si pensa di aver compreso tutto e invece ci si accorge di non aver compreso proprio nulla!
L'esistenza, questo esser gettati qui, in questo mondo; questa tonalità affettiva che ci satura e ci precede in ogni nostra interpretazione, funge da caleidoscopica lente che deforma, che ci plasma e filtra i nostri pensieri presuntuosamente ritenuti razionali. Finchè rimaniamo nell'ignoranza di questo velo, ignari dell'azione incisiva e costituente che l'appannaggio dell'emotività, dell'effettività aprioristica che l'essere
esseri fatti anke - se non soprattutto e in primo luogo - di passioni ha sulle nostre enunciazioni, asserzioni dialettiche; finquando non ci decidiamo a prendere coscienza del muro che separa ogni ascoltare dal semplice udire, ci riteniamo in possesso di risposte ad ogni problema e spalmiamo consigli come nutella su una fetta di pane perfettamente bianca, tenera, soffice, eppur croccante e senza sbavature. Poi, d'improvviso, quando con lo scalpello dell'umiltà in una mano e il martello dell'autocritica nella'altra, cominciamo a sbattere decisi contro l'alterigia della nostra boria per cercare di infrangere quel velo di pietra calcarea che si è sedimentata intorno all'autenticità del nostro essere, che ci rendeva così sicuri di noi, rivestendolo di uno strato di pregiudizi, di banali e facili truismi; allorché prendiamo una fetta di pane, ci accorgiamo che non è così croccante e tenera, ma eccessivamente friabile al punto che tende a sbricciolarsi al semplice tocco delle nostre dita grossolane e impacciate, fra le nostra mani. E quando cerchiamo di distribuirvi sopra la dolce crema di nocciole e cioccolato, dobbiamo usare una cautela estrema, una delicatezza indicibile, per non ritrovarci con un impiastro, un guazzabuglio appiccicoso di briciole e pastoso cioccolato appiccicato ai palmi delle nostre estremità prensili. Ci rendiamo conto che, per quanta attenzione – “cura” - ci metteremo, la nutella non sarà mai perfettamente distribuita su quella fetta di pane, che ci saranno inevitabilmente delle sbavature, degli strabordamenti, che dovremo, insomma, sporcarci le mani. Quanto spazio, quale incommensurabile distanza, quale iato separa l'idea dal reale! Se si erra nel pensiero, nella rappresentazione di un'idea, si possono sempre chiudere gli occhi e rappresentarsi un'altra idea, senza lasciare briciole in giro, ma se si sbaglia nell'effettività, nella pragmaticità di un reale, le cose sono assai più complicate, perchè ci si rende conto, con la propria superficialità, di aver causato dei danni irreparabili. Bisogna conoscere, sforzarsi di addentrarsi nella complicatezza intricata della realtà, uscire dal monoprospettico punto di vista che ci incatena a noi stessi e calarsi, immedesimarsi, per un attimo, nell'altro, che proprio perchè in quanto altro, non è noi. Se si riesce in questo progetto, se anke solo per un istante si riesce a trascendere la propria immanenza egoistica ed egocentrica, si è fatto un grande passo: si è cominciato a disfarsi di quel velo autoriflettente, per veder riflesso, nello specchio della propria anima, non più l'altro come noi lo vogliamo vedere, ma l'altro come esso è - pur sempre e imprescindibilmente "per noi" - "in sè".
Allora eccolo, finalmente, laggiù "l'altro", distantziato dal calamitante vortice del nostro io che tenta di inglobarlo, di risucchiarlo, di esisterlo al posto suo. Eccolo là, l'"altro": così distante epperò vicino come non mai prima d'ora! Una volta trascesa l'immanenza intimistica del nostro essere, ecco là, davanti a noi, un altro essere cono tutto il suo essere stato, il suo essere ora, le sue esperienze vissute e comprensibili solo a lui, perché solo dalui esistite. Fatto questo salto, accetata la rinuncia a voler essere l'altro, messo da parte - come diceva Kant - "il nostro caro io", abbiamo aperto il nostro essere, paradossalmente con questa distanza, all'avvicinamento; siamo passati dalla mera conoscenza dei suoi problemi, del suo vissuto, del suo vuoto esistito solo da lui, alla comprensione autentica e più profonda, comprensione che solo tramite la presa di coscienza di questa ineluttabile distanza può prendere forma e concretizzarsi. Insomma, proprio la distanza consapevole di noi dall'altro, ci permette di avvicinarlo, ci schiude la possibilità di incontrarlo in tutta la sua pienezza sostanziale, di cui è parte integrante anche quel vuoto che mai potremo fare nostro, ma solo accettare come irripetibile e unica essenza caratteristica del suo esserci nel mondo, solo suo: allontanando il nostro io dall'altro, liberiamo quest'ultimo, rendendolo a noi più vicino e autentico, o meglio, rendendoci più autentici l'un l'altro e riempiendo quel vuoto che lo caratterizza proprio tramite la consapevolezza che quello stesso vuoto rimarrà, per noi e per lui, sempre incolmabile: un mistero insondabile che allontanadoci, contro ogni ragionevolezza, avvicinandoci, ci unisce.
Solo quando ci si accorge di non aver compreso nulla, ecco che, in quello stesso momento, forse, si è cominciato a comprendere qualcosa.

M.P.

DEDICATA A CHI SOLO ORA HO COMPRESO ... CON AFFETTO!
 

 
 
 

TERZO ESCLUSO

Post n°92 pubblicato il 14 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 

Consumo ceneri aspirate.immagine
Sigarette accorciano infiniti
gli attimi che il fumo colma
d'una nebbia acre e fitta.
Sobria l'aria svuota il tempo
del suo creatore nel mondo,
io: Esserci e temporalità.
Rarefatto mi nebulizzo etereo
in circoli smarriti d'identità.
Contraddittorio riflettere viziato
cozza fra sinapsi monadiche,
impazziti frenetici impulsi
senza orientamento: confusi.
Terzo escluso - non posso non essere
me stesso ed esserlo al tempo stesso -
mi sento scisso in dicotomie,
esistenziali fratture intime.
Ogni logica svanisce dissolta
nell'assurdità di un conflitto
irrazzionale: colgo una rosa rossa
stringendola dallo spinoso gambo
e sanguinando ferito, soffro felice
del suo profumo nelle mie carni
profondamente lacerate d'Amore (?).

M.P.

 
 
 

Il con-Esserci degli altri ... e l'esser-solo

Post n°91 pubblicato il 09 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 

immagine


"Anche l'esser-solo dell'Esserci è un modo di con-essere nel mondo. L'altro può mancare soltanto in e per un con-essere. L'esser-solo è un modo difettivo del con-essere, e la sua stessa possibilità è la conferma di quest'ultimo. D'altra parte, la solitudine non vien meno per l' avvicinarsi di un altro esemplare della specie umana, o di dieci. Per numerosi che siano i presenti, l'Esserci può restare solo. Il con-essere e l'effettività dell'esser-assieme non si fondano quindi nella compresenza di molti soggetti."
                       
                                        (M. Hidegger, Essere e Tempo, par. 26)

 
 
 

Danza d'equinozio

Post n°90 pubblicato il 08 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 

Pullula di polliniimmagine
l'aria allude leggera
a primavere fiorite
di ortiche rampicanti.
La natura crea spazi,
falle d' immenso,
pianti: mi penso
libellula planante
in stallo immobile
sospesa in transumanze
d'affettività represse,
sconnesse distanze.
Sul pino un corvo
gracchia neri urli,
sinfonie stonate
e merli annunciano
un canto di malinconie
fra le vie deserte
vergini e immacolate.
Inerte un lento ballo
tento, stringendo stretta
con le braccia aperte
la figura di fantasma
allo specchio deflessa
vedo, canuta, d'ossa
la mia faccia, mucchio.

M.P.



 
 
 

Aporia identitaria

Post n°89 pubblicato il 06 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 

Pendo da un fitto groviglio di "se..."immagine
indeciso m'impiglio nei "forse..."
e m'imbatto in miriadi di "avrei fatto"
M'arrendo, forse? no certo: combatto!
L'altrove è in me qui vicino. In triadi
al quadrato mi proietto confuso
e di me stesso nell'altro rifletto
speranze, illusioni del passato.
Domani è un oggi che si ripete
fotocopiato e sono meri miraggi
le oasi che all'orizzonte sfalsato
creo riempiendo di simboli arcani.
"Se" avessi seguito lo scaltro
consiglio del saggio chissà "forse",
invece di errare ogni volta di più,
"avrei fatto"di meglio nella vita, ma
chi avrebbe scelto e chi vissuto,
chi sarebbe esistito al mio posto
mi chiedo, dubbioso e chi sarebbe
quell'esserci oggi: io od un altro?

M.P.

 
 
 

Irrazionale patho(S)logia dell'Eros

Post n°88 pubblicato il 05 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 
Tag: Poesie

Indisciplinato, questo cuoreimmagine
non vuol sentire ragioni!
Permane nella sua frenesia,
tambureggiante ritmica
spasmodica e convulsiva.
Sussurra spavalde
speranze all'arrendevole
ragionevolezza refrattarie
e spezza la linearità
del possibile concreto
non-contraddittorio logico.
Aporie antinomiche
paralogismi anfibolici:

un sofista demoniaco
nella mia mente razionale(?)
adduce dimostrazioni,
formula teoremi e norme
imperativi categorici
deduzioni richiamanti
equilibri di maturità
emozionalmente instabili.

Il cuore pomposo
di passione, rapide
impetuose Tutto
trascinano nel Nulla
d'un sentimento folle
- tragica dionisiaca -
fenomenicità epifanica
dell'irrazionale Amore,
solo saturo di Lei,
levigandomi l'animo
di un'assenza marmorea.

M.P.

 
 
 

Tu: il tuo nemico.

Post n°87 pubblicato il 02 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 

           immagine

Quando ci si trova dinnanzi ad un nemico palesemente, consapevolmente, irrimediabilmente riconosciuto come più forte e superiore a se stessi si può ricorrere, in ultima istanza, pur di non soccombergli, alla fuga.

Si può scappare il più lontano possibile: nei luoghi più remoti e nascosti, nelle terre più lontane e desolate, nei territori più impervi, sulle vette più alte, nei canyon più profondi. Una fuga disperata e frenetica, seppur mossa dalla labile, speranzosa certezza di potergli sfuggire.

Ci si potrebbe camuffare, nel fidente tentativo di evitare, nello sfortunato caso lo si riincontrasse sulla propria strada, d'esser da lui riconosciuti e di conseguenza trucidati.

Gli si potrebbe addirittura tendere un ingegnoso tranello, cercando di coglierlo alle spalle e attraverso l'effetto sorpresa, allorché indifeso, inerme, impreparato, tentare di sconfiggerlo.

Tutto ciò sarebbe probabilmente immorale, indubbiamente sleale e ineludibilmente sinonimo di codardia, comunque possibile e tuttavia attuabile, eccezion fatta per una particolare circostanza, vale a dire nel caso in cui il nemico in questione non si trovi "dinnanzi" a sé, bensì "dentro" di sé.

Come si può pensare, infatti, di fuggire per non farsi trovare, di camuffarsi per non farsi riconoscere, e a rigor di logica ancor più insensato, di ingannare per coglierlo di sorpresa, chi già a priori conosce tutte le nostre mosse?

È forse possibile giocare a "nascondino" da soli, essere a un tempo stesso il cercante e il cercato, e sperare di non esser trovati, se non addirittura tentare di fare "tana" a se stessi?

Se è possibile evitare di ascoltare una persona mentre parla, è altrettanto possibile parlare da soli e non "udirsi"?

Chi sarebbe il vincitore di una "battaglia navale" giocata in solitario, o di un conflitto bellico fra due fazioni opposte certo, ma con a capo il medesimo comandante?

In conclusione:

"Come puoi cercare di sconfiggere il tuo peggior nemico quando ti rendi conto, ahimè, che quel nemico si tanto temuto altri non sei ... che  TU STESSO "?

M.P.

 
 
 

Fiamma arde

Post n°86 pubblicato il 01 Aprile 2007 da brokenheart74dgl
 

Si rassegna stanco il logosimmagine
nel suo spento contorcersi
all'onirico si svende
e prono nell'assenza
d' un sofferto silenzio
di razionalità, tace muto
e s'arrende, al tetro fato.

Cremisi color notte
fragilità, lastra di vetro
saetta il cielo squarcia
sfreccia lenta e nell'oblio
non rimuove ma alimenta
la scintilla, fiamma accesa,
bruciando tozza la torcia
che arde eterna e densa

nell'infinito suo desio.
Attenta l'emozione, vispa
rinchiusa nella ruvida
pietrosa chiusa botola,
implode e si accartoccia
su se stessa timida
appicciando una catasta
di legna e di corteccia
pagliericcia e secca.

S'ammanta il nero buio
d'imago solitarie, volti 
d'intrisi ombrosi visi
l'insonne agitazione
e un ululato canta, urla
sentori d'un profumo
d'essenze in lontananza
al cuore refrattarie voci
deliranti, cupe si rincorrono
strisciando serpeggianti
orfane, prive di speranza.

M.P.

 
 
 

Distanze

Post n°85 pubblicato il 30 Marzo 2007 da brokenheart74dgl
 

Remote sensazioniimmagine
a distanza, passioni
incorporee assaporate
con desiderio curioso.
Confuso intermediario
un telefono filtra empatie
caratteriali finemente
affini, tra loro simili.
Unite essenze scisse solo
da linee sotterranee
che percorrono muri
palazzi e città e regioni
connettendo spazi abissali
in telepatici spruzzi
di confidenziale fragilità
in impulsi d'Eterno
bisogno di comprensione.
Lontananze infinite
contraddicono leggi
einsteiniane di realatività.
Velocità superiori alla luce
piegano il piano spaziale
in un tunnel del tempo
che con un salto
quantico attraverso.
Gravità iperboliche
contraggono universi
spalancano buchi
e con un balzo felino
ottocento chilometri
divengono un passo.
Sollevo la cornetta
il tempo di un respiro
e sono da Lei, laggiù
ora distante e vicino.

M.P.



 
 
 

Too much love to kill you (Queen)

Post n°84 pubblicato il 29 Marzo 2007 da brokenheart74dgl
 
Tag: Musica

I'm just the pieces of the man I used to be
Too many bitter tears are raining down on me
I'm far away from home
And I've been facing this alone
For much too long
I feel like no-one ever told the truth to me
About growing up and what a struggle it would be
In my tangled state of mind
I've been looking back to find
Where I went wrong
Too much love will kill you
If you can't make up your mind
Torn between the lover
And the love you leave behind
You're headed for disaster
'cos you never read the signs
Too much love will kill you
Every time
I'm just the shadow of the man I used to be
And it seems like there's no way out of this for me
I used to bring you sunshine
Now all I ever do is bring you down
How would it be if you were standing in my shoes
Can't you see that it's impossible to choose
No there's no making sense of it
Every way I go I'm bound to lose
Too much love will kill you
Just as sure as none at all
It'll drain the power that's in you
Make you plead and scream and crawl
And the pain will make you crazy
You're the victim of your crime
Too much love will kill you
Every time
Too much love will kill you
It'll make your life a lie
Yes, too much love will kill you
And you won't understand why
You'd give your life, you'd sell your soul
But here it comes again
Too much love will kill you
In the end...
In the end.

 
 
 

Secco ramo infranto

Post n°83 pubblicato il 28 Marzo 2007 da brokenheart74dgl
 

"La felicità non esiste, esistono solo brevi istanti in cui la sofferenza si fa sentire meno. Quei brevi istanti vengono definiti dall'uomo: felicità"
M.P.


immagine
Ho calpestato un ramo
secco che ha scricchiolato
rotto sotto il mio piede
spezzato in due
Era stato forse un tempo
generatore di frutti
e fiori rigogliosamente
germoglianti e vivi

A ritroso nel tempo
perduto remoto passato
ho immaginato verdi
le foglie come dita
sulla corteccia sua
ora asciutta sterpaglia
sfiorate dal vento
danzare in mille carezze

Poi quel vento stesso
irato s'è imbizzarrito
strappando lento
in agonie disumane
quel braccio di legno
che invecchiato a terra
ho schiacciato di me
con un sordo scrocchìo

Se io fossi quel ramo
di un'era trascorsa
a partorire profumi
ora semplice incosciente
presenza, mera cosa
inanimata non soffrirei.
Ma sono viva esistenza
cosciente che
infranta
soffre

M.P.

 
 
 

Sono una cratura (Ungaretti)

Post n°82 pubblicato il 27 Marzo 2007 da brokenheart74dgl
 
Tag: Poesie

immagineCome questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
Così totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

 
 
 

Via da questo mare (S.Cammariere)

Post n°81 pubblicato il 27 Marzo 2007 da brokenheart74dgl
 

immagine


L'esistenza è possibilità, è libertà non vincolata se non dalle nostre scelte, dall'impegno che noi mettiamo nel progettarci nel mondo. Certo ogni scelta, in quanto libera, prevede il rischio della riuscita o del fallimento, ed è nostra responsabilità ogni movimento in cui dirigiamo le nostre azioni.
Questo rischio, comporta, in quanto tale, un eterno mettersi in gioco, un porsi in una situazione di dubbio. In quest'ultimo si cela quello spazio di non-essere, di non ancora esistente, quel vuoto non ancora riempito d'essere, che sta a noi stessi colmare con le nostre decisioni. Proprio l'esistenza di questo vuoto è la possibilità stessa in cui la coscienza può situarsi: se tutto, infatti, fosse pieno, stracolmo, saturo d'essere, non ci sarebbe spazio per la decisione, perchè non ci sarebbe mancanza alcuna da riempire con quell'essere che noi creiamo attraverso le nostre scelte.
L'esistenza è dunque il dispiegarsi delle possibilità finite che quel non-essere che la coscienza è, permette di riempire di se stessa avvalorata di un essere dinamico, cangiante, mai deciso una volta per tutte e che si chiama Libertà.
Se non vi fosse questo vuoto non passerebbe differenza alcuna fra una "cosa" - che è pienamente e senza coscienza - e un "esserci", un uomo - che in quanto coscienza non è mai essere già fatto del tutto, stantio, cristallizzato, ma un continuo riempire di essere le mancanze.
Questa è l'esistenza: possibilità, poter essere.
Come tutti i modi di essere dell'esistenza, anke l'Amore è solo una possibilità, una possibilità che richiede il rischio della scelta e, se vuole essere amore vero, l'abbandono di ogni malafede ( menzogna con se stessi) per rimettersi completamente all'autenticità, a quel modo di essere che guardandosi dentro dice a se stesso: "Sto amando veramente qualcuno mi sto solo imponendo di amarlo perkè temo la risposta che ne conseguirebbe?".
Problematica è l'esistenza e prima o poi si è chiamati a scegliere di scegliere, per diventare finalmente padroni della propria vita.
D'altronde che esistenza sarebbe se tutto fosse già deciso, se già a priori si sapessero in anticipo le conseguenze delle proprie scelte? Non esistenza sarebbe, ma essere, o come direbbe Heiddeger "semplice presenza".

M.P.

 
 
 

Acidula eb(b)rezza

Post n°80 pubblicato il 25 Marzo 2007 da brokenheart74dgl
 

Giallo colore immagine
primario, limone
profumo d'acidulità
nell'aria che contrae
spazialità in dense
gravità emozionali.

Singolarità che inghiotte
pesante il leggero
volteggiare caotico
d'entropie infinite
in un giorno estraneo
al passare del tempo.

Schizzi di impalpabile
empatica telepatia
metafisica, incorporea
che viaggia, divorando
distanze abissali
in un epicentro tellurico.

Mozzi sprazzi misti
a sapori, spremute
d'essenze e di terra
bagnata di gocce
stillate da un vivido
spicchio di cielo.

Invadente presenza
costante sentore
improvviso di eco
vibranti all'unisono
il dolce lamento
d'un ebbro smarrirsi.

Ti sbuccio la scorza
rugosa per suggere
ghiotto il liquido intriso
che Natura ha creato
e ingordo, assetato
di te ... m'ubriaco.

M.P.

 
 
 
 
 

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