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lakeghost
   
 
Creato da lakeghost il 13/11/2006

Mattone dopo mattone

nei cantieri della reggia del caos

 

Post n°104

Post n°106 pubblicato il 03 Marzo 2013 da lakeghost
 

E' l'estate del 2008, Roma è calda e appiccicosa, la casa di Annarella è una bolgia di letti sfatti, i piatti sono accatastati sul lavandino incrostati di pattume alimentare e le mosche non fanno che girare attorno ronzanti e affamate. Lei ti accoglie in casa con la faccia cdi una bimba monella, che ha compiuto una grave infrazione al codice etico familiare ma non ha il coraggio di dirlo ai genitori. L'atmosfera però è carica del suo coraggio, della sua disperazione e della sua paura di ferirti, e i suoi sensi di colpa nei tuoi confronti dureranno anni. Quando poi ti pianterà per la seconda e ultima volta, le impediranno di scambiare con te due parole, davanti a una birra, e penserai che ti odia, perchè la colpa sei tu.
Fate l'amore lentamente, lei si ferma a piangere, poi riprende dolcezza e compassione, mentre le lacrime le sgocciolano dal mento e tira su col naso. Tu vuoi morire. Soffocato dal suo petto, col suo profumo come ultima esperienza sensibile di questa vita maledetta. Prima di fuggire di casa, prima d'aver strappato tutti i capelli dallo scalpo, lei ti accompagna alla porta e mentre ti bacia piangendo dice che ti ama, ma deve restare da sola.
A settembre inizi a frequentare l'istituto alberghiero, il corso serale, che è disegnato su misura di chi ha bisogno di un diploma prima di ricevere un istruzione. La classe è la sintesi microcosmica della globalizzazione, un frullato di etnie. Passa qualche settimana, ti ritrovi a passeggiare per i corridoi al fianco di una ragazza caraibica, che balbettando qualche frase di circostanza ti chiede ridendo se una qualche volta non ti andrebbe di bere qualcosa insieme. Non riuscirai a farla bere mai, ma l'invito era un tenero approccio per passare qualche momento intimo. Tu pensi che sia elegante mettere in chiaro che, sebbene ti senta molto attratto da lei, il tuo cuore e la tua mente appartengono ancora a una ragazza che ti ha piantato poco tempo addietro, e che le tue energie si concentrano affinchè un giorno voi possiate tornare ad amarvi. Tutto questo non inibirà il bisogno d'una donna ad imporre i suoi desideri a discapito della ragionevolezza, così una sera fresca d'autunno Ninha ti bacia su un ponte del Ghetto. Pensi che baciarla è stato più bello di tante scopate inerti. Ma il tempo in cui Annarella si decide a tornare da te arriva d'improvviso, come un gatto acquattato che balza su un topolino di campagna.
Porterai Ninha fuori dal Ghetto, le dirai con un filo di voce che tra una settimana potrebbe vederti passeggiare a braccetto con la ragazza che ami, che quello che desideravi è avvenuto, che stai male per lei, e altre amenità che non leniscono la schiacciante umiliazione che questa storia ha procurato ad entrambi.
Mollerai l'alberghiero un paio di mesi prima che si concluda l'anno, vuoi partire per l'Abruzzo a fare la stagione, per mettere da parte un pò di spiccioli, coltivare una qualche sgangherata esperienza professionale e, soprattutto, avvicinarti ad Annarella. Lei però non è particolarmente entusiasta della sorpresa. Si sente schiacciata dalla tua presenza. Quando poi inizi a lavorare per la "setta" litigherete ad ogni momento buono, ti trascini in una bagarre costante, e tra pianti e vaffanculi dopo 10 mesi pensi sia meglio filare. A vicenza ti caccerai in un casino impronunciabile, ti fai fottere da una troia che a lavoro ti renderà la vita impossibile. Così dopo tre mesi di inferno, pianti baracca e burattini, nella foga della lite lei penserà che vuoi picchiarla e fa un balzo indietro, piccola e agile come il maestro Yoda. Da un giorno all'altro sei senza lavoro ma con un affitto da onorare. Lasci l'appartamento ma è ancora sul tuo libro paga, che non esiste. Dopo una settimana, una sera a letto nella tua stanza a casa dei tuoi al telefono Annarella ti dice piangendo che forse è meglio che non vi sentiate per un pò, che il tuo amore e terribile, e lei non può sostenerlo. Non la chiamerai più. Il tuo cuore si fa pesante e blue. Finirai a lavorare a Bergamo, l'associazione ha un posto per te. Dovrai chiedergli un prestito per far fronte alle spese, il tuo stipendio attuale non può coprire il lusso di un doppio affitto. Nei mesi successivi conosci una donna ariana, bionda e rosea. Ti spostano a cucinare nel ristorante dove lavora lei, dopo un mese ti spediscono in un ristorante in bassa Val Brembana e tu penserai che non hai ancora avuto il tempo di limonarla. Alla fine dell'ultimo giorno di lavoro con lei, decide di accompagnarti in stazione, vi abbracciate in auto e lei ti trattiene ad oltranza, allora la scosti e la baci. Ti farà sobbalzare la sensazione limpida che tu stia baciando Ninha. Sbiancata ed europea.
Dopo una settimana le dici che a fine mese pianterai il lavoro e l'associazione tutta. Lei a fatto avvenuto pianterà te.


I mesi successivi passeranno tra gli scaffali lignei e profumati d'incenso del negozio d'alimenti biologici, e le fluenti bevute nel Blues della pianura veneta. A giungo però dovrai tornare in Abruzzo, un tuo amico ti chiede di lavorare per lui, devi tenere una bancarella di materiale etinco. Ritrovi Annarella. Mentre state insieme le squilla il telefono più volte, e lei lo nasconde nella borsetta. Quando vi baciate ti sembra che tutto il dolore della sua perdita scompaia per sempre, ma poi ricomincia quando si allontana dalle tue labbra. E capisci che per non soffrire devi coninuare a metterle la tua lingua in gola. La seconda volta che vi incontrate lei ti porta nel suo letto. E' candida come il vestito d'una bambina alla comunione. Fate l'amore, lei piange, tu non tieni l'erezione, lei ti implora di non guardarla così e tu vuoi morire, imbottirti di sonniferi, dopo aver cacato ed esserti fatto una lavanda gastrica, per andartene senza dolore e più pulito di come sei venuto. Quando ti dirà d'averlo fatto perchè vuole vederti felice, tu capirai che ti sta elemosinando la fica, la amerai sempre di più e ti odierai altrettanto.
E' l'ottobre del 2011 quando torni dalla stagione abruzzese, e una tua amica ti confessa che vuole portarti a letto. Tu ci andrai senza pensarci, ma la serata prende una piega imprevista, nella stravaganza del tutto non ti si rizza e dopo un quarto d'ora di pensieri osceni getti la spugna, ti giri di lato e cerchi di dormire.
Nei giorni successivi non ti sembrerà vero quanto questo avvenimento pesi nella tua storia sentimentale, giorno dopo giorno scivolerai in una disperazione vischiosa e lenta, come una goccia di muco che cammina sul labro nudo d'un lattante.
Troverai Ninha in chat, lei desidera incontrarti e a te non pare vero. Vi vedete sul ponte sotto la finestra del suo appartamento. Quando esce dal portone ti sembra bellissima, una pantera con le scarpe di tela, il sorriso che lampeggia come un falcetto appena forgiato, e ti bacia sulle labbra appena è a un passo da te. Bacia come 3 anni fa. Questa volta non puoi resistere al suo magnetismo erotico, ma sbatterla in cucina mentre i bimbi dormono nella camera a fianco non è tra le tue fantasie più spinte. La prima volta che farete l'amore sarà tragico, la seconda volta meno. Ma non avrai tempo di perfezionare l'intesa sessuale, perchè non avrete il tempo di alimentare l'intesa intellettuale. Quella sentimentale pare l'unica energia destinata a durare e a rimanere frustrata per sempre. Ti pianterà dopo un mese, non si fida di te per ciò che avvenne nell'ormai lontano inverno del 2008 e invece si fida troppo della sensazione che di li a qualche mese sparirai di nuovo in qualche cucina del centro italia, o perfino in Germania. Così avviene infatti, a maggio ti trovi nelle Marche, a fare lo sguattero per quattro soldi, e da maggio a gennaio il tempo cammina col passo pesante d'un ubriaco che si trascina in una notte afosa d'estate.
Arriva il momento di staccare la spina, nel gelo che è il tuo appartamento, che nel silenzio ti sta lentamente consumando, maturi la decisione che hai bisogno di scappare a Palermo. Passerai qualche giorno in buona compagnia, nella terra del dolore e delle palme, dell'ignoranza e dell'amore. E per l'appunto quello che troverai sarà un altro scherzo d'amore, dentro il quale ti tufferai con la comprovata goffagine e cecità assoluta. A spezzarti il cuore sarà una mezza lesbica che non saprà decidere tra la vulva e il cazzo. Una sera di luna piena la riaccompagni a casa, lei aspetta che la baci, ma tu scapperai via come uno scolaretto davanti al gioco della bottiglia quando per sorte avversa deve stampare la sua faccia contro quella dell'innamorata. La sera successiva le fai un regalo, vi sedete sotto la fontana e la baci. Il giorno dopo devi ripartire e ti chiederai se almeno questa volta riuscirai ad inoltrare l'illusione più dell'oramai solito e implacabile mese di melassa. La risposta arriva dopo poco più di due settimane, quando lei ti confessa che non vede l'ora di infilarsi sotto le coperte con l'ennesima troia.
Adesso stai cercando puerilmente di estrinsecare una morale da questo dedalo di relazioni incompiute e stanchi nomadismi, e a quanto pare le due cose nella tua mente dovranno combaciare. Tirare le somme non è mai stata la tua qualità più elevata, ne tanto meno quella che hai maggiormente allenato, ma sarà meglio che, per la scarsa attitudine alla pazienza che dimostri, paradossalmente con quella grande pazienza che invero ti manca, tu cominci a seminare qualche frutto meno spinoso di quelli che hai già così deludentemente raccolto. Cosicchè un giorno la tua cornucopia possa essere sfoggiata davanti uno specchio e finalmente ne avrai l'orgoglio di cibartene lautamente.

 
 
 

Post n°103

Post n°105 pubblicato il 06 Gennaio 2013 da lakeghost
 

"Hai chiamato per farmi gli auguri di Natale?"
"Semmai di NatANALE..."
Così dopo una cena pacifica e una bottiglia di vino condivisa, inforchiamo i giubotti, rapiniamo il frigo delle birre in sconto che mio padre aveva acquistato nella speranza di scolarsele meritatamente. E' una notte buia, il firmamento non si concede e la luna pietistica osserva con partecipazione il nostro cammino da dietro un velo di nubi bianche, che mi fa pentire di non aver mai chiesto ad una fanciulla la sua mano. Il vicolo che abbiamo scelto ha campi intensivi che col buio paiono sterminati, sia a nord che a sud. I rami spogliati dal gelo si tendono verso l'alto come le nostre preghiere, non sembrano altro che vasi sanguigni e condotti anatomici pietrificati di uomini secolari rovesciati a testa in giù. il cielo è immobile, il silenzio e la coltre di nubi che ci sovrasta sono parenti e respirano al medesimo ritmo rallentato.
Si parla di donne quando dal cielo si distaccano delle stelle calde, e che grazia nel loro moto, quale melodia celeste staranno suonando per noi osservatori ammirati mentre si dispongono in formazione a croce latina puntando verso sud, e noi taciamo incantati. Nel deserto di cemento che si nutre di squallore, i nostri alieni puntiformi sono come un assolo di Gary Moore nel blues più straziato. Come quando chi ha il cuore infranto annusa inaspettatamente l'odor  di vaniglia che traspira il petto abbondante d'una fanciulla che lo scopre in amore per la prima volta, in esclusiva mondiale e ci si sente dei prescelti. Degli uomini di Dio. Siamo piantati con le caviglie nell'asfalto, pesanti come macigni, eppure il cielo ci ha già rapito. Dall'orizzonte se ne innalzano altre due, che presto si avvicinano alle sorelle, e noi con la nostra anima che trabocca meraviglia stiamo danzando tra di loro, come gli Indios ballano attorno al fuoco sacro. Per associazione, la mia mente finisce col pensare alle rive dell'adriatico in estate, occupate forzatamente dai baccanali degli chalet che in uno slancio di ridicola presunzione di eleganza e originalità librano nella notte inoltrata quelle piccole lanterne giapponesi, che volano leggere con una candela che spinge sul tetto, come le mongolfiere. Ecco la mente, assassina dell'anima.


Muoiono così i nostri alieni puntiformi, si dissolvono garbatamente come si erano accesi, escono dalle nostre illusioni riaprendo nuovamente il sipario ad una realtà che attende troppo il nostro contributo poetico, e non ci si viene mai incontro. Quelle maledette lanterne che abbiamo amato per qualche istante giacciono adesso distese su qualche campo incolto, dove il mais è stato raccolto e le piante sono state spezzate e arse con meccanica indifferenza.
Mai come in quei felici e al contempo tragici secondi, mi è stato così chiaro quanto sia immediato il passo verso la fuga per una dimensione trascendente.
Ma la fuga è come una marachella incompiuta.

 
 
 

Post n°102

Post n°104 pubblicato il 15 Dicembre 2012 da lakeghost
 

Sono le 15 e qualcosa quando esco di casa trafelato sapendo di portare minimo 20 minuti di ritardo all'appuntamento con Frank. Carmela è accucciata sul pail proprio fuori dalla porta, bianca sporca e grassa, chiede una carezza, è una gatta voluttuosa. Le indicazioni che ho avuto da Frank sulla strada per raggiungerlo a lezione non sono state completamente esaustive. Imbocco l'autostrada mentre il sole si avvicina alle vette bianche del Gran Sasso, reggono un cielo tagliato a metà tra il blu dello spazio rischiarato appena e il grigio gonfio delle nubi che salgono piano dall'orizzonte. Passa quasi un'ora prima che riesca ad individuare il luogo dell'appuntamento, mi passa a prendere dal benzinaio, faccio in tempo per una pisciata, comprare le cartine e mezzo chilo di pane, che rompo disordinatamente mentre lo aspetto. Quando arriva mi offre un caffè e un bicchiere d'acqua, e io so già che prima che finisca la lezione avrò nuovamente la tanica da svuotare.
Arriviamo al Polifunzionale, scendiamo una rampa per automobili e si entra dentro l'auditorio, che, insomma, altro non è che una stanza piastrellata, bianca, sedie e panche sono schiacciate alla parete. Dico a Frank, molto mortificato, che tornato da lavoro non ho tutto questo tempo, e recuperare a 30 anni tutto il programma di dieci lunghi anni di conservatorio attualmente per me è impossibile, tra i panni insozzati, la casa da pulire e il dovere fondamentale di mangiare qualcosa, quanto meno per sopravvivere un altro giorno.
La lezione finisce presto, il Blues me lo dovrò suonare a casa da solo. Arrivano due sorelline che stanno studiando latino americano, estraggono le loro chitarre e si accordano con Frank. La mia vescica è gonfia, individuo l'iscrizione che mi salverà i reni e varco la porta. Si apre un corridoio senza luci, illuminato poco dalla porta a vetri al suo termine. Si fa largo un ficcante lezzo di putrefazione avanzata. Sulla destra un barlume metallico si staglia dalla parete scura, un gancio da macellaio appeso al muro, incerottato da una cerata trasparente macchiata a chiazze da evidenti schizzi di sangue obliqui. Per terra un lago di sangue in crosta occupa una grossa superfice del corridoio, e a fianco un'enorme bacinella bianca in plastica contiene per metà scarti di macellazione, un porpora annerito, schiarito a intervalli solo da brevi lampi gialli tendinei. Il mio piscio è chiaro come l'acqua. Quando torno in auditorio non devo avere un bell'aspetto, Frank mi guarda curioso mentre fa la base alle signorine studentesse. Sorrido pallido, inforco il giubotto, prendo la chitarra e filo via.
La notte è piombata rapida sui paesi dalla Val Vibrata.
Lunghe file di auto si intrecciano, ognuno è infilato stretto nel proprio loculo e pensa a quanto ci metterà a tornare a casa
.

 
 
 

Post n°101

Post n°103 pubblicato il 08 Dicembre 2012 da lakeghost
 

Saranno passati circa venticinque anni da quando la spuma del mar dei caraibi modellava i tuoi caratteri , il sole ti anneriva la pelle e le onde ti lasciavano posata tra le piante di cacao e i riti voodoo. Oggi celebri col tuo compagno e la tua creatura la forza d'animo, la fermezza intellettuale e la robustezza del tuo cuore, che hanno sopportato i dolori, le atrocità e le inaspettate ma altrettanto meritate gioie che solo un'antenna ricettiva come quella del tuo spirito giovane potevano abbracciare con tanta costanza.
Quando ti conobbi mi chiedesti se mi intendevo lanciare dalla finestra, coi denti bianchi che riflettevano la luce del cielo. Io ti risposi che non lo avrei fatto, ammenochè non ti fossi spostata, non avrei gradito sporcarti i pantaloni. Quando uscimmo insieme la prima volta fosti così coraggiosa e fluida, che mi diedi subito a capire che ti piacevo davvero. E io avevo il cuore diviso in due, e quelle due parti si sarebbero presto distaccate tanto da spezzarlo senza mai riuscire a ricucirlo. Ci rincontrammo dopo tanti anni, una sera umida a Venezia. Io, neanche a dirlo, ero pressocchè disperato, una notte d'amore condivisa con una donna eroticamente gelida come l'aria siberiana, mi aveva trascinato in un vortice di pensieri neri dal quale non riuscivo a divincolarmi. Io stavo ritto sul ponte, come una stalattite e tu mi venisti incontro, liberasti quel sorriso che spalancò il cielo notturno e mi baciasti, senza perchè. Io mi dissi che era il momento di stare con te, senza riserve finalmente. Ma avevo già logorato la tua pazienza, e la tua mente non faceva che riempirsi di dubbi, e io con un piede tra le calli e uno a metà tra le verdi colline marchigiane e le fredde vallate della germania, non fui in grado di rischiarare questa nebbia spaventosa.
Saranno passati 12 mesi da quando ti regalai un piccolo libro che racconta il viaggio d'un uomo ospite d'una nazione utopica, dove non v'è polizia ne arma alcuna, non esistono carceri, le scuole sono aperte e chi vuol fare l'amore porta con se un fiorellino azzurro in vista.



So bene che chi è costretto a sopravvivere non ha sempre il tempo di sognare, tanto è ravvicinata la dura realtà d'ogni giorno. Ma chissà che un giorno non ci si possa rincontrare lungo una strada affollata, entrambi col medesimo fiore azzurro sul taschino.

 
 
 

Post n°100

Post n°102 pubblicato il 01 Dicembre 2012 da lakeghost
 

Un mucchietto sparuto di gente si è radunato ai piedi di un balcone d'un palazzo bianco, non troppo importante, ma era tutto suo. Vociava con la rabbia illogica dei disperati e lanciava oggetti contro le finestre, ortaggi per la maggiore, qualche pomodoro e altre vivande di cu abbondano le nostre tavole. Il Boss si affaccia e li sfida con spocchia, loro alzano il tono, lo vogliono vedere nudo, lasciare la Sicilia e non far più ritorno. Io cammino verso il balcone che si fa più basso mano a mano che mi avvicino, ed è così d'altronde, il potere è basso se lo si guarda da vicino. Gli dico che sono emigrato troppi anni fa oramai, e che da allora non faccio che vagare, ma non si riesce proprio a tornare stabilmente. Mi manca la mia terra madre, la sogno, la desidero come un uomo corteggia una donna capricciosa. Ma c'è un solo modo perchè tutti gli esuli facciano ritorno, non c'è altra strada se non quella che ci vede incrociati noi da una parte e dall'altra loro. Noi torniamo solo se voi ve ne andate. Lui si sporge dal balcone e si commuove, come un nonno da l'addio a un nipote con orgoglio ferito.  Mi stringe la mano e sussurra "Non è possibile. Non è Possibile".
Apro gli occhi, galleggiano nel buio amniotico della mia stanza. La luce bluastra delle 6 filtra dai buchi stretti della serranda calata. E' un mattino plumbeo. Nella soglia tra il sonno e la veglia i pensieri sono come le onde d'un mare grosso, si agitano e si schiantano l'uno sull'altro, poi si sciolgono nella sabbia, spariscono e ritornano.  Ieri colla timidezza d'un bimbo al primo giorno di scuola ho mostrato a R. un video che ho registrato per quella creatura celeste che ha acceso il Blues nella mia anima non più vergine. Non esiste musica più ficcante se è un Blues dedicato ad un amore perduto, che sopravvive solo nelle umide cantine della memoria. "Fai schifo, impara a suonare quaesta cazzo di chitarra". "Ma tu fai schifo alla merda!"
Mi infilo in macchina, il volante è un blocco di ghiaccio e mi bruciano le mani. Giro a destra, le palme coprono a intervalli regolari gli chalet addormentati sulla spiaggia, sulla strada si vede solo qualche goffo corridore che zoppica sulla ciclabile. Quando il lungomare si spegne su una curva si apre l'orizzonte, la superfice blue dell'acqua è appena increspata, ma il suo colore è profondo e chissà cosa si agita sotto. Dallo stereo il Blues schizza come un falcetto che si abbatte lento e strappa brandelli di cuore, e il canto degli schiavi sale al cielo, redento finalmente nel sangue e nel dolore.
Accendo una sigaretta e aspetto.

Aspetto.


As The Years Go Passin' By, Gary Moore

 
 
 

Post n°99

Post n°101 pubblicato il 22 Novembre 2012 da lakeghost
 

Lettera nona (dall'Orto Abortito)

Un piccolo cancello di legno, scrostato dai secoli e infradicito dal continuo reflusso di materiale organico, separa il deserto di cemento e ruggine da quello che nell'età dell'oro di questa terra decaduta era l'Orto Umano, poi diventato "Orto Abortito", adesso invece sull'arco sopra al cancello immobile, qualcuno, lesto di braccio e di mente, ha posto il sigillo definitivo e iscritto il nome che lo consegnerà alla storia dei suoi ultimi orribili anni, ovvero "Ab-Orto".
La terra brulla è dura come una lastra d'acciaio, un piano cartesiano che toccca l'infinito cosmico, e la nebbia lambisce il suolo, ferma dalla fine dei tempi, congelata da un rigor mortis dall'incedere millenario. Nell'orto abortito nascevano uomini e donne nuove a piè sospinto, dei Cristi iridescenti, forti d'un amore universale che avrebbe conservato la vita di questo splendido universo contro ogni impresa coatta di corruzione.
Eppure, sebbene tutto fosse così logico, i nuovi frutti di questo grande feto terrestre cominciarono a morire d'anticipo sui loro doveri. Ciò che v'era da affrontare al di la del debole cancello d'uscita fu un'orrido spettacolo, e come una vespa si agita tra gli occhi, non bastava mantenere la calma per lasciar sbiadire quelle immagini letali. Ciò che segnò la fine d'ogni speranza fu la drammatica costatazione che i decessi s'anticipavano vieppiù. Gli uomini morivano senza raggiungere mai alcuna maturità sessuale, intellettuale e spirituale. Finchè i corpi non iniziarono ad accatastari rigidamente al di qua del cancello, che ormai non c'era più alcuno tanto rapido da varcarlo una volta. La regressione terminò quando gli ultimi semi marcirono prima d'attecchire.
Colui che nominò a ragion veduta l'Ab-Orto, fu l'ultimo a varcarne la soglia, e l'ultimo ad averne coscienza, perchè tutti gli altri sparirono nell'ignoranza.

 
 
 

Post N°98

Post n°100 pubblicato il 12 Settembre 2012 da lakeghost
 

Lettera Ottava

Il deserto di cemento e ruggine, non molto tempo addietro, era una verde terra, dove le colline si alzavano modeste e i borghi in cima spuntavano curiosi come il muso d'una talpa. Le montagne bucavano i cieli, aguzze e bianche come i denti degli squali, le vallate morbide come il ventre d'una calda e tenera amante, e le acque impetuose bagnavano le coste e alimentavano la vita degli abissi.
Ma tra gli abitanti l'amore non fiammeggiò mai quanto arde il sole, e bastò poco a che si spezzassero i vincoli di sangue e ci si disinteressasse ai tributi dell'amicizia. Non fu difficile trasformare ciò che ribolliva di vita in una pozzanghera vischiosa di nero catrame.
Arrivò un giorno da chissà dove, e nessuno se lo chiese, la terribile progenie d'un male antico. Quali fossero i suoi scopi non si seppero, e nessuno si chiese manco quello. Ma ebbe bocca per parlare, e mente e bracci per plasmare, e fu così che gli uomini caddero presto in suo possesso. Divennero suoi e loro ne furono compiaciuti. Aveva una fame di vita mai concepibile, una volontà di possesso implacabile quanto il magma che dalle profondità della terra innalza come una colonna di anime dannate, e spara spietata lapilli dove maggiormente le garba. E gli uomini, che ormai erano suoi e non sapevano come redimersi, giocavano al suo orrido gioco, e tra le lacrime amare dei coccodrilli abbattevano le loro case, mangiavano i loro figli, ammorbavano i loro mari e stupravano i loro amanti.

Adesso, quando la luna sorge sul deserto di cemento e ruggine, porta il viso di quelle anime maledette dalle atrocità, un fantasma col volto sozzo del sangue d'agnello.  

Death Valley Blues

 
 
 

Post N°97

Post n°99 pubblicato il 29 Dicembre 2011 da lakeghost
 

slow rising.
  fast descending. and deep.
     blond beer,
        red wine. yeah.

 
 
 

Post N°96

Post n°98 pubblicato il 26 Dicembre 2011 da lakeghost
 

Sto guardando con mortificazione il selciato d’una stradina di paese in salita, qualche bancarella sulla destra scivola di lato dai miei occhi senza alcun peso, sono concentrato sul mio passo lento e sto cercando di trattenere le mie parole di ghiaccio. Con tutta sincerità, non posso più muovere un passo. Tu ti giri, sto farfugliando qualcosa di maledettamente stupido e disperato, riderei di me se fossi sveglio. Quando mi baci le tue guance sono umide e salate, rigate dalle lacrime. Quel coglione d’un capellone ti guarda imbalsamato, come uno scoiattolo esposto sulla mensola di una baita di montagna. Ma ha la tua stima e mi dovrà bastare. Ci stiamo dicendo addio, sto singhiozzando come un bimbo che ha preso una sberla dal padre. Dio, le tue labbra, non le voglio lasciare. Scappo lontano da te a gambe levate, corro nel vento, il selciato sembra un tapis roulant. In stazione non c’è un treno che mi porti via da questa città morta, i cartelloni sono scritti in un alfabeto alieno e io sembro una talpa.
Le lacrime dolci che non ho versato in tempo di pace e quelle amare che non ho versato in tempo di guerra stanno annegando i miei sogni, e mi scopro più addolorato di quello che il mio ego mi possa concedere di sapere.
Il mio cazzo non ha più risposto presente agli appelli di qualche sfortunata maestra, riderei di me se stessi sognando. Ti dico addio nello strazio più oscuro ogni fottutissima notte gelata, ma né il mio corpo intirizzito né la mia mente distratta intendono obbedire alla lezione dell’amore più doloroso ed estremo, quello che si consacra nella perdita.


 
 
 

Post N°95

Post n°97 pubblicato il 07 Agosto 2011 da lakeghost
 

 

Io quando prendo sonno sulla testa non ho il cielo stellato. Su di me non vegliano gli dei,  non cantano le sirene, non soffiano i venti dell’est. Quando prendo sonno sulla mia testa si stende una lunga lastra di cemento, scura e soffocante, come un bagno nel catrame.
Se al mio fianco il tuo corpo si stagliava come una spiaggia dorata, il mio spirito si elevava al di sopra degli uomini, sulle sfere celesti, dove danza Alce Nero coi suoi cavalli sauri,  Cavallo Pazzo coi suoi spiriti e il mio ghigno mummificato, che si trasformava nel tuo dolce sorriso di bambina.
Quando riposavi lontano da me eri come lo splendido fondale dell’oceano a cui si ancora un gommone di migranti che ha affrontato la tempesta e il mare grosso per camminare veleggiando leggeri come le piume sulle coste del nuovo mondo. E il mio spirito restava nella sfera degli uomini dove potevo vedere bene il corpo che ospita la tua meravigliosa anima bianca. Una nuvola a forma di colomba.
Adesso il mio corpo giace nell’ombra umida, affannata da un caldo torrido, e uno stormo di insetti vibra sulle pareti nude della mia cella. E il mio spirito non ha più il coraggio di spiarti nemmeno con timidezza, cammina perso nelle paludi dove la melma attanaglia le caviglie e l’inferno chiama con la voce d’una puttana.

Il Clown alla Rovescia non si annuncia più. Si materializza come una grandinata estiva, e se ne va lasciando pozzanghere rosse, rami spezzati e foglie marcite.

 
 
 

Post N°94

Post n°96 pubblicato il 18 Luglio 2011 da lakeghost
 

Le cime dei pini accarezzano il cielo di luglio, il vento fresco dell’adriatico canta coi rami e le pigne e soffia sugli aghi che dormono a terra. Il sole affaccia piano tra le fronde e si abbassa salutando il mio viso con una luce potente e gialla. Le auto scintillano rumorose sulla strada di fianco e i bagnanti prendono le loro biciclette per muoversi da una parte all’altra della spiaggia.
Non vi è nulla di più poetico in tutto questo che nell’attendere passivamente la sera e l’ora di tirar su il gazebo e iniziare a lavorare. Quando la vita è così arida la fantasia è un inganno; se non aggiunge alcuna soluzione è meglio concentrarsi sul dato concreto, che in questo momento pare riflettere il deserto delle occasioni.
“Il guerriero della luce è schiavo del suo sogno e libero nei suoi passi”
E’ possibile che
questa noia, il senso implacabile di incompiutezza che mi avvelena il cuore dipenda dalla mancanza di un serio obiettivo. Ma confesso con naturale sincerità che non posso esimermi dal pensare che questa visione sia un delizioso miraggio.
Tuttavia, l’immagine di un labirinto concentrico dove i vicoli sono i percorsi individuali e il centro è la consapevolezza di appartenere tutti ad un’unica fonte irradiante, mi pare familiare e ragionevole.
Così adesso meta e percorso si possono sovrapporre senza alcuna apparente o recondita contraddizione. Il cammino porta alla soluzione che la fonte della vita si è mirabilmente espansa in questo brulichio costante di forme. E che, per l’appunto, proprio la fonte respira, si apre e si contrae come un polmone stellato nei vicoli di
questo oscuro labirinto cosmico.
A ragion veduta, dunque, siamo liberi nei nostri passi, e la strada è a nostra disposizione, una strada empirica. Qui però, in ogni cartello vi è scritto “sei già dove vuoi essere”.


 
 
 

Post N°93

Post n°95 pubblicato il 15 Luglio 2011 da lakeghost
 

Come un flauto senza soffio
come uno strumento senza artista
giaccio inerte, senza alcun vibrato
Prego che tu possa infondere il tuo respiro amorevole
aprire e chiudere i varchi senza stridore alcuno
cantare melodia celeste o bruna
muovere chi danza, toccare chi ode
vincere chi resiste, fortificare chi teme
ch’io da solo senza anima viva
sono vicino al nulla pieno di niente.

È dovere mio incidere il legno grezzo dell’anima mia
e permetter’a te d’amarmi nell’azione e nel movimento
senza pianto, senza volere, senza desiderio
come un fiore s’apre alla luce del sole di maggio
e un seno s’appresta a nutrire un vagito affamato.

Se ciò ancora non matura
cercherò prometto orto più fertile di questo
e investir meglio le ricchezze di cui ogni giorno abbonda la terra.

Riposerò i miei strumenti
e mi farò strumento tuo.

 
 
 

Post N°92

Post n°94 pubblicato il 08 Aprile 2011 da lakeghost
 

Sugar Mama, di John Lee Hooker

 
 
 

Post N°91

Post n°93 pubblicato il 11 Marzo 2011 da lakeghost
 

 

Devo mettere la mia barca in acqua. Le ore trascorrono languide sulla riva – povero me!
La primavera è fiorita e ha preso congedo. Io aspetto e indugio portando il peso di futili fiori appassiti. Le onde si sono fatte rumorose e nel viale ombreggiato sulla riva le foglie gialle volteggiano e cadono.
In quale vuoto si perde il tuo sguardo? Non senti un richiamo percorrere l’aria con le note di un canto lontano che giunge dall’altra riva?

da "Gitanjali", di Rabindranath Tagore


 
 
 

Post N°90

Post n°92 pubblicato il 15 Febbraio 2011 da lakeghost
 

Forse la causa è l’influenza crescente, il respiro stoppato dalle adenoidi gonfie di muco, o forse il timore di perdere il lavoro dopo aver battuto uno scontrino da 379 euro per una spesa da 36, aver ignorato il tutto ed essere stato ripreso dalla capa con grande disappunto dopo che aveva chiuso la cassa trovandosi la sorpresa proprio davanti ai suoi occhi increduli. Oddio, è difficile risalire alle cause dall’esamina degli effetti, non è un’avventura semplice, c’è da capirlo.
In ogni caso ieri notte ho volato fino ai confini del tempo, al giorno dei giorni, al grande giudizio. Era una serata cordiale alla periferia di Palermo, il cielo era nero come la disperazione, Orione stava ritto, poggiava i piedi sull’orizzonte e alzava il braccio robusto contro il firmamento. Io stavo proprio indicando la sua posizione, così poetica, dentro la magia del mito, ma le spalle non si vedevano assolutamente. Le stelle erano eccitate, si muovevano senza logica alcuna e Orione ormai sfuggiva completamente. Ma nel mondo fisico le stelle sono lontane, e le nuvole stanno di sicuro più vicine agli uomini, tra il cielo e gli uomini appunto. Nel mondo onirico, invece, le prospettive e le leggi sono sorprendenti. Perché dietro le stelle il cielo si illuminava di bagliori polverosi e rossastri, dei temporali dalle profondità disperse dell’universo. Non passa molto da quando provo a metterli a fuoco a quando il cielo si squarcia d’un gran boato e parte una saetta che si schianta sull’asfalto di quel rettangolo angusto tra due palazzi che la nostra innocente fantasia di bambini aveva soprannominato “parco giochi”.

Il cielo adesso è in fiamme, bruciano i nespoli e le mimose, si sciolgono le inferriate e l’asfalto bolle come acqua in pentola. Sale materiale lavico dappertutto, inghiotte il balcone e scioglie la base degli infissi.

Io adesso non so come va a finire. E non sono così saggio, lo ammetto, per estrinsecare una morale o per carpirne un insegnamento profondo. Quindi, che dire, buona notte a tutti, la notte di un mondo che dorme ancora, come un drago che caccia fumo dalle sue enormi rotonde narici bollenti.

 
 
 
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