ODIO SAN VALENTINO!

Post n°31 pubblicato il 31 Gennaio 2006 da VociDiDonne
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Se passate davanti le vetrine dei Bar e delle pasticcerie in questi giorni addobbate con scatole di cioccolatini cuoriciose e sentite anche voi il desiderio incontenibile di spaccarle a calci…se sentite dentro di voi il desiderio di trasformarvi in un piromane e dare fuoco alla pasticceria, ebbene…anche VOI odiate San Valentino…ben arrivati nel club!




Questa festa è un insulto a tutti gli sfigati del mondo, a tutti quelli che collezionano “ 2 di picche” come se piovesse, a tuti quelli che sono in balia delle nuove tecniche di presa in giro: con cena pagata, con fammi un regalo e forse esco, quando mi stufo del mio ragazzo ti chiamo e quell’orsetto ammiccante che stringe tra le zampe un cuore con scritto “ ti amo” non è forse che sta guardando proprio me e mi sta prendendo in giro? Ma poi “ ti amo” parola inflazionata e abusata, io amo il mio gatto, il mio cane ma loro non mi regalano i baci perugina con tazzone per la colazione incluso, raffigurante gli innamorati di Pei net, ORRORE!




E’ un insulto a tutti quelli che sono talmente soli che si mandano gli mms da soli…e riescono anche a provare un certo stupore “ OHHHHHHHHH mi è arrivato un mms, chissà chi me lo ha mandato” a tutti quelli che si mandano cartoline dal web per scaricare la posta e leggere almeno un tvb lampeggiante con sottofondo di musichetta.




Vogliamo parlare delle cartolerie che espongono cuori gonfiabili? Chi potrà fermarmi dal prendere un spillone e bucarli tutti? Chi potrà fermarmi dal fare a pezzi ogni locandina di locale che propone serate romantiche a lume di candela? Ma soprattutto perché questa farsa deve ripetersi ogni anno? Troppo facile tornare a casa con una scatola di cioccolatini in mano il giorno di San Valentino e tutti gli altri 364 giorni, perché non mi porti nemmeno una caramella? Perché non ci viene dimostrato ogni giorno che siamo amati senza che sia la pubblicità a martellarci per settimane, con immagini idilliache false….di gente che si sussurra “per sempre” ma che vuol dire per sempre su due labbra mortali???




E in mezzo a tutto questo mare di rosa, di rosso, di cuori infiocchettati, ci si dimentica quanto sia difficile amare ed essere amati davvero, quanto lavoro, quanta fatica e quanti compromessi con se stessi e con la vita, perché amare non capita ogni giorno, a volte mai in un vita intera e tutta questa gente intorno a me vuole farmi credere che una torta a forma di cuore è la soluzione? E siamo talmente presi dal consumismo che ci viene proposto, che il metro con il quale giudicare se siamo amati o meno sia ricevere il “fantomatico regalo di San Valentino”, se me lo fa mi ama, se non me lo fa non mi ama, beh…stiamo rasentando la pazzia, stiamo prendendo in giro noi stessi e anche l’amore, si proprio lui…l’amore.




Forse questa festa è stata creata per far sentire ancora più solo chi già lo è, che per non sentirsi diverso si comprerà un cuscino con scritto ti amo….se lo farà recapitare a casa e con il cuore trepidante leggerà il bigliettino “ ALL’UNICA PERSONA CHE MI VUOLE BENE” firmato : me stesso! Trovate sia pazzesco fare questo? No…anzi è solo un po’ di realtà in mezzo a tanta finzione!

 
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A VOLTE UN PUGNO E' L'UNICA CAREZZA

Post n°30 pubblicato il 25 Novembre 2005 da VociDiDonne
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A volte un pugno è l’unica carezza….

Una frase forte, quasi sembra il racconto di un film dell’orrore, ma rende l’idea della violenza che troppo spesso le donne sono costrette a subire, nell’ambito famigliare e non sono, e parlare di violenza fisica è solo prendere in esame un aspetto, forse il più visibile, delle violenze perpetrate sulle donne, in questa civiltà che non è ha molto di civile, riconosciuta oggi dalla comunità internazionale come una violazione fondamentale dei diritti umani.

La violenza fisica è quella dimostrabile, visibile, ma socialmente considerata come “fatto privato” ,complice la vergogna, la paura, il giudizio, la vittima si sente in colpa, la donna picchiata a sangue, la donna che rimane deturpata per sempre, la donna che si lecca le sue ferite in silenzio, la donna che vive nel terrore di sentire quella chiave girare nella serratura, non ha quasi mai il coraggio di urlare “ aiutatemi”, perché vittima anche di una violenza psicologica profonda, ridotta mentalmente a una nullità, un niente dolorante che porta dentro una vergogna irraccontabile, perché in fondo si pensa che se viene picchiata in qualche modo “ se l’è meritato”, o forse “ gli piace”.

La violenza psicologica, costrette a sposare uomini che non desiderano, private del loro salario, di ogni potere decisionale sulla propria vita, sulla propria famiglia, ricattate moralmente perché gli paventa di portargli via i figli, di essere rinchiuse o sbattute fuori di casa, private dei loro interessi e passioni, costrette a lasciare il proprio lavoro in nome della religione, in nome della supremazia che alcuni uomini vogliono a tutti i costi esercitare.

La violenza sessuale, le donne spesso sono bottino guerra, stuprate dal nemico in segno di sfregio, usate come mezzo per umiliare il nemico. Stuprate per un no non accettato, perché sono troppo belle, perché con la violenza della loro intimità si ha supremazia totale, la distruzione mentale della loro identità, e non sono solo gli sconosciuti a stuprare, spesso accade in casa, ad opera del proprio compagno, che impone con la violenza un rapporto sessuale.

Le donne muoiono, uccise con esecuzioni in piscina davanti ai parenti perché hanno scelto chi amare, lapidate perché adultere, muoiono o rimangono sfregiate o cieche per l’acido che gli viene versato addosso, perché hanno detto un no….perché hanno detto ho la mia identità sono una persona libera di scegliere la mia vita, punizioni estreme per scelte sacrosante per diritti che nessuno dovrebbe toglierci. Private della loro sessualità mediante la mutilazione degli organi genitali, per il solo controllo del loro piacere e del loro corpo.

Oggi è la GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE, che triste pensare di aver bisogno di giornate dedicate, come la lotta alla strage delle foche, o alla lotta contro l’estinzione di alcuni animali, ma è importante constatare che qualcosa si sta muovendo, che gli organismi internazionali si stanno rendendo conto che bisogna fare qualcosa.

Perché questo interminabile corteo di donne con gli occhi bassi, con la testa chinata, possa finalmente alzare il viso senza paura di scontrarsi con un pugno, reale o mentale, perché le loro mani non debbano servire a ripararsi dalle botte, dalle violenze, perché il loro corpo non sia usato come un oggetto usa e getta, perché il diritto di essere, di esistere, di pensare, è inviolabile, perché il sole è di tutti….e tante…. troppe vivono nel buio del loro dolore, della loro disperazione.

sissunchi

 
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LA MAMMA DI GIUSY....

Post n°29 pubblicato il 25 Ottobre 2005 da VociDiDonne
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Credo che nessuno un anno fà poteva immaginare, che una tragedia così grande come l'uccisione di una ragazzina di 15 anni, Giusy Potenza, poteva far scaturire un susseguirsi di tragedie, dei tristi anelli di una catena, sfociati nel suicidio di Grazia...la sua mamma.
 
Per chi non lo ricorda Giusy fu trovata morta, uccisa da colpi di pietra, dal un lontano parente con cui aveva una relazione amorosa, lui 25 anni già padre di 2 bambini, e lei non dimentichiamolo solo 15, pocò più di una bambina, innamorata di questo uomo a tal punto di minacciarlo di rivelare tutto, dopo che lui l'aveva lasciata. Non compresi allora e credo mai comprenderò mai cosa può spingere un uomo ad uccidere una donna, dopo pochi minuti aver avuto un rapporto sessuale, solo per paura di prendersi le proprie responsabilità.
 
Nemmeno Grazia e tutta la sua famiglia lo comprese, ma credo che per un padre e una madre sopravvivere ai propri figli è qualcosa di talmente innaturale e lacerante, un cancro che ti consuma la carne, un dolore che innonda ogni cellula, l'annientamento totale della propria esistenza, ma Giusy per la mamma non morì solo quel giorno sul torrente, come lei stessa urlò più volte " me l'hanno ammazzata 2 volte" quando ci furono sospetti che la ragazza fosse stata indotta a prostituirsi, da due donne di Manfredonia.
 
Il Padre a quel punto perde il controllo, ma forse chissà lo aveva perso già prima, non posso giustificarlo ma in qualche modo capire si, tenta di uccidere il padre di chi aveva circuito la mente della sua bambina, di chi aveva preteso la sua parte per ogni prestazione, dolore senza fine, vendetta per l'onore macchiato, chi mai può sapere cosa passa nella mente di un padre così tanto provato....e anche lui finisce in prigione per tentato omicidio...e Grazia urla di nuovo: Non ce la faccio più....vorrei raggiungere Giusy.
 
Ma troppo spesso chi urla non viene ascoltato, chi urla un dolore fortissimo, chi urla la propria solitudine, chi urla che il dolore la sta facendo impazzire, e oggi Grazia ha smesso di urlare, si è impiccata portando con lei il suo bambino, era incinta di 7 mesi, un gesto estremo che si compie quando il cervello smette per qualche istante di ragionare, ma forse lei aveva smesso da parecchio di avere il controllo del suo dolore, e solo questo giustifica una mamma a cui hanno ucciso una figlia, che decide di uccidere lei stessa e il suo bambino.
 
Ora la mamma di Giusy non ha più voce...allora permettetemi di urlare al suo posto, solo per oggi, che alcune tragedie potrebbero essere evitate, anche se il suo strazio non poteva trovare fine, ma poteva trovare un aiuto nel superarlo, un aiuto medico, un aiuto psicologico, dopo tanto urlare se ne è andata in silenzio...e uomo ora in un carcere, credo che stia rimpiangendo di essere vivo...spero che qualcuno lo ascolti.
 
sissu

 
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L'alcolismo si può sconfiggere...parola di Anna!

Post n°28 pubblicato il 20 Ottobre 2005 da VociDiDonne
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Mi chiamo Anna, sono una cinquantenne sarda che fin dall’età che varia dai 17 ai 18 anni ho avuto una particolare e affascinante tendenza verso quel liquido micidiale che è l’alcool.

Quando iniziai con esattezza non ricordo, so solo che ero in collegio, a Frascati, dove studiavo, e la domenica le suore ci davano il vino. Ricordo che mi offrii volontaria per distribuirlo alle mie compagne, ma da brava volpe che ero dimezzavo la bottiglia, mettendo la metà da parte per bermelo in tranquillità e annacquando il resto da distribuire alle compagne.

E così ogni santa domenica di quei 4 anni trascorsi in quel di Frascati.

Ma in quel collegio si respirava una certa libertà, io andavo a scuola all’esteriore per cui potevo ogni tanto entrare in un bar e bere qualcosa di più che un semplice bicchiere di vino, mi innamorai li per la prima volta della sambuca, manco fosse un essere umano.

Nel 73 mi diplomai e feci rientro in Sardegna, dai miei.

Ero orfana di madre, l’avevo persa a 12 anni, e mio padre si era risposato con una romana con la quale i rapporti, sia miei che degli altri 4 fratelli erano alquanto tesi.

Appena ebbi l’opportunità e trovai un lavoro, me ne andai di casa, pur mantenendo rapporti diciamo civili con loro.

In Sardegna non è che hai molto da scegliere in quanto a lavoro, e mi accontentai di fare la dama di compagnia ad una vecchia ma arzilla signora. Lavoro che alla fine mi piacque infinitamente perché scoprivo delle cose in me che mi piacevano. Tra noi si instaurò un ottimo rapporto. Avevo molto tempo libero, lo impiegavo scrivendo, che da sempre è stata la mia passione, passione sempre ostacolata dai miei e soprattutto da mia matrigna che frugava nelle mie cose e bruciava quello che trovava.

Ora potevo scrivere a iosa, mi divertivo, ma in agguato c’era lui, lui il dannatissimo bicchiere ambrato che mi scivolava in gola e che mi dava una sensazione di potenza, mi faceva credere che io ero una persona importante e soprattutto mi permetteva di non vedere ciò che stavo tentando di nascondere anche a me stessa: la mia omosessualità.

Il mio bere si trasformò divenne rapidamente un‘urgenza, un bisogno da soddisfare al di sopra di tutto. La mattina alle 6,30 ero già nel bar sotto casa e iniziavo la mia giornata con un wischy, un caffè e dulcis in fundo una sambuca.

Nel giro di breve tempo diventai un alcoolista, la mia unica preoccupazione era bere, il mio stipendio finiva nei supermercati per le provviste di bevande.

Mi rendevo conto di dove stavo andando ma non sapevo (e forse neanche volevo) come uscirne fuori.

Lavoravo ancora con la signora, ma ero diventata un’altra, non ero violenta, ma distratta, piangevo ad ogni sbronza e cose del genere, ma la cosa più assurda e che continuavo a scrivere. All’epoca non esistevano ancora i computer, o almeno erano un lusso da pochi, mi ero comprata una macchina da scrivere e passavo il tempo battendo sui tasti, ubriaca riuscivo a scrivere senza fare errori, mettevo negli scritti la mia anima, infatti scrivevo per lo più poesie in cui invocavo amore e riconoscevo in quei momenti che lo invocavo da altre donne come me.

In breve, dopo aver tentato diverse volte il suicidio, dopo aver ingoiato sonniferi e super alcolici, capii che era venuto il momento di smetterla. Mi rivolsi al Telefono amico che mi indirizzò verso gli Alcoolisti Anonimi, ci andai, frequentai un po’ ma bevevo sempre.

Nel contempo mia matrigna era morta di cancro, avevo perso il lavoro e vivevo con mio padre.

Feci decine e decine di ricoveri, facevo psicoterapia ma mi innamorai della mia terapeuta per cui, senza dirle niente, non frequentai più le sedute.

Dopo l’ennesima bevuta colossale avvenuta in un momento particolare, mio padre era stato ricoverato in gravi condizioni, mi ricoverai in clinica e mio padre, rimessosi non mi fece più tornare a casa.

Mi rivolsi alle assistenti sociali che, mi fecero installare in una pensione ma che mi dissero che l’unica soluzione era entrare in una comunità.

Volevo smettere, non avevo più niente, tutto era perso, soprattutto la dignità, e il rispetto di me stessa.

Feci la vagabonda per un po’, si avevo da dormire ma non avevo da mangiare però in un modo o nell’altro trovavo sempre da bere.

Finché, esasperata non incontrai qualcuno che era stato all’Associazione Le Patriarche. mi parlò di tale associazione, nata nel 1972 in Francia, e che era presente in quasi tutto il mondo,  mi spiegò di cosa si trattava e decisi che mi piaceva per cui, nel lontano 21 Ottobre 1989 mi presentai in un centro di accoglienza nei pressi di Tolosa (Francia) e da li iniziò la mia rinascita.

Ricordo come fosse ieri l’emozione che provai nel vedere l’accoglienza che mi era stata riservata. Nessuno voleva sapere chi ero stata, ne cosa avevo fatto. Sapevano solo che avevo bisogno di aiuto e me lo offrivano incondizionato. E questo aiuto mi veniva offerto su un vassoio d’oro da ragazzi e ragazze che prima il loro obiettivo era quello di infilarsi un ago nel braccio o di fumare una canna o che altro. Persone che io prima disprezzavo perché non ammettevo certe devianze, non ammettendo neanche dentro di me che l’alcool è peggio di una qualsiasi altra droga.

Ben presto mi ritrovai a fare i conti con una terribile realtà: buona parte di questi giovani erano sieropositivi al virus dell’HIV, molti ne erano malati.

Ma avevano in loro una forza tale che mi resi conto in fretta di quanto futili fossero i miei problemi. Mi ritrovai in un mondo diverso ma quello che vedevo, le lotte che si facevano mi portavano la pace e soprattutto imparai che non bisogna mai compiangersi ci sono altri che stanno peggio di noi ma che hanno il coraggio di lottare anche se sanno che la loro vita è solo un fragile filo.

Iniziai a parlare con loro, volevo sapere, capire i motivi che li avevano portati alla loro autodistruzione. scuse come amici, volevo provare qualcosa di diverso, ma nei loro racconti tragedie ben più pesanti: violenze sessuali in famiglia e chi più ne ha più ne metta. Mi veniva la pelle d’oca nel sentirli ma io amavo e amo queste persone e nello stesso tempo mi stavano ridando fiducia in me stessa, mi stavo amando di nuovo, se mai prima mi ero amata.

Ero entrata a far perte di un’associazione in cui l’auto/aiuto era fondamentale, ci si aiutava a vicenda e a vicenda se ne veniva fuori.

I mesi volavano, i miei progressi aumentavano, intanto mi avevano dato diverse opportunità, in associazione si faceva un giornale che veniva diffuso in tutto il mondo dove eravamo presenti in ogni lingua, e sapendo che amavo quel genere di lavoro, mi mandarono nel centro dove erano le redazioni.

Che gioia……

Quando per la prima volta vidi il computer, un mac, che mi era stato assegnato lacrime di gioia e riconoscenza mi spuntarono.

Nel frattempo, avevo iniziato a parlare decentemente il francese, si lo avevo imparato a scuola, ma ora potevo praticarlo.

Alla prima riunione di redazione cui partecipai, mi diedero un piccolo articolo da tradurre dal francese all’italiano. che sensazione provai. Mi sentivo un Dio, Io Anna, ubriacona cronica, potevo far qualcosa, potevo far partecipi altri all’esternoi di un mondo ceh si voleva ignorare ma che purtroppo esisteva. MI ci misi d’impegno e.. all’uscita del numero del giornale, c’era anche il mio nome.

Quando mio padre lo ebbe fra le mani, andava in giro a dire che la sua pikkola era una giornalista che facevo il giornale…

Avevo riconquistato anche lui…. non solo me stessa.

Chiaramente la mia vita non era basata solo su questa attività, la cosa più importante restava sempre l’altro nel senso che una volta terminata la propria fase di disintossicazione, ci si occupava di un nuovo/a arrivato/a ed era la cosa che più faceva star meglio.

Anni sono passati da allora (quando entrai avevo 34 anni ora ne ho 50) molti di quei compagni non ci sono più, caduti sotto la falce dell’Aids, altri come me ne sono venuti fuori e qualcuno di loro ora lavora in questa Associazione, altri da anni hanno ripreso un posto nella società e stanno bene.

Ho imparato ad ascoltare, a mai condannare, a tendere una mano a chi è più infelice e soprattutto a capire…. e di comprensione ne manca molto in questo mondo.

Mi rendo conto che ci vuole molto coraggio, ma se nessuno da una mano a questi ragazzi, il coraggio di mollare tutto non lo troveranno mai, perciò non ignoriamo ma ascoltiamo e forse buona parte della gioventù avrà un futuro.

 

Rellas55

 
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NEONATI UCCISI DALL'IGNORANZA

Post n°27 pubblicato il 30 Agosto 2005 da VociDiDonne
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Dicono " ne uccide più la lingua che la spada"ed è vero, ma si tratta di adulti,mentre i neonati nel nostro paese li uccide l'ignoranza, la paura, la poca informazione, tutti pronti ad urlare al mostro, la madre, che giustamente finisce in galera, ma chiediamoci perchè si arriva a tragedie così grandi,perchè un neonato inizia e finisce la sua vita in bidone della spazzatura, perchè è diventata una prassi così frequente liberarsi di figli indesiderati in un modo così disumano e barbaro e chiediamoci perchè poche, pochissime sanno che esistono queste leggi:

Esistono leggi specifiche che permettono ad una donna di partorire senza nemmeno declinare le proprie generalità, senza dare nome e cognome e nessun'altra informazione, questo vale anche per le donne straniere senza permesso di soggiorno, e non rischiano l'espulsione.Dopo il parto potranno esercitare il diritto di non riconoscere il bambino, lo lascerà in ospedale ed avrà alcuni giorni a disposizione per pensare e prendere una decisione definitiva.
In caso il bambino non verrà riconosciuto entro breve verrà dichiarato adottabile e subito destinato a una delle tantissime famiglie in attesa.

Non è consentita l'espulsione delle donne in gravidanza o nei sei mesi successivi alla nascita, e in questo periodo si può richiedere e facilmente ottenere il permesso di soggiorno per motivi di salute, che permetterà l'iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale.

Inoltre per incoraggiare le madri lo Stato Italiano offre una piccola cifra, ma sempre utile in casi di estrema indigenza di 1747 euro l'anno da richiedere all'Inps.

E' stata organizzata una campagna di informazione, ma in tutta onestà dei famosi manifesti " Non abbandonarlo, puoi partorire anche senza dare il tuo nome.Il suo futuro sarà protetto" io non ne ho mai visto uno, eppure lavoro in una zona con altissima concentrazione di immigrati, se avessi avuto necessità "io" non avrei saputo nulla, ma io conosco l'italiano, io non ho nessuno che mi caccia dal lavoro se sono incinta,io uno straccio di scuola l'ho fatta, io non vivo ai parcheggi delle Metro, o in qualche appartamento fatiscente, però anche io sono ignorante.

Possiamo fare qualcosa nel nostro piccolo, se volete mettete queste leggi nei vostri blog e nei siti, cercate di parlarne, perchè nessun neonato sia più ucciso dall'ignoranza, perchè nessun bambino sia trattato come una scatola di pelati usata, per 10 che ne trovano non sappiamo quanti...troppi...non sono stati trovati.

Dire no...non è un rifiuto, è la possibilità di non trasformare il proprio figlio in un rifiuto in una discarica.

sissu



 
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