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Ascari: I Leoni d' Eritrea. Coraggio, Fedeltà, Onore. Tributo al Valore degli Ascari Eritrei.

 

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L'Ascaro del cimitero d'Asmara.

Sessant’anni fa gli avevano dato una divisa kaki, il moschetto ‘91, un tarbush rosso fiammante calcato in testa, tanto poco marziale da sembrare uscito dal magazzino di un trovarobe.
Ha giurato in nome di un’Italia che non esiste più, per un re che è ormai da un pezzo sui libri di storia. Ma non importa: perché la fedeltà è un nodo strano, contorto, indecifrabile. Adesso il vecchio Ghelssechidam è curvato dalla mano del tempo......

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Storia: Anni 1889-1895. Parte Prima.

Post n°54 pubblicato il 12 Agosto 2008 da wrnzla

Fonte Testi: Cronologia.Leonardo.it

Storia: Anni 1889-1895. Parte Prima.

GUERRA D'AFRICA - PATTI E ACCORDI - POI, L'AMBA ALAGI

IL PROTETTORATO ITALIANO SUI SULTANATI DI OBBIA E DEI MIGIURTINI E SULLA COSTA DEL BENADIR - IL PROTOCOLLO ITALO-INGLESE DEL 21 MARZO 1891 - ESPLORAZIONI DEL ROBECCHI-BRICCHETTI, DEL FERRANDI, DEL BÒTTEGO E DEL RUSPALI IN SOMALIA - CONVENZIONE TRA L' ITALIA, L'INGHILTERRA E IL SULTANO DI ZANZIBAR - LA COMPAGNIA FILONARDI - PROTOCOLLO ITALO-INGLESE PER LA DELIMITAZIONE DELLA SFERA D'INFLUENZA NELL'AFRICA ORIENTALE - UCCISIONE DEL SOTTOTENENTE DI VASCELLO ZAVAGLI - PRIMO COMBATTIMENTO DI AGORDAT - COMBATTIMENTO DI SEROBETÌ - SECONDO COMBATTIMENTO DI AGORDAT - PRESA DI CASSALA - INSURREZIONE DELL'ACCHELÈ-GUZAI - COMBATTIMENTO DI HALAI - LE GIORNATE DI COATIT E SENAFÈ
 
IL PROTETTORATO ITALIANO SUI SULTANATI
ESPLORAZIONI ITALIANE NELLA SOMALIA
PROTOCOLLI ITALO-INGLESI
CONVENZIONE CON L'INGHILTERRA E IL SULTANO DI ZANZIBAR

In Africa l'Italia, oltre che nella colonia Eritrea aveva estesa sua azione sulla costa somala. L'8 febbraio del 1889, con atto portante le firme del console italiano V. FILONARDI e di IUSUF ALÌ sultano di Obbia, quest'ultimo metteva sotto il protettorato d'Italia tutto il suo territorio da El Mareck a Ras Ouad e riceveva un compenso annuo di mille e duecento talleri; il 7 aprile del medesimo anno il Filonardi, in nome del re d'Italia, stipulava un altro trattato con il quale il sultano dei Migiurtini OSMAR MAHMUD anche lui metteva sotto la protezione italiana il suo territorio che dalla vallata del Nogal giungeva a Ras Anad, e riceveva un compenso annuo di milleottocento talleri.

In conformità dell'articolo 34 dell'atto generale di Berlino questi due trattati furono, il 16 maggio del 1889, regolarmente notificati alle Potenze. Alle quali, il 18 novembre di quell'anno medesimo, era notificato che in data del 15 dello stesso mese il governo italiano aveva assunto il protettorato della costa del Benadir, "dal limite nord del territorio di Kisimajo al 2°30' latitudine nord", eccettuate le stazioni di Brava, Merca, Mogadiscio e Uarsceich, soggette al sultano di Zanzibar.
A definire i confini dell'hinterland il 24 marzo del 1891 dal marchese di RUDINI per l'Italia e dal marchese DUFFERIN per l'Inghilterra fu firmato un protocollo che stabiliva quanto segue:

1° La linea di confine tra le sfere d'influenza rispettivamente riservate all'Italia e alla Gran Bretagna, seguirà, a partire dal mare il "thalveg" del fiume Giuba, sino al 6° di latitudine nord: Kisimajo, col suo territorio alla destra del fiume, restano all'Inghilterra. La linea seguirà quindi il parallelo 6° nord: fino al meridiano 35° est Greenwich che rimonterà fino al Nilo Azzurro;
2° Se per esplorazioni ulteriori ne venisse l'opportunità, il tracciato seguente il 6° latitudine nord, ed il 35° longitudine est Greenwich potrebbe, nei suoi particolari essere, di comune accordo, modificato, secondo le condizioni idrografiche ed orografiche del paese.

La Somalia divenne allora campo di azione di audaci esploratori italiani. L'ingegnere BRICCHETTI-ROBECCHI, che nel 1890 aveva per primo compiuto un viaggio terrestre da Obbia ad Alula, nel 1891, partito da Mogadiscio giunse a Berbera, attraversando per primo la penisola dei Somali dall'Oceano Indiano al Golfo di Aden.
Nel 1891-92 UGO FERRANDI esplorò le basse valli dell'Uebi-Scebeli e del Giuba e nel gennaio del 1893 sì spinse fino a Bardera.
Nel 1892 il capitano VITTORIO BÒTTEGO, partito da Berbera, attraversò l'Ogaden ed esplorò gli affluenti del Genana, spingendosi fino ai Sidama. Parte della spedizione, esplorato il medio e basso Dana, entrò nel maggio del 1893 a Lugh, dove poco dopo giunse il principe EUGENIO RUSPOLI, proveniente da Berbera. A Lugh Ruspoli lasciò ammalati i compagni BORCHARDT e DAL SENO, quindi si spinse nel territorio degli Amara Burgi, dove in un incidente caccia perse la vita.
Nel luglio BÒTTEGO si fermò a Lugh, poi presi con sé Borchardt e Dal Seno guariti, raggiunse la costa dell'Oceano Indiano a Brava.
Per ovviare agli inconvenienti che il possesso di Mogadiscio, Merca, Brava e Uarsceich da parte del sultano di Zanzibar produceva questa attività nel Benadir il 12 agosto del 1893 tra il sultano di Zanzibar, il Governo italiano e il Governo inglese fu convenuto che l'Italia avrebbe assunto l'amministrazione delle suddette città, rimanendone al sultano la sovranità.

Nel novembre del medesimo anno, con subconcessione, riconosciuta dal sultano e dall'Inghilterra, la ditta FILONARDI e C. sostituiva il Governo Italiano per un periodo di tre anni nell'amministrazione del Benadir.
Il 5 maggio del 1894 a Roma, da FRANCESCO CRISPI e da Sir FRANCIS CLARE FORD fu firmato un altro protocollo per la delimitazione delle sfere d'influenza fra la Gran Bretagna e l'Italia nell'Africa Orientale, convenendosi quanto segue:

1° Il limite delle sfere d'influenza della Gran Bretagna e dell'Italia nelle regioni del Golfo d'Aden è costituito da una linea che, partendo da Gildessa e dirigendosi verso l'8° latitudine nord, contorna la frontiera nord-est dei territori delle Tribù Gizzi, Bertiri e Ber-Alì, lasciando a destra i villaggi di Gildessa, Darmi, Gig-giga e Milmil. Arrivata all'8° latitudine nord la linea s'identifica con quel parallelo fino alla sua intersezione col 48° est Greenwich. Si dirige in seguito all'intersezione nord del 9° latitudine nord col 49° est Greenwich, e segue quel meridiano fino al mare.
2° I due Governi s'impegnano di conformarsi nelle regioni del Protettorato Britannico ed in quelle dell'Ogaden, a favore così dei sudditi e protetti Britannici ed Italiani come delle tribù che abitano quei territori, alle stipulazioni dell'atto generale di Berlino e della dichiarazione di Bruxelles relative alla libertà del commercio.
3° Nel porto di Zeila vi sarà eguaglianza di trattamento fra i sudditi e protetti Britannici ed Italiani in tutto ciò che concerne le loro persone e i loro beni e l'esercizio del commercio e dell'industria.

Regnava nella Somalia la massima calma; solo un luttuoso fatto era avvenuto il 30 aprile del 1890 ad Uarsceich, dove dagli indigeni era stato ucciso il sottotenente di vascello ZAVAGLI della R. nave "Volta" ed erano stati feriti il sotto nocchiero BERTOLUCCI e il marinaio BERTORELLI; ma altri gravi fatti stavano per avvenire in Eritrea, dove due nemici pericolosi entrambi l'Italia doveva combattere: i Dervisci e gli Abissini.

COMBATTIMENTI DI SEROBETÌ E DI AGORDAT
PRESA DI CASSALA - INSURREZIONE DELL'ACCHELE' GUZAI
COMBATTIMENTI DI HALAI, COATIT E SENAFÈ

Nel giugno 1890 un migliaio di Dervisci, calati fra le tribù dei Beni Amer, protette dall'Italia, razziava e devastava la regione di Degà (Agordat). Alcuni giorni dopo, il maggiore CORTESE, che comandava il presidio di Cheren, si mosse in aiuto dei Beni Amer con due colonne, una diretta su Degà, l'altra su Biscia. Quest'ultima, comandata del capitano FARA, raggiunti i razziatori la mattina del 27 giugno, li attaccò e li sbaragliò, uccidendone 250, ricuperando il bottino, conquistando 116 fucili e facendo numerosi prigionieri.

Dopo questa vittoria, ad Agordat fu posto un presidio. La lezione ricevuta, tenne per circa due anni in rispetto i Dervisci: ma nel giugno del 1892 un migliaio di loro, uscito da Cassala, fece un'incursione nella valle del Mogareb. Contro di loro mosse, il 16 giugno, da Agordat, il capitano HIDALGO, il quale affrontati a Serabetì, li attaccò e li disperse, uccidendone 150.
Questo secondo successo assicurò la tranquillità per diciotto mesi alla colonia italiana sulle frontiere del Sudan; ma verso la metà del dicembre del 1893 circa diecimila Dervisci mossero da Cassala verso Agordat e giunsero in vista di quel forte il 21 di quel mese, fermandosi tra i villaggi di Algheden e Sabderat. A fronteggiarli corse il colonnello ARIMONDI, governatore interinale della colonia in assenza del generale BARATIERI allora in Italia; aveva a sua disposizione il battaglione Fadda, il battaglione Galliano, lo quadrone Asmara (cap. FLAMORIN), lo squadrone Cheren (cap. CARCHIDIO), la batteria Ciccodicola, la batteria Bianchini e la banda del Barca del tenente MIANI; in complesso 42 ufficiali, 32 uomini di truppa italiana, 2106 ascari, 213 cavalli e 8 cannoni, oltre la compagnia Persico con le bande dell'Acchelè-Guzai, in marcia verso Agordat. Comandante in seconda era il ten. col. CORTESE.

Verso il mezzogiorno del 21 dicembre 1892 l' ARIMONDI fece muovere all'attacco l'ala destra, ma questa, sopraffatta dal numero dei nemici, dopo un furioso combattimento, dovette ripiegare ordinatamente, lasciando una batteria e costringendo al ripiegamento anche l'ala sinistra. Verso le ore 13 però, entrate in azione le riserve, gli italiani passarono al contrattacco, respinsero i Dervisci, riconquistarono i pezzi e, dopo sanguinose mischie, misero in rotta completa il nemico, che fu inseguito per alcune ore.
Brillanti furono i risultati della vittoria: i Dervisci lasciarono sul terreno 1000 morti, 72 bandiere e oltre 700 fucili; gli Italiani tre ufficiali morti, due feriti e 230 uomini di truppa morti e feriti. Fra i nemici morti si annoverò l'emiro Ahmet M, comandante supremo.

Per togliere ai Dervisci un'importantissima base d'operazione contro la Colonia Eritrea, il generale BARATIERI decise di assalire Cassala, sebbene questa città non fosse compresa nella nostra zona d'influenza, e il 12 luglio del 1894 radunò ad Agordat il corpo che doveva operare, composto del I Battaglione Indigeni del maggiore TURITTO (3 compagnie coi capitani SEVERI, SPREAFICO e SANDRINI), del II Battaglione Indigeni del maggiore HIDALGO (5 compagnie coi capitani MARTINELLI, BARBANTI, MAGNAGHI, ODDONE e il tenente BERUTO), del III Battaglione Indigeni del capitano FOLCHI (3 compagnie coi capitani CASTELLAZZI e PERSICO e il tenente ANGHERÀ), della 2a compagnia Perini del IV Indigeni, dello squadrone Cheren (cap. CARCHIDIO), e della sezione d'artiglieria del tenente MANFREDINI, in tutto 1600 uomini, dei quali 56 ufficiali e 41 uomini di truppa bianca; in più 145 cavalli, 250 muli e 183 cammelli.

Partito il 13 luglio, il corpo d'operazione giunse il 16 nella gola di Sabderat, dove pose il campo e il 17 mattina mosse su Cassala e dopo una breve azione di cavalleria, assalì il campo mahdista e la città, che poi espugnarono a viva forza. Gli italiani perdettero il capitano CARCHIDIO, caduto durante una carica di cavalleria, e 27 soldati; 2 capi e 39 ascari furono feriti; presi 600 facili, 700 lame, 100 sciabole, 52 bandiere, 2 cannoni, quadrupedi.
Il nemico, forte di 2000 fanti e 600 cavalli, fu inseguito verso l'Otbara.
Per la presa di Cassala, dove fu lasciato il maggiore TURITTO con un migliaio di uomini, il BARATTIERI ricevette un'alta onorificenza militare e un telegramma di felicitazioni del sovrano: "Il successo delle nostre armi è un nuovo trionfo della civiltà. Il possesso di Cassala ridà la pace alle tribù da noi protette, assicura la via del Sudan ai commerci della nostra colonia ed è un nuovo titolo di onore per l'Italia in codeste contrade".

Le vittorie sui Dervisci rendevano sicura la frontiera del Sudan, ma non migliorano le relazioni italiane con l'Abissinia i cui sospetti al riguardo crescevano sempre di più. Si era tentato un ravvicinamento a MENELICK inviandogli in missione speciale il colonnello GIUSEPPE PIANO, però la missione, non solo era fallita, ma aveva messo in sospetto ras MANGASCIÀ, il quale, temendo per sé dalla politica italiana a due facce, aveva ceduto agli inviti del Negus e nell'aprile del 1894 si era recato a Addis Abeba a fare atto di sottomissione all'Imperatore. Questi gli aveva promesso di dargli Tigrè, ma a patto che cacciasse di là, gli Italiani.

Ritornato da Addis Abeba, ras Mangascià cominciò a sobillare contro l'Italia i capi indigeni dei paesi non occupati militarmente. Il primo che il ras guadagnò alla sua causa fu il capo abissino BATHA AGOS, che governava, in nome dell'Italia l'Acchelè-Guzai, e dove l'Italia aveva una sola compagnia di truppe indigene agli ordini del capitano CASTELLAZZI, dislocata nel forte di Balai e il tenente SANGUINETTI, residente in Saganeiti come rappresentante del Governo italiano. BATHA AGOS il 14 dicembre 1894, si ribellò, fece imprigionare il Sanguinetti e si proclamò signore dell'Acchelè-Guzai.

La notizia della rivolta giunse al generale BARATIERI a Cheren il giorno dopo. Subito ordinò al maggiore TOSELLI di muovere dall'Asmara con il suo battaglione contro i ribelli. Il Toselli, giunto il 16 dicembre a Maharaba, iniziò trattative con Batha Agos per la restituzione del tenente Sanguinetti, ma, ricevuti rinforzi, si apprestò ad assalire i ribelli Saganeiti, donde però questi ultimi, nella notte dal 17 al 18, in numero di 1600, erano partiti per Balai, nella speranza di impadronirsi del forte e catturare la compagnia di Castellazzi.

Il maggiore TOSELLI, senza indugiare, mosse verso Ralai e vi giunse poco prima del tramonto del 18, in tempo per liberare Castellazzi, che con i suoi 250 uomini aveva resistito valorosamente agli assalti del nemico sei volte più numeroso. Presi tra due fuochi gli assalitori furono pienamente sconfitti e si diedero alla fuga, lasciando sul campo moltissimi morti tra cui lo stesso BATHA AGOS.
Morto il capo, l'Acchelè-Guzai fu prontamente sottomesso. Circa 1200 fucili furono consegnati e il tenente Sanguinetti fu liberato; ma la situazione rimase grave per il contegno ostile di ras Mangascià, che si trovava, nell'Eutiscio, e per i movimenti di altri capi.

Deciso ad agire energicamente, BARATIERI concentrò a Adi Ugri 3.500 soldati e, poiché ras Mangascià non rispondeva ad un suo ordine di licenziare gli armati dell'Eutiscio, ma negoziava con i Dervisci per attaccare con loro gli Italiani e aveva guadagnato alla sua causa ras AGOS TAFANI, il 27 mattina, lasciati a guardia del ciglione di Gundet 100 uomini della banda del Seraè, partì per Adua, dove giunse nel pomeriggio del 28 dicembre 1894.
Qui rimase tre giorni. Poi il 10 gennaio del 1895 il generale BARATIERI ritornò sui suoi passi e la sera del 2 febbraio giunse ad Adiqualà, distaccò il maggiore Ridalgo con il suo battaglione verso Addise Addi e Coatit; quindi proseguì con il grosso in direzione di Adi Ugri.

Giungendo notizia che ras MANGASCIÀ concentrava le sue truppe verso Mai Maman, il generale BARATIERI, per osservar meglio le mosse del nemico, il 9 febbraio occupò Chenafenà e il 12 passò il Mareb dirigendosi ad Addise Addì, donde, la mattina stessa di quel giorno, per prevenirvi il nemico che vi si era diretto, si mise in marcia alla volta di Coatit con una colonna composta del II, del III e del IV Battaglioni Indigeni comandati rispettivamente dai maggiori HIDALGO, GALLIANO e TOSELLI, della batteria Ciecodicola, di un plotone di cavalleria al comando del tenente FERRARI e delle bande dell'Acchelè-Guzai e del Seraè, capitanate dai tenenti SANGUINETTI e MULAZZANI, in complesso 3900 uomini circa, di cui 65 ufficiali e 42 uomini di truppa bianca.

Prima di sera le truppe italiane erano in posizione a Coatit e sorvegliavano il nemico, forte di circa 15 mila uomini, accampato nella valle. Il 13 febbraio mattina gli italiani attaccarono.
La battaglia ora infuriando, ora languendo, durò tutto il giorno. Pericoloso fu un tentativo nemico di aggiramento che fu sventato e valorosamente fronteggiato dalle truppe italiane. La notte passò tranquilla e la giornata del 14 trascorse senza azioni di rilievo. Il generale BARATIERI aveva deciso di attaccare nuovamente il 15, ma durante la notte ras Mangascià abbandonò le sue posizioni dirigendosi verso lo Scimenzana.
Le truppe italiane inseguirono il nemico per tutto il giorno e, verso il tramonto, aprì il fuoco delle artiglierie dall'Amba Terica sulla conca di Senafè, dove si era fermato ras MANGASCIÀ. Questi, durante la notte, molestato dal bombardamento che aveva colpito la sua stessa tenda, levò il campo nel massimo disordine fuggendo verso l'Agamè.

La mattina del 16 febbraio, BARATIERI occupò la conca di Senafè; qui apprese che il nemico aveva perso più di mille uomini e diede incarico d'inseguire Mangascià, al degiac AGOS TAFARÌ, che si era presentato quello stesso giorno al governatore con molti capi dello Scimenzana, gli fece giuramento di fedeltà e s'impegnò a marciare su Adigrat e occuparlo.

Il 18 febbraio, lasciato a Senafè con due compagnie il maggiore GALLIANO, BARATIERI con il grosso del suo corpo passò nell'Acchelè-Guzai; ordinò, il 20, la costruzione di un forte a Saganeiti, stabilì presidii ad Addise Addi ed Adi Caiè e il 23, all'Asmara, sciolse il corpo d'operazione.

 
 
 
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- Perchè viva il ricordo degli Ascari d'Eritrea caduti per l'Italia in terra d'Africa.
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Unatù Endisciau 

Medaglia d'oro al Valor Militare alla Memoria.

 

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A DETTA DEGLI ASCARI....

...Dunque tu vuoi essere ascari, o figlio, ed io ti dico che tutto, per l'ascari, è lo Zabet, l'ufficiale.
Lo zabet inglese sa il coraggio e la giustizia, non disturba le donne e ti tratta come un cavallo.
Lo zabet turco sa il coraggio, non sa la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un somaro.
Lo zabet egiziano non sa il coraggio e neppure la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un capretto da macello.
Lo zabet italiano sa il coraggio e la giustizia, qualche volta disturba le donne e ti tratta come un uomo...."

(da Ascari K7 - Paolo Caccia Dominioni)

 
 
 
 

 
 
 
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