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Ascari: I Leoni d' Eritrea. Coraggio, Fedeltà, Onore. Tributo al Valore degli Ascari Eritrei.

 

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L'Ascaro del cimitero d'Asmara.

Sessant’anni fa gli avevano dato una divisa kaki, il moschetto ‘91, un tarbush rosso fiammante calcato in testa, tanto poco marziale da sembrare uscito dal magazzino di un trovarobe.
Ha giurato in nome di un’Italia che non esiste più, per un re che è ormai da un pezzo sui libri di storia. Ma non importa: perché la fedeltà è un nodo strano, contorto, indecifrabile. Adesso il vecchio Ghelssechidam è curvato dalla mano del tempo......

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Storia. Anni 1889-1895. Parte Seconda.

Post n°55 pubblicato il 12 Agosto 2008 da wrnzla

Fonte Testi: Cronologia.Leonardo.it

Storia. Anni 1889-1895. Parte Seconda.

OCCUPAZIONE DELL'AGAMÈ E DEL TIGRÈ - IL GENERALE BARATIERI A ROMA - OPERAZIONI CONTRO MANGASCIÀ - COMBATTIMENTO DI DEBRA-AILÀ - COMBATTIMENTO DI AMBA ALAGI E DI ADERÀ

OCCUPAZIONE DI AGAMÈ E DEL TIGRÈ
BARATIERI A ROMA
OPERAZIONI CONTRO MANGASCIA - COMBATTIMENTO DI DEBRA AILÀ

Dopo queste vittorie sui capi zigrini, BARATIERI fu promosso tenente generale. Il Governo voleva trarre profitto dai successi, tant'è vero che CRISPI, fin dal 18 gennaio del 1895, telegrafava al governatore dell'Eritrea: "Ormai il Tigrè è aperto all'Italia: sarà indulgenza nostra se non vorremo occuparlo". E il ministro della guerra; quel giorno stesso, gli annunciava che si era deliberato di mandare in Africa quattro battaglioni e di ordinargli l'arruolamento di almeno 2000 indigeni. BARATIERI rispose chiedendo la costituzione di una seconda batteria da montagna e il BLANC telegrafò subito: "Aspettiamo suo proposte sul modo di trarre profitto dal successo. Due battaglioni partiranno il 30 corrente, gli altri due il 14 febbraio, salvo suoi desideri in contrario. Per la batteria da, montagna attendiamo la proposta già preannunziata da Lei".

Intanto ras MANGASCIÀ, che si era ritirato nel Tembien, riunito un certo numero d'armati, si trasferiva nel Gheraltà tenendosi pronto ad invadere l'Agamè e, per guadagnare tempo, il 13 febbraio scriveva al re e al governatore avanzando proposte di pace. BARATIERI gli rispondeva che non avrebbe preso in considerazione tali proposte se lui non avesse prima disciolto le truppe o non si fosse presentato ad Adua; ma ras Mangascià sicuro dell'intervento del Negus, non volle aderire e nei primi di marzo si avvicinò con 4000 uomini ad Adigrat.

Allora il generale BARATIERI stabilì di agire con prontezza ed energia e, lasciato a Cheren il generale ARIMONDI per fronteggiare la minaccia dei Dervisci contro Cassala, concentrò a Senafè il III, il IV e il V Battaglione Indigeni, una compagnia di cacciatori italiani, una batteria da montagna, un plotone di cavalleria ed alcune bande, in complesso 4200 uomini agli ordini del colonnello PIANAVIA, che il 25 marzo entrarono ad Adigrat.
Il 26, il tenente colonnello PIANAVIA, con parte delle truppe e gli armati di AGOS TAFARÌ si mise sulle tracce di ras MANGASCIÀ, che si era ritirato verso Makalle, ma non lo raggiunse, avendo continuato il ripiegamento verso Scechet, e il 27 occupò Makallè, lanciando all'inseguimento del nemico Agos Tafari, che, dopo uno scontro con la retroguardia del ras, rientrò il 30 a Makallè, donde, lasciato il maggiore SALVA con le bande del Seraè e dell'Acchelè-Guzai, PIANAVIA mosse su Adua, dove doveva congiungersi con il generale BARATIERI.

A Baratieri, il 6 aprile, CRISPI scriveva: "Ogni ulteriore espansione in Africa trova opposizione nell'Alta Italia, anche tra gli amici del Ministero. Il mio collega del Tesoro, se ne preoccupa per la incertezza delle spese cui andremo incontro. L'impresa potrebbe essere tollerata solamente se la Colonia concorresse anch' essa con i tributi locali. Ad ogni modo S. E. SONNINO non permette che il bilancio dell'Eritrea ecceda 9 milioni. Non vorremmo che la questione suscitasse imbarazzi nella nuova Camera, la cui opera instauratrice non dovrebbe essere turbata. Rimane dunque inteso che Adigrat debba essere il limite delle nostre occupazioni".

Il 12 aprile il BARATIERI rispose: "Siamo in ostilità aperta con Mangascià. Le lettere ed il contegno di Menelick fanno credere ad una prossima guerra contro l'Aussa, non lontana contro di noi. I Dervisci possono attaccarci in giugno. Indispensabile tenga Adigrat e Cassala, e guardi Adua. La riduzione al bilancio di 9 milioni esigerebbe il rimpatrio di tre battaglioni italiani e lo scioglimento di due battaglioni indigeni. Il rimpatrio degli Italiani incoraggerebbe il nemico ad affrettare le ostilità. Essendo così la situazione, io non posso proporre una diminuzione di forze mantenendo la responsabilità per la difesa della Colonia".

Il 10 aprile CRISPI telegrafò ancora a BARATIERI:

"Ripetiamo che bisogna limitarsi per ora nell'impresa tigrina, e poiché gli ultimi battaglioni furono di qui spediti senza una vera necessità della difesa, il Ministero è di avviso che due di essi potrebbero rimpatriare. Vi è opposizione nel paese ad ulteriore espansione. Ad ogni modo è nostra assoluta volontà che nulla in Africa sia fatto che valga ad eccedere la spesa di nove milioni nel bilancio della madre-patria. A salvare l'Eritrea in Parlamento bisogna tenersi in questi limiti, e noi non vogliamo mettere a rischio le sorti dell'Italia per un errore commesso in Africa".

Lo scambio dei telegrammi continuò. Insistendo il Governo a non voler concedere più di 9 milioni mentre ne richiedeva minimo 13 il Barattieri; questi, con lettera del 23 aprile, chiese di essere richiamato in Italia.
"Comprendo come l'opinione pubblica sia allarmata e come il Governo debba provvedere a calmarla nel momento supremo delle elezioni (del 26 maggio Ndr.).... La maniera che mi si affaccia più semplice per quietare gli animi è quella del mio richiamo. Un altro, non così impegnato come me, potrebbe tentare in Africa un accomodamento con Mangascià e con Meneliek, che permetta di ridurre notevolmente le spese; e potrebbe per avventura abbandonare qualche lembo di territorio. Io aiuterei il Governo con le mie dichiarazioni e con il preparare il passaggio".

Ma a Roma non si volle sentir parlare di richiamo. Il 7 maggio, il ministro degli Esteri BLANC telegrafò a BARATIERI:
"Il Governo è ben lontano dell'idea di volersi privare dell'opera di V. S. in Africa ove è riuscita così giovevole e così notevole per le armi italiane. Non crediamo accomodamenti né con Mangascià né con Menelik".

BARATIERI rinnovò il 1° giugno, la domanda di essere richiamato, ma ebbe come risposta l'assicurazione che godeva la fiducia del Governo. Il generale non mancò di ribattere, esponendo in una relazione del 27 giugno le condizioni militari della colonia, e il 7 luglio rinnovò ancora una volta le dimissioni col seguente dispaccio:
"I miei precedenti telegrammi dicono chiaro che le offerte dimissioni sono occasionate dalla proibizione categorica dell'aumento di forze e dall'ordine di diminuire le spese. Io ritengo che l'attuale preparazione - contro un possibile attacco di Menelik in autunno- sia insufficiente a mantenere, i punti dai quali il Governo del Re intende assolutamente non retrocedere. Quindi devo insistere per avere l'autorizzazione di conservare le attuali forze italiane, di aumentare subito le forze indigene, e di accrescere subito i mezzi di trasporto; è impossibile improvvisare. Senza tale autorizzazione la mia coscienza e il mio patriottismo m'impongono di insistere nelle dimissioni offerte, nella speranza che altri possa tenere la Colonia con minori mezzi e concludere una pace onorevole e durevole".

Il giorno dopo CRISPI, BLANC e MOCENNI invitarono BARATIERI a recarsi a Roma così telegrafandogli: " Il Governo non può deliberare sopra un così grave argomento senza avere prima conferito verbalmente con V. E. La preghiamo quindi a volere subito prendere le disposizioni opportune per la sua breve assenza dalla Colonia., avendo così il tempo di convenire insieme il da farsi e provvedere, occorrendo, prima dell'autunno".

Il 17 luglio il generale BARATIERI partì da Massaua e il 26 giunse a Roma e, giunto alla Camera per prestare il giuramento come deputato, fu abbracciato dal presidente VILLA e applaudito a lungo dall'Assemblea.
Quello stesso giorno era cominciata alla Camera l'accesa discussione del bilancio degli Esteri per l'esercizio 1895-96 ed avevano parlato gli onorevoli BONIN, BRANCA, IMBRIANI e GIUSSO sulla politica italiana in Africa.

La discussione continuò il 27, il 29 e il 30 e vi parteciparono FIANCHETTI, CAMPI, DAL VERME, A VALLE, APRILE, POMPILÌ, IMBRIANI, DI RUDINÌ, BRIN, CAVALLOTTI. Si parlò della colonizzazione in Eritrea, della missione scioana a Pietroburgo, della sfera d'influenza italiana sulla costa somala, di Cassala, dei successi militari in Africa.
Avuti colloqui con il presidente del Consiglio e con i ministri degli Esteri e della Guerra, BARATIERI - com'egli stesso conferma nelle sue Memorie - ottenne "quello che invano chiedeva da mesi e mesi, quello che era urgente e possibile di ottenere nelle discrepanze del Ministero circa la questione africana, cioè la permanenza in Africa di due battaglioni bianchi - che invece sarebbero dovuti rimpatriare; la conservazione dei battaglioni indigeni - che, ridotto il bilancio a nove milioni, si sarebbero invece dovuti ridurre di un terzo; la sanatoria per gli ascari arruolati fuori quadro; l'aumento di altri mille ascari; l'acquisto di 700 bestie da soma. In denaro e, salvo a riduzione che si sarebbero fatte quando fosse svanito ogni pericolo per la colonia, la spesa veniva, a corrispondere a circa quattordici milioni".

Il generale ARIMONDI, governatore interinale della colonia, mandava intanto buone notizie. Il 10 agosto 1895, telegrafava: "MAKONNEN ha congedato le truppe; CAPACCI è stato liberato, ma, essendo sotto sorveglianza è nell'impossibilità di corrispondere; SCHEK THALA, che riunisce intorno a sé elementi musulmani avversi allo Scioà, si è recato a Ghiscè. PERSICO, recatosi a Terù per conferire, telegrafava che ritardò il convegno in vista del suo movimento. RAS OLIÈ ripiega nello Jeggiù: Ras MANGASCIÀ, impressionato dell'abbandono di RAS OLIÈ, è sempre al sud di Antalo. Cassala è tranquilla; MENELIK è rientrato a Addis-Abeba".

Nota d. r.: MENELICK è rientrato a Addis-Abeba, ma può ora contare su rifornimenti di armi e munizioni provenienti dalla Francia (che così spera di indebolire l'Italia e la Triplice) e contemporaneamente la Russia (alleata della Francia) fin da gennaio, ha inviato una missione diplomatica nella capitale.

Altre buone notizie inviava a Roma il giorno dopo ARIMONDI, ma in seguito, i suoi dispacci iniziarono a essere preoccupanti. Un suo telegramma del 4 settembre diceva: "RAS OLIÈ pare sia avanzato verso Ascianghi. Ras MANGASCIÀ è sempre a Debra Ailà da dove ha spinto vari gruppi al confine creando una viva agitazione, e provocando qualche avvisaglia".
Con telegramma del 10 settembre l'ARIMONDI sollecitava il ritorno di BARATIERI.

Questi salpò da Brindisi il 15 settembre. Giunto a Aden, il 24 settembre telegrafò: "Si annunciano intenzione ostili da parte di Ras MANGASCIÀ. Il generale Arimondi è partito per Adigrat per parare un eventuale colpo".
Il 26 settembre, da Massana, inviò quest'altro telegramma: "Il contegno di Menelik e di Mangascià m'induce a chiamare la Milizia mobile e a recarmi a Adigrat domani stesso".
Il 30 settembre tornò a telegrafare: "Necessita prevenire defezioni, decidere incerti, imporsi nemico prima di un'eventuale arrivo degli Scioani già annunciato da varie parti".

Poiché il nemico più vicino era ras MANGASCIÀ che si trovava a Debra Ailà, BARATIERI costituì nella zona di Adigrat un campo di osservazione, in cui il 6 ottobre si trovavano concentrati 116 ufficiali, 672 soldati bianchi, 8.065 soldati indigeni, 1.200 quadrupedi, 10 cannoni di montagna e alcune bande indigene. Quel giorno stesso il corpo eritreo cominciò i suoi movimenti che avevano lo scopo di raggiungere Debra Ailà, attaccarvi Mangascià e precludergli la ritirata verso Ascianghi.
Quest'ultimo compito era stato affidato ai maggiore TOSELLI, che comandava il IV Indigeni, una sezione di Artiglieria e le bande dell'Agamò. Il corpo principale, comandato dal generale BARATIERI, doveva marciare da Adigrat per Agulà su Dolo ed era formato dal battaglione cacciatori italiani, da quattro battaglioni indigeni (I, II, III e IV), dalla 2a batteria e da una sezione della 1a; l'avanguardia di questo corpo era comandata dal maggiore AMEGLIO costituito dal V battaglione Indigeni, da una sezione d'artiglieria e dalle bande del Seraè e del Tigre.

Il 9 ottobre 1895, quasi l'intero corpo d'operazione era sulle alture di Antalò, presso Debra Ailà; ma ras MANGASCIÀ già non c'era più; appresa l'avanzata degli Italiani aveva ripiegato verso il lago di Ascianghi con il grosso lasciando sull'amba di Debra Ailà, a protezione della ritirata, circa 1300 tigrini.
"Per riconoscere il nemico a Dobra Ailà - scrive il Baratieri nelle sue "Memorie"- avanza il battaglione di AMEGLIO con le bande del Seraè e del Tigrè e con una mezza batteria. L'amba è ancora guarnita e dal ciglio iniziano delle fucilate molto vive. La forma del terreno non permette a noi di spiegare un maggior numero di truppe; tuttavia l'iniziativa è presa, micidiale riuscirebbe l'indugio. E quindi il maggiore AMEGLIO si lancia all'attacco, mentre il maggiore TOSELLI ha l'ordine di appostarsi in basso, in vista, in modo da portare soccorso da Antalò per tagliare possibilmente la via di ritirata verso Amba Alagi. Ma la resistenza nemica, all'inizio vigorosa per i vantaggi tattici del luogo dominante, dura assai poco. Mentre la batteria italiana continua il suo fuoco calmo ed aggiustato, la prima schiera in due balzi raggiunse l'angolo morto, sotto l'irto muraglione dell'amba: e, preso un po' di fiato al coperto dai tiri, si arrampica poi per gli scarsi punti accessibili; frattanto il nemico si disperde e scappa con l'incredibile agilità dei nativi per le boscaglie, per burroni, per gli anfratti. E' tutto un suolo solcato e rotto, attraversato da balze, ingombro di rocce sgretolate e sfasciate, donde sbucano cespugli e piante tropicale, tutto un rigoglio di vegetazione. In tali condizioni, l'inseguimento avrebbe disciolto i legami tattici: onde il maggiore AMEGLIO fece suonare l'adunata e mise il campo nello stesso luogo dove era accampato prima il Ras .... Noi abbiamo avuto 11 morti e 30 feriti; i nemici forse una trentina di morti ed un centinaio di feriti".

Il 13 ottobre il governatore inviò il generale ARIMONDI con tre battaglioni indigeni e una batteria contro Amba Alagi per snidarvi MANGASCIÀ. Questi riuscì a sfuggire ancora; l'Amba fu occupata dagli italiani, vi liberarono ras SEBATH, capo dell'Agamè, prigioniero di Mangascià, che fu nominato capo dell'Endertà; e al degiacc ALI, che offrì la sua sottomissione, gli fu riconosciuta la signoria dell'Enda Meconnì.

Il 16 ottobre 1895, al generale ARIMONDI fu dato il governo del territorio a sud del Mareb-Belesa-Muna e il comando di tutte le truppe là dislocate, in complesso 6350 fucili e sei pezzi da montagna. Arimondi doveva fare di Adigrat il perno della difesa del Tigrè e dell'Agamè, tenendo più a sud, per mantenere in rispetto ras Mangascià, un forte distaccamento. Portatosi prima ad Antalò e poi a Makallè, dove era in via di costruzione il forte di Enda Jesus, Arimondi fece ritorno a Adigrat. Il generale Baratieri ritornó a Massaua.

COMBATTIMENTO DI AMBA ALAGI E DI ADERA'

I primi di novembre facendosi sempre più insistenti le notizie che truppe etiopiche andavano concentrandosi a sud del lago Ascianghi, BARATIERI telegrafò al generale ARIMONDI:
"Ora che alcuni capi d'oltre frontiera sono e si dichiarano uniti a noi contro il comune nemico, bisogna trarne partito per dar un indirizzo ed unirli nell'intento comune. Potranno giovare le relazioni assidue, e magari un distaccamento volante ad Amba Alagi con un ufficiale sveglio e intelligente; questi nell'agire potrà determinare altri ad unirsi a noi, oltre a prevenire discordie fra i nostri, a tenerli a freno, a sorvegliare gli incerti".

In seguito a tale telegramma, il 16 novembre l'Arimondi inviò all'Amba Alagi la compagnia Persico del III Indigeni.
Il 24 novembre il maggiore TOSELLI, per fare una ricognizione nel Seloà e nell'Enda Meconnì, partì da Makallè con il IV battaglione Indigeni, la 1a batteria da montagna e la banda di Ras Sebath verso Ambra Alagi e di là appreso che il grosso dell'esercito etiopico con MENELIK si trovava a Uorrò Ailù, mentre l'avanguardia comandata da Ras MAKONNEN, che aveva con sé le truppe dei ras ALULA, OLIÒ, MANGASCIÀ e MIKAEL, marciava verso l'Ascianghi - si spinse verso Belejo per osservare il nemico ed ostacolarne l'avanzata.
ARIMONDI ricevute informazioni da TOSELLI sui movimenti nemici, chiese istruzioni a BARATIERI, che il 30 rispose annunciandogli di avergli mandato in rinforzo tre compagnie del VI Indigeni e consigliandogli di "tenere al possibile riunite, sottomano, in grossi gruppi intorno a Makallè" le forze costituite da 4.500 regolari e dalle bande dell'Agamè, del Tigrè, del Seraè, dell'Acchelè-Guzai, dell'Endertà e dell'Enda Meconnì. Nello stesso tempo il Governatore ordinò la mobilitazione delle truppe della Colonia e il concentramento da Cheren e Asmara a Adigrat dei battaglioni I, VI, VII e VIII, della Milizia Mobile e della 2a batteria da montagna.

Il 30 novembre 1895, il generale ARIMONDI, ricevute le istruzioni del Governatore, ordinò per il 5 dicembre il concentramento a Makallè di 14 compagnie e le bande indigene, e comunicò a TOSELLI le direttive di BARATIERI dandogli facoltà di "mantenersi in posizione a Belejò oppure di ripiegare ai piedi di Amba Alagi, secondo circostanze".

TOSELLI, il 1° dicembre, avanzando MAKONNEN alla testa di 30.000 uomini, ripiegò su Atzalà, dove i suoi avamposti scambiarono qualche fucilate con il nemico. Contemporaneamente chiese rinforzi al generale ARIMONDI, il quale gli rispose che "sarebbe accorso il giorno 6 dicembre con sei compagnie e una sezione d'artiglieria".
Ma il giorno 5 il generale BARATIERI, informato delle intenzioni dell'Arimondi, gli telegrafò:
"Non conviene allontanarsi da Makallè perché non essendo ancora avvenuto il concentramento, si avrebbe una divisione di forze e gravi difficoltà per l'approvvigionamento. Il Maggiore TOSELLI tenga contatto fin che può, poi ripieghi con la maggiore lentezza possibile".
Il 6 dicembre mattina ARIMONDI trasmise l'ordine del governatore a TOSELLI; ma era ormai tardi, già sotto pressione del nemico, Toselli non lo ricevette nemmeno e rimase convinto che doveva resistere più a lungo possibile sull'Amba Alagi, in attesa del giorno 6 dicembre delle 6 compagnie promesse e guidate da ARIMONDI.

Infatti, ventiquattrore prima, il 5 sera, il maggiore TOSELLI aveva scritto al generale ARIMONDI che prevedeva di dover combattere il 7. Il 6 Arimondi (anche se aveva già inviato l'altro ordine) propose a BARATIERI di avanzare con una parte delle proprie truppe fino ad Afgol per sostenere il ripiegamento di TOSELLI e, insieme con lui, fare "un'attiva difesa avanzata del forte di Makallè". Avuta l'autorizzazione, ARIMONDI la notte del 6 partì da Makallè con sei compagnie, una sezione di artiglieria e la banda di degiacc FAUTÀ, in tutto circa 1500 uomini, avvisando Toselli della sua mossa (che come il precedente ordine non ricevette).

Il maggior Toselli disponeva di 4 cannoni e di 2350 fucili. Prevedendo pel giorno 7 un attacco nemico, la sera del 6 dispose le sue truppe a difesa dell'Amba, collocando le bande di ras Sebath e di degiacc Alì all'estrema sinistra, sulle alture sovrastanti la via di Felagà, con sulla destra, a sostegno, la compagnia Issel, facendo spingere la compagnia Canovetti verso Atzalà, mettendo al centro, sotto l'Amba, la batteria, scortata dalla compagnia Persico, e a destra, sul colle di Tagorà, la banda di Scech Thala, mandando il tenente VOLPICELLI con le bande dell'Acchelè-Guzai avanti a quelle di Scech Thala e ponendo le compagnie Ricci e Bruzzi e la centuria Pagella, di riserva, sotto l'Amba, presso la chiesa.
Le colonne nemiche - come aveva previsto Toselli- presero contatto il mattino del giorno 7. Primi ad entrare in azione furono forti gruppi di fanteria e cavalleria abissina che, urtati contro la centuria Mazzei della compagnia Canovetti, furono respinti.

Una forte colonna agli ordini di ras Oliè, avanzando celermente verso il colle Felagà, attaccò frontalmente e avvolse dalla sinistra le bande di ras Sebath e degiacc Ali, che, non potendo resistere al gran numero dei nemici, ripiegarono sulla compagnia Issel, alla cui destra, poco dopo, si portò la compagnia Canovetti, che aveva inflitto gravi perdite agli Scioani.
Contro queste due compagnie, che resistevano valorosamente da due ore agli attacchi delle numerose forze abissine, si gettò una forte colonna nemica, di circa quindicimila uomini, comandata da ras MIKAEL e ras MAKONNEN. Allora il maggiore TOSELLI lanciò contro di loro la compagnia Ricci della riserva, che, impegnandosi a fondo, costrinse gli assalitori a ripiegare.
Erano circa le 10 del mattino, al centro il nemico, quantunque i tiri della batteria italiana producessero squarci enormi nella sue file, avanzava lentamente ma inesorabilmente, poi si aggiunse ed entrò in azione un'altra colonna, costituita dalle forze di ras ALULA e di ras MANGASCIÀ, la quale, puntando sul colle di Tagorà, tendeva ad aggirare la destra.

TOSELLI allora, nell'impossibilità di tenere un fronte molto esteso, ordinò alle compagnie Issel, Canovetti e Ricci di ritirarsi a ridosso dell'Amba, incolonnò le salmerie sulla strada di Tagorà e a protezione del ripiegamento, mandò la centuria Pagella (che fu poi l'unica in parte a salvarsi).
TOSELLI, in tutta la mattinata aveva sempre atteso l'arrivo del generale ARIMONDI, ma alle 12.40, perduta ogni speranza di soccorso e assalito di fronte e dai fianchi dalle interminabili orde nemiche, ordinò la ritirata sotto la protezione della compagnia Bruzzi. Ma, data la strettezza della via in cui le truppe erano costrette a muoversi, il disordine con cui ripiegavano le alleate bande e i tiri degli Scioani che avevano già guadagnato la spianata dell'Amba, la ritirata non poteva effettuarsi ordinatamente.
Nonostante i disperati sforzi della compagnia Bruzzi, della centuria Pagella e della sezione Manfredini, il ripiegamento si mutò in rotta.

Ultimo a ritirarsi, con un manipolo di uomini e di ufficiali fu il Maggiore TOSELLI, che cadde da eroe presso la chiesa di Bet Mariam. Con lui, in quello sfortunato ma glorioso combattimento, caddero diciotto ufficiali; i soldati uccisi o dispersi furono circa 2000.

Alcune centinaia di superstiti dell'Amba Alagi, guidate dai tenenti PAGELLA e BODRERO, attraverso Mai Mesghì, giunsero verso le 16.30 all'Aderà, dove il generale Arimondi, era giunto poco prima con due compagnie del III battaglione, tre del V, una del VII, una sezione da montagna. Ma proprio in quel momento anche lui era attaccato da una forte colonna nemica. L'Arimondi, riuniti i superstiti e difendendosi energicamente con il nemico, riuscì a disimpegnarsi e ripiegò verso Makallè dove vi arrivò all'alba del giorno dopo; 8 dicembre 1895

 
 
 
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Data di creazione: 27/05/2005
 

 
   Agli Ascari d'Eritrea 

- Perchè viva il ricordo degli Ascari d'Eritrea caduti per l'Italia in terra d'Africa.
- Due Medaglie d'Oro al Valor Militare alla bandiera al corpo Truppe Indigene d'Eritrea.
- Due Medaglie d'Oro al Valor Militare al gagliardetto dei IV Battaglione Eritreo Toselli.

 

 

Mohammed Ibrahim Farag

Medaglia d'oro al Valor Militare alla Memoria.

Unatù Endisciau 

Medaglia d'oro al Valor Militare alla Memoria.

 

QUESTA LA MIA STORIA

.... Racconterà di un tempo.... forse per pochi anni, forse per pochi mesi o pochi giorni, fosse stato anche per pochi istanti in cui noi, italiani ed eritrei, fummo fratelli. .....perchè CORAGGIO, FEDELTA' e ONORE più dei legami di sangue affratellano.....
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A DETTA DEGLI ASCARI....

...Dunque tu vuoi essere ascari, o figlio, ed io ti dico che tutto, per l'ascari, è lo Zabet, l'ufficiale.
Lo zabet inglese sa il coraggio e la giustizia, non disturba le donne e ti tratta come un cavallo.
Lo zabet turco sa il coraggio, non sa la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un somaro.
Lo zabet egiziano non sa il coraggio e neppure la giustizia, disturba le donne e ti tratta come un capretto da macello.
Lo zabet italiano sa il coraggio e la giustizia, qualche volta disturba le donne e ti tratta come un uomo...."

(da Ascari K7 - Paolo Caccia Dominioni)

 
 
 
 

 
 
 
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ASCARI A ROMA 1937

 

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