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A mio padre

Post n°77 pubblicato il 19 Marzo 2011 da Larbo

Non tutte le generazioni nascono per incontrarsi; percorsi diversi, esistenze appese alla motilità della vita,  punti di osservazione mutevoli, cangianti per uno, opachi per l'altro e viceversa.

Ciò che si da è spesso il risultato  di ciò che in quel periodo si poteva dare, senza maneggiare l'arte dell'imprevedibile, perchè all'imprevedibile non si può dar seguito.. costa troppo e corrompe le frequenze della realtà.

Credo in un fatto però.... credo in un'altra corruzione e questo mi fa star bene, la corruzione dei singoli, irripetibili momenti, quelli in cui ognuno è dalla stessa parte del guado, dove i piedi si movono all'unisono e le parole si schiudono in un' unica lingua.

Per tutti questi brevi momenti, io e te ci siamo incontrati, amati, concessi a nostro modo l'uno verso l'altro con impercettibili movimenti della testa, sorrisi carpiti dentro i nostri petti con rispettosa e silente approvazione, o porte che si chiudevano dietro di noi dopo un saluto, facendoci forse chiedere in piedi dietro quell'uscio, quante parole potevano ancora essere pronunciate.

Per ognuno, di questi unici e inequivocabili attimi di noi, io ho continuato a sapere di avere un padre... e tu hai frequentato il mio mondo, come io ho frequentato il tuo.

Entrambi granelli della stessa materia, senza far più caso alle contaminazioni del tuo fare e del mio dire.

Tu mi hai dato la vita, disegnando per me quasi senza pronuncia le dizioni del coraggio, gli accenti dell'onestà, i punti di sospensione per rispondere alla paura. 

A me, non resta che vivere, guardandotii quando mi guardi senza mai dimenticare ogni unica ruga, le linee del tuo sopracciglio, la luce degli occhi di un padre che proteggerò dentro di me, senza mai farla spegnere... anche oltre la vita.

Ti voglio bene papà.  

 
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C.P.T.

Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento. Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio. Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte. Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno. I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi. Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro. Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata. Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza. Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.
 
 
 

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