« TRA LE RIGHEA mio padre »

"IL DONO" .....

Post n°76 pubblicato il 18 Febbraio 2011 da Larbo

In un giorno qualsiasi della tua vita (perché tu penserai sbagliando che quel giorno è un giorno qualsiasi), prova a sederti davanti alla luce di una finestra, prova a immaginare di sentire tanto vicini a te, i rumori ovattati dal vetro, prova a giocare con la fantasia, dando una forma al vento, un colore al suono, un odore alle nuvole …

Senti scivolare dentro te, quel raggio di sole … come fosse una spada che penetra di bellezza la tua vita, disegna con un dito riccioli di onde, delinea con la punta di un unghia la presenza di uno scoglio, e con la stessa precisione, immagina di posartici sopra, trasportato da un pensiero.

Fuori dal mondo, dentro al mondo … come un minuscolo chicco d’anima che decide di andarsene a spasso nell’infinito, simile al viaggio di un filo di resina, identico al fulmine di una scintilla, o come  un pelo strappato dalle righe di una poesia.

Immagina gli occhi di un gabbiano, che guardano te sopra lo scoglio, immagina l’onda che s’infrange dabbasso, e  si allontana per poi ritornare, osservala scivolare su palmi di brividi sommersi, e dondolare su di essi,  come dita di acqua intente a carezzare.

Poi, quando il tutto ti avrà disperso, quando dalla magia sarai assorbito, ritaglia segretamente degli spicchi di coriandoli di sogni, nascondili  in una tasca e torna davanti a quella finestra.

Quando lo vorrai, ti basterà disperderli con un soffio nel mondo reale e loro si poseranno sulla tua fantasia reclamata.

Le impronte dei sogni non si cancellano, vibrano nell’aria come minuscoli trapezisti sulle ciglia dei bambini, saltellando qua e là;  Questo è semplicemente “IL DONO”.   

 

 
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C.P.T.

Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento. Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio. Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte. Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno. I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi. Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro. Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata. Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza. Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.
 
 
 

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