| « LIPARI | LA CASTA » |
PERCORSI
Post n°67 pubblicato il 13 Luglio 2009 da Larbo
Ho visto un uomo che portava le sue parole chiuse dentro un sacco, e nelle pause del suo viaggio, sotto la fronda di un albero apriva quell'involucro e le spolverava, le ricomponeva adagiandole sulla terra.
Poi, riprendeva il suo viaggio, sicuro che la parsimonia e la cura verso quelle parole, ora rinfrescate, gli avrebbe permesso un giorno di farne buon uso.
Ho visto un altro uomo che non le custodiva, ma le dispensava, incautamente, spavaldamente, liberandole semplicemente al nuovo vento, raccogliendone manciate da far cadere a pioggia, come coriandoli grigi ma senza passione.
Seppi in seguito che il primo uomo era muto, e nella speranza di guarire dal suo silenzio, si allenava a comunicare con l'anima.
Il secondo uomo parla ancora... non allena la sua anima, ma solo il suo orecchio... ed è bello il sapere di quanti popoli fortunatamente sordi sarà fatto il suo cammino.
Poi, riprendeva il suo viaggio, sicuro che la parsimonia e la cura verso quelle parole, ora rinfrescate, gli avrebbe permesso un giorno di farne buon uso.
Ho visto un altro uomo che non le custodiva, ma le dispensava, incautamente, spavaldamente, liberandole semplicemente al nuovo vento, raccogliendone manciate da far cadere a pioggia, come coriandoli grigi ma senza passione.
Seppi in seguito che il primo uomo era muto, e nella speranza di guarire dal suo silenzio, si allenava a comunicare con l'anima.
Il secondo uomo parla ancora... non allena la sua anima, ma solo il suo orecchio... ed è bello il sapere di quanti popoli fortunatamente sordi sarà fatto il suo cammino.
(dedico questa poesia ai capaci ad ascoltare... a coloro che parlano con gli occhi... a tutti quelli che riempiono semplicemente un silenzio, avendo cura di farlo ascoltare al prossimo... perchè non puoi sentire il battito d'ali di una farfalla, ma puoi leggere nei suoi colori tutta la sua vita).
|
|
Citazioni nei Blog Amici: 1
Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento.
Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio.
Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte.
Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno.
I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi.
Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro.
Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata.
Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza.
Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.