
“Il canto della vita” di Tagore (Ed. Guanda, p.195)
Yeats ne era innamorato. Io non so cosa pensarne. Leggo che era un santone, una specie di “illuminato” per la sua gente. Essi descrivevano come stava ore ad ammirare il creato e come la sua Santità fosse palese a chiunque lo vedesse. Io non ho questa fortuna, non posso vederlo, posso solo leggere gli estratti della sua opera.
La sua è una poesia semplice. Non so cosa pensare. Non è una poesia brutta ma dov’è l’amore? E il dolore? Dove si trova la meraviglia dell’universo che sembra volerti straziare il petto con le sue crudeli mani? Perché non prorompo in pianto o la gioia più sfrenata non mi coglie nel vedere ogni anima concatenata?
Nulla, solo frammenti. Capisco bene che chi scrisse era in pace e in armonia, capisco ma non è sufficiente.
Un fruscio sottile, ecco come sento la sua poesia.
Ecco un estratto “Anche se le stelle brillano tutta la notte, non lasciano il segno del loro cammino”