Arabesque
Lei si dipinge il viso per nascondere il viso, i suoi occhi sono acqua profonda...
Mia madre diceva sempre che mia sorella Satsu era come il legno,
radicata al terreno come un albero sakura.
Ma a me diceva che ero come l'acqua,
l'acqua si scava la strada attraverso la pietra, e quando è intrappolata,
l'acqua si crea un nuovo varco.
-Memorie di una Geisha-
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Passo a due
Post n°197 pubblicato il 31 Maggio 2010 da shahra.zad
In questa danza non c'è musica, ma solo lo scandire delle ore, dei giorni e degli anni, che dà il ritmo inequivocabilmente. Eppure siamo noi a crearlo il ritmo, sfruttando alcuni giorni al massimo e lasciandone scivolare altri come acqua che scorre troppo velocemente, senza essere afferrata. Passi già ripetuti innumerevoli volte, come una coreografia già nota, e passi nuovi, ogni volta più decisi: uno avanti io, uno indietro tu, uno indietro io, due avanti tu. Figure che volteggiano intorno a noi, a volte nitide, a volte appena sfocate, ogni tanto ci avvolgono, quasi ci separano e io mi allontano, con le lacrime agli occhi, slanciandomi con un'arabesque in cui tu mi tieni soltanto per la punta delle dita, o forse sei tu che ti irrigidisci al punto di non riuscire nemmeno più a muoverti, nè verso di me, nè nella direzione opposta. Allora danzo io attorno a te, sfiorandoti appena, sciogliendo il ghiaccio e le tue braccia rigide, oppure tu lasci un attimo le mie dita ma soltanto per rafforzare la presa sulla mano intera e ritirarmi verso di te. E io vorrei dirti che non si può ballare così per sempre, che il ritmo esige la sua parte e che le variazioni ci devone essere per dar vita e brio alla danza, ma non devono essere la regola, altrimenti si passa dall'armonia ad una caotica accozzaglia di passi. E' che dopo tanto tempo che si danza così i piedi sono doloranti, al punto di non riuscire quasi più a muoverli e tutto ciò che mi fa ancora ondeggiare al battito delle tue lune è la mia volontà e la mia testardaggine, forti ma non infinite. Per quel vorticare gioioso e coinvolgente di cui sei capace, ho sopportato le scarpe strette e i passi falsi; per quel tuo guardarmi come se fossi la danzatrice più bella del mondo, per ciò che sappiamo creare quando siamo insieme, come artisti che dipingono senza tela e senza colori. Per i sorrisi che mi hai rubato in mezzo alle lacrime, per tutto quello che mi hai dato e anche per tutto quello che non mi hai dato, tu resti il ritmo sul quale danzo, pur scegliendo da sola i passi che voglio fare. Non è facile mettere per scritto la nostra danza, eppure in fin dei conti è sempre ciò di cui so scrivere meglio. Vorrei che la nebbia che ti avvolge, impedendoti non solo di ballare ma anche di respirare, potesse essere dispersa dai miei giri, soffiata via dal mio sguardo che non ti lascia mai, ma questa è una battaglia in cui sei tu il comandante e io posso solo essere il consigliere. Vorrei saper ballare all'infinito con i piedi doloranti, ma se anche ne fossi capace, la danza che ne risulterebbe sarebbe distorta, una parodia di quello che invece meritiamo entrambi. Non ne sono capace. Ma sono capace a girare ancora una volta verso di te, lasciandomi avvolgere dalla tue braccia calde e di nuovo afferrare il ritmo e farlo nostro, e di appoggiare le mie mani e il mio respiro per sciogliere i tuoi nodi. Non è una gara questa danza, non ci sono premi o riconoscimenti e non ci sono vincitori, ci sono perdite in qualsiasi direzione ci porti, ma l'unico modo per non cadere quando il ritmo si fa vorticoso è essere disposti a tenersi stretti pur lasciando libertà ai movimenti dell'altro, perchè l'unica alternativa è staccarsi completamente. Perchè oltre le perdite, di qualunque tipo esse siano, c'è la musica... sia per te che per me, perfino nel caso non fosse per "noi", lo sai. Questa non è una lettera d'amore e di promesse, è una lettera di una danzatrice che vibra ancora al suono dei tuoi pensieri e che non conosce altri modi di esprimersi se non i suoi passi e queste parole sussurrate mentre ancora ti tiene stretto sull'orlo del baratro. E non dire più che non sai ballare...
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Aveva un folletto dentro di sč che voleva scherzare e ballare,
e uno spirito sognatore che voleva scrivere favole,
e un continuo desiderio di associare
la piccola vita quotidiana alla vita grandiosa e magnifica
che risonava nelle canzoni e nei dipinti,
nei bei libri e nelle tempeste dei boschi e del mare.
Non era contenta che un fiore dovesse essere solo un fiore
e una passeggiata solo una passeggiata.
Un fiore doveva essere un elfo,
uno spirito bello sotto bella forma
e una passeggiata non solo
un piccolo e doveroso esercizio fisico e una ricreazione,
bensė un viaggio ricco di presagi verso l'ignoto,
una visita al vento e al ruscello, un colloquio con le cose mute.
-Herman Hesse-
25/02/09

"Danzatrice di parole"
da
punto.di.rottura
*grazie*





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