Creato da Nean.856 il 04/12/2008

Archaios

Evoluzione: Viaggio nelle Origini Remote

 

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AUTOCOSCIENZA

È molto probabile che una tappa decisiva nel misterioso processo dell'evoluzione dell'uomo sia rappresentata dal giorno in cui un essere, che stava esplorando con curiosità il suo ambiente, fermò la sua attenzione su sé stesso.

Konrad Lorenz
 
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L'EVOLUZIONE DELL'UOMO

"L'uomo non è sempre esistito sulla Terra. La sua comparsa è assai recente rispetto alla storia della Terra e degli altri esseri viventi. Nell'"orologio della vita", se si rapportano le 24 ore del giorno con l'età della vita sulla Terra, è negli ultimi minuti che si sviluppa il ceppo umano. La sua comparsa segna il punto di arrivo di una serie di modificazioni avvenute su un ramo del tronco dei Primati e, nello stesso tempo, un punto di partenza per un nuovo corso evolutivo, soprattutto in forza di ciò che caratterizza e distingue l'uomo da ogni altro vivente: la cultura."

F. Facchini
Le origini dell'uomo
 

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LA SELEZIONE NATURALE

“L’affermazione comune secondo la quale l’evoluzione attraverso il meccanismo della selezione naturale è una «teoria», esattamente com’è una teoria quella delle stringhe, è sbagliata. L’evoluzione è una legge (con parecchi elementi), tanto sostanziata quanto qualsiasi altra legge naturale, che sia di gravità, del movimento o di Avogadro. L’evoluzione è un dato di fatto, messa in discussione soltanto da chi sceglie di negare l’evidenza, accantona il buonsenso e crede invece che alla conoscenza e alla saggezza immutabili si arrivi soltanto con la Rivelazione.”

James D. Watson
 
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Darwin per ogni bandiera

Foto di Nean.856

"Come paleontologo di professione e (davvero avrò il coraggio di dirlo?) liberal con tanto di tessera, ho trovato divertente, ma anche un po' mortificante, la moda attualmente diffusa negli ambienti intellettuali conservatori di invocare Charles Darwin – la fondamentale icona del mio mondo professionale – come un flagello o, a seconda dei casi, come un alleato a sostegno delle proprie amate dottrine. Poiché, com'è logico, Darwin non può coprire entrambi i ruoli simultaneamente, e poiché il dato di fatto dell'evoluzione in generale (e la teoria della selezione naturale in particolare) non può, in ogni caso, offrire un legittimo sostegno a nessuna particolare filosofia morale o sociale, ho fiducia che egli – grandissimo fra tutti i biologi – rimarrà silenzioso, a prescindere dal volume delle voci conservatrici che si leveranno a evocarlo.

A un estremo, la flagellazione di Darwin – l'idea che se lo cacceremo lontano da noi, allora potremo risvegliarci – ha animato una fazione religiosa che considera fondamentale, per un governo stabile e una società ordinata, il revival cristiano vecchio stile. In Slouching Towards Gomorrah, per esempio, Robert Bork scrive: «Il principale ostacolo che si oppone a un rinnovamento religioso è rappresentato dalle classi intellettuali le quali credono che la scienza abbia lasciato soltanto l'ateismo quale unica posizione intellettuale rispettabile. Stando alle descrizioni convenzionali, Freud, Marx e Darwin hanno messo in rotta i credenti. Oggi gli intellettuali hanno smesso di considerare Freud e Marx irrefutabili, e pare che ormai sia giunto anche per Darwin il momento di subire una svalutazione».
Poi, dimostrando una conoscenza della paleontologia pari a quella che io possiedo nel campo del diritto costituzionale – ossia zero – Bork cita come presunta prova dell'imminente declino di Darwin una scempiaggine tanto trita quanto assurda: «La documentazione fossile si sta dimostrando una fonte di grande imbarazzo per la teoria evoluzionista». Se Bork mi farà dare un'occhiata a quella famosa statua di sale subito fuori Gomorra, io sarò lieto di contraccambiare mostrandogli le abbondanti prove in nostro possesso di fossili intermedi che testimoniano fondamentali transizioni evolutive: quella dei mammiferi dai rettili, dei cetacei da progenitori che vivevano sulle terre emerse, e degli esseri umani da antenati affini alle antropomorfe.
Nel frattempo, e a un estremo opposto, la celebrazione di Darwin, l'asserzione che se noi lo accogliamo, lui convaliderà i fondamenti determinati a venerare i dogmi politici conservatori come dettati della natura. Su «National Review», per esempio, John O. McGinnis ha recentemente sostenuto: «Il nuovo sapere biologico ha il potenziale di offrire al conservatorismo un sostegno più forte di quanto abbia mai fatto qualsiasi altro corpus di nuove conoscenze. Possiamo equamente concludere che una politica darwiniana è in larga misura una politica conservatrice». McGinnis poi elenca i fondamenti biologici – fra i quali cita l'egoismo, le differenze sessuali e la "naturale ineguaglianza" – quali altrettanti esempi del fatto che l'ideologia di destra si fonda sulla teoria evolutiva. Secondo McGinnis, oltretutto, il darwinismo sembra fatto apposta non solo per sostenere la politica conservatrice in generale, ma anche per convalidare, più in particolare, quella che lui stesso predilige. Per esempio, si serve di argomenti evoluzionisti speciosi per criticare aspramente il "libertarismo puro" e quindi invoca Darwin per asserire che lo Stato ha l'autorità legittima sia di obbligare i cittadini a risparmiare per gli anni della vecchiaia, sia di tenere a freno le loro inclinazioni sessuali. McGinnis scrive: «Il sé giovanile è connesso in modo talmente debole all'idea del sé più anziano (e questo principalmente perché nelle società di cacciatori-raccoglitori moltissimi individui non arrivavano alla vecchiaia) che con ogni probabilità sono in molti a non risparmiare a sufficienza per la vecchiaia. Pertanto, un intervento statale che costringesse gli individui a risparmiare per gli anni della pensione potrebbe essere giustificato. Inoltre la società potrebbe trovarsi nella necessità di creare istituzioni per l'orientamento e il contenimento dell'attività sessuale». L'uso improprio di Darwin non è rimasto confinato alla destra politica. Anche i liberal hanno adottato entrambe le strategie di gioco, peraltro contraddittorie: negando Darwin quando trovavano sgradevoli le implicazioni della sua teoria, e invocandolo per poter considerare i loro principi politici avallati dalla natura. Alcuni liberal se la prendono con Darwin perché fraintendono la sua teoria vedendo in essa la dichiarazione di una battaglia aperta e cruenta, in una perpetua "lotta per l'esistenza". In realtà, Darwin identificava questa "lotta" come esplicitamente metaforica: in alcune circostanze perseguita meglio con la cooperazione, in altre con la competizione. All'inizio del XX secolo, molti liberal – ricorrendo alla strategia opposta, e cioè accettando Darwin – sostennero l'idea della riproduzione fra i più dotati, scoraggiando nel contempo la procreazione fra gli individui presunti non idonei. Tanto i critici di Darwin, quanto i suoi entusiasti sostenitori possono essere confutati ricorrendo ad argomentazioni semplici e venerande.
Ai primi posso dire soltanto che l'evoluzione darwiniana ha un ruolo sempre più incisivo e convincente come elemento portante delle scienze biologiche e, più in generale, che nessuna verità scientifica può rappresentare una minaccia per la religione, giustamente concepita come ricerca di ordine morale e significato spirituale. A coloro che vorrebbero trovare conferma delle proprie convinzioni religiose nei fatti della natura, suggerisco invece di riflettere seriamente sulle sagge parole del reverendo Thomas Burnet, scienziato del XVII secolo: «È cosa perigliosa trascinare l'autorità delle Scritture nelle dispute sul mondo della Natura affinché il Tempo, che tutto porta alla luce, non debba svelare l'evidente falsità di quanto avevamo fatto asserire alle Scritture».
Questo apprendeva la Chiesa cattolica romana nel XVII secolo, dopo aver accusato Galileo di eresia; e di questo i fondamentalisti moderni dovrebbero prender nota e far tesoro, quando negano la fondamentale conclusione della biologia. Coloro che reclutano Darwin per sostenere una particolare linea morale o politica dovrebbero ricordare che, nel migliore dei casi, la biologia evoluzionista può offrirci qualche intuizione sull'antropologia della morale: per esempio sul perché alcuni (o molti) individui pratichino certi valori, forse per il proprio vantaggio darwiniano. La scienza però non può mai decidere la moralità della morale. Supponiamo di scoprire che un milione di anni fa, nelle savane africane, l'aggressività, la xenofobia, l'infanticidio selettivo e la sottomissione delle donne offrisse dei vantaggi darwiniani ai nostri progenitori cacciatori-raccoglitori. Una tal conclusione non sancirebbe – nel presente come nel passato – il valore morale di questi comportamenti, né di qualsiasi altro.
Forse dovrei essere lusingato per il fatto che il mio campo d'interesse, la biologia evoluzionista, abbia usurpato la posizione (tenuta nei secoli precedenti dalla cosmologia e, in un passato più recente, dal freudismo) di scienza considerata più immediatamente rilevante per rispondere agli interrogativi profondi sul significato della nostra vita. Dobbiamo tuttavia rispettare i limiti della scienza se vogliamo trarre profitto delle sue autentiche intuizioni. Il famoso epigramma di G.K. Chesterton – «L'arte consiste nella limitazione; l'essenza di ogni dipinto è la cornice» – si applica ugualmente bene anche alla scienza. Anche Darwin comprese questo principio, giacché sospettava che il cervello umano, evoluto per altre ragioni nel corso di molti milioni di anni, potesse essere male equipaggiato per risolvere gli interrogativi più profondi e astratti sul significato ultimo della vita. Come scrisse al botanico americano Asa Gray nel 1860: «Ho la nettissima impressione che tutta la materia sia troppo profonda per l'intelletto umano. Un cane potrebbe speculare altrettanto bene sulla mente di Newton».
Coloro che fanno un cattivo uso di Darwin per promuovere i propri obiettivi dovrebbero ricordare l'ingiunzione biblica che diede il titolo a un grandissimo testo teatrale (Inherit the Wind, di Jerome Lawrence e Robert E. Lee, del 1955) imperniato sul tentativo di sopprimere l'insegnamento della teoria evoluzionista nelle scuole d'America: «Ma chi inganna sarà vittima dei suoi stessi raggiri. Chi mette scompiglio in casa non erediterà nulla»."

di Stephen Jay Gould


Link: Darvin 1809 - 2009

 
 
 

Cure Parentali e Capacità Cognitive

Post n°18 pubblicato il 03 Febbraio 2009 da Nean.856
 
Foto di Nean.856

Uno studio sui piccoli di scimpanzé conferma l'importanza delle prime cure parentali sullo sviluppo delle capacità cognitive e affettive dei piccoli

Un sovrappiù di attenzioni parentali ai piccoli di scimpanzé permette a essi uno sviluppo cognitivo che, fino ai nove mesi, è adiritura superiore a quello che si ha nei neonati umani. Lo afferma una ricerca pubblicata sulla rivista "Developmental Psychobiology" e condotta da Kim Bard e collaboratori del Centre for the Study of Emotion dell'Università di Portsmouth.

Col passare del tempo i piccoli della nostra specie prendono decisamente il sopravvento, ma questo studio, che è il primo a esaminare comparativamente gli effetti di differenti tipi di cure parentali sulle capacità cognitive di piccoli di scimpanzé, segnala con particolare enfasi l'importanza delle prime cure parentali.

"Il sistema di attaccamento dei piccoli di scimpanzé appare sorprendentemente simile a quello dei piccoli della nostra specie. Le prime esperienze relative a una risposta parentale calda o a una deprivazione hanno un impatto drammatico sugli esiti affettivi e cognitivi sia nello scimpanzé sia nell'uomo".

La Bard ha studiato 46 scimpanzé presenti nella Great Ape Nursery dello Yerkes National Primate Research Centre di Atlanta, negli Stati Uniti. Gli scimpanzé si trovavano nella nursery perché l'atteggiamento delle madri era talmente inadeguato da metterne a repentaglio la sopravvivenza.

Nello studio - che conferma e amplia, in positivo, i risulatti dei fondamentali (e angioscianti) studi degli anni cinquanta di Harry F. e Margaret K. Harlow sugli effetti della deprivazione affettiva - a una parte di questi scimpanzé è stata fornita, oltre al normale accudimento garantito dal centro, un sovrappiù di venti ore settimanali di cure durante le quali gli addetti alimentavano, giocavano, facevano del grooming e interagivano con i piccoli, facendo particolare attenzione al loro benessere emotivo e comunicativo.

"Questi piccoli erano meno stressati, avevano rapporti più tranquilli con gli addetti, non manifestavano i movimenti e comportamenti stereotipati che si possono altrimenti riscontrare, e inoltre erano intellettualmente più avanzati rispetto a quelli che avevano ricevuto le cure istituzionali standard", osserva la Bard.

Source:
Le Scienze

 
 
 

Evolution Video

Post n°17 pubblicato il 27 Gennaio 2009 da Nean.856
 

 

 

 

500 milioni di anni di Storia dell'Evoluzione Umana compressi in un video di 5 minuti e 48 secondi

Clicca qui


 
 
 

Jurassic Park: Dawn Of Extinction

Post n°16 pubblicato il 27 Gennaio 2009 da Nean.856
 

 

 

 
 
 

Qual’è il tuo WebDNA?

Post n°15 pubblicato il 19 Gennaio 2009 da Nean.856
 


Visualizza il DNA del tuo sito con Web DNA


Web DNA è un simpatico sito che permette di analizzare la struttura di un sito o di un blog e di generare una rappresentazione grafica di esso somigliante in tutto e per tutto a quella del DNA umano.
Lo sviluppatore del sito Thomas Baekdal si è ispirato per questo progetto a DNA 11, una compagnia canadese che realizza stampe e creazioni artistiche del DNA umano o delle impronte digitali.
Web DNA sfrutta invece l’ analisi di alcuni elementi strutturali del sito come i tag, l’ uso delle immagini o delle animazioni flash e l’ uso di testo in corsivo o grassetto per determinare la luminosità delle linee che compongono la rappresentazioni.
Più moderno e semanticamente corretto sarà il vostro sito e più luminosa sarà la rappresentazione del suo DNA!


Ecco quello di Archaios:


 

Source: downloadblog.it

save

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L’Uomo di Neanderthal aveva gruppo sanguigno zero

Foto di Nean.856


Ricerca spagnola sui fossili della caverna di El Sidron: alto mediamente 1,60 m,  completamente eretto, fisicamente molto robusto, di carnagione bianca e verosimilmente con i capelli rossi. Questo il ritratto del nostro antenato vissuto durante il paleolitico e di cui oggi scopriamo qualcosa in più: il suo gruppo sanguigno era di tipo zero.


L’uomo di Neanderthal possedeva il gruppo sanguigno zero, quello più utile per la difesa contro determinate patologie virali quali la malaria: è quanto risulta da una ricerca dei paleontologi spagnoli effettuata su alcuni resti fossili trovati nella caverna di El Sidron, nelle Asturie.


In attesa della sequenza del genoma dell’uomo di Neanderthal, in corso al Max Planck Institute, per i paleontologi rimangono però molte domande a cui dare risposta: ad esempio, se il gruppo zero fosse universale o fossero presenti anche gli altri tre (A, B e AB).

L’importanza del gruppo zero risiede nel fatto che è l’unico nel quale i globuli rossi non possiedono zuccheri nella struttura della loro membrana esterna: questi zuccheri sono il segnale utilizzato da alcuni virus per riconoscere la cellula da attaccare, per cui il gruppo zero garantisce un protezione maggiore contro alcune patologie virali.

Il caso più comune è quello della malaria, malattia sorta però in epoca posteriore (durante il neolitico), per cui la risposta evolutiva deve essere stata causata - e resa vantaggiosa - da altre patologie manifestatesi tra sei milioni di anni e meno di mezzo milione di anni fa, periodo nel quale si è sviluppato il gruppo zero.

Source: APCOM

Link:
Mundo Neandertal

El Sidrón Site

 
 
 

Uno Squalo Preistorico




Raro fossile vivente: mezzo squalo e mezzo serpente

E’ stato un tranquillo pescatore giapponese ad avvistare questa strana creatura in mare, apparsa all’improvviso davanti ai suoi occhi, ma dopo questo primo ragionevole stupore ha scoperto che il “mostro” era emerso dagli abissi per andare a morire proprio nei pressi delle coste nipponiche. Infatti, una volta catturato, è morto dopo poche ore.

In effetti l’aspetto dell’animale è dei più inquietanti: un’anguilla gigantesca con la testa da pescecane, l’occhio agguerrito, l’enorme bocca piena di denti affilati e sfrangiati come coralli molto taglienti.
Consegnato immediatamente agli esperti della Marina giapponese, è stato portato nel Parco Marino Awashima e lì filmato: il corpo del pescione si è così rivelato essere quello di una femmina, appartenente ad una rarissima specie chiamata “squalo arricciato”, una sorta di fossile vivente rimasto uguale dalla preistoria a oggi, con una lunghezza totale di 1,6 metri ed un peso di 7,5 chili.
L’esistenza di questo raro esemplare risalirebbe addirittura a 80 milioni di anni fa ed il problema di questa specie, che vive solo a più di 600 metri di profondità è che, una volta giunti in superficie, hanno scarsissime possibilità di sopravvivere.


Si tratta dello Squalo serpente o Squalo arricciato (Chlamydoselachus anguineus, Garman, 1884), in inglese Frilled shark.

Distribuzione - Diffuso largamente ma con una distribuzione irregolare. Oceano indiano occidentale: al largo del Sud Africa. Pacifico occidentale: al largo del Giappone fino alla Nuova Zelanda. Pacifico orientale: dalla California meridionale al Cile settentrionale. Atlantico orientale: dalla Norvegia settentrionale alla Namibia settentrionale, forse fino al Capo di Buona Speranza, Sud Africa. Tre esemplari sono stati registrati dall'Atlantico occidentale.

Morfologia - Uno squalo simile ad una anguilla con 6 branchie; le estremità inferiori della prima branchia sono connesse l'una con l'altra attraverso la gola. Di colore marrone scuro o grigio, a volte è più pallido inferiormente. La pinna dorsale è piccola e lobata; la pinna anale è più larga della pinna dorsale. Le pinne pettorali sono piccole e a forma di paletta. La pinna caudale ha un esile lobo ventrale e manca della tacca terminale. Presenta una bocca dotata di denti tricuspidati su entrambe le mascelle.

Biologia - E' un raro squalo primitivo, trovato su piattaforme continentali e insulari e pendenze di solito tra i 120 e i 1280 metri, ma catturato occasionalmente in superfice. Si nutre di altri squali, calamari e pesci liscosi. E' ovoviviparo e il numero dei nati va da 2 a 10.
Non è pericoloso ma possiede denti che sono taglienti abbastanza da infliggere lacerazioni alle mani degli scienziati che ne esaminano la bocca. Accidentale nelle reti a strascico, è utilizzato come farina di pesce o cibo per pesci.

(dal web)


Link:
Espresso Multimedia

AcquaticaScuba
AtlantideSub
Frilled Shark
Chlamydoselachidae

 
 
 

Un'iguana rosa alle Galapagos

Post n°11 pubblicato il 10 Gennaio 2009 da Nean.856
 
Foto di Nean.856


La sua origine risale a cinque milioni di anni fa e rappresenta  l'unico indizio della storia evolutiva di questi rettili nelle isole di Darwin. Uno studio italiano su Pnas


Su un vulcano di una delle isole Galapagos, Isabela, vivono gli unici, rari esemplari di una antica specie di iguana rosa, scoperta e descritta per la prima volta da biologi italiani. La sua origine risale a cinque milioni di anni fa e il suo Dna, al momento, è l'unico indizio della storia evolutiva di questi rettili terrestri.
Sfuggita ai taccuini di Darwin, l'iguana rosada (cui non è stato ancora dato un nome ufficiale) compare oggi sulle pagine della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas). Primo autore dell'articolo è Gabriele Gentile dell'Università Tor Vergata di Roma, coordinatore del progetto internazionale “Genetica di conservazione di iguane terrestri delle Galapagos”, che aveva sentito parlare di una strana iguana rosa circa dieci anni fa, dai guardaparchi locali.


La prima campagna di ricerca (tra il 2005 e il 2006) aveva portato alla identificazione e all'osservazione in natura di 36 esemplari. “Il comportamento di questi rettili era apparso allora molto diverso da quello delle altre due specie di iguana, entrambe gialle, che sono presenti alle Galapagos”, racconta Gentile a Galileo: “Oggi, le analisi del Dna mitocondriale ci dicono che il ramo evolutivo delle iguana rosa si è separato dal ramo delle altre due specie almeno cinque milioni di anni fa, quando l'arcipelago si stava ancora formando. Si tratta quindi della più antica testimonianza di cui disponiamo sulla divergenza delle specie di iguana terrestri”.


I biologi hanno misurato la differenza genetica tra il Dna dei mitocondri  (organelli che si trovano all'interno di ogni cellula e che sono gli unici, a parte il nucleo, a contenere Dna) dell'iguana rosada e delle altre due specie gialle. I risultati mostrano che il genoma differisce per il 7 per cento da entrambe (un valore notevole se si considera che la differenza genetica tra le due specie gialle è del 2 per cento). Questo ha permesso di risalire al momento in cui i due rami evoluti si sono separati, cioè cinque milioni di anni fa.
La divergenza tra le iguane terrestri e quelle marine dovrebbe essere avvenuta circa dieci milioni di anni fa”, spiega ancora Gentile, “e le due specie gialle si sono originate appena un milione di anni fa: c'erano quindi nove milioni di anni di silenzio, per i quali non avevamo dati sulla storia evolutiva delle iguane terrestri alle Galapagos”. Con i suoi cinque milioni di anni, la specie appena scoperta fornisce indizi sul processo di adattamento che si è verificato in quel lungo periodo.

Informazioni che però potrebbero presto andare perdute. La specie infatti è a rischio di estinzione: nell'ultima ricognizione, lo scorso dicembre, sono stati osservati una decina di esemplari soltanto, tutti adulti e già identificati nella precedente campagna. “La popolazione è davvero molto esigua”, commenta Gentile “per questo abbiamo assoluto bisogno di fondi per un programma di conservazione. Non possiamo infatti prelevare esemplari e farli riprodurre se non conosciamo la loro biologia”. Secondo i ricercatori è necessario inoltre proteggere la popolazione dai gatti  e dai cani (importati dall'essere umano) che predano i piccoli e le uova, e dalle capre, che competono con le iguane per il cibo.

Source:
Gelileo.net
IlSole24Ore

 
 
 

Bonnie: l'Orangutan che fischia

Post n°10 pubblicato il 21 Dicembre 2008 da Nean.856
 

 



Un orangutan che imita il verso di un uccello è stato filmato per la prima volta allo zoo di Washington. La performance di Bonnie, affermano gli scienziati
, getta nuova luce sull’evoluzione del linguaggio umano. (Credit: Smithsonian National Zoological Park).

Source:
 
GalileoNet

 
 
 

Neanderthal: capelli rossi e pelle chiara e .. occhi verdi?


Convergenza evolutiva simile all'Homo Sapiens. Ma una espressione diversa dello stesso gene, un gene coinvolto nella produzione della melanina.

"Quanto ci somigliavano i Neanderthal?
Ridevano, parlavano, piangevano come noi?"

Svante Paabo

Uno studio condotto da un gruppo di ricercatori tedeschi, italiani e spagnoli e coordinato in Italia da David Caramelli, docente di Antropologia Molecolare del Dipartimento di Biologia Animale e Genetica dell'Università di Firenze, e recentemente pubblicato sulla rivista Science, conferma per la prima volta l'ipotesi che L'Uomo di Neanderthal avesse capelli rossi e pelle chiara simili a quelli degli uomini moderni.
Le analisi, nonostante le difficoltà legare alla fragilità ed al rischio di contaminazione tipici del DNA preistorico, sono state eseguite in parallelo sul DNA nucleare recuperato da reperti ossei di due esemplari di Neanderthal, uno vissuto sui
Monti Lessini (Verona, Riparo Mezzena) circa  50 mila anni fa e conservato presso il Museo di Storia Naturale di Verona, e l'altro, di 8 mila anni più giovane, vissuto in una grotta delle Asturie (Spagna, Cava El Sidron).

Red Haired Neanderthals And Modern Man Face To Face

"I risultati - spiega Caramelli - hanno portato alle stesse conclusioni: i due individui Neanderthal avevano i capelli rossi e la pelle chiara. I due reperti già in passato avevano fornito informazioni interessanti relative alla variabilità genetica nei Neanderthal; è dell'anno scorso infatti la scoperta pubblicata sulla rivista Current Biology, che riportava come il Neanderthaliano dei Monti Lessini fosse geneticamente molto più variabile di quanto fino a oggi osservato in altre popolazioni neanderthaliane".
La scoperta dei tre team di ricercatori nasce dallo studio del gene MC1r, responsabile della regolazione della pigmentazione nell'uomo e nei vertebrati. che Varianti di questo genene riducono la funzionalità, sono associate a individui con pelle chiara e capelli rossi. I due Neanderthal analizzati hanno mostrato varianti particolari di questo gene, varianti che non compaiono in nessun essere umano attuale. Le analisi funzionali su queste varianti hanno mostrato che le funzionalità dell’espressione in questo gene erano ridotte e per tanto, chi le possedeva, aveva i capelli rossi e la pelle chiara.
"I Neanderthal che frequentavano le grotte del veronese, quindi - afferma Laura Longo, conservatore presso il Museo di Verona e coordinatrice del progetto di revisione e valorizzazione dei resti fossili umani del veronese - non solo condividevano le stesse caratteristiche culturali dei cugini spagnoli, ma anche alcuni tratti somatici".
"Il fatto importante da sottolineare - spiega ancora Caramelli, che con altri colleghi antropologi fa parte di un gruppo di punta in Italia per le ricerche sull’origine e l’evoluzione dell’uomo - è che i capelli rossi e la pelle chiara dei Neanderthal non sono dovuti allo stesso tratto fenotipico del gene MC1r che determinano gli stessi caratteri nell'Homo sapiens, cioè alla specie alla quale apparteniamo in noi. È una variante, un'espressione diversa dello stesso gene".
Ciò significa che per rispondere alla stessa esigenza (necessità di avere la pelle chiara per far fronte alla scarsità di luce solare delle alte latitudini) due specie diverse hanno sviluppato le stesse caratteristiche, ma partendo da tratti diversi del proprio patrimonio genetico.

Si tratterebbe dunque di un chiaro esempio di convergenza evolutiva ovvero di come l’evoluzione abbia agito in modo indipendente in due specie che, a causa delle elevate latitudini alle quali entrambe vivevano, avevano necessità di sviluppare caratteristiche tali che consentissero loro di assorbire più raggi solari (pelle chiara) e quindi evitare gli scompensi dovuti alla scarsa produzione di vitamina D.

Inoltre, l'evoluzione indipendente di queste caratteristiche da parte dei Neanderthal rispetto ai Sapiens mostra come sia possibile escludere sia l'evoluzione di una specie dall'altra
(Sapiens da Neanderthal), sia eventuali flussi genici tra le due specie e dunque anche fenomeni di incrocio, in seguito ai quali ci sarebbero stati discendenti con caratteri misti.
Tutti i Neanderthal avevano i capelli rossi? "È difficile dirlo - risponde Caramelli - I reperti ben conservati dai quali ricavare materiale genetico adeguato sono pochissimi. Quel che è certo è che su due campioni, entrambi presentano le stesse caratteristiche. Esemplari che sono vissuti a migliaia di chilometri di distanza e a 8 mila anni l'uno dall'altro".

"Quelli fatti - ha aggiunto Caramelli - sono i primi passi che ci potranno portare, in futuro, a identificare tutta una serie di caratteristiche somatiche dei Neanderthal e a stabilire inoltre quali sono quelle uniche della nostra specie. Le ricerche su questa fase delle evoluzione umana (e sulle fasi più antiche) sono senza dubbio tra le più affascinanti per capire come, quando e in che tempi si è originato il nostro genere Homo e la nostra specie Homo sapiens".


Rimane sempre la domanda sul come e perché i Neanderthal si siano estinti. Le ultime ricerche tendono a escludere il clima quale causa dell'estinzione. Probabilmente si è trattato di una superiore adattabilità dei Sapiens al cambio repentino di clima (fine della glaciazione) che ha portato a un migliore accesso alle risorse nelle stesse nicchie ecologiche nelle quali le due specie convivevano, ipotizza Caramelli. Lo diranno le prossime ricerche sul Dna dei Neanderthal, sperando nel frattempo di scoprire esemplari meglio conservati.


Source:
- LaStampa.it
- Corriere.it
 

 
 
 

E' finita l'evoluzione dell'uomo?

Post n°8 pubblicato il 20 Dicembre 2008 da Nean.856
 


La teoria di genetisti inglesi: I maschi fanno figli quando sono troppo giovani e così ci sono poche «mutazioni» nel Dna.


LONDRA — «L’evoluzione umana è finita». Per secoli scienziati e scrittori di fantascienza hanno cercato di tracciare un identikit dell’Uomo del Futuro, immaginandolo come superuomo o al contrario come un flaccido fruitore-schiavo delle nuove tecnologie che permetterebbero di vivere senza muovere un muscolo, usando telecomandi attivati dalla forza del pensiero. Ebbene: l’ultima teoria è che il Future Man sarà semplicemente uguale a quello di oggi, perchè le forze che guidano l’evoluzione — selezione naturale e mutazioni genetiche — si sarebbero quasi esaurite. Lo sostiene uno studio dell’University College di Londra.

I MOTIVI - Il professor Steve Jones sostiene che ci sono tre motivi per i quali non si registrano più importanti mutazioni genetiche: per la maggior parte della storia dell’uomo le condizioni di vita erano così dure sulla terra che la selezione naturale era forte, mentre ora con il progresso tecnologico, essere per esempio più temprati al freddo non aiuta. Poi, nell’era della globalizzazione, le popolazioni separate dal resto del mondo di fatto non esistono più. Terzo fattore, il più rilevante secondo gli scienziati dell’University College di London, è che ci sono pochi padri in età avanzata. «Nei maschi il numero di divisioni cellulari necessarie per arrivare da uno spermatogonio (precursore dello spermatozoo) fino alla formazione di uno spermatozoo maturo cresce con il passare degli anni. Ogni volta che c’è una divisione c’è la possibilità di un errore, di una mutazione. Per un uomo di 29 anni si verificano circa 300 divisioni tra lo sperma che lo ha generato e quello e quello che passa al figlio: ogni divisione crea un’opportunità di errore, mutazione ed evoluzione». Il genetista inglese ha fatto l’esempio del genitore di 29 anni non a caso: è l’età media in cui si diventa padre in Occidente. «Per un genitore di 50 anni invece, il numero di divisioni è superiore a mille: perciò aumentano le possibilità di mutazioni».

IL SULTANO - Il professor Jones cita il caso un po’ mitico di Moulay Ismail, sultano del Marocco, che nel Diciottesimo secolo avrebbe avuto 888 figli, contribuendo non poco all’evoluzione. Fatti i conti avrebbe dovuto giacersi con 1.2 donne ogni giorno per 60 anni (ma questa è un’altra storia di cui in caso si potrebbero occupare i sessuologi). In conclusione: padri più giovani uguale niente più evoluzione e quindi niente superuomo, ma anche niente minus habens incollato a un telecomando e incapace di altro.


Source: Corriere.it

 
 
 

Infanzia dell'Homo Sapiens

Foto di Nean.856

 

La storia della specie umana ha visto i bambini svilupparsi più precocemente di quanto facciano oggi. Due milioni di anni fa i nostri antenati avevano un'infanzia molto più breve.

Agli albori della nostra storia, i bambini non esistevano. O meglio, non esisteva l'infanzia, che sarebbe un'invenzione relativamente recente, al massimo di due milioni, un milione e mezzo di anni fa. Lo sostiene un gruppo di ricerca internazionale guidato da Jean-Jacques Hublin del Max-Planck-Institut di antropologia evolutiva di Lipsia, sulla base di uno studio effettuato sui crani dei nostri antenati. I suoi risultati sono stati pubblicati sulla rivista "Nature".

L'uomo è l'unico tra i primati ad avere un'infanzia così prolungata: a nascere tanto immaturo e a poter godere di un così lungo periodo durante il quale crescere e imparare. Ma fino a oggi non era stato ancora chiarito a quando risalisse questo privilegio.

Per scoprirlo, Hublin e colleghi hanno analizzato il cranio del cosiddetto Bambino di Mojokerto, un fossile di
Homo erectus rinvenuto a Giava e risalente a circa 1,8 milioni di anni fa. Gli antropologi hanno poi confrontato le tomografie computerizzate di questo con quelle di altri crani, di bambini moderni e di piccoli di scimpanzé. I risultati hanno mostrato che il bambino di Mojokerto, che al momento della morte aveva un anno, possedeva già tre quarti (tra il 75% e l'80%) della capacità cranica di un Homo erectus adulto.

Al contrario sappiamo che il cervello di un bambino di Homo sapiens all'età di un anno deve fare ancora molta strada prima di poter essere paragonabile a quello di un adulto della stessa specie. Anzi, come scrive su "Nature" Hublin "un'importante caratteristica dello sviluppo umano è proprio la persistenza di schemi fetali di crescita del cervello anche dopo la nascita". Per questo, secondo i ricercatori, l'infanzia deve essere nata dopo l'Homo erectus e non è mai stata presente nelle specie antichi progenitrici dell'uomo.


Source: ScienzaEsperienza
(16 Settembre 2004)

 
 
 

Bipedi prima del previsto

Post n°6 pubblicato il 20 Dicembre 2008 da Nean.856
 
Foto di Nean.856

Gli ominidi hanno cominciato a camminare in modo eretto circa due milioni di anni prima di quanto pensato fino a oggi.


Gli ominidi hanno iniziato a camminare in maniera eretta molto prima di quanto sinora immaginato dai paleoantropologi. Secondo un articolo apparso sulla rivista Science infatti sembrerebbe che la postura eretta sia stata una caratteristica degli Orrorin (
Orrorin Tugenensis), una specie che visse tra i cinque e i sette milioni di anni fa in Africa Orientale. Fino a oggi questa specie, antecedente agli esemplari del genere Australopitecus e Homo, era classificata in maniera incerta e discussa. Questa protoscimmia visse infatti in un periodo estremamente delicato della storia evolutiva che ha portato alla comparsa dell'uomo sulla Terra perché proprio intorno ai 5 milioni di anni fa c'è stata la separazione tra il ramo che ha dato origine all'uomo e quello che invece ha portato origine ai moderni primati, scimpanzé e gorilla.

Stabilire dunque se Orrorin faccia parte o meno del ramo che ha portato all'evoluzione umana caratterizzata dalla postura eretta è dunque estremamente importante per la ricostruzione del processo evolutivo della nostra specie. Ma la ricerca è ostacolata dalla scarsità di reperti fossili di Orrorin che non consentono un esame approfondito della questione. Ora però un ricercatore americano, Robert Eckhardt della
Pennsylvania State University
ha effettuato una serie di analisi sui femori dei cinque esemplari custoditi presso il Museo francese di storia naturale di Parigi. Le scansioni effettuate sui fossili, secondo il ricercatore non lasciano spazio a dubbi e mostrano che questo esemplare poteva camminare su due gambe soltanto.

Questo confermerebbe quanto già suggerito da alcuni ricercatori, in particolare dalla francese Brigitte Senut, che aveva già proposto di classificare Orrorin come discendente degli uomini e non delle scimmie. Inoltre la scoperta mostra che l'andatura bipede fu una conquista sin dalle prime fasi di sviluppo dell'umanità, proprio nel momento in cui ha iniziato a separarsi dalle altre scimmie.

Source: ScienzaEsperienza
(3 Settembre 2004)

 
 
 

I Diritti dei Popoli Indigeni

Post n°5 pubblicato il 20 Dicembre 2008 da Nean.856
 
Foto di Nean.856


Dichiarazione generale sui Diritti
dei Popoli Indigeni
delle Nazioni Unite




- Premessa

Affermando che i popoli indigeni sono uguali a tutti gli altri popoli, pur riconoscendo il diritto di tutti i popoli ad essere diversi, a considerarsi diversi, e ad essere rispettatati come tali,
Riaffermando che tutti i popoli contribuiscono alla diversità e ricchezza delle civiltà e delle culture, che costituiscono parte integrante del comune patrimonio dell'umanità,
Affermando inoltre che tutte le dottrine, politiche e pratiche che si basano o che sostengono la superiorità dei popoli o degli individui sulla base dell'origine nazionale, razziale, religiosa, etnica o di differenze culturali sono razziste, scientificamente false, giuridicamente nulle, moralmente esecrabili e socialmente ingiuste,
Riaffermando anche che i popoli indigeni, nell'esercizio dei propri diritti, devono essere liberi da ogni discriminazione di qualunque tipo,
Preoccupati per i popoli indigeni che hanno sofferto di ingiustizie storiche in seguito, fra gli altri eventi, alla colonizzazione e all'espropriazione delle loro terre, dei loro territori e delle loro risorse, impedendo così loro di esercitare, in particolare, il loro diritto allo sviluppo nel rispetto delle proprie esigenze e dei propri interessi [..]

Solennemente si proclama la seguente Dichiarazione sui Diritti dei Popoli Indigeni delle Nazioni Unite:

- Estratto

Articolo 8
1. I popoli e gli individui indigeni hanno il diritto di non essere fatti oggetto di assimilazione forzata e della distruzione della loro cultura.
2. Gli Stati dovranno predisporre efficaci meccanismi per la prevenzione e il rimedio di:
(a) Qualsivoglia azione con la finalità o l'effetto di privarli della loro integrità come popolo distinto, o dei loro valori culturali o identità etnica;
(b) Qualsivoglia azione con la finalità o l'effetto di spossessarli delle loro terre, territori o risorse
(c) Qualsivoglia forma di trasferimento forzato della popolazione con la finalità o l'effetto di violare o indebolire i suoi diritti;
(d) Qualsivoglia forma di assimilazione forzata o integrazione da parte di altre culture o stili di vita imposti alla popolazione tramite misure legislative, amministrative o di altro tipo;
(e) Qualsiasi forma di propaganda volta a promuovere o istigare discriminazioni razziali o etniche contro di loro.

Articolo 11
1. I popoli indigeni hanno il diritto di praticare e di rivitalizzare i propri costumi e tradizioni culturali. Questo diritto comprende il diritto a mantenere, tutelare e sviluppare le manifestazioni passate, presenti e future della loro cultura, i siti archeologici e storici, gli artefatti, gli stili, le cerimonie, le tecnologie, le arti visive e dello spettacolo e la letteratura. [..]

Articolo 12
1. I popoli indigeni hanno il diritto di manifestare, praticare, sviluppare e insegnare le loro tradizioni spirituali e religiose, i loro costumi e cerimonie; hanno il diritto di preservare e di accedere ai propri siti religiosi e culturali, con la dovuta intimità; hanno il diritto di utilizzare e di mantenere il controllo dei propri oggetti cerimoniali; hanno altresì il diritto al rimpatrio delle loro salme. [..]

Articolo 13
1. I popoli indigeni hanno il diritto di rivitalizzare, utilizzare, sviluppare e trasmettere alle future generazioni la loro storia, lingue, tradizioni orali, filosofia, sistemi di scrittura e letteratura, e di designare e poi mantenere le proprie designazioni di comunità, luoghi persone. [..]

Articolo 24
1. I popoli indigeni hanno il diritto alle proprie medicine tradizionali e a mantenere le proprie pratiche sanitarie, compresa la conservazione di piante, animali e minerali medicinali di importanza vitale. Gli individui indigeni hanno parimenti il diritto di accedere, senza alcuna discriminazione, a tutti i servizi sociali e sanitari. [..]

Articolo 25
I popoli indigeni hanno diritto a mantenere e rafforzare il loro particolare rapporto spirituale con le terre, i territori, le acque, le coste e altre risorse tradizionalmente posseduti o altrimenti occupati e di difendere le loro responsabilità per le future generazioni a questo riguardo.

Articolo 26
1. I popoli indigeni hanno il diritto alle terre, territori e risorse che hanno tradizionalmente posseduto, occupato o altrimenti utilizzato o acquisito.
2. I popoli indigeni hanno il diritto di possedere, utilizzare, sviluppare e controllare le terre, territori e risorse da essi posseduti in ragione del loro tradizionale possesso o di altra occupazione o uso tradizionale, e hanno parimenti il diritto a quelli altrimenti acquisiti.

Articolo 28
1. I popoli indigeni hanno il diritto ad un risarcimento, sottoforma di restituzione, o quando questo non sia possibile, di una giusta, congrua ed equa compensazione, per le terre, territori e risorse che hanno tradizionalmente posseduto, o altrimenti occupato o utilizzato e che sono stati confiscati, presi, occupati, utilizzati o danneggiati senza il loro previo libero consenso informato.
2. Se non altrimenti concordato liberamente dai popoli interessati, la compensazione dovrà essere erogata sotto forma di terre, territori e risorse pari in qualità, dimensione e status giuridico o di una compensazione monetaria o altre forme di risarcimento.

Articolo 31
1. I popoli indigeni hanno il diritto di mantenere, controllare, proteggere e sviluppare il proprio patrimonio culturale, la propria conoscenza tradizionale, espressioni culturali tradizionali, così come le manifestazioni delle loro scienze, tecnologie e culture, comprese le risorse umane e genetiche, le sementi, le medicine, la conoscenza delle proprietà della fauna e della flora, le tradizioni orali, la letteratura, gli stili. [..]

Articolo 34
I popoli indigeni hanno il diritto di promuovere, sviluppare e mantenere le proprie strutture istituzionali e i propri specifici costumi, spiritualità, tradizioni, procedure, pratiche e, nel caso in cui esistano, sistemi o consuetudini giuridiche, in accordo con gli standard internazionali sui diritti umani.

[..]


Link di riferimento:
- Testo completo della Dichiarazione
- UNPFII
- Permanent Forum
- Vittoria politica storica
- Survival International
- Luci e ombre
- Unimondo.org
- Forumeditrice.it
- Popoli indigeni, popoli minacciati


save

 
 
 

I Primi passi dell'Umanità

Breve storia delle scoperte che hanno portato a definire la nostra specie Homo sapiens e all sua origine relativamente recente nel cuore dell'Africa.

L’evoluzione a cespuglio sembra essere stata seguita anche dal genere Homo. Secondo le ultime teorie della paleoantropologia, nel periodo di tempo che va dai 2 milioni di anni fa fino alla comparsa di Homo Sapiens, diverse specie di ominidi con caratteristiche simili all’uomo moderno avrebbero condiviso la colonizzazione delle terre emerse. Il primo a comparire sul continente africano fu Homo Habilis, il cui nome significa “capace di usare le mani con destrezza”. Nonostante la capacità cranica ancora contenuta, paragonabile a quella dei cugini Australopiteci, l’ominide scoperto da Mary Leakey nella gola di Olduvai in Tanzania, era capace di fabbricare utensili di pietra e di servirsene per cacciare e tagliare la carne delle prede. La sua andatura era ancora piuttosto goffa, come testimoniato dalla lunghezza dell’omero – il 95% di quella del femore – segno che la prima specie di Homo non disdegnava di arrampicarsi sugli alberi. Nello stesso periodo i territori dell’Africa orientale erano condivisi con altre due specie di ominini: Homo Rudolfensis e Homo Ergaster.
Il primo reperto fossile appartenuto a Rudolfensis fu rinvenuto da Richard Leakey, il figlio di Mary, nel 1972 presso il Lago Turkana. Aveva un cranio più grande di quello di Habilis e una mascella più squadrata. Ma questi primi ominini oltre che il territorio sembra abbiano condiviso la sfortuna evolutiva. Nessuno dei due sarebbe stato capace di dare origine a una discendenza.
Il successo e la diffusione del genere Homo si deve invece, secondo le teorie degli antropologi, a una terza specie che era presente in Africa intorno a 1,5 milioni di anni fa. L’Homo Ergaster, aveva ancora alcune caratteristiche primitive come le ossa sopra le orbite oculari molto pronunciate e la scatola cranica appiattita. Il bacino era molto stretto e il femore robusto, a testimoniare una stuttura perfetta per la corsa. Ma Homo Ergaster aveva due qualità che determinarono il suo ruolo di antenato dell’uomo moderno, la massa cerebrale molto sviluppata e la straordinaria capacità di adattarsi agli ambienti naturali più disparati. Queste caratteristiche e la conquista del fuoco portarono Ergaster al di là dei confini africani.

Homo Ergaster, KNM ER 3733
(1,75 milioni di anni fa; capacità cranica: 848cc)

Tra 1,2 e 1,7 milioni di anni fa questo ominine cominciò a spingersi verso oriente. Testimonianze del suo passaggio sono state rinvenute a Dmanisi in Georgia e nella Valle del Giordano in Israele. Durante la migrazione verso levante, alcuni individui impararono ad allestire accampamenti all’aperto e sperimentarono l’organizzazione sociale. Le loro ossa craniche si allungarono permettendo l’ulteriore accrescimento del cervello che raggiungeva ormai i 1000 centimetri cubici. La faccia divenne piatta e l’andatura più dritta. Homo ergaster era diventato Homo Erectus, come dimostrato dai resti trovati a Giava alla fine del secolo scorso e da a quelli scoperti vicino a Pechino nella prima metà del Novecento.
L’Europa non sembra essere stata toccata da questa prima ondata migratoria. L’ascesa degli ominini verso il bacino del mediterraneo prima, e nei territori europei in seguito, si deve a un altro discendente di ergaster, diverso da erectus. Il responsabile di questa seconda colonizzazione al contrario fu Homo Antecessor. A lui sembrano appartenere i resti fossili – di un’età compresa tra gli 800.000 e i 900.000 anni – portati alla luce a Ceprano, in Italia e a Burgao, in Spagna. Per la verità i paleoantropologi non si trovano in pieno accordo sul fatto di considerarlo una specie a sé. Alcuni sostengono infatti che esso sia solo una forma arcaica del suo diretto discendente, Homo Heidelbergensis, l’ominine che a sua volta diede origine a Homo Neanderthalens, specie che per molto tempo abbiamo considerato nostra antenata e che ora invece si è dimostrata essere stata un ramo morto dell’evoluzione.
L’uomo moderno o Homo Sapiens, ha iniziato la sua storia evolutiva in epoca recente, circa 200.000 anni fa a partire da antenati di origine sicuramente africana.
 


di Tullia Costa,
da: ScienzaEsperienza

 
 
 

 La vita di Charles Darwin (1809-1882)

 


Le persone e gli eventi fondamentali della vita del grande scienziato il cui anniversario della nascita si festeggia il 12 febbraio. Un ritratto di uno scienziato umano, profondo, consapevole, attento e rispettoso della natura e del lavoro dei suoi colleghi.

Il nonno di Charles, Erasmus Darwin era un medico, famoso sia per le sue capacità che per la sua generosità: dalle famiglie povere non solo non voleva essere pagato ma dava loro dei soldi per aiutarli. Era talmente grasso che si fece costruire un tavolo con una rientranza tonda per poter mangiare più comodamente, altrimenti con una tale pancia non sarebbe riuscito ad avvicinarsi al cibo. Erasmus, inoltre, fu uno dei primi ad abbozzare una teoria dell’evoluzione. Il nonno materno Josiah Wedgewood, invece, era un industriale affascinato dai nuovi macchinari a vapore. I due nonni Erasmus e Josiah fondarono la Lunar Society, un club di inventori, scienziati e pensatori, i cui soci si chiamavano “lunatici”.
Robert, figlio di Erasmus anche lui medico e altrettanto grasso, e Susannah, figlia di Josiah, si innamorarono e si sposarono.
Charles nacque il 12 febbraio 1809, in un ambiente benestante e vivace, pieno di idee e frequentato da persone intelligenti. Malgrado ciò da bambino e da ragazzo Charles era un pigrone e dello studio non si interessava minimamente. Il padre fu addirittura costretto a ritirarlo da scuola per scarso rendimento e per comportamento scorretto. D’altra parte la scuola di Shrewbury, frequentata da Charles e da suo fratello, era un posto terribile, malgrado fosse una delle più rispettabili del tempo: “i ragazzi vengono picchiati se non hanno fatto i compiti o se prendono dei brutti voti” si lamentava Charles.
A un certo punto della sua vita, Charles pensò che da grande avrebbe fatto il gentiluomo, che a quel tempo significava “consumare i soldi di famiglia e vivere una vita di piaceri e di ozio”. Suo padre non sapeva più che cosa fare di lui: non voleva un figlio perditempo.
Finalmente all’Università di Cambridge, Charles incontrò un professore di botanica, John Stevens Henslow, che lo mise sulla giusta strada: Henslow gli insegnò il metodo scientifico e riuscì, cosa ancora più importante, a far emergere il suo profondo interesse per la natura. A quel tempo Charles era un bel ragazzo di 22 anni, alto e forte, pieno di energia e con una bella faccia, naso piccolo, fronte spaziosa e occhi intelligenti. I suoi interessi erano le escursioni naturalistiche e la caccia. Il suo sogno? andare alle isole Canarie, il paradiso dei naturalisti.


L’occasione della vita arrivò un po’ per caso, come spesso capita. Era il 29 agosto 1831, Charles tornava a casa a Shrewsbury dopo una lunga escursione naturalistica. La stagione della caccia, la sua attività preferita, stava per cominciare e non voleva perdersene nemmeno un giorno. Con sorpresa trovò un plico che lo stava aspettando. Contieneva due lettere che gli avrebbero cambiato la vita. Il governo britannico cercava un naturalista per un viaggio di due anni che il brigantino Beagle avrebbe fatto intorno al mondo. John Stevens Henslow, interrogato dal consulente del governo, suggerì il suo studente preferito: Charles Darwin. Prima tappa: le isole Canarie! Charles non poteva crederci e, senza pensarci su granché, chiese l’autorizzazione a suo padre. “NO!” rispose categoricamente il dottor Robert, esasperato dal comportamento poco serio di suo figlio “Ti proibisco di andare. Troverai un lavoro e diventerai una persona rispettabile. Basta con questi progetti sconclusionati.” Così con la tristezza nel cuore, Charles scrisse una lettera per rifiutare l’offerta e la spedì immediatamente. Il giorno dopo andò a caccia con suo zio Jos, con il quale si sfogò e si lamentò della sua sorte. Lo zio si rese conto che Charles stava per perdere l’occasione della sua vita, scrisse al padre una lettera con una serie di ragionevoli e sensate motivazioni perché Charles dovesse accettare di imbarcasi sul Beagle. Con sorpresa di tutti il padre si convinse subito a lasciarlo partire. E la lettera di rifiuto che aveva spedito il giorno prima? Magari era già arrivata a destinazione? “Forse è già troppo tardi, forse hanno già trovato qualcun altro”, pensava Charles nella sua corsa verso Cambridge per comunicare a Henslow che aveva cambiato idea e che voleva imbarcarsi sul Beagle…
Per fortuna il posto era ancora libero. C’era un mese di tempo per i preparativi. E innanzitutto doveva andare a conoscere il capitano del Beagle, Robert FitzRoy. La spedizione, infatti, aveva già un naturalista ufficiale, e il principale compito di Darwin a bordo sarebbe stato fare compagnia al giovane capitano che, secondo l’etichetta della Marina britannica, non poteva familiarizzare con l’equipaggio. Charles andò quindi a incontrare il capitano, con la speranza di ottenere la sua approvazione… A FitzRoy non piacque il naso di Darwin, perché — disse — con un naso così un uomo non può certamente essere capace di combinare niente di buono. Tuttavia alla fine i due uomini si piacquero, e il capitano accettò di ospitare Darwin a bordo del Beagle.


Finalmente, dopo alcuni tentativi falliti, il 27 dicembre 1831 il Beagle partì per il suo viaggio che sarebbe durato quasi cinque anni, invece dei due previsti. Il cielo era sereno e l’equipaggio di 72 uomini si era ripreso dall’ultima sbronza. Il mal di mare fu peggio di quanto Darwin si aspettasse! E la tappa alle Canarie una vera delusione: per paura di un’epidemia di colera, in quel periodo le autorità non autorizzavano l’ingresso nel porto a nessuna nave britannica. Darwin, dal ponte del Beagle, vide svanire all’orizzonte il sogno di una vita…
Ma fu questa l’unica delusione del viaggio che lo avrebbe portato a circumnavigare e a esplorare l’America del Sud, con una puntata in Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa. La tappa che più delle altre segnò il suo pensiero e la sua vita futura fu alle Galápagos: la straordinaria biodiversità delle isole permise a Darwin di capire come le diverse forme di vita si sono sviluppate le une dalle altre, e gli fornirono anche la prova della correttezza di questa sua intuizione.
A ogni tappa del viaggio Darwin spediva a casa estratti del suo diario e i reperti che raccoglieva nelle sue esplorazioni, e che venivano poi analizzati con cura dai suoi amici scienziati. Quando attraccò al porto di Falmouth, in Inghilterra, nell’ottobre 1836, Darwin era già uno scienziato famoso. Poco dopo si sposò con Emma, che fu una compagna affettuosa e attenta e gli rimase sempre molto vicina. Insieme ebbero dieci figli. Darwin passò il resto della sua vita ritirato in casa a scrivere libri sulla biologia e sulla geologia e a condurre esperimenti per confermare le sue teorie. Lasciò ad altri il difficile compito di combattere per affermare la validità del suo pensiero. Morì il 19 aprile 1882.
Durante il famoso viaggio, Charles compì delle osservazioni naturalistiche sulla geologia, sugli animali e sulle piante, e sulle popolazioni che incontrava con una passione e una professionalità rare. Leggendo il suo diario di viaggio è facile immaginare il suo stato d’animo e il suo desiderio di conoscere. Da queste osservazioni, tutte scritte e documentate, Darwin riuscì a sviluppare importanti teorie nel campo della geologia e soprattutto quella che è ancora oggi il fondamento di tutta la biologia: la Teoria dell’Evoluzione.


Altri Link:
- 5000 Darwin letters go online

- Darwin Bio

 
 
 

La roccia più antica mai scoperta

Post n°2 pubblicato il 08 Dicembre 2008 da Nean.856
 
Foto di Nean.856


Metodi geochimici hanno fornito una stima di 4,28 miliardi di anni: 250 milioni di anni in più delle rocce più antiche finora rinvenute

La roccia nativa canadese, che risale a oltre quattro miliardi di anni fa, potrebbe essere la più antica sezione di crosta terrestre finora studiata: è quanto hanno concluso i ricercatori della
Carnegie Institution.
Utilizzando metodi geochimici hanno infatti ottenuto una stima di 4,28 miliardi di anni per alcuni campioni di roccia, ovvero 250 milioni di anni in più delle rocce più antiche finora rinvenute.
I risultati, che offrono alcune importanti indicazioni sulle prime fasi dell’evoluzione del nostro pianeta, sono ora pubblicati sull’ultimo numero della rivista “Science”.
La "greenstone belt" di Nuvvuagittuq è una distesa di roccia nativa esposta al largo della Baia di Hudson, nel Quebec settentrionale, che fu riconosciuta per la prima volta nel 2001 come sito potenziale di rocce estremamente antiche.
Campioni di roccia di Nuvvuagittuq sono così stati raccolti dai geologi della McGill University di Montreal e analizzati da Jonathan O'Neil, della McGill, in collaborazione con Richard Carlson del Departimento per il magnetismo terrestre della Carnegie Institution. Dalla misurazione delle più piccole variazioni nella composizione isotopica delle terre rare neodimio e samario, O'Neil e Carlson hanno determinato un intervallo di età compreso tra 3,8 e 4,28 miliardi di anni.
La datazione più antica sarebbe stata attribuita alla roccia denominata “falsa anfibolite” che i ricercatori interpretano come antichi depositi vulcanici.
"Vi sono state in passato datazioni più antiche di rocce dell’Australia occidentale su grani di minerali chiamati zirconi - osserva Carlson - ma queste sono le più antiche rocce intere trovate finora.
I più vecchi zirconi risalgono a  4,36 miliardi di anni fa. Prima del presente studio, i reperti più antichi in assoluto erano quelli ricavati dallo Gneiss di Acasta dei Territori del Nordovest, datati a 4,03 miliardi di anni fa.

(26 settembre 2008)

Source: Le Scienze

 
 
 

Il Compleanno della Terra

Foto di Nean.856


"A metà del XVII secolo, James Ussher, erudito di chiara fama ed esponente della chiesa anglicana d'lnghilterra e Irlanda, calcolò l'esatta età della Terra e stabilì che essa era stata creata nel 4004 a.C.. Tale conclusione era frutto di uno studio accurato e dell'interpretazione puntuale delle genealogie dei patriarchi riportate nella Bibbia. Accettata una tale metodologia, rispettabile perché tradizionale, altri studiosi dell’epoca non poterono far altro che verificare i conti di Ussher, non avendo trovato nessun metodo alternativo per calcolare l'età della Terra. L'anno indicato era giusto, essi dichiararono, ma si poteva essere più precisi: la Terra era stata creata il 26 ottobre del 4004 a.C. alle 9 del mattino! 
Oggi, nei dipartimenti di geologia di alcune università si festeggia, con ironica deferenza nei confronti di Ussher, il compleanno della Terra il 26 ottobre. In realtà il pianeta è circa un milione di volte più vecchio di quanto aveva dedotto il reverendo: ha infatti 4,5 miliardi di anni. C'e voluto però più di un secolo dai lavori di Ussher perché gli scienziati incominciassero a capire quanto lunghi fossero i tempi geologici.
Il nostro pianeta e incredibilmente vecchio rispetto ai parametri umani: quattro miliardi e mezzo di anni sono un periodo di tempo che quasi non ha senso se commisurato con la nostra esperienza. La scala del tempo geologico e così estesa che soltanto tramite analogie si può tentare di comprendere e quantificare l’intervallo di tempo, che può sembrare infinito, intercorso tra noi e la formazione della Terra. Immaginiamo ad esempio che la storia della Terra sia un film di tre ore: noi, intesi come specie umana, saremmo in questo caso una comparsa che appare all’ultimo secondo, o quasi."


J. Douglas MacDougall,
Storia della Terra

 
 
 

DARWIN 2009

"Il 2009 è un anno singolare per il darwinismo e la teoria dell'evoluzione biologica, il presupposto di fondo di tutte le scienze della vita. Ricorrono infatti 200 anni dalla nascita di Charles Darwin e 150 anni dalla pubblicazione del suo Origine delle specie, il testo che sancisce l'avvento della moderna visione evoluzionistica, uno dei paradigmi scientifici che hanno più influenzato la trasformazione di tutte le discipline scientifiche ma anche della cultura e del modo di pensare del mondo contemporaneo."

 

GEOLOGICAL TIME SCALE

 

PRIMORDIA




 

EVOLUTION

 

 
 
 

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