Firenze si liberò dai fascisti il venticinque luglio millenovecentoquarantaquattro, dai tedeschi il primo settembre, dagli americani invece non si liberò mai.
Per il centro storico, su e giù tra Santa Maria Novella e Palazzo Pitti, mandrie di ragazze fin troppo in carne ed altissimi orsi bruni curiosamente vestiti occupano i marciapiedi con esasperante lentezza. I fiorentini invece, se ne stanno forse rinchiusi oltre le spesse mura delle loro antichissime case, e non escono mai, se non in incognito, e quasi sempre per trasmigrare in altre case di altri fiorentini. Una nobiltà polverosa come i suoi monumenti, chiusa ed inespugnabile come le mura della Fortezza, spietata come il suo traffico rigonfio di assurde trappole a senso unico.
Ma, fortunatamente, tra queste opposte faune, vive una pulsante e varia umanità di seminomadi pendolanti, che vengono d’ogni angolo d’Italia, ma senza fretta, senza furia di fuga, e costì s’incontrano, si mescolano, intrecciano complicati orditi con i fili delle loro vite, onda tranquilla che sempre ritorna, equidistante dai secolari scogli residenti e dai fulminei bagnanti che arrivano, si bagnano e se ne vanno per sempre. Sono loro la vera vita della città, i guardiani del giorno e della notte.
Poco fuori dalle mura, oltre Porta al Prato, passata Piazza Puccini e il torrente Terzolla che costeggia lo Strizzi Garden, sorge un nuovo Polo universitario, nato già vecchio e tra milioni di polemiche. Tra questa immensa colata di cemento e burocrazia il Grippa, il Colonnello e Malà cercavano il senso dei loro vent’anni affumicando i sensi di colpa con una sigaretta condita che Comignolo aveva appena fabbricato. Accantonati ma non abbandonati sogni di grandezza, ognuno per strade diverse, aveva deciso che fino a quando non fosse giunto il gran giorno in cui il mondo avrebbe riconosciuto la loro arte, avrebbero scritto articoli in un qualsiasi giornale, in cui seminare tracce di poesia, che cent’anni dopo la loro morte un attento biografo avrebbe ritrovato ed osannato. Con un clamoroso errore di valutazione avevano però creduto che il miglior modo per lavorare in un giornale fosse quello di ottenere una laurea in “Media e Giornalismo”, e già che c’erano, approfittando dell’occasione, di “sciacquare i panni in Arno”. Per forza di cose, questo destino comune, e questa eguale passione per la scrittura li aveva gravitati assieme, e li aveva costituiti gruppo. In quel momento, con gli occhi rossi come braci il Colonnello stava proponendo agli altri la sua idea rivoluzionaria:
- …e poi ci servono due anni di praticantato, han detto. Alla fine noi sappiamo scrivere, facciamocelo noi il giornale, no? Facciamo qualcosa di artistico, si scrivono poesie, racconti, un editoriale, un angolo per la posta dei lettori e il gioco è fatto…
- Io l’ho già fatto al liceo – rispondeva il Grippa con meno convinzione – sono stato pure direttore del giornalino, ma non che fosse un granché… certo i nostri bei momenti gloriosi li abbiamo avuti…
- Secondo me si può fare – diceva Malà, aspirando con parsimonia dal bianco cilindretto – l’unico problema sono i soldi: dove li troviamo? Per la stampa, la carta, l’inchiostro…
- Ma dai, quello non è un problema… all’inizio partiamo con poco, dieci euri a testa e facciamo il primo numero… poi li chiediamo all’Uni, come progetto… possiamo anche farli pagare cinquanta cent la copia… anche venticinque, e già rientriamo un po’- rispondeva Comignolo, mentre rullava l’ultima canna del pomeriggio.
Ma non erano quella solita banda inconcludente che si perdeva in chiacchiere senza prendere decisioni, così ala fine decisero di andare al Joshua Tree a parlarne davanti ad una Mc Farland, che le cose vengono più in scioltezza.
Inviato da: violet_y
il 31/10/2007 alle 18:51
Inviato da: stratagemmo
il 04/10/2007 alle 22:03
Inviato da: TefnutTheCat
il 02/10/2007 alle 12:29
Inviato da: stratagemmo
il 01/10/2007 alle 23:21
Inviato da: TefnutTheCat
il 27/09/2007 alle 10:00