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Sul matriarcato.

Post n°74 pubblicato il 15 Ottobre 2021 da ellistar2012

Matriarcato & Matriarchy

UNA CITTA' DI 200.000 ANNI FA



Etichette: 

IL SITO VISTO DAL SATELLITE

Qualcosa di straordinario è stato scoperto in una zona

del Sud Africa: le rovine di un'antica città fortificata

appartenente a un'antichissima civiltà, a circa 280 km

verso l'interno, ad ovest del porto di Maputo (la capitale

del Mozambico).

Questo ritrovamento potrebbe riscrivere la storia dell'umanità.

La piramide di Giza risulta essere la struttura più antica

mai ritrovata e risale solamente a 5000 anni fa.

La sfinge è stata supposta antecedente alle piramidi,  qualcuno

ha parlato di 7000 anni addietro.

Ma il sito di Lepenski-vir (le Porte di Ferro) risalgono a 7000

anni fa, e il sito di Gobekli Tepe risale a 9500 anni fa.

Poi i ritrovamenti di figurine fittili di 35000 anni fa, e la Venere

di Hohle Fels, la statuina paleolitica datata tra i 31.000

ed i 40.000 anni fa, associabile alle prime presenze dell' Homo

Sapiens (Cro-Magnon) in Europa.

Ma questo sito è molto ma molto più antico.

I primi esploratori dell'area che si trovarono di fronte a queste

rovine pensarono trattarsi di recinti destinati al bestiame,

costruiti da popolazioni antiche ma non così antiche.

Solamente negli ultimi vent'anni si è compreso che non si

tratta di recinti, bensì di templi antichi e osservatori astronomici,

costruiti da civiltà per ora sconosciute.

Una città che sembra essere stata costruita dal 200000

al 160000 a.c..

Lo scrittore Michael Tellinger, insieme al vigile del fuoco e pilota

Johan Heine, che aveva osservato queste rovine negli anni

sorvolando la regione, avevano scoperto per caso il sito che

si trova a circa 300 km da Johannesburg, quasi al confine con

il Mozambico, già nel 2010, tanto che aveva parlato della scoperta

nel suo libro "Temples Of The African Gods".

Il giornale thesouthafrican.com ha confermato ora che la

città risalirebbe a ben 200.000 anni fa.

Tellinger ha commentato: "Quando Johan per primo mi ha fatto

conoscere le antiche rovine di pietra dell'Africa australe, non

avevo idea delle incredibili scoperte che ne sarebbero seguite,

in breve tempo.

Le fotografie, i manufatti e le prove che abbiamo accumulato

puntano senza dubbio ad una civiltà perduta e sconosciuta,

visto che precede tutte le altre, non di poche centinaia d'anni,

o di qualche migliaio d'anni... ma di molte migliaia d'anni.

Queste scoperte sono così impressionanti che non saranno

facilmente digerite dall'opinione ufficiale, dagli storici e dagli

archeologi, come abbiamo già sperimentato.

E' necessario un completo mutamento di paradigmi nel nostro

modo di vedere la nostra storia umana". 

Anche le popolazioni del luogo conoscevano già il posto, e lo

attribuivano a qualche civiltà antica, ma non così antica.

Sorvolando in aereo la zona, lo scrittore e il vigile del fuoco

hanno voluto ottenere una veduta più ampia che ha portato

a una scoperta sensazionale, e cioè che gli enormi cerchi

concentrici erano mura cittadine ben visibili dal satellite.

LE DIMENSIONI

Queste mura si protrarrebbero per 1500 km, con un'altezza

di quasi due metri e più di un metro di larghezza, in alcuni

punti fino a tre m e mezzo di spessore, tali da poter far

transitare due carri contemporaneamente. 

Il sito farebbe infatti parte di un'antica città che occupava

un'estensione di 10000 Kmq.

Ma secondo notizie più approfondite, date dalle foto scattate

da aerei e da elicotteri, risulta che l'area coperta da questa

metropoli era di soli 5000 Kmq, ma a sua volta era compresa

all'interno di un'ampia comunità che occupava addirittura

35000 Kmq. 

Al suo interno ci sono strade, alcune delle quali lunghe sino

a cento miglia, che servivano da collegamento fra la città e i

campi destinati all'agricoltura; è stata rilevata una certa

somiglianza con gli insediamenti degli Inca in Perù.

Ma si osservano complessi di forma circolare e campi agricoli,

il che dimostra che questo luogo era abitato da una civiltà

evoluta.

Alle coordinate satellitari 25 37'40.90″S / 30 17'57.41E si

possono vedere chiaramente (A) il panorama visto dal cielo,

(B) le strutture circolari e (C) altri piccoli cerchi che indicano

degli avvallamenti nel terreno.

Queste rovine circolari sono distribuite su una vasta area.

Possono solo essere veramente apprezzate dal cielo o

attraverso immagini satellitari.

Molte di loro sono quasi completamente erose o sono state

coperte dai movimenti del suolo fatti per millenni dall'attività

dell'agricoltura.

Del resto il Sudafrica è già considerato la culla del mondo.

Proprio di recente, sempre nella zona di Johannesburg, è stato

trovato il più antico antenato dell'uomo, l'Homo Naledi.


HOMO NALEDI 

- 6 Mag 2018 - Il nostro nuovo antenato è stato trovato in

una grotta a 40 metri di profondità vicino a Johannesburg,

in Sudafrica.

Si tratta di un mosaico fossile composto da oltre 1.500 ossa

. Viso da scimpanzè, denti, piedi e mani umani: ecco com'era

l'Homo Naledi scoperto in Sudafrica.

La scoperta è stata effettuata anche grazie a un finanziament

o della National Geographic Society. Nel team anche un italiano:

Damiano Marchi, antropologo del dipartimento di Biologia

dell'Università di Pisa, che fa parte dell'equipe guidata dal

professor Lee Berger.

Nella stessa zona nel 1947 fu scoperta Lucy, la più famosa tra

gli ominidi che risale a qualche milione di anni fa, e nel 1997 Little

Foot, che avrebbe un'età di 3 milioni e 670mila anni e sarebbe

pertanto il più vecchio ominide trovato finora sulla Terra.

LE MINIERE D'ORO

Ma c'è di più: nella zona dei ritrovamenti di questa civiltà sono

state scoperte, durante gli ultimi 500 anni, miniere d'oro antiche,

evidente segno che chi ha vissuto in questa terra ha scavato

per molto tempo in cerca dell'oro o in ogni caso ne ha approfittato.

Il Sud Africa è il più grande paese produttore di oro al mondo

e la più grande zona di produzione d'oro del mondo è il

Witwatersrand, la stessa regione dove si trova l'antica metropoli.

Infatti nelle vicinanze di Johannesburg, c'è anche un luogo

chiamato "Egoli", che significa la città d'oro.

Non si tratta dunque dell'oro nativo trovato per caso nei fiumi

o nelle sabbie, ma di miniere vere e proprie, con tunnel e pozzi.

"Le migliaia di antiche miniere d'oro scoperte nel corso degli

ultimi 500 anni, indicano una civiltà scomparsa che ha vissuto

e scavato per l'oro in questa parte del mondo per migliaia d'anni",

dice Tellinger.

"E se questa è in realtà la culla del genere umano, possiamo

star guardando le attività della più antica civiltà sulla Terra".

Viene da chiedere cosa se ne facessero popoli così antichi dell'oro,

evidentemente era apprezzato per la sua bellezza e inalterabilità,

ma sicuramente anche come merce di scambio

(oro lavorato o grezzo che fosse), il che fa comprendere l'evoluzione

del sito.

Infatti a 30 km dell'area, si trova un porto abbastanza grande per

il commercio marittimo necessario a sostenere una popolazione

stimata nientedimeno che di 200 mila persone, grossomodo quanto

Padova o Trieste.

FOTO AEREE

Le rovine sono per la maggior parte cerchi di pietre sepolti e solo

alcuni sono visibili grazie ai venti che hanno spazzato via la sabbia,

facendo emergere fondamenta e mura appartenute ad antiche

costruzioni, presumibilmente le più antiche mai costruite dall'essere

umano.

Nei testi sacri dei Sumeri, specialmente l'Enuma Elish, si parla

di una città di nome Abzu, conosciuta anche come città mineraria

per via delle miniere d'oro poco distanti.

Questa città, dunque, sembra essere davvero esistita proprio in

concomitanza con l'improvvisa, e tuttora misteriosa, evoluzione

degli ominidi in homo sapiens.

Il ritrovamento di utensili costruiti da esseri umani e datati a 500

mila anni fa inoltre retrodaterebbe ulteriormente la comparsa di

esseri viventi senzienti sul nostro pianeta.

VISIONE SATELLITARE

Johan Heine scoprì il cosiddetto "Calendario Adam" nel 2003,

mentre cercava uno dei suoi piloti schiantato con l'aereo sul bordo

dell'altopiano.

Mentre portava in salvo il pilota ferito Johan scorse dei i monoliti

che erano allineati ai punti cardinali della Terra.

Almeno tre erano allineati verso il sorgere del sole, ma sul lato ovest

dei monoliti allineati c'era un misterioso buco nella terra.

Infine Johan capì che le rocce erano allineate con il sorgere

e il tramonto del sole, determinando i solstizi e gli equinozi.

Ma un giorno scoprì che c'era una pietra dalla forma umanoide

che era stata rimossa tempo prima. e che Johan ritrovò dopo

una lunga ricerca.

I primi calcoli dell'età del calendario vennero effettuati in base

al sorgere di Orione, una costellazione che completa la sua rotazione,

detta precessione, ogni 26000 anni.

Quando i pezzi sono stati rimessi insieme, mancavano circa

3 cm di pietra. Si è potuto valutare così l'età del sito dal tasso

d'erosione della pietra.

Gli scienziati non sanno perché improvvisamente apparve

l'Homo sapiens, ma siamo in grado di rintracciare i nostri geni

sino ad una sola donna, che è nota come "Eva mitocondriale".

CALENDARIO ADAM


L'EVA MITOCONDRIALE

Una comparazione del DNA mitocondriale di appartenenti

a diverse etnie e regioni suggerisce che tutte queste sequenze

di DNA si siano evolute molecolarmente dalla sequenza

di un antenato comune. 

Poichè un individuo eredita i mitocondri solo dalla propria

madre, tutti gli esseri umani hanno una linea di discendenza

femminile derivante da una donna che i ricercatori hanno

soprannominato Eva mitocondriale. 

Basandosi sulla tecnica dell'orologio molecolare, che mette

in correlazione il passare del tempo con la deriva genetica

osservata, si ritiene che Eva sia vissuta fra i 150000 e i 200.000

anni fa.

La filogenia suggerisce che sia vissuta in Africa.

Gli scienziati ipotizzano che vivesse in una popolazione di 4000-

5000 femmine fertili.

Se altre femmine avevano prole con cambiamenti evolutivi del loro

DNA, non abbiamo alcuna registrazione della loro sopravvivenza.

Sembra che siamo tutti discendenti di questa femmina umana.

Insomma tutti figli della stessa madre che, in barba ai razzisti,

è proprio nera.

 
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Le ultime news dei Sanniti

Post n°73 pubblicato il 15 Ottobre 2021 da ellistar2012

 Fonte: da Si viaggia, giornale digitale.

Il Molise dei Sanniti che nessuno conosce

L'Appennino molisano conserva i resti e le

tracce di un popolo valoroso da scoprire e

riscoprire

5 Giugno 2021

C'era una volta, una popolazione di guerrieri

forti e valorosi, che scelsero come casa l'Appennino

molisano.

La storia li descrive come degli strateghi, avversari

della repubblica romana che però furono sconfitti e

annientati definitivamente da Silla.

Le tracce della presenza di questo fiero popolo

antico in Molise, sono oggi un vero e proprio tesoro

da riscoprire, legato in maniera indissolubile alle

 valli appenniniche e al territorio montano.

I Sanniti sono stati i primi abitanti del Molise ed

erano divisi in cinque tribù, rispettivamente Caraceni,

Irpini, Caudini, Pentri e Frentani.

La loro quotidianità era dedita alla pastorizia, per

questo si stabiliranno nelle valli dell'Appennino molisano.

Il territorio era stato da loro organizzato in vici, piccoli

villaggi, che si estendevano soprattutto a Isernia, Trivento,

Sepino, Larino, capoluogo dei Frentani, e Boiano,

capoluogo dei Pentri.

Pietrabbondante

Il centro del culto, però, era Pietrabbondante che oggi

rappresenta l'area archeologica sannita più importante

della storia di questo popolo.

Altri centri religiosi sono stati ritrovati a Campochiaro,

in località Civitella, a San Giovanni in Galdo, a

Vastogirardi e Carovilli.

Le divinità ai quali i Sanniti si affidavano erano diverse,

tra queste c'era sicuramente Ercole, al quale è stato dedicato

un santuario a Boiano.

Questa figura mitologica, inoltre, appare in diverse statuette

di bronzo che risalgono proprio all'epoca sannita.

Come anticipato, il borgo molisano di Pietraabbondante è

sicuramente il luogo che conserva le tracce più importante

dell'insediamento di questa popolazione.

Nella piazza principale del grazioso paesino arroccato

sulle morge, è possibile ammirare la statua dedicata al

Guerriero Sannita, simbolo di tutto il Molise.

Qui è possibile salire in cima del Santuario Italico dei

Sanniti Pentri, la testimonianza architettonica più

importante del culto di questa popolazione.

L'area archeologica si trova in una posizione fortemente

scenografica a circa mille metri di altitudine, con una

vista mozzafiato su tutta la Valle del Trigno e sui

paesi arroccati.

Area archeologica di Pietrabbondante

A Vastogirardi, Isernia, è possibile avventurarsi in una

piccola area archeologica nella località di Sant'Angelo

per osservare i resti di un tempio sannita del II secolo.

Secondo fonti storiche, l'area sacra era frequentata

soprattutto dai pastori.

Per completare il viaggio alla scoperta dei Sanniti, il

consiglio è quello di recarsi ad Agnone, anche se i resti

della popolazione non sono visibili, la storia ci racconta

che la città è sorta sulle rovine dell'antica Aquilonia 

distrutta dai romani.

In questa zona sono stati recuperati diversi reperti archeologici,

tra cui anche la Tabula Osca, una tavoletta di bronzo con

spessore di circa 4 mm che contiene informazioni preziose

sui culti e le divinità di questa popolazione e che oggi è conservata

presso il British Museum di Londra.

 
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Guasto del contatore

Post n°72 pubblicato il 21 Marzo 2021 da ellistar2012

Circa 79000 visite.

 
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Notizie dallo spazio

Post n°71 pubblicato il 13 Maggio 2020 da ellistar2012

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Così i buchi neri forgiano le galassie

Fonte: INAF/Università di Tor Vergata

Rappresentazione artistica di un outflow prodotto da un

buco nero supermassiccio. (ESA/ATG medialab)

Analizzando i dati raccolti dal telescopio spaziale per raggi X

XMM-Newton dell'ESA, un team di scienziati guidato da Roberto

Serafinelli dell'Istituto Nazionale di Astrofisica ha mostrato come

i buchi neri supermassicci modellino le loro galassie ospiti con

venti potenti che spazzano via la materia interstellare rallentando

il ritmo di formazione di nuove stelle

Otto anni di osservazioni condotte con XMM-Newton sul buco nero

che si trova nel cuore della galassia attiva PG 1114+445 hanno

consentito di mostrare come i venti ultraveloci - outflows (deflussi) di

gas emessi dal disco di accrescimento, nella regione prossima al buco

nero stesso - interagiscano con la materia interstellare vicino al centro

della galassia.

Questi outflows erano già stati individuati in precedenza, ma il nuovo studio

identifica chiaramente, per la prima volta, tre fasi della loro interazione

con la galassia ospite.

«Questi venti potrebbero spiegare alcune sorprendenti correlazioni note da

anni ma che gli scienziati ancora non sono riusciti a giustificare», dice il

primo autore dello studio pubblicato su Astronomy & Astrophysics, Roberto

Serafinelli dell'Istituto Nazionale di Astrofisica di Milano, che ha condotto

la maggior parte della ricerca durante il suo dottorato all'Università degli

Studi di Roma Tor Vergata.

«Osserviamo, per esempio, una correlazione tra le masse di buchi neri super-

massicci e la dispersione di velocità delle stelle presenti nelle regioni interne

delle galassie ospiti.

Questo però non può essere dovuto all'attrazione gravitazionale del buco nero,

a causa dell'elevata distanza del gas dallo stesso.

Il nostro studio, per la prima volta, mostra come i venti del buco nero abbiano

sulla galassia un impatto su una scala più grande, fornendo probabilmente il

collegamento mancante».
Già gli astronomi avevano identificato due tipi di outflows negli spettri a raggi

X emessi dai nuclei galattici attivi, le dense regioni centrali delle galassie con

buchi neri supermassicci al centro. I cosiddetti outflows ultraveloci (UFO,

ultra-fast outflow), fatti di gas altamente ionizzato, viaggiano a velocità che

possono raggiungere il 40 per cento di quella della luce, e si osservano in

prossimità del buco nero centrale.

Gli outflows più lenti, chiamati anche "assorbitori tiepidi" (warm absorbers),

viaggiano invece a velocità assai più basse, nell'ordine delle centinaia di km/s,

e mostrano caratteristiche fisiche - come la densità delle particelle, o la loro

ionizzazione - simili a quelle della materia interstellare circostante.

Questi outflows più lenti hanno una probabilità più elevata di essere rilevati a

distanze maggiori dal centro della galassia.

Nel nuovo studio, gli scienziati descrivono un terzo tipo di outflow che combina

le caratteristiche dei due precedenti: la velocità di un UFO e le proprietà fisiche

di un assorbitore tiepido. «Riteniamo che si tratti della zona in cui l'UFO entra

in contatto la materia interstellare e la trascina via come fosse uno spazzaneve»,

spiega Serafinelli.

«È ciò che chiamiamo un outflows ultraveloce "trascinato", perché l'UFO, in

questa fase, sta penetrando nella materia interstellare.

Un po' come il vento quando sospinge la vela di una barca».

Il trascinamento avviene a una distanza dal buco nero che va da decine a centinaia

di anni luce.

L'UFO sospinge gradualmente la materia interstellare allontanandola dalle regioni

centrali della galassia, liberando queste zone dal gas e rallentando così

l'accrescimento della materia attorno al buco nero supermassiccio.

Un processo, questo, già previsto dai modelli, ma mai prima d'ora osservato nelle sue

tre fasi.
«Nei dati di XMM-Newton possiamo vedere - a grandi distanze dal centro della

galassia - materia ancora indisturbata dall'UFO proveniente dell'interno», osserva

Francesco Tombesi, dell'Università di Roma Tor Vergata e del Goddard Space Flight

Center della NASA, secondo autore dello studio. «Possiamo vedere anche nubi di gas

a minor distanza dal buco nero, vicino al nucleo della galassia, dove l'UFO ha iniziato

a interagire con la materia interstellare».

Una prima interazione, questa alla quale accenna Tombesi, che avviene a parecchi

anni di distanza da quando l'UFO ha lasciato il buco nero. Ma l'energia dell'UFO

consente al buco nero - un oggetto relativamente piccolo rispetto alla galassia - di

estendere la sua influenza su materia che si trova ben oltre la portata della sua

forza gravitazionale.

Secondo gli scienziati, attraverso gli outflows i buchi neri supermassicci

trasferiscono la loro energia nell'ambiente circostante, spazzando via gradualmente il

gas dalle regioni centrali della galassia, che potrebbe quindi arrestare la formazione

stellare.

E, in effetti, oggi le galassie producono stelle a un ritmo assai inferiore rispetto a quanto

non facessero nelle prime fasi della loro evoluzione.

«Questa è la sesta volta in cui questo tipo di outflows vengono rivelati», ricorda Serafinelli.

«Dunque è tutta scienza nuovissima.

Le fasi dell'outflows erano state osservate inprecedenza, ma separatamente: questa è la

prima volta in cui si riesce a chiarire come siano collegate l'un l'altra».


Il fattore chiave che ha consentito di distinguere i tre tipi di outflows è la risoluzione

energetica senza precedenti di XMM-Newton.

In futuro, con nuovi e più potenti osservatori come Athena, l'Advanced Telescope for

High ENergy Astrophysics dell'ESA, gli astronomi saranno in grado di osservare

centinaia di migliaia di buchi neri supermassicci, rilevando gli outflows con grande facilità.

Cento volte più sensibile di XMM-Newton, Athena dovrebbe essere lanciato nel 2030.

«Trovare una sorgente è fantastico, ma la vera svolta sarebbe scoprire che questo

fenomeno è comune nell'universo», dice Norbert Schartel, project scientist di XMM

-Newton all'ESA. «Anche con XMM-Newton, nel prossimo decennio, potremmo

essere in grado di trovare altre sorgenti come questa».

 Ottenere ulteriori dati aiuterà in futuro gli scienziati a comprendere in dettaglio le

complesse interazioni tra i buchi neri supermassicci e le loro galassie ospiti, e a 

capire le ragioni della riduzione - nel corso di miliardi di anni - del tasso di formazione

stellare osservata dagli astronomi.

 
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Notizie dallo spazio

Post n°70 pubblicato il 13 Maggio 2020 da ellistar2012

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Il collasso diretto dei buchi

neri supermassicci

(Scott Woods, Western University) 

Questi oggetti estremi del cosmo erano presenti già nell'epoca

primordiale dell'universo: per spiegarne l'origine, un nuovo modello

prevede che si siano formati con un processo molto rapido, e non

dal collasso di stelle

Non c'è bisogno di una stella che collassa per avere un buco nero

supermassiccio.

E questo spiega perché questo tipo di oggetti potevano essere presenti

anche nell'epoca primordiale dell'universo.

Lo afferma un nuovo studio pubblicato sulle "Astrophysical Journal

Letters" da Shantanu Basu e Arpan Das della University of Western

Ontario, in Canada.

I buchi neri supermassicci sono una tipologia di buchi neri caratterizzata

da una massa molto elevata, che arriva a milioni o miliardi di volte la

massa del Sole.

Malgrado le loro caratteristiche estreme però non sono oggetti rari: si stima

che ogni galassia o quasi ospiti nel proprio nucleo un buco nero

supermassiccio.

Sulla loro origine non c'è accordo tra gli astrofisici.

Una prima ipotesi è che derivino dall'accrescimento di buchi neri di

dimensioni normali, che a loro volta sono l'esito ultimo del collasso di

stelle giunte al termine del loro ciclo vitale.

Quando infatti le reazioni di fusione nucleare all'interno della stella hanno

trasformato quasi tutto l'idrogeno in elio, la pressione di radiazione verso

l'esterno non è più in grado di contrastare la forza gravitazionale che agisce

in senso opposto, e tutta la massa tende a concentrarsi nel nucleo.

Altre ipotesi prevedono invece che i buchi neri supermassicci si formino

in seguito al collasso di particolari tipologie di stelle o di ammassi stellari.

Nell'ultimo decennio il panorama delle conoscenze su questo argomento si

è arricchito di numerose osservazioni di buchi neri supermassicci estremamente

lontani, che ci appaiono quindi com'erano poche centinaia di milioni di anni

dopo l'origine dell'universo.

Ciò depone a favore di una formazione molto rapida e diretta di questi oggetti.

Tenuto conto di questi dati, Basu e Das propongono ora nuovo modello di

formazione dei buchi neri supermassicci basato su un'idea di base molto

semplice: la loro origine è un collasso molto rapido.

"I buchi neri supermassicci hanno avuto solo un periodo di tempo breve

per formarsi e crescere, e a un certo punto la loro produzione nell'universo

è cessata", ha spiegato Basu. "È questo lo scenario del collasso diretto".

Le simulazioni al computer dei due autori mostrano che le osservazioni e

i dati sperimentali dei buchi neri supermassicci già presenti in un'epoca

primordiale dell'universo sono compatibili con un accrescimento esponenziale

del buco nero, che inizia la sua vita con una massa compresa tra 10.000

e 100.000 masse solari. (red)

 
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