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Memorie.

Post n°223 pubblicato il 17 Dicembre 2009 da blue.chips

Per te.

Cerco uno specchio vuoto,
da inventare.
Uno specchio che di mia forma
si fa sostegno. Da questi bordi
nascosto, osservare  ancora lei,
di ogni semplicità vestita
mentre stringe le mie preghiere
al suo petto.

Un luogo di rifugio, solo nostro.
E’ luogo proibito, che solo una donna
può entrarvi  senza ferirsi.
E lei,  guardando e fingendo di non sapere
 sorride e comprende.
Accarezza lo specchio e lo riempie
d’ un tenero sorriso,  per accogliermi
incoronata dei miei difetti.

B.C.


Per la mia radice.

Oggi osservavo mio padre intento a curare la sua libreria.
Egli accarezzava il bordo di ogni libro, per riporlo al suo posto perfettamente allineato al bordo esterno della libreria.
Nonostante la sua malattia gli abbia reso precaria la presa delle dita, continua con grande sforzo a mettere tutto in ordine.
Lui dice sempre: quando si va verso la fine, ogni cosa deve rimanere in ordine, senza un granello di polvere.
E’ il segno che tutto ciò che ci è stato dato in prestito viene restituito tal quale, se non migliorato”.

Mio padre mi fa sempre riflettere. Egli è un uomo di poche parole. Da piccolo mi sono abituato a guardargli gli occhi. Non ha mai amato lo sguardo a terra. “Anche la cosa più orribile da raccontare nello sguardo si purifica “; così soleva dire.  Imparai subito a dover raccontare cattiverie o mancanze a lui, con lo sguardo fisso nei suoi occhi. Il suo sguardo era un dolore che non passava per molto tempo; ma la paura, il terrore di raccontare le proprie malefatte spariva, lasciando solo il dolore a serpeggiare nell’anima per cercare quiete e perdono.

Le vicende terribili occorse alla mia famiglia mi hanno portato spesso ad una collera interna contro il cielo. Sulla mia testa nidificava la rabbia, la violenza repressa, il disgusto.
Mi accorgevo però di guardare sempre in terra, durante queste tensioni dell’anima.
Davanti a me non c’erano occhi a cui raccontare gli orribili pensieri che vivevano con me, giorno dopo giorno, lasciandomi sempre più povero.

Un giorno di piena estate, io e mio padre navigavamo con la sua barca in cerca di isolotti poco conosciuti.
Per colpa mia, una manovra maldestra - nonostante fossi stato avvisato - feci incagliare la barca su uno scoglio che appena affiorava.  Mi arrabbiai molto con me stesso e inveii contro il cielo, dicendo cose irripetibili.
Mio padre mi guardò con quei suoi occhi chiari e pungenti  più di un corno di renna. Poi, si avvicinò e mi disse:  ora guarda negli occhi il cielo con tutta l’intensità che può la tua anima e racconta la tua miseria.
Piansi,  guardando le nuvole rattristare. Gli occhi del cielo fanno male davvero. Non avevo mai provato tanta vergogna in vita mia.
Lui mi prese tra le sue braccia e asciugandomi le lacrime mi disse solo : non farlo mai più.
Tornammo indietro con la barca di riserva. Abbracciati.

Stasera, mentre gli preparavo una tazza di tè, i nostri occhi si sono incontrati a lungo.  Avevamo entrambi gli occhi umidi di un pianto antico e represso  che valeva una vita intera.  Due uomini, l’uno di fronte all’altro, grati per quanto la vita ci ha dato, nell’accettazione serena di quanto ci è stato portato via. Il cielo sa che egli è stato un uomo giusto, perché ha lasciato ogni cosa al suo posto,  come e più di come le aveva ricevuto, facendo crescere in me la  consapevolezza del dono supremo della vita, che va spesa per renderla possibilmente migliore di come la si riceve.
Blue.chips

 
 
 
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