Post n°224 pubblicato il 20 Dicembre 2009 da blue.chips
Piccola H. sente l’atmosfera del Natale come un fremore di pelle che si avvolge e adagia i suoi succhi di gioia. La sua pelle di pesca profuma intorno. Io l’accarezzo e fremo anch’io. Ma i miei pensieri rincorrono i suoi sogni a venire, la sua gioia che vorrei mai si spegnesse. Ora, il mio abbraccio rassicura. Nei suoi sogni di bambina il suo eroe, il suo capitano intrepido, il suo papà, realizza il bisogno di ogni essere umano a sentirsi nel nido dell’amore, nella tenerezza che il sangue richiede per sopire le paure, le incertezze, le domande a cui non si trovano risposte.
Stasera, invece di una fiaba, le ho letto il racconto di un bimbo atteso da un’umanità senza più occhi per vedere, senza speranza alcuna, cani ciechi ai colori. “In quel giorno vi nascerà una radice”, così ho iniziato a raccontare. Piccola H. era così assorbita dal racconto che ero stato indotto a pensare si fosse addormentata. Invece, stava accadendo qualcosa che non avrei pensato materia per i suoi pensieri. Lei inizia a piangere: papà, perché uccidono i bambini e le donne?
Aveva saputo dalla tv, mentre la guardava mio padre, della uccisione da parte di un signore della moglie e dei suoi bambini. Non ho risposto subito alla sua domanda, anche perché piccola H. ha immediatamente aggiunto: se uccidevano il bambino Gesù, cosa sarebbe allora accaduto?
Ci sono momenti in cui ogni dire ha l’insopportabile sospetto dell’inutilità, del vago. Le parole urtano nella bocca e ritornano in gola, in bilico crescente, fino a strozzarti nella loro inestricabile matassa. Avrei voluto dirle: a te non succederà, io ti proteggerò da ogni male. Oppure, c’è gente che ha problemi di salute mentale e non vengono curati in tempo, ma la maggior parte della gente è buona. Dentro di me, sapevo che non sarebbe stata la verità; solo bugie che rassicurano il tempo che ti fiata sul collo, in attesa di nuove tragedie ad invadere la nostra coscienza.
Comunque, piccola H. aveva necessità di sapere, di convincersi ad una risposta chiara, utile al suo piccolo cuore. Mi ha soccorso il film che avevamo visto insieme tratto dal libro di Dickens “Canto di Natale” che a lei era molto piaciuto; soprattutto il lieto fine. Così le dico: “ti ricordi di“Scrooge?”. La stessa cosa succede a tutti gli uomini quando si accorgono che il bene, anche se non pienamente riconosciuto da tutti, porta dentro una gioia mai conosciuta ed in cui veniamo accolti da una forza buona e la pace a cui non eravamo abituati. La vita, la vera vita, inizia a riprendere il suo straordinario percorso vitale.
Ecco cosa ha fatto il bambino Gesù con la sua venuta; ha dato una speranza, rivelando il cuore dell’uomo, senza nascondimenti o parole di mera saggezza, avendo per prima percorso il più difficile sentiero della vita che un essere umano possa subire ad onta di altri. Piccola H. annuiva e sembrava pacificata. Prima di addormentarsi, mi chiede come una supplica: dimmi che è vero che Gesù vive ancora. “Io ci credo” le ho detto.
Ora che dorme, non posso fare a meno di avere il cuore in ansia. Le nostre piccole fanciulle-bambine, domani donne, chi le preserverà dal crescente male che si aggira intorno a noi come un leone affamato e ruggente. Fino a quando io sarò in grado veramente di proteggerla? Con quali feroci fantasmi dovrò combattere? Mi aggrappo anch’io alla mia risposta di fede: Gesù vive ancora. Non ho altro. Non c’è altro.
Mi ha fatto molto piacere aver letto l’articolo sul blog di Socionica che, per una fortunata coincidenza, aveva raccontato dello stesso libro di Dickens. Una lettura vivace, fresca, che mi ha messo di buonumore, poiché il suo augurio bene augurale ai tanti “Scrooge” che sono tra noi ci addentra un po’ nello spirito natalizio. E’ stato pure la prima volta che ho letto il suo blog.
Lascio una poesia di una poetessa che ho molto amato. Lei si chiama, Tove Irma Margit Ditlevsen. Racconta di una notte che può capitare ad ognuno che cercando l’amore sognato, trova solo crudeltà e strazio d’anima. E sono molte le “bambine” che possono dire assieme alla poetessa, anche nel tempo di Natale:
ED ERA UNA NOTTE COME QUESTA
Ed era una notte come questa e nordica e lontana e giovane e fuori le stelle così sagge e la luna era gialla e grave. E lui era il primo di tutti. Quanti venivano dopo di lui? Piegai il capo sotto il suo sguardo, confusa di giubilo e di vergogna.
E cento romanzi di fanciulla celai nel mio grembo serrato: così essi scordarono il tempo, così scordarono il luogo, e il peccato era nero e dolce. E il cuore era cheto e timoroso, e i venti se ne stavano miti, e ogni piccola foglia e ogni piccolo filo d'erba fremeva assai poco. Ma il freddo scivolò muto attraverso il bosco, e i venti soffiarono di nuovo. Così essi scordarono il tempo, così scordarono il luogo. Lei trovò poi un altro amico. Presso l'uno o presso l'altro io rimasi, come spesso succede. Il mio cuore giace sulla pubblica via, e più non l'uso.
Era una notte come questa, ed io avevo appena diciassette anni... giacciono ancora sull'erba alta i cocci rossi del mio amore?
Inginocchiati però davanti alla mia giovinezza, che vive nella notte tanto breve come un gioco di farfalla e baciami e amami e gettami via tra i fiori rovinati sulla tua strada. Ho amato un uomo con un cuore come il tuo, per questo so un po' più di te, e tremo d'angoscia per il potere di quella donna che non è ancora nata.
Inviato da: blue.chips
il 11/02/2009 alle 13:29