Chiunque, vivendo oltre l’immaginabile quota di anni riservata dall’orologio biologico, coglierebbe la vanitas vanitatum delle proprie opere, della sua incomprensibile ( e impossibile) traduzione nell’essenza dell’essere e della sua gravità e leggerezza.
Come l’amore e la sua passione che ha sempre fatto sorridere gli déi, ma relegando la nostra coscienza ad una forma di oppressione.
Non è raro che l’immagine acustica dell’estasi finisce per assumere la veste di un tedio quotidiano, banalizzata per ogni piccola sensazione ingigantita, come l’ombra del dito minacciosa su una nuda parete.
“Quando ti sentirai felice, non approfittarne. Condividi. Così, quando toccherà ad un altro sarai di nuovo avvolto dal suo profumo”.
Mia nonna era una donna speciale: scriveva frasi di questo genere scritte su piccoli pezzettini di carta che poi mi lasciava nelle tasche. Forse, è proprio così: la felicità è il luogo dove più è vera l’immaginazione della realtà; e la realtà ha le sue mutevoli forme, diventa spesso un arcipelago degli archivi di testamenti traditi nell’acquiescenza di un sentire comune, nelle mancanze, nei tradimenti, nelle viltà, nel dolore.
Tutto ciò introduce ad una mancanza di qualcosa che si è sempre desiderato, lasciandoci il ruolo di catastrofe sempre incombente: è, forse, questa mancanza parte della felicità?
Accade di noi, pur ignari,
dissetarci alla stessa fonte antica
nel silenzio che ci attarda
nello stupore di ritrovarci vivi
sul filo sospeso, nell’infinito
desiderio d’amore
senza confine.
B.C.
Siamo rimasti fermi in aeroporto per diverse ore. Porto sempre con me il pc portatile.
Così, il tempo delle attese, posso utilizzarlo per scrivere e leggere la posta, sempre in ritardo di tempo per scrivere per rispondere.
Piccola H. era attratta da una famiglia dichiaratamente ashkenazita.
Vi era un bambino tra loro, dal viso morbido, con i suoi boccoli scuri che gli pendevano come gentili sonagli dalle tempie. Tra loro due correvano sguardi come di chi attende dall’altro un motivo per incontrarsi. Lei prende il suo lettore di dvd portatile e lo apre in modo che il piccolo ragazzo possa interessarsi. Ho preso l’iniziativa di parlare al genitore. Shalom è sempre una chiave di invito e di apertura. Seppur poco conoscitore della lingua yiddish, ho iniziato con le tipiche frasi di convenevoli.
Così ho dato a Piccola H. la possibilità di avvicinarsi e rimanere a parlare con il bambino, eludendo la strettissima sorveglianza dei genitori. I bambini poi sanno come parlarsi, il loro mondo non contiene i muri di separazione degli adulti. Dopo un po’, la madre invece ha voluto avvicinarsi ai due bambini per vedere cosa stavano guardando dal lettore dvd.
La signora ha lanciato un urlo come se in quel momento le acque del mar rosso stessero per precipitarci addosso. Capivo solo che gridava al marito circa il contenuto scandaloso della visione a cui stava assistendo il proprio figlioletto.
Ho voluto accertarmi della pietra dello scandalo. Era tutto qui.
Piccola H. era delusa e piangente. Ora i due bambini si guardavano di sottecchi, ma avevano entrambi lo sguardo di chi non capiva cosa fosse successo.
Il piccolo Yddish aveva uno sguardo dolce di comprensione verso piccola H. che a sua volta sentiva invece un senso di colpa per la punizione a cui era stato sottoposto il suo occasionale amico: stretto tra le braccia e le ginocchia della madre.
Ho ripreso come se nulla fosse accaduto la lettura del mio pc.
Ho anche dato uno sguardo al blog, soffermandomi su lei.
Piccola H. conosce quella icona.
“Papà, quella tua amica deve essere proprio una brava ragazza se la leggi”;
così mi dice con un’aria vagamente saggia e da adulta.
“Una brava ragazza”. Era strano sentirlo da lei. Ed era la prima volta.
Ho capito che piccola H. ora aveva un problema di coscienza; un inutile senso di colpa, quasi una macchia sulla sua piccola anima, dipendente dall’episodio prima avvenuto.
Ho ripreso il suo lettore e, finalmente, lo abbiamo rivisto insieme.
Non c’era nulla di male. Ma mentre le immagini svolazzavano davanti agli occhi, pensavo al suo piccolo cuore che inizia a chiedersi del bruire del sangue mentre le emozioni iniziano a prendere le forme a cui, prima o poi, ognuno di questi piccoli si dovrà incamminare.
Mentre andavamo verso il nostro gate di appartenenza, ci passa da vicino la famiglia ashkenazita con andare spedito. Il piccolo saluta con la sua manina bianca rivolto di spalle.
Quel bianco volo di mano strideva fortemente con i loro abiti completamente neri.
Il sorriso di piccola H. mi ha coinvolto e acquietato.
La loro brevissima storia d’innocenza ha vissuto il tempo di un leggero volo di farfalla, ma a me adulto ha dato la sensazione che il mondo di questi piccoli è abissalmente più serio e colorato del nostro di adulti.
Se la ricorrenza del Natale fosse realmente un segno di senso per la nostra condizione umana, si dovrebbe farla diventare la festa di tutti i bambini del mondo. Gesù in mezzo, capostipite di una natalità di rinnovamento e fiducia, in cui l’unico vero dono sarebbero proprio i bambini per il mondo degli adulti.
Invece di procacciare (spesso inutilmente) doni per loro, non ci accorgiamo che sono loro dono per noi.
Blue.chips
Ps: Ringrazio di cuore tutti coloro che mi hanno scritto per augurarci un Buon Natale. Un grazie anche a coloro che silenziosi leggono i pensieri lasciati vagare in questo blog. Dio vi benedica. Shalom. Blue.chips
Inviato da: blue.chips
il 11/02/2009 alle 13:29