Creato da celticwolf1968 il 12/01/2007

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Il Generale, l' Arma che torna sulla strada, che diventa invisibile ed imprevedibile, che ritorna schiava solo del dovere, che riconosce un solo padrone, il popolo di cui si compone e quella Patria rivendicata e ritrovata nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole, dovunque aleggi il senso d' umanità. “ultimo”

 

 

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Post N° 264

Post n°264 pubblicato il 07 Agosto 2007 da celticwolf1968

Il Generale, l' Arma che torna sulla strada, che diventa invisibile ed imprevedibile,  che ritorna schiava solo del dovere, che riconosce un solo  padrone, il popolo di cui si compone e quella Patria rivendicata e ritrovata nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole, dovunque aleggi  il senso d' umanità.  “ultimo”

 

Epilogo
Al funerale ci sono molte grida in favore della pena di morte. Solo Pertini ha potuto raggiungere indisturbato la sua auto mentre altre personalità sono state circondate, spintonate e colpite con monetine.
Il 5 settembre arriva una telefonata anonima al quotidiano La Sicilia:
"L'operazione Carlo Alberto è conclusa".
Il Generale Dalla Chiesa siede tra gli eroi che l'Arma dei Carabinieri ha donato al Paese ed al Popolo italiano, ed anche quando si affievolisce il ricordo di lontani eroismi, resta indelebile la nuda, spartana virtù del dovere compiuto in nome di una società civile.

Ho voluto iniziare con l'epilogo, Vi chiederete perchè ed io ve lo dico..

Vorrei poneste la Vostra attenzione sulla frase che ho sottolineato e marcato in rosso.. Chi fece quella telefonata? A quale scopo?

Lo scopo credo sia evidente, Evidenziare il fatto che chi combatte la mafia è secondo i mafiosi stessi destinato a morire..

Quello di cui questi signori non si rendono conto è che ci saranno sempre uomini e donne pronti a dar la loro vita pur di vederli dietro le sbarre..

Il 3 settembre 1982 il prefetto di Palermo, generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo vengono brutalmente assassinati..

Ma chi era quest'uomo? Vediamolo insieme:

« Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì! »
(Carlo Alberto Dalla Chiesa)

Carlo Alberto Dalla Chiesa, nato a Saluzzo, in provincia di Cuneo il 27 -9-1920. In servizio permanente effettivo nell’arma dei carabinieri e comandante la prima brigata di Torino dal 1 Ottobre 1973. Dopo oltre sette anni  di comando dell’arma in Sicilia occidentale col grado di colonnello. E’ stato insignito delle seguenti decorazioni:

Medaglia d’argento al valor militare

Medaglia di bronzo al valor Civile

Due croci al  merito di guerra

Oltre a numerose  altre decorazioni , ha conseguito durante il servizio militare nell’arma una ventina di encomi solenni per importanti operazioni contro il banditismo e la delinquenza organizzata, anche a seguito di conflitti a fuoco.

Laureato in Giurisprudenza e scienze politiche. Ufficiale di fanteria in zona di guerra, in Montenegro, fu al comando di plotoni”guerriglieri”. Come ufficiale inferiore nell’arma dei carabinieri, fra l’altro ha la “speciale campagna di Caloria per la lotta contro il brigantaggio del 1946-1948, il gruppo e raggruppamento squadriglie di Corleone nella lotta contro la banda di Salvatore Giuliano.

E’ stato quindi comandante del gruppo interno del nucleo di polizia giudiziaria, del gruppo unificato di Milano fra il 1960 e il 1966, capo ufficio addestramento della scuola allievi di Torino. “ Il primo Luglio 1966 prende il comando della importante legione di Palermo con giurisdizione anche sulle province di Agrigento, Trapani, e Caltanisetta”.

Dalle biografie “ Se è vero  che su tutti rimane lo sviluppo dato. Dopo la scomparsa del giornalista De Mauro, alle indagini che, condotte in ogni parte d’Italia, portarono l’arma fin dalla fine degli anni 70 ad intuire e conoscere la mafia, superando i confini della Sicilia, si fosse estesa a molte zone dell’Italia del nord, del centro e della Campania, fino a colpirla direttamente e frontalmente nelle note operazioni contemporaneamente dell’estate del 1971, è anche vero che non possono essere dimenticati i successi conseguiti contro l’abigeato,, contro la mafia della droga e delle baracche, contro le sofisticazioni, contro gli episodi di gravissima delinquenza quali quello del delitto Ciuni, contro molteplici faide e prepotenze nell’entroterra e nei cantieri, contro tanti e tanti catturandi da tempo dati per irreperibili in Italia e all’estero.

Generale a Torino nel maggio del 1974, sotto la direzione del procuratore generale Carlo Reviglio  della Venaria,guida personalmente le operazioni che portano alla strage nel carcere di Alessandria.(sei uccisi durante il conflitto a fuoco). Nello stesso periodo costituisce  lo speciale nucleo di polizia giudiziaria la cui attività se non unica, per lo meno principale, consiste nella lotta e alla caccia alle Brigate rosse. Dopo la scoperta della base di Robbiano di Mediglia tiene una conferenza stampa:a molti rappresentanti degli organi d’informazione appare scostante, particolarmente reattivo alle molte domande delle quali pensa siano poste in malafede. Tiene a chiarire: ho fatto la guerra di liberazione, sono stato io a scoprire , a Roma, il primo “fascio di combattimento” e ne ho arrestato i componenti.Ad Aqui Terme. Dopo la battaglia di Arzello tiene una nuova conferenza stampa drammatica e sconcertante, con molti scontri verbali con i giornalisti.

 

Di famiglia con solide tradizioni militari, ha per l’arma un vero culto. Due episodi appaiono  significativi. Negli anni settanta, in un centro dell’hinterland Milanese, un carabiniere catturò un bandito, dopo un conflitto a fuoco. Erano anni ancora relativamente tranquilli, la notizia fece grande sensazione, interessava ai giornalisti la foto del carabiniere, Dalla Chiesa benché orgoglioso del proprio carabiniere e dell’impresa svolta dal milite, non voleva autorizzare nessuna foto, ma dietro le insistenze, dei suoi colleghi, Dalla Chiesa sembrò fiaccarsi nella sua negazione, a mezza voce spiegò: niente foto, è un brutto ragazzo, infine cede, chiama il milite e prima di abbandonarlo ai flashes dei fotografi gli ravvia personalmente i capelli col suo pettinino.

 

Dalla Chiesa amava raccontare  un aneddoto , vero , di quando giovane ufficiale, alla fine della guerra andò col fratello maggiore a ricevere il padre, ufficiale superiore reduce dalla prigionia. Un abbraccio commosso, poi l’alto ufficiale, gli occhi ancora umidi di pianto disse” ringrazio entrambi, ma tu considerati agli arresti: non si saluta così un ufficiale”. Un generale di altri tempi , assolutamente un servitore dello stato, democratico e liberale, così venne definito da Berlinguer a chi gli domandò cosa pensasse di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nominato il 2 Aprile 1982 prefetto di Palermo”senza poteri speciali ma con compiti speciali”, verrà assassinato dalla mafia con la moglie Emanuela e l’agente di scorta Domenico Russo, esattamente dopo 100 giorni dal suo insediamento alla prefettura.

 

Avvenimenti Italiani

Le quattro domande senza risposta

 

Il filone dei mandanti esterni a Cosa Nostra non è mai approdato a un' aula di tribunale..Domande senza risposta ce ne sono tante. Ma quattro mi premono oggi più delle altre.
La prima. Perché, come ha testi-moniato Tommaso Buscetta, la mafia propose alle Brigate rosse di rivendicare l'omicidio di mio padre già nel '79, quando egli era alla guida della lotta al terrorismo e non rappresentava una minaccia diretta per Cosa nostra? Chi, quale "entità", chiese alla mafia di uccidere mio padre e per quale ragione? C'entrava questo con l'attività fin lì svolta e con le informazioni acquisite (caso Moro? altro?)? E contò, in questo, la scelta di mio padre di affrancarsi dalla diretta tutela del governo e di rientrare nei ranghi istituzionali assumendo il comando della Divisione Pastrengo? Ossia: quel suo desiderio di "normalità", che non piacque a Roma, lo rese forse "inaffidabile"? E che rapporto c'era tra le ragioni che portarono all'omicidio nell'82 e quelle che ne avevano suggerito l'esecuzione tre anni prima?

La seconda. Perché alcuni leader politici dell'epoca furono tanto sfuggenti o reticenti nelle loro testimonianze al maxiprocesso? Perché Giovanni Spadolini, da capo del governo, ricevette in silenzio la lettera del 2 aprile dell'82 in cui mio padre gli segnalò i "messaggi" della "famiglia politica più inquinata del luogo",inequivocabilmente segnalata come quella andreottiana? Perché disse al processo di avere letto "le famiglie politiche più inquinate del luogo"? E perché Andreotti smentì ("mi avrà confuso con un altro") l'incontro di cui mio padre scrisse nel suo diario il6 aprile seguente? E che cosa significava, in quell'incontro, l'allusione andreottiana all'as-sassinio di Pietro Inzerillo, il cui fratello Totò era stato ucciso con la stessa arma che avrebbe poi spara- to contro mio padre?
La terza. Perché uno sconosciuto maresciallo degli agenti di custodia di Cuneo, ripescato subito dopo l'avviso di garanzia a Giulio Andreotti, venne platealmente presentato senza alcuna verifica come "il braccio destro" di mio padre,anche in trasmissioni televisive? Chi fabbricò quella falsa testimonianza che ebbe un risalto mediatico straordinario e che durante il processo Andreotti trasformò mio padre in una specie di imputato morale, con l'accusa incombente delle cose e dei ricatti più turpi? Chi volle condurre, con risvolti processuali, quella operazione" alla memoria" e che rapporto c'era tra le menti di quell'operazione e le menti del delitto?
La quarta. Perché dopo l'assassinio funzionari di polizia e/o dei servizi entrarono in casa di mio padre per prendere il lenzuolo con cui coprirne il cadavere? Vi è qualche altro caso, prima e dopo di allora, di persone uccise che siano state coperte con lenzuola prese in casa loro in assenza della loro famiglia? E come mai la chiave della cassaforte (trovata aperta e vuota) che mancava il mattino dopo nella sua casa, riapparve la settimana dopo in un cassetto vuoto e già controllato sotto i nostri occhi? Chi, estraneo alla mafia, cercò qualcosa quella notte nella villa del prefetto di Palermo?

di Nando Dalla Chiesa
da "la Repubblica" 2 Settembre 2002

Generale ci lasci in pace

 

Quando si rese conto che l’avevano infilato in una trappola, il prefetto di Palermo iniziò a protestare, ma ricevette risposte evasive o infastidite. << Credo di aver capito la nuova regola del gioco. Si uccide il potente quando è diventato troppo pericoloso, ma si può ucciderlo perché isolato>> : così disse il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a Giorgio Bocca che lo intervistò il  17 agosto a Palermo 1982.  In quell’agosto Dalla Chiesa era prefetto di Palermo da tre mesi. Si era lasciato andare a questo sfogo, inconsueto in un uomo taciturno come lui, per una ragione molto semplice: in quel periodo di tempo il generale aveva amaramente scoperto di essere stato spedito al fronte con tutti gli onori ma senza truppe addestrate e senza titoli di comando necessari per combattere un nemico potente come la mafia.

In quel periodo di tempo Dalla Chiesa aveva scoperto, in sostanza, di essere stato lasciato solo. E da solo, infatti, è morto in un agguato tesogli nel centro di Palermo  – accanto aveva soltanto la moglie, Emanuela, sposata da poco –

Ma quali promesse gli erano state fatte alla partenza? Da chi era stato abbandonato? Cosa chiedeva e cosa gli è stato negato? Cerchiamo di rispondere a queste domande, su cui si è innescato un dibattito inquietante che ha portato sull’orlo delle dimissioni il ministro democristiano Virginio Rognoni, ricostruendo nel modo più distaccato e obiettivo possibile la storia dei rapporti intercorsi tra il generale e il governo, dal momento della sua nomina al momento  della sua fine.

 

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tutto nero
postato da La mamma 
cinziamascagni@libero.it
 Domenica 4 Febbraio 2007 ore 11:28:20
Oggi sono triste, è dalle 8 che scrivo e-mail, mando fax, telefono (anche se poi è domenica e mi rispondono in pochi), ricevo tante promesse ma nessun fatto. Possibile che a nessuno importi di una bambina di 4 anni che se non potrà curarsi morirà nel giro di 1 o 2 anni; io mi chiedo come possono le persone comportarsi così. La vita di mia figlia non fa odiens; meglio la morte perché se muori ci sei se vivi sei invisibile.
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