CSMinforma

Notiziario tra il serio, il faceto e pure l'ameno sulla salute mentale, la solidarietà e relativi dintorni e contorni nel territorio del Sulcis-Iglesiente (Sardegna, Italy) e, talvolta, pure Oltre.

 

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periodico di approfondimento sulle tematiche della salute mentale che prende spunto dagli argomenti del dibattito quotidiano al Centro di Salute Mentale di Carbonia.

In questo numero:

Il prendersi cura
(di Antonio Cesare Gerini)

"Corpo in azione" nella psicoterapia con il bambino
(di Magda Di Renzo)

Un modello per le dipendenze
(di Alessandro Floris et al.)
Le polarità
(di Simona Corrò)
Il gruppo Solidarietà ...
(di Ylenia Corrias)
La famiglia e la sua storia 
(di Carla Corona)
Un modello concettuale per la gestione del rischio nel nursing
(di Antonello Cuccuru)
Digitale: il futuro della radiologia
(di Carlo Saba)

 

METODOLOGIA


“IL PRENDERSI CURA”
nel lavoro del Centro Salute Mentale di Carbonia

Spesso quando si discute degli interventi svolti in favore delle persone con disturbo mentale si enumerano tali interventi, mettendoli in fila e indicandone la quantità. Si fanno tante visite psichiatrico–psicologiche, tanti interventi socio-sanitari, tanti riabilitativi o sulla famiglia e così via. Sembra che procedere in questo modo sia necessario per dimostrare l’efficacia del servizio stesso.
Qui però, in questa riflessione, non si procederà a enumerare gli interventi svolti dal CSM di Carbonia, ma si cercherà di mettere in evidenza il metodo che sta alla base degli interventi stessi.
Il “prendersi cura” è il primo momento di tale azione. “Il prendersi cura” è lo specifico del nostro lavoro. L’altro polo, cioè le modalità “teatro”, "fattoria", "laboratori", "gruppi di auto aiuto" etc, sono l’oggetto tecnico dell’intervento. La parola “cura” del “prendersi cura” non va confusa con la parola che in medicina e scienze affini usano indicare concetti simili. Ad esempio non va confusa con la parola “terapia”. La terapia è solo una delle modalità del “prendersi cura”, una modalità al fianco delle altre. Una modalità che richiama ad un intervento medico (farmaco-terapia) o psicologico (psicoterapia) o sociale (socioterapia), ma che non esaurisce mai il “prendersi cura”. Il “prendersi cura” di cui qui vogliamo parlare si coniuga con le parole “ascolto”, “condivisione”, “attenzione”, in una parola “relazione”.
All’interno del nostro lavoro nella salute mentale il “prendersi cura” è alla base di ogni altra modalità di intervento: accoglienza, volontariato, lavoro nella fattoria, inserimento lavorativo nel sociale, assistenza all’abitare, ecc.
E’ opportuno fare un passo avanti per comprendere: “chi” si prende cura di “chi”?Forse possiamo sostituire la parola “Chi” con la parola “Qualcuno”. Allora potremmo dire che “qualcuno si prende cura di qualcuno”. Entrambi i “qualcuno” del “prendersi in cura” sono delle “soggettività personali”, sono delle persone. La “soggettività personale” è composta dai due termini “soggettività” e “personale”. C’è evidentemente un accento posto sul mondo soggettivo interiore e sulla contemporanea capacità di relazione del soggetto, attraverso il suo interno sentire, col mondo esterno, col mondo degli altri e il mondo delle cose. Possiamo, senza ulteriormente approfondire, chiamare persona questa “soggettività personale”. 
Dunque:“una persona si prende cura di una persona”.La persona che pratica la psicoterapia è sempre molto di più della sua tecnica psicoterapica, come c’è sempre di più nella persona rispetto alla sua depressione, soprattutto se la depressione si declina col verbo avere (qualcuno ha la depressione). Se la depressione si declina col verbo essere, cioè è depressa, allora è depressa la persona e la depressione è personale quindi ogni depressione è diversa da un’altra in quanto ogni essere personale è irripetibile.

(l'articolo intero a cura di A.C. Gerini lo trovi al messaggio n. 111)

 

A PROPOSITO DI FOLLIA

“Deistituzionalizzare la malattia era ed è la legge 180,
deistituzionalizzare la follia è il nostro quotidiano prospettico compito.”
(Franco Rotelli)

Perché la malattia è un dis-valore?
E’ sempre più chiaro che la malattia altro non è che l’ istituzionalizzazione della follia e quest' ultima, probabilmente, altro non è che la forma parossistica dell’istituzionalizzazione dei conflitti. Come non vedere nel dilatarsi e nel restringersi dei conflitti di norme (a seconda delle situazioni di espansione e di recessione economica di un paese) la relatività di un giudizio scientifico che di volta in volta muta l’irreversibilità delle sue definizioni? Come non sospettare che esse siano strettamente collegate e dipendenti dall’ideologia dominante? Questi sono alcuni temi fondamentali della nostra ricerca teatrale. Partiamo dalla denuncia di una vita impossibile per alludere ad un’altra vita che, per ora, non ha altro luogo dove poter essere se non la scena. Lavoriamo per poter adesso porci e un giorno opporci all’incedere di quella violenza materiale, culturale, politica che anche qui, anche oggi, nega ancora i diritti fondamentali. Il problema allora non sarà quello della guarigione, ma dell’emancipazione, non la restituzione di salute, ma l’invenzione di salute, non laboratori per l’ortopedia delle libertà negate, ma laboratori per la riproduzione sociale della gente. (Accademia della Follia)

 

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PROVOCAZIONI

Discussione

Qualcuno ha scritto che un farmaco è una sostanza che viene somministrata ad una cavia e produce un articolo scientifico. Ma il processo non è così immediato: qui sulla terra un farmaco è una sostanza che viene somministrata ad una cavia, produce un articolo scientifico che riceve una commenda da almeno un docente (sempre assai noto in America e già membro dell'OMS) ed è citato in un congresso ai Tropici. Il rimedio entra quindi in produzione e viene proposto all'Autorità comPetente che - attesa la sostanziale ignoranza del funzionariato, in assenza di alcuna opposizione scientifica (naturalmente, a parte quelle eventuali delle qualificate Commissioni prePoste!) - approva.
Ora ha inizio la sperimentazione sulla popolazione e i risultati sono sempre positivi o, al massimo, discutibili e discussi, ma mai negativi. Solo in un caso - in quanto naque una popolazione di bambini affetti da gravi (ed evidenti) malformazioni e la farmaceutica non prese in tempo la stampa per il collo e un farmaco - un sedativo antinausea e antipnotico, guarda un po' -  fu ritirato con grande scandalo. Passarono somme ingenti, certo, però nessuno andò in galera.

 

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« Ordine e disordineDibattito 180 »

Dibattito 180

Post n°141 pubblicato il 28 Aprile 2008 da csmcarbonia
Foto di csmcarbonia

Ricorre il 30° anniversario della 180, detta legge Basaglia. Proponiamo i primi stralci della prima di due letture degli effetti della legge, derivanti da prassi sostanzialmente diverse ma che mostrano uno spaccato dell’ assistenza psichiatrica in Italia. 
Intervista a Giuseppe Dell'Acqua tratta da "Animazione Sociale",
mensile edito dal Gruppo Abele di Torino, numero di gennaio 2008. L'intervista è stata curata da Roberto Camarlinghi.

Domanda. Il 2008 sarà un anno di ricorrenze. Sono quarant'anni dal '68, trenta dalla legge 180, che per il suo carattere di emancipazione del '68 si può considerare figlia. Per te che in quegli anni eri con Basaglia a Trieste, che cosa rappresenta quella legge oggi?

Risposta. Non so quanto quel cambiamento, questa legge sia figlia del ’68. Non so dire. Credo che le idee, gli interrogativi, le pratiche originarie che sostennero il lavoro nell’ospedale psichiatrico di Franco Basaglia a Gorizia, di Carlo Manuali a Perugia, di Sergio Piro a Materdomini, in provincia di Salerno, a partire dai primi anni ’60, abbiano semmai contribuito ad avviare quella stagione. Proprio nel 1968, il governo di centro sinistra sulla spinta di quelle esperienze varò una legge, “la legge Mariotti”, che metteva mano al manicomio, cominciava ad omologarlo all’ospedale civile, introduceva il ricovero volontario, avviava un processo di radicale cambiamento che si concluderà dieci anni dopo.
Quando parliamo della chiusura dei manicomi come dell’unica "rivoluzione che sopravvive", va da sé che pensiamo che ha che fare col ’68. Credo invece che la rivoluzione sopravvive perché è sostenuta dalle le pratiche, dalla concretezza delle azioni che si sono messe in atto, con la paziente "lunga marcia" attraverso le istituzioni che quella impensabile rottura aveva tumultuosamente avviato. Vedi, il manicomio, il paradigma manicomiale è stato sempre capace di autoriparazioni, di incorporare e depotenziare qualsiasi idea o proposta innovativa. Quando si fanno, ancora nel XIX secolo, le prime esperienze di comunità agricola aperta si comincia a pensare che luoghi normali, aperti, lavoro retribuito sono passaggi obbligati per la cura. Il lavoro entra in manicomio e subito diventa ergoterapia e così il gioco, l’arte, le relazioni, ogni cosa ritorna nella logica dell’istituzione. Anche la forza sorprendente della prima comunità terapeutica viene annientata tra le mura del manicomio. Diventa una forma più tollerabile e presentabile di gestione e riproduzione dell’istituzione.
Basaglia quando entra per la prima volta nel manicomio di Gorizia, di fronte alla violenza e all’orrore che scopre è costretto a chiedersi angosciato "che cos’è la psichiatria?". Da qui la irreparabile rottura del paradigma. Dopo quasi duecento anni, per la prima volta dalla sua nascita il manicomio, le culture e le pratiche della psichiatria vengono colpite alle radici. È un capovolgimento ormai irreversibile: il malato e non la malattia.

Credo anch'io che nel 2008 parleremo molto dei trent'anni della riforma. E già mi immagino i politici, i giornalisti, gli esperti di ogni cosa, gli psichiatri che diranno della grande utopia di Franco Basaglia e della legge che “non è stata applicata”, diranno che “bisogna misurarsi con le conseguenze negative della legge 180”, si compiaceranno che la riforma italiana è la più avanzata al mondo ma che tuttora mancano le strutture, che il malato viene abbandonato, che il peso sulle famiglie...
I più equilibrati parleranno di “luci e ombre” e diranno che dopo trent’anni si può anche osare pensare che la 180 non è un tabù e che si può migliorare.
Trentennali luoghi comuni.
Temo che sarà molto difficile entrare nel merito della questione, riattraversare le interrogazioni che quella stagione poneva con urgenza alle istituzioni, alla politica, ai saperi, all’ organizzazione sociale. E che sono oggi ancora attuali.
Temo che pochi vorranno ricordare che in quegli anni abbiamo accettato una scommessa straordinaria che oggi in altri luoghi e con altre forme quotidianamente ci impegnano:
i malati di mente, gli internati, i senza diritto, i soggetti deboli diventano cittadini!
Credo che oggi si possa dire: in Italia niente è più com'era trent’anni fa. E subito bisogna spiegare. Dire che nel campo della salute mentale si sono prodotte, tra l’inizio degli anni ’60 e la fine del ’70, accelerazioni, innovazioni, cambiamenti impensabili e inconfrontabili col resto degli altri paesi europei e occidentali.
Cambiamenti che hanno restituito possibilità. Intanto la possibilità di restare cittadini, di essere titolari dei propri diritti, di avere la speranza di rimontare il corso delle proprie esistenze, perfino di guarire.
Forse queste affermazioni possono sembrare banali, per chi di malattia mentale non si occupa, tanto da chiedere: “beh, dove sta il problema? Non siamo tutti cittadini con tanto di diritti?”. Il problema è che chi vive l'esperienza del disturbo mentale, nello stesso momento in cui si ammala e incontra lo sguardo della psichiatria, diventa malato di mente finisce di essere un cittadino e rischia il crollo, l’annullamento, la perdita dei suoi diritti, della sua dignità, del senso stesso della sua vita.

La legge 180 ha esteso ai matti, alle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale, i diritti costituzionali. Articolo 32: “L Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo…Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” Dunque non più lo stato che obbliga alla cura, che interna, che interdice per salvaguardare l’ordine e la morale; non più il malato di mente “…pericoloso per sé e per gli altri e di pubblico scandalo”, ma una persona bisognosa di cure. Un cittadino cui lo stato deve garantire, e rendere esigibile, un fondamentale diritto costituzionale.

A partire da quegli anni siamo stati in grado di vedere le persone che vivono la sofferenza, il dolore della mente in quanto persone e non diagnosi, malattia, oggetti. Persone che faticosamente guadagnano margini, a poco a poco più ampi di libertà. La libertà intesa come possibilità di godere di diritti, di esprimere bisogni, di alimentare desideri, di scoprire i propri sentimenti, in una parola di vivere. Di rientrare nel contratto sociale. Questa libertà è l’impensabile e il singolare prodotto di quella stagione ed è quanto di più salutare si possa immaginare.
La libertà è terapeutica, dicevamo allora. La cittadinanza è terapeutica affermò qualche anno fa il cardinale Martini in un convegno milanese. La cittadinanza come imperativo irrinunciabile per affrontare la fatica per attraversarla, la cittadinanza, costruire le infinite minime declinazioni per renderla accessibile. Dunque è terapeutico, prima di tutto, liberare le persone e garantire loro possibilità.

Ulrich, il protagonista de L'uomo senza qualità, in un componimento scolastico scrisse: “Dio fa il mondo e intanto pensa che potrebbe benissimo farlo diverso”. Ne nacque un putiferio, dice Musil, e solo per poco il ragazzo non venne espulso dalla scuola, l’aristocratica Accademia Teresiana di Vienna. Prevedibile del resto, provocazioni del genere erano decisamente pericolose, andavano a scardinare le stesse rigide fondamenta su cui la società di allora poggiava.
Una di queste era, come dice un altro scrittore dell’epoca, Stefan Zweig, la “malattia della sicurezza”, che derivava da una concezione assolutamente statica e fissa della realtà. Lo stato delle cose era un dato che non si poteva in alcun modo modellare. Andava accettato e quindi prevalentemente subito. E se qualcuno avesse avuto la malaugurata idea di immaginarlo, un cambiamento, anche soltanto possibile, costui era un “nemico del mondo”. Eppure la scandalosa bravata del giovane Ulrich – dice Musil – era niente meno che una pacifica dichiarazione di guerra. Che Ulrich, una volta maturato, formulò con due luminose, essenziali parole: “senso della possibilità contro la malattia della sicurezza”.
È a questo senso della possibilità – e qui uso parole basagliane, “dell’impossibile che diventa possibile”, dell’utopia che si traduce in realtà – che bisogna oggi ritornare se vogliamo parlare di salute, di salute mentale, di prossimità, e immaginare un futuro che sappia di cura, di benessere, insomma di tutto quello che ci sta a cuore. Per poter vedere questa possibilità dobbiamo allora porci oggi in una dimensione critica, di incertezza. Altro che certezze, altro che sicurezze!


Ma proviamo a fare il punto della situazione italiana: esistono associazioni di persone che hanno vissuto l'esperienza del disturbo mentale, che rivendicano la propria storia, che ci raccontano le loro svolte, le loro conquiste, che ci dicono come è possibile vivere malgrado la malattia, associazioni di familiari che fino all'altro ieri erano condannati alla vergogna, all'isolamento, a restare fuori, condannati a sentirsi colpevoli o perché col proprio sangue avevano trasmesso la malattia o perché con relazioni malate l’avevano covata all'interno della famiglia. Nuove figure sono sulla scena e costituiscono impensabili risorse e incredibili opportunità per tessere reti, strategie, alleanze.
Il campo del lavoro terapeutico è davvero cambiato. Se penso poi alla grande esplosione italiana della cooperazione sociale vedo le infinite opportunità che proprio a partire dai manicomi si sono offerte alle persone con disturbo mentale per formarsi, per entrare nel mondo del lavoro, per riprendere un ruolo sociale e un posto in famiglia; trovo una quantità di giovani e meno giovani, uomini e donne che stanno lavorando, che hanno la patente, che guidano l'automobile, che hanno figli, che si scommettono quotidianamente nella normalità e nella fatica delle relazioni. Vedo persone che malgrado il disturbo schizofrenico, per esempio, giocano con identità diverse le loro relazioni, con consapevolezza e spesso con gioia.
Ecco, questo è straordinario.

È accaduto una cosa molto semplice. Le persone con l’esperienza del disturbo mentale, non più i malati di mente, hanno cominciato a porre, concretamente, nella relazione con gli altri la loro presenza, la loro sofferenza, i loro bisogni. È accaduto che finalmente abbiamo potuto guardare e leggere questi bisogni per quello che sono davvero e non più col filtro della psichiatria, della malattia, del sintomo. Non era in discussione la negazione della malattia. “Messa tra parentesi la malattia”, si scopriva la possibilità di vedere la malattia stessa ora in relazione alla storia delle persone e non più come qualche cosa che maschera, sovradetermina, condiziona esperienze, relazioni, sentimenti.
Ecco in estrema sintesi quello che, a mio modo di vedere, è accaduto in Italia.
Ma oggi una svolta si impone. Abbiamo dimostrato che è possibile cambiare e in tanti luoghi si sono realizzate profonde trasformazioni e tuttavia dobbiamo lavorare ancora molto e molto di più perché la vita delle persone che vivono queste esperienze si apra dovunque alla possibilità. Dobbiamo ricominciare a “scandalizzarci” di fronte alle violenze e agli abbandoni che persistono, a rifiutare il grigiore dei luoghi comuni perché vi sia per tutti la certezza che le violenze, le sottrazioni, gli abusi, gli abbandoni, la violazione dei corpi che continuano malgrado questi percorsi impensabili, vengano banditi. Dobbiamo immaginare una nuova rivoluzione: portare sempre più al centro della scena le persone, sempre più vederle nella loro totalità di affetti, di passioni, di bisogni, di sentimenti. Persone come tutte le altre, la cui dignità e il cui valore devono costituire un limite invalicabile per l’operato (e gli abbandoni) delle organizzazioni, delle tecniche, delle amministrazioni.
(1. continua)

 
 
 
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Data di creazione: 22/05/2006
 

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RECENSIONE DA MEDICINA E MORALE

Gerini Antonio Cesare, Il significato del ciclo mestruale. Appunti Sparsi sul femminile, Carbonia 1999, pp. 149. sguot@hotmail.com

In questo libro l’Autore, psicoterapeuta, medico psichiatra, analizza il significato del ciclo mestruale da un punto di vista medico-psicologico, con particolare attenzione alla sessualità della donna e al suo rapporto con la maternità. Intento dell’Autore è mettere in risalto come la cosiddetta tensione premestruale, accompagnata da irritabilità e tristezza, sintomi di depressione, sia dovuta al mancato concepimento: “è come se l’organismo femminile si accorgesse già prima  dell’incompiutezza del processo, di non aver raggiunto la finalità implicita, ovvero la fecondazione” (p. 51). Gerini afferma, infatti, che essendo la fecondità un bene e un valore profondamente insito nel corpo, “il suo venir meno è sempre causa di sofferenza, anche se vissuta più o meno consapevolmente” (p. 51).
  Sottolineando la finalità unitivo-generativa del ciclo mestruale (ovulazione e flusso mestruale) che la donna vive intensamente in tutte le fasi feconde della sua vita e che portano il suo corpo ad orientarsi verso una dimensione che sia soprattutto generativa e creativa, Gerini afferma che “non è nel profondo ed essenzialmente ricerca di piacere e desiderio di questo stato affettivo, ma quella di unità tra due esseri di sesso diverso che in questo incontro generano e custodiscono un’altra persona, il loro figlio” (p. 145). A questo proposito l’Autore distingue due momenti caratterizzanti il ciclo mestruale: il primo, culminante con l’ovulazione, si manifesta con una tendenza “centrifuga”, ossia orientata verso l’esterno, verso l’incontro sessuale che è un incontro unitivo e procreativo. Tutto il corpo partecipa a questa pulsione con espansioni affettive di tipo espansivo-comunicative. Se, tuttavia, il concepimento non è avvenuto, si ha la regressione del corpo luteo e la cessazione della sua attività ormonale. L’arrivo del flusso mestruale (secondo momento) ne è la manifestazione più evidente.
  Gli stati emotivi che si accompagnano al flusso mestruale sono molto diversi e possono essere individuati nella vergogna, nella colpa, nell’angoscia, nell’ansia, secondo una modalità esistenziale che ricorda alla donna il “fallimento” del progetto di fecondità insito nella natura stessa.
  Per tutti questi fattori Gerini afferma che il ciclo mestruale è la testimonianza di quanto “la sessualità sia connaturalmente legata alla generatività e il non raggiungimento di tale obiettivo è causa di sofferenza somato-psichica evidente, sebbene spesso molto sfumata” (p. 47).

Trovi il lavoro intero all'indirizzo http://www.psichiatriasirai.org/signif-ciclo-mestr-libro.htm

 

TEATRO E FOLLIA

METODO DI LAVORO

 di Claudio Misculin

Parlando di “metodo di lavoro”, mi sento in dovere da affermare che non esiste metodo in arte, esiste l’esperienza.
Io ho fatto un’esperienza alla quale ci si può riferire.
L’arte è un’apertura permanente che non si può vivere senza l’accettazione e la ricerca lucida e deliberata del rischio (Kantor)
Ebbene il fattore rischio che ho scelto per giocare all’interno dell’arte è la “follia”.

E’ una ricerca che tiene aperti, spesso faticosamente, spazi che si vanno rapidamente omologando, sfere che tendono ad automizzarsi, nella schizzofrenia del singolo e in quella più generale.
Quindi il teatro diventa anche mezzo, strumento di concreta quotidiana mediazione d’oggetto con altri soggetti, sani o malati che siano. Luogo di produzione di cultura, attività di formazione alla relazione con uomini e donne e cose.
Siccome parliamo di una ricerca tra teatro e follia, che non esclude, ma travalica il mero aspetto terapeutico, per cogliere sino in fondo nel profondo l’essenza e la validità di tale metodo di lavoro, cominceremo a viverlo e a pensarlo come strumento efficace per un buon approccio al teatro, non solo per il matto, il disgraziato, il differente, ma anche per il normale che intende cimentarsi nel teatro.
E per finire sul “metodo di lavoro” vorrei dire due parole sull’eccesso, e cioè  Viviamo nella dimensione dell’anticipazione dei desideri. Cioè i miei desideri non nascono più da pulsioni interne, ma dalla scelta delle soluzioni fornitemi.
Faccio un esempio: posso scegliere tra mille tipi di dentifricio, ma non posso scegliere l’aria pura: non c’è più.
Viviamo già nell’eccesso: eccesso di mezzi, di strumenti, di ignoranza. Il risultato è incomprensione della realtà, incomprensione di se stessi, incomprensione.
Il palco è per convenzione il luogo deputato all’eccesso. E nel mio teatro questo è.
E’ il luogo magico, il luogo del delirio che offre le valenze alla ricomposizione immediata del soggetto, mentre oggettivamente è una finestra che permette la visione delle contraddizioni.
il sistema dell’eccesso.

 

"N O R M A L I T À"

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce. Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti. Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi e' infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante. Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce. Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicita'.
Pablo Neruda

 

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