Come definire l'allestimento di Laura Angiulli - «Trilogia del male. "Demand me nothing; what you know, you know"» - presentato al San Ferdinando nell'ambito del Napoli Teatro Festival Italia e che pretende, addirittura, di mettere insieme «Otello», «Macbeth» e «Riccardo III»? Potremmo parlare di una manifestazione in sedicesimo dell'«hybris». Ma in ogni caso, il risultato è un incrocio fra il superficiale e l'ovvio.
Tanto a partire, e in maniera plateale, dal titolo: che riduce a una categoria morale (il «male», appunto) i temi e le implicazioni di tutt'altra natura, e ben altrimenti vari e profondi, messi in campo da Shakespeare in quei tre capolavori. Giacché, in estrema sintesi, «Otello», «Macbeth» e «Riccardo III» vertono, rispettivamente, sul potere del linguaggio (Jago distrugge il Moro appropriandosene le parole), sulla disgregazione e la degradazione inevitabilmente connesse al viaggio esistenziale (il re di Scozia non è che uno dei tanti che percorrono «il fiorito sentiero» della vita solo per arrivare al «falò eterno») e sull'impersonalità e impassibilità della storia (secondo il decisivo parere di Jan Kott, il deforme usurpatore «non ha volto» e «non è neanche crudele»).
Non casualmente, d'altronde, quello stesso titolo, mentre si pavoneggia citando in inglese l'ultima battuta di Jago («Non chiedetemi nulla; ciò che sapete, sapete»), ne omette la parte («From this time forth I never will speak word», d'ora in poi non dirò più una parola) riferita per l'appunto al tema del linguaggio.
Il resto è uno scolastico intrecciarsi di brani dei tre testi in questione, con annessi, e rilevanti, problemi di comprensione per chi non li conosca a fondo. E non più che volonterosi (nella migliore delle ipotesi) risultano gl'interpreti. Tutto qui. «From this time forth I never will speak word».
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 26 settembre 2011)
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