Riguardo alle due scuole di pensiero che ancora una volta si sono scontrate in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia (quella che considera il Risorgimento come la spinta verso la costruzione di una patria comune e quella che lo considera come una guerra di conquista scatenata nei confronti del Sud dal capitalismo settentrionale), Maurizio Scaparro - in ossequio alla sua mai doma fede nell'utopia - parteggia senza esitazioni per la prima. E infatti, s'intitola «Il sogno dei Mille» lo spettacolo che - tratto da «Les Garibaldiens» di Alexandre Dumas nell'adattamento di Roberto Cavosi - presenta al San Ferdinando nell'ambito del Napoli Teatro Festival Italia.
Allo stesso modo, possiamo ritenere che - chiamato a scegliere tra l'Artinian, capofila degli studiosi stranieri che considerarono l'intervento di Dumas nell'impresa dei Mille come lo sfogo di un autore ormai isterilito, e il nostro Croce, che invece attribuì a quell'intervento generosità e importanza - Scaparro si schiererebbe con altrettanta decisione al fianco del secondo. E così, a fronte del risvolto burocratico dell'italianismo di Dumas (a Napoli fu, per incarico di Garibaldi, direttore degli scavi e dei musei), qui ci s'immagina che lo scrittore francese, intento nella casa del Chiatamone a completare il suo diario di cronista al seguito delle Camicie Rosse, abbia un appassionato incontro con il giovane Angelino, un ex soldato borbonico folgorato sulla via di Palermo: un incontro che, in breve, è la dichiaratissima metafora della (sognata, appunto) palingenesi nazionale.
Di conseguenza, il testo di Cavosi naviga fra l'iperbole barocca (le Camicie Rosse che fanno sembrare le strade e le piazze di Palermo «un enorme campo di papaveri») e la mistica della letteratura («Uno scrittore c'è sempre, ha sensibilità uno scrittore, uno scrittore sa cose che nemmeno i reali protagonisti sanno di sapere»). E per il resto Scaparro conferma anche l'altra sua fede di sempre, quella in un teatro che trova nel nitore formale il riscontro di una vocazione affabulatoria ritenuta salvifica: ciò che produce, per intenderci, ritmi distesi sul versante della rappresentazione e, su quello visivo, una figuratività che lascia pensare a un dagherrotipo impressionato dalla luce del romanticismo.
È in un contesto del genere che, infine, va collocato il ritratto di Dumas disegnato con tranquilla professionalità da Giuseppe Pambieri. Per giunta vi corre, almeno a tratti, qualche vena di salutare ironia. E ruspante e accattivante come si voleva che fosse appare l'Angelino di Vincenzo Nemolato. Completano il quadro le canzoni popolari eseguite dal vivo da Cristina Vetrone e Michele Maione.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 7 ottobre 2011)
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