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Angelina e l'ambiguità della giustizia

Post n°540 pubblicato il 15 Febbraio 2012 da arieleO
 

Si conferma in «Pregiudizi convergenti» - il testo di Domenico Ciruzzi in scena nel Ridotto del Mercadante - quello che già era il pregio non comune di «Colloqui», prima tappa del progetto dedicato dall'autore all'esplorazione delle realtà marginali di Napoli. Parlo della capacità di dire per mezzo del non detto. E stavolta il non detto appartiene alle investigazioni, alle intercettazioni telefoniche e ai telegiornali, ovvero agli equivoci e alle interpretazioni fuorvianti che da un simile accavallarsi d'informazioni monche o distorte conseguono.
   Ritroviamo qui Angelina, la donna che una volta alla settimana scambia col proprio uomo chiuso in carcere le parole di una quotidianità minima e dimessa. E il riscontro dell'allargarsi dell'obiettivo testuale al contesto che la riguarda, per lei tanto indecifrabile quanto inquietante, sta nel passaggio dalla battuta riferita in «Colloqui» solo al marito («M'hê 'a scusa'») a quella che in «Pregiudizi convergenti» viene riferita ai magistrati che pongono ad Angelina le loro domande minacciose e sibilline insieme («M'avit' 'a scusa'»).
   Rispetto a questo doppio registro del privato e del pubblico, il passo più illuminante del testo, che coincide con il momento più bello dello spettacolo, consiste nel fondersi (e nel confondersi) del racconto di Angelina circa il pranzo per un battesimo con il verbale dell'interrogatorio da lei subìto come «persona informata sui fatti».
   In proposito, si determina una delle invenzioni più pregnanti della regia, firmata dallo stesso Ciruzzi: alle parole che durante l'interrogatorio Angelina pronuncia con la spontaneità del dialetto corrisponde, sul fondale, la loro trascrizione nell'ambiguo (e talvolta tendenzioso) linguaggio dei tribunali. E oltremodo rilevante, per fare un altro esempio, è anche la sequenza conclusiva, in cui - grazie alla videoscenografia di Alessandro Papa e Mariano Soria - scorgiamo un elicottero della polizia piombare sulla preghiera eduardiana di Angelina per una «pace senza muorte».
   Splendida, infine, la prova di Antonella Stefanucci nei ruoli di Angelina e del pm Anastasia. Da non perdere.

                                                 Enrico Fiore

(«Il Mattino», 8 febbraio 2012)

 
 
 
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