«Compagni dai campi e dalle officine / prendete la falce portate il martello / scendete giù in piazza picchiate con quello / scendete giù in piazza affossate il sistema». Certo, non manca la «Contessa» di Paolo Pietrangeli, autentico inno di quell'anno fatidico. Ma l'ultima canzone, a mo' di sigla, è «Nights in white satin» dei Moody Blues: «E ti amo. / Sì, ti amo. / Oh oh I love you. / E ti amo. / Sì, ti amo. / Oh oh I love you». Cala, sull'impegno politico militante, la coltre soporifera dell'intimismo sentimentale.
Insomma, «1968» - lo spettacolo che l'Atir presenta al Nuovo (drammaturgia di Paola Ponti e Serena Sinigaglia, regia di quest'ultima) - appare sostanzialmente come un blob che affastella tutto e il contrario di tutto, in rapidissima successione e senza alcun distinguo. Faccio al riguardo solo l'esempio della sequenza che allinea i «figli dei fiori», «Grazie dei fiori» di Nilla Pizzi (che è del '51) e - senza che nemmeno lo si nomini, il gran profeta della beat generation - «Urlo» di Ginsberg (pubblicato nel '56).
Mi chiedo: se ci si rivolge ai giovani che (nella migliore delle ipotesi) lo conoscono solo «per sentito dire», quale Sessantotto resterà nella loro testa dopo aver visto questo spettacolo? Sicuramente non resterà, perché qui assolutamente non se ne parla, il Sessantotto che fu l'incubatrice del movimento extraparlamentare di sinistra. E che significa, poi, far seguire a un «Internazionale» fischiettato uno sketch da avanspettacolo con Don Chisciotte e Sancio Panza a cavallo di due scope?
Anche lo straniamento (?) deve avere un limite, soprattutto quando si parla di certe cose per cui qualcuno è morto. E non resta, quindi, che annotare la bravura delle interpreti che la Sinigaglia (classe 1973...) ha messo in campo: Beatrice Schiros, Irene Serini, Marcela Serli e Sandra Zoccolan. Ma è davvero poco.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 6 gennaio 2011)
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