Il nonno Shantilal, ex re del cinema tradizionale indiano esiliatosi nel deserto del Rajastan, vorrebbe che lei restasse nel tempio di Shiva a danzare per gli dei. Invece Ayesha, l'ultima della dinastia, preferisce andarsene a Bombay, l'odierna Mumbai, dove diventa una star di Bollywood, la mecca del cinema indiano moderno che, con la bellezza di 800 (ottocento) film all'anno, ha letteralmente stracciato la potenzialità produttiva di Hollywood. Torna nel tempio di Shiva, Ayesha, solo quando apprende che il nonno sta per morire: e, ritrovato il suo amore dell'infanzia, Uday, capisce che lì è il suo vero posto. Rimarrà nel Rajastan per mantenere in vita la scuola di danza creata da Shantilal.
Questa, in estrema sintesi, la trama di «Bollywood. The show», il fortunato musical adesso in scena all'Acacia. Ma in esso - più che la storia di una celeberrima famiglia cinematografica indiana, quei Merchant che qui, su testo e con la regia di Toby Gough, firmano gli elementi portanti dell'allestimento (Vaibhavi le coreografie, Salim e Sulaiman le musiche) - interessano l'interscambio fra l'Oriente e l'Occidente e, all'interno dello stesso, l'interazione fra l'antico e il contemporaneo.
Infatti, davvero non è un caso che quella di cui è custode Shantilal sia la danza Kathak. Si chiama così dal nome, «kathaka», di una particolare casta di cantastorie itineranti, veri e propri «gypsy» indiani che, nel corso delle loro peregrinazioni, si spinsero fino in Spagna. Ed eccolo, l'interscambio fra l'Oriente e l'Occidente. Se un'arte tipicamente occidentale come il cinema ha influenzato l'India, una danza tipicamente indiana (come, appunto, quella Kathak) ha influenzato - attraverso il «footwork», i virtuosismi eseguiti ritmicamente con i piedi - addirittura il «taconeo» del flamenco.
Per quanto riguarda, poi, l'interazione fra l'antico e il contemporaneo, basta osservare che - nel succedersi (per la verità un po' ripetitivo) dei numeri di ballo - in «Bollywood. The show» compaiono sia la valenza simbolico-rituale dei «mudra», le posizioni delle mani e delle dita proprie della danza classica indiana, sia quella semplicemente funzionale dei gesti schematici propri delle «cheerleaders» americane.
Infine, a ribadire in maniera ultimativa la citata compresenza dell'Oriente e dell'Occidente, sta Carol Furtado, l'interprete di Ayesha: è nata a Mumbai ma ha origini portoghesi.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 20 gennaio 2011)
Inviato da: roberto
il 11/12/2013 alle 16:45
Inviato da: arieleO
il 12/11/2013 alle 09:39
Inviato da: floriana
il 11/11/2013 alle 19:40
Inviato da: Federico Vacalebre
il 16/10/2013 alle 17:14
Inviato da: arieleO
il 16/10/2013 alle 17:10