È centrata sul tema del teatro nel teatro la nuova commedia di Vincenzo Salemme, «L'astice al veleno», che la «Chi è di scena!» presenta al Diana. Ma, ecco il punto decisivo, quel tema non riguarda soltanto la trama (ovvero la storia dell'attrice Barbara che vorrebbe avvelenare l'amante bugiardo, il regista Matteo, durante una cena preparata per l'appunto in teatro), ma anche, e soprattutto, il messaggio anti-«cartolina» affidato al personaggio del Poeta.
Giusto quel messaggio, infatti, costituisce il dono che Salemme (qui nelle vesti di Gustavo, un pony express-Babbo Natale) porta - oltre lo spettacolo in sé - a Napoli e, quindi, a tutti noi. Parla, il Poeta, di una Napoli «che non si muove più, ferma nel proprio passato». E che insiste a recitare: «È nobiltà barbona, ricchezza polverosa, / astuzia senza luce. / Non la capisco Napoli, / la perdo tutti i giorni. / E la ritrovo in sogno che ride calma. / Immersa nel suo mare / che frena i colpi di chi le spara al cuore».
Già, è «avvelenato» anche quel che nel gergo degli specialisti si chiama sottotesto, come, d'altronde, in tutte le commedie di Salemme. Ed è proprio il retrogusto amaro che le rende significative al di là dell'impianto farsesco. Ne risulta influenzato pure il versante strettamente comico, che nella circostanza naviga tra le frecciate all'attualità (contro, poniamo, la Mussolini, la Gelmini, «Porta a Porta», i tagli alla cultura) e i richiami alla nostra più emblematica tradizione (vedi la Lavandaia da «Gatta Cenerentola», lo scugnizzo di Gemito, appunto il Poeta, venuto dal Regno delle Due Sicilie, e il Munaciello, incarnati dalle quattro statue che rappresentano la coscienza di Barbara).
La forma è quella di una vera e propria commedia musicale, ricca di ben sei canzoni su note di Antonio Boccia e versi dell'autore. Il quale, adottando in quanto regista un ritmo adeguatamente accelerato, in quanto interprete si pone come l'autentico, e inarrestabile e irresistibile, motore dell'azione. Si spende con generosità e impegno assoluti, Vincenzo Salemme: canta, balla un tango con Benedetta Valanzano (Barbara), propone alla ribalta monologhi fuori testo, inscena un happening col pubblico e, naturalmente, scatena le sue inconfondibili tirate a rotta di collo, spinte fino ai limiti dell'iperbole surreale. Vedi, tanto per fare un esempio, l'assolo sull'equivoco tra «indovina» e «'int' 'o vino».
Accanto al mattatore, vanno citati almeno Domenico Aria (il tuttofare Vicedomini), Antonio Guerriero (lo Scugnizzo), Nicola Acunzo (il Munaciello) e Giovanni Ribò (il Poeta). E il resto parla di risate a getto continuo e applausi diluvianti.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 19 febbraio 2005)
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