Scoppia fragoroso il ritornello di «Sentimento» cantata da Patty Pravo. E compare il fantasma di Michele, il giovane intellettuale antifascista ucciso dai tedeschi in ritirata: ha in mano un fascio di fogli con i suoi scritti, che lascia cadere, talvolta appallottolandoli, in sintonia con lo sfarfallare di foglie morte proiettato sul velatino che chiude il boccascena. Ma solo per un attimo Cesira guarda quel fantasma. Gira subito la testa, abbassandola sul petto mentre piomba nel buio insieme con Rosetta.
È la sequenza finale de «La ciociara», la commedia di Annibale Ruccello tratta dall'omonimo romanzo di Moravia e che il Bellini ha presentato in «prima» nazionale al Goldoni di Venezia. E si tratta di una sequenza davvero decisiva, perché riassume il quadro completo dell'operazione: un allestimento che cade a venticinque anni dalla scomparsa prematura e tragica dell'autore, l'identificarsi di Ruccello con Michele, il fondarsi del testo sull'avvenuta mutazione antropologica per cui Cesira e sua figlia, strappate dal consumismo ai valori autentici della loro cultura originaria, non possono più riconoscere il proprio passato.
Dunque, Roberta Torre, nel doppio ruolo di regista e di scenografa, mette in campo intelligenza e precisione. E l'idea forte che regge l'allestimento è per l'appunto quella del transito, del passaggio da una condizione a un'altra: vedi l'alternarsi sul velatino, sotto specie di simbolo, delle foglie morte citate e dei fili di pioggia; e vedi, soprattutto, la configurazione di Concetta, l'avida e cinica contadina che ospita Cesira e Rosetta a Fondi, quale un'esatta replicante del «Caron dimonio» dantesco: giacché, come quello, nel traghettare le anime nell'aldilà, «batte col remo qualunque s'adagia», così Concetta sospinge con il suo bastone (e sempre sotto specie di simbolo) le due sfollate verso la perdizione.
Il tutto, poi, appare avvolto - ed è l'ennesima invenzione pregnante - dagli stessi toni pallidi che, quasi come in una natura morta di Morandi, connotano sistematicamente i flashback di cui è fatta l'azione. Perché ad accomunare il passato e il presente è appena il rovesciarsi di entrambi in una sofferenza passiva.
A questo punto è quasi superfluo accennare al merito degl'interpreti: primi fra tutti Donatella Finocchiaro (Cesira), Daniele Russo (Michele), Dalia Frediani (la straordinaria Concetta di cui sopra) e Martina Galletta (Rosetta), senza dimenticare, fra gli altri, Marcello Romolo (Filippo) e Rino Di Martino (Tommasino). Al termine della «prima» dieci minuti buoni di applausi convinti e commossi, frammisti ad acclamazioni. Sì, ad Annibale Ruccello questo spettacolo sarebbe piaciuto.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 21 febbraio 2011)
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